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	<title>Radio Punk</title>
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		<title>4xA, A per tutti &#8211; compilation per A/Rivista Anarchica</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Oct 2026 09:35:44 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Anarcopunk]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dentro ai favolosi anni Ottanta io c’ero, c’ero con tutti i miei vent’anni addosso. Alle ragazze e ai ragazzi dei vari circoli anarchici, associazioni culturali, piccole librerie indipendenti e centri sociali che mi chiamano oggi a raccontare di me e della scena di quegli anni, proprio a loro cui è stato insegnato da sempre che &#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://radiopunk.it/punx-e-anarchia/">4xA, A per tutti &#8211; compilation per A/Rivista Anarchica</a> proviene da <a href="https://radiopunk.it">Radio Punk</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Dentro ai favolosi anni Ottanta io c’ero, c’ero con tutti i miei vent’anni addosso. Alle ragazze e ai ragazzi dei vari circoli anarchici, associazioni culturali, piccole librerie indipendenti e centri sociali che mi chiamano oggi a raccontare di me e della scena di quegli anni, proprio a loro cui è stato insegnato da sempre che allora tutto era bellissimo e scintillante e plasticoso e frizzante ed eccitante, spiego che non è vero. Non è affatto come dicono alla televisione, come raccontano gli “esperti” e i reduci nei programmi di revival tra un videoclip d&#8217;annata e l&#8217;altro. Perché la vita, la vita quella vera dico &#8211; e ne sono profondamente convinto &#8211; non riusciranno mai a sostituirla con le verità artificiali di internet, né con quelle ufficiali che lo stato diffonde nell&#8217;etere, e neanche con quelle addomesticate e premasticate che stanno dentro ai libri che ti vendono nei supermercati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E&#8217; chiaro che il mio racconto ai più giovani sembra una specie di fiaba strana: sono abituati a misurare le distanze a spanne tarandole su YouTube, sugli aneddoti dei genitori e degli zii e sulle barzellette degli amici, all&#8217;inizio fanno fatica a credermi e presto gli viene da ridere.<br>E come dargli torto: in effetti, la prima cosa che ti viene da fare quando si parla di quel periodo storico o ti capita di guardare un film di allora, è mettersi a ridere per come ci si vestiva e ci si agghindava. Quelle forme, quei colori, quei materiali: i vestiti degli anni Ottanta erano così eccentrici e bizzarri, erano tutt&#8217;altra cosa dai blue jeans degli anni Sessanta e dalle uniformi grigie e paramilitari che andavano di moda negli anni Settanta. Quelle pettinature esagerate, e il piercing all&#8217;orecchio e il trucco in faccia &#8211; anche parecchi maschi. Apparire, mostrarsi, differenziarsi, distinguersi erano diventate questioni sociali, quando non addirittura politiche, di una certa importanza e rilevanza, e ci si doveva vestire e acconciare di conseguenza. Eppure ricordo bene, e so di non essere il solo, che tra le nostre preoccupazioni di allora non ci fosse poi così tanto posto per vestiti, accessori e pettinature. Erano argomenti di cui non ci si occupava affatto. Tra noi ragazze e ragazzi a nordest, e dico nordest perchè sono nato e cresciuto là, si discuteva di tutt&#8217;altro: delle nostre vite che non prendevano il volo, delle nostre speranze che non riuscivano a sedimentarsi &#8211; tanto per fare un paio di esempi. Stavamo passando disperatamente attraverso il 1984 orwelliano e non ce la passavamo affatto bene.<br><br>Oh sì, il riflusso. I ripensamenti, il richiudersi in casa davanti a una finestra elettronica che immaginavamo aperta sul mondo, il menefreghismo, le tette e i culi e le battute omofobe razziste e sessiste in prima serata: gli anni Ottanta non sono stati <em><strong>solo</strong></em> questo ma sono stati <em><strong>anche</strong></em> questo. Che poi molti avessero smesso di preoccuparsi e di darsi da fare, è pure vero. Chi si era impegnato e aveva deciso di immaginare e provare a costruire una società nuova e diversa, non necessariamente impugnando una P38, appena qualche tempo prima era finito in galera o era fuggito da qualche parte all&#8217;estero per non finirci dentro, o stava in India a salmodiare davanti a un santone, o era semplicemente scomparso oppure era andato a cercare felicità ingrossando le file dei sostenitori entusiasti di un partito politico &#8211; uno qualsiasi. Tanti, e secondo me troppi, si erano incuriositi dell&#8217;eroina e si ritrovavano a gestirne la dipendenza o non ne sono stati capaci e sono finiti presto sottoterra. Ci si apprestava tutte e tutti a succhiare allegramente i frutti della liberazione sessuale del dopo-Sessantotto quando a inizio decade si è cominciato sottovoce a parlare di AIDS: radio giornali e televisioni continuavano a rassicurarci che era una malattia specifica degli omosessuali, quindi noi eterostupidi eravamo convinti non fosse cosa che ci riguardava. Poi però l’attenzione divina si è spostata anche sui tossicodipendenti, sugli emofiliaci, sui donatori di sangue, sui poveri &#8211; e questo aveva cominciato a metterci parecchia paura. A questo disordine, a questa ansia e a tutto questo buio a metà del 1984 si è aggiunta la morte improvvisa di Enrico Berlinguer che ha mandato in frantumi le speranze di milioni di italiane e di italiani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo quadro così triste e grigioscuro non so trovare una descrizione sufficientemente accurata per me e per i miei compagni di allora, ma so bene cosa non volevo, cosa non eravamo disposti a fare e cosa non volevamo essere. Non potevamo certo permetterci droga armi prostitute o altri passatempi di lusso, e di una vita così neanche ne avevamo voglia: eravamo degli sfigati, non avevamo soldi né fortuna e ne eravamo ben consapevoli. Parecchi dei miei amici, specie quando avevano bevuto troppo e diventavano tristi e malinconici davanti alla bottiglia vuota, chiamavano “felicità” quelle poche briciole sbattute via dalla tovaglia stesa sulla tavola imbandita del padrone &#8211; roba passeggera, di poca o nulla utilità. Roba effimera, sintetica ed artificiale come quel mondo che stava dentro a Videomusic e nelle réclame della televisione.<br><br></p>



<p class="wp-block-paragraph">Sì, perché era già da un po&#8217; che le televisioni private allungavano i loro tentacoli pubblicitari dentro ogni casa: là dentro a quelle scatole elettroniche, diventate in fretta così ingombranti nelle nostre stanze e nelle nostre vite, mostravano gente ricca così incredibilmente differente da noi che faceva vite che non riconoscevamo affatto come vite possibili. Nelle réclame ti spingevano a conquistare il tuo posto nella società acquistando automobili materassi elettrodomestici mobili pentole qualsiasi cosa in comode rate a interessi minimi, nei programmi bastava rispondere a qualche cagata e si vincevano pacchi di soldi e gettoni d&#8217;oro &#8211; un mondo completamente artificiale, con adeguata colonna sonora. <strong>Tutto falso e insieme anche vero</strong>: c&#8217;era sul serio gente che se ne fotteva di tutto e indossava un sorriso a mille denti per dimostare agli altri la stazza del proprio successo. Di lavoro facevano gli spacciatori, i politici, gli imprenditori, i faccendieri, gli intermediari, i confidenti, le spie. Gente che se ne andava a mangiare fuori nei ristoranti e a sniffare cocaina nei privé in discoteca e si comprava macchine nuove e vestiti nuovi e orologi nuovi e scarpe nuove mostrando al resto del mondo il gonfiore del proprio portafoglio e della propria patta. Ma tra il loro mondo e il nostro sembrava ci fossero anni luce di distanza.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Parlare parlare parlare. Forse in casa tanti no, certi avevano dei genitori davvero impossibili e intrattabili, ma tra di noi si poteva parlare, e si parlava eccome. Ogni tanto ci raccoglievamo in gruppetti a raccontare, a osare, a discutere, a scambiarci impressioni, ed era bellissimo. Era come essere là mentre da una scintilla improvvisa si accendono certi fuochi che poi divampano. Ci si ritrovava attorno alle difficoltà quotidiane del lavoro, che non riuscivamo a trovare se non a termine oppure in nero. Ci si confrontava o ci si scazzava su temi come la repressione in casa e per strada e ovunque, gli spazi da reclamare in città e i controlli di polizia fuori dalla scuola e per strada e ovunque. Cazzo, si parlava per ore senza arrivare da nessuna parte. Ma parlare era la nostra valvola di sfogo, la nostra uscita di sicurezza: era la maniera più semplice ed economica di reagire alla rassegnazione. Parlare, parlare sì. Volevano che obbedissimo e restassimo zitti? Col cazzo che restavamo zitti. Col cazzo che si abbassava la testa. Parlare ancora, parlare, e ancora, naso in su a guardare un po&#8217; dell&#8217;azzurro del cielo, per dar da bere un po&#8217; d&#8217;acqua pulita ai nostri pensieri, per restare a galla, per poter continuare a respirare. Zitti, lo sapevamo tutte e tutti, ci saremmo spenti per sempre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non si poteva proprio restare zitti. Magari non la vedevamo proprio nella stessa maniera, tutti a leggere a sentire a immaginarsi cose differenti a farsi viaggi ma chissenefrega. E mica si perdeva tempo per niente a schierarsi chi coi duranduran e chi con gli spandauballé, chi coi Crass e chi con gli Exploited: avevamo già un sacco di rotture di coglioni e a noi non ce ne fregava assolutamente un cazzo di cose così.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Parlare, tirare fuori, sputare fuori, tossire fuori, condividere, sfogarsi. Parlare e fare rumore per dirsi: ci sono, sono qui. Per dire agli altri: ci sono, sono qui. Ecco i nostri discorsi. Erano fatti di rumore, di aspettative, di niente. Eravamo persi, tante volte sì ma altre volte no. Instabilità, preoccupazioni, precarietà e mancanza di riferimenti erano la nostra normalità di tutti i giorni: il “non futuro” punk era un buco nero di disoccupazione e sfruttamento in cui ci si ritrovava incastrati tutte e tutti. Un’oppressione complessiva e schiacciante, sempre meno luce intorno e sempre meno aria e meno spazio a disposizione. Come in quelle giornate corte d&#8217;inverno, dove il sole è solo una specie di ricordo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>Antimilitarismo, ecologia, repressione, esperienze di autogestione, storia dell&#8217;anarchismo, carceri, nuovi movimenti, femminismo, cinema, liberazione sessuale, anarcosindacalismo: questi sono alcuni dei temi ricorrenti su A/Rivista Anarchica. Fondata nel 1971 in piena campagna contro la “strage di Stato”, A si presenta come una rivista mensile di riflessione sull&#8217;attualità, di analisi delle nuove forme del potere e, per contro, delle tematiche libertarie emergenti. Una voce al di fuori e contro le istituzioni, uno strumento per chi rifiuta la delega e l&#8217;autorità e vuole invece riappropriarsi della propria vita&#8230;”</em><br><br></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Nel 1983 ad Enrico Soresini, un giovane compagno piacentino che frequentava giri punk, venne l&#8217;idea di organizzare un&#8217;iniziativa musicale a sostegno di A/Rivista Anarchica</strong>. Chiese aiuto ad alcuni gruppi attivi all&#8217;epoca, e raccolse le adesioni di quattro: Raw Power (da Poviglio, Reggio Emilia), Rivolta dell&#8217;Odio (Ancona), Rappresaglia (Milano) e Pedago Party (Piacenza) che contribuirono con uno o due pezzi ciascuno. I gruppi partecipanti misero a punto anche una pagina autogestita dell&#8217;allegato stampato al disco, inserendovi testi e grafiche a proprio piacimento. Alla pagina 2 di questo stampato era stata ritagliata e incollata una breve presentazione della A/Rivista di cui ho riportato un estratto poche righe fa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La scelta dei partecipanti era stata secondo me piuttosto azzeccata: solo quattro nomi ma tutti piuttosto in vista nella scena, un misto di voci di città e di provincia, tre del nord e una del centro Italia. Certo, mancava un contributo dal sud e dalle isole maggiori, ma l&#8217;Italia è lunga e larga e non tutto si può e si riesce a fare. Lo stile di ciascun gruppo presente nella raccolta era piuttosto personale: ognuno cercava di distanziarsi dagli stereotipi allora in voga, e anche se i pezzi erano solo un paio offrivano un assaggio caratterizzante e rappresentativo dell&#8217;atmosfera pesa e tesa che i gruppi respiravano a casa propria. Una raccolta fatta bene, con dei ragionamenti dietro e sotto e intorno.</p>



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<iframe title="4 PER A A PER TUTTI  EP 1984" width="1220" height="915" src="https://www.youtube.com/embed/qDP0_qW7XmM?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p class="wp-block-paragraph"><br>Enrico coinvolse nell&#8217;impresa anche dei suoi amici bolognesi, in particolare Jumpy, Laura e Carlo dei Raf Punk, e riuscì a far pubblicare la raccolta in forma di un settepollici dall&#8217;Attack Punk Records per l&#8217;etichetta sorella Totò alle Prese coi Dischi. Il disco venne stampato nel 1984 in un migliaio di copie e messo in vendita nel circuito indipendente e antagonista ad un prezzo massimo imposto di 3,000 lire &#8211; quasi la metà del prezzo richiesto abitualmente nei negozi di allora per un prodotto simile.<br>Le copertine, otto pagine a colori, vennero stampate artigianalmente dai punks bolognesi e fissate alla copertina di carta del disco con un paio di punti metallici. Enrico ed i Raf Punk consegnarono infine alla redazione di A/Rivista Anarchica a Milano un paio di scatoloni di dischi già confezionati, dalla diffusione dei quali la A/Rivista avrebbe potuto trattenere per sé il ricavato.<br><br></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>120 mattonelle sono lo spazio che ci resta<br>le sconfitte sulle spalle<br>è difficile alzare la testa<br>trovate voi il sistema e la giustificazione<br>chi mi ha condannato con la costituzione<br>con la bibbia in mano ed il mitra<br>rafforza le sbarre e la prigione<br>subite anche voi l&#8217;angoscia di non poter urlare<br>il secondino non gradisce, ti potrebbe picchiare<br>non ti resta che creare la tua liberazione<br>ma di speranza si crepa<br>ci vuole decisione<br>lo spazio che ci resta<br>la nostra punizione<br>preparare insieme<br>completa evasione</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">(“Lo spazio che ci resta”, Pedago Party)</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Pedago-Party-1982-1024x768.png" alt="" class="wp-image-36189" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Pedago-Party-1982-1024x768.png 1024w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Pedago-Party-1982-300x225.png 300w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Pedago-Party-1982-768x576.png 768w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Pedago-Party-1982-1536x1152.png 1536w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Pedago-Party-1982-600x450.png 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Pedago-Party-1982.png 1824w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Pedago Party</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Per una parte della redazione l&#8217;iniziativa era stata una sorpresa gradita: Paolo Finzi, la sua compagna Aurora ed alcune e alcuni altri del giro della A/Rivista erano sinceramente incuriositi dal fermento punk, ma altrettanto sinceramente buona parte della redazione ne era schifata e non voleva saperne un cazzo. <strong>All&#8217;inizio anche gli anarchici avevano liquidato il punk come una moda passeggera e dai tratti fascistoidi, ma lentamente in molti s&#8217;erano accorti che non tutta la merda era merda e che in mezzo al letame erano nati e stavano crescendo parecchi fiori.</strong><br>Certo, con certi anarchici c&#8217;erano alcuni seri problemi di comunicazione. Per noi più giovani per quanto fastidioso era abbastanza normale che a un concerto ci fosse gente che sputava addosso a chi suonava &#8211; ma era una pratica diffusa tra i primi punks, quelli della prima ondata che già in molti dicevano/dicevamo fosse morta, adesso succedeva molto più di rado.<br><br>In confronto alla musica suonata negli anni Sessanta e Settanta, saldamente in mano a professionisti virtuosi e resa sempre più complicata e disumana e distante, il punk aveva piazzato al centro dei discorsi la libertà d&#8217;espressione al suo livello massimo: da fatto impensabile era divenuta faccenda tranquilla e condivisibile che ci fosse qualcuno che prendesse una chitarra in mano senza saperla suonare e facesse uscire del rumore dagli amplificatori. Gente così mica si faceva problemi a salire sopra a un palco, e questa era una cosa che faceva inorridire i più vecchi, educati a tutt&#8217;altro approccio al fatto musicale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con certi anarchici più anziani spesso la distanza anagrafica era minima, spesso anche meno di dieci anni, eppure ai nostri occhi e soprattutto alle nostre orecchie sembrava che il Sessantotto che avevano vissuto fosse stata una rivoluzione lontanissima e con una colonna sonora adesso difficilmente comprensibile e del tutto inservibile. Sembrava proprio che nel giro di poche notti il punk fosse riuscito a costruire un muro insormontabile: restava di là la roba improvvisamente diventata vecchia &#8211; i cantautori, il blues, il prog, i dinosauri. Noi di qua del muro: soli e spaesati, a cercare di inventarci cose, a cercare soluzioni originali ma accontentandoci molto spesso di pallide imitazioni d&#8217;Oltremanica e d&#8217;Oltreoceano.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Ecco l&#8217;idiota viene<br>l&#8217;oceano alle spalle<br>la protesi bianca<br>Il vecchio sorride alla folla che bela<br>U.S.A.!<br>U.S.A.!<br>Pericolo rosso<br>correte vassalli a costruire castelli nucleari<br>per difendere le colonie occidentali<br>ora zio Sam combatti da solo<br>i tuoi feudi in macerie<br>stelle e strisce nella nostra vita<br>yankees sconvolti per la nostra morte.</em><br>(“U.S.A.”, Rappresaglia)</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punk in Italia, specialmente nelle città maggiori come Milano, Torino e Bologna aveva assunto caratteri distintivi molto espliciti. Se all&#8217;inizio ci si aggregava per affinità di look e di gusti musicali, si veniva molto presto a scoprire che il punk poteva offrire un&#8217;ottima occasione di sfogo creativo, e che la repressione a casa/a scuola/per strada più che un fatto personale spesso era una realtà comune e condivisa. <strong>In fondo, nessuno voleva consumare la propria giovinezza avvelenandosi in una fabbrica, né finire con l&#8217;ubriacarsi o impasticcarsi tutti i giorni, o passare le serate davanti alla televisione e men che meno ritrovarsi con una siringa piantata nel braccio.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>&#8230;Di che tipo è l&#8217;interessamento che avete voi di A per i punk oggi? mi chiede [Fabio]. Innanzitutto &#8211; gli rispondo (preso un po&#8217; in contropiede) &#8211; vorrei che il mio non fosse un interessamento per i punx, ma per delle singole persone. Francamente il primo approccio alla questione è stato di tipo “esterno”: da militante anarchico sono stato colpito, incuriosito ed interessato a questo “fenomeno” di segno libertario. Poiché si tratta però di un fenomeno anche italiano, anche milanese, poiché ci siamo ritrovati insieme in piazza in alcune manifestazioni e iniziative, allora &#8211; aldilà della curiosità verso un movimento nuovo, diverso e di esplicito segno libertario &#8211; c&#8217;è soprattutto la volontà di conoscere degli individui, che vivono in una certa maniera, che fanno più o meno alcune delle cose che faccio io, che vivono con maggiore coerenza alcune cose, con diversa coerenza altre, che non sentono delle cose che sento io (per esempio il discorso della militanza), eccetera. Più che un interesse generico per i punx, c&#8217;è la voglia di conoscersi meglio con quelli che hanno la stessa volontà. Per quanto poi riguarda quest&#8217;intervista, è naturale che come compagni che da una dozzina d&#8217;anni portiamo avanti una delle pubblicazioni anarchiche, ci sia l&#8217;interesse (al caso un po&#8217; tardivo) a dare spazio ad un modo di essere, di pensare di segno libertario qual è appunto il punk. Non solo pensando alla fascia per così dire libertaria dei nostri lettori, ma anche per quegli anarchici che dei punx anarchici sanno poco o niente&#8230;”.<br></em>(Paolo Finzi, dall&#8217;intervista ai punx del Virus pubblicata su A/Rivista Anarchica, ottobre 1983)</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="677" height="969" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/copertina-A113-1.jpg" alt="" class="wp-image-36182" style="aspect-ratio:0.6986673147810588;width:765px;height:auto" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/copertina-A113-1.jpg 677w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/copertina-A113-1-210x300.jpg 210w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/copertina-A113-1-599x858.jpg 599w" sizes="auto, (max-width: 677px) 100vw, 677px" /><figcaption class="wp-element-caption">Copertina di A/Rivista Anarchica dell&#8217;ottobre 1983</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Un giorno quelli di A/Rivista Anarchica avevano chiesto un incontro agli anarcopunks del Virus. Tra anarchici e punks allora quasi neanche ci si parlava e, peggio, che ci fosse un qualche contatto e che si iniziasse a stabilire un qualche dialogo sembrava non gliene fregasse un cazzo a nessuno &#8211; soprattutto ai punks. C&#8217;erano da attraversare mari tempestosi di diffidenza a bordo di zattere improvvisate che avevano un carico di ben poca curiosità reciproca. Se avete voglia di leggere e riflettere, <a href="https://www.arivista.org/?nr=113&amp;pag=113_04.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">fate un salto all&#8217;archivio online di A/Rivista Anarchica e puntate il mouse sul numero 113, ottobre 1983: a pagina 8 c&#8217;è il resoconto sbobinato di quell&#8217;incontro a Milano.</a><br>Si capisce molto presto che, nonostante le parole che uscivano a fiotti e spesso si sovrapponevano, nessuno dei punks aveva davvero voglia di raccontarsi, di parlare veramente di sé, di aprirsi. E&#8217; proprio in questo senso che l&#8217;iniziativa di Enrico, dei gruppi partecipanti e dei punks bolognesi è stata un gesto atipico: veniva a frantumare la logica della contrapposizione. Era una mano da stringere, un sorriso, un abbraccio fra gente che era differente sì e che lo sapeva bene, ma che comunque si considerava anarchica.<br><br>Ricordo le perplessità di Paolo Finzi, che pur felice della temporanea invasione punk della redazione non era abituato a queste pratiche e francamente non se la sentiva di proporre l&#8217;ascolto, figuriamoci l&#8217;acquisto, di quel disco così distante dal suo mondo sonoro ai vecchi compagni che frequentavano il Ponte della Ghisolfa, il Centro Studi Libertari, la sede della A/Rivista ed altri abituali luoghi d&#8217;incontro anarchici allora aperti a Milano. Erano certi vecchi compagni che non andavano più in là di Pietro Gori, dei canti della guerra di Spagna, di Georges Brassens e di Fabrizio de André. Erano certi vecchi compagni che quando ho iniziato a partecipare alle riunioni della redazione alzavano il sopracciglio alla vista delle mie magliette così poco sobrie oppure accorgendosi del mio piercing all&#8217;orecchio, allora una cosa davvero inusuale, e <strong>si mettevano in allarme al sentirmi citare più spesso i Crass che non Errico Malatesta</strong>. Parentesi: negli anni di vecchi compagni così ne ho incontrati a dozzine, e devo dire mi fa un po&#8217; impressione ritrovarmi adesso con quasi settant&#8217;anni addosso quando c&#8217;è qualcuno nato dopo che chiama “vecchio compagno” me, e succede spesso. Chiusa parentesi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>No all&#8217;istituzione<br>Rifiuta ogni legame<br>Non è marcia solo la stanza dei bottoni<br>I maiali sono ovunque<br>Le mura sono forti e le mangiatoie tante<br>Ma anche i maiali muoiono<br>Anche le mura cadono<br>Vendi cara la tua vita<br>Rifiuta ogni legame<br></em>(“Fuck authority”, Raw Power)</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Raw-Power-foto-di-Marino-Batini-dallarchivio-di-Andrea-Pippo-Penco-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-36185" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Raw-Power-foto-di-Marino-Batini-dallarchivio-di-Andrea-Pippo-Penco-1024x683.jpg 1024w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Raw-Power-foto-di-Marino-Batini-dallarchivio-di-Andrea-Pippo-Penco-768x512.jpg 768w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Raw-Power-foto-di-Marino-Batini-dallarchivio-di-Andrea-Pippo-Penco-300x200.jpg 300w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Raw-Power-foto-di-Marino-Batini-dallarchivio-di-Andrea-Pippo-Penco-600x400.jpg 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Raw-Power-foto-di-Marino-Batini-dallarchivio-di-Andrea-Pippo-Penco.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Raw Power &#8211; foto di Marino Batini, dall’archivio di Andrea “Pippo” Penco</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Anch&#8217;io come Enrico, come Laura, Jumpy e Carlo dei Raf Punk avevo vent’anni negli anni Settanta/Ottanta del secolo scorso. Ascoltavo anarcopunk, è vero, ma anche molte altre cose: l&#8217;aver frequentato una radio libera e degli anarchici sin da quando ero un teenager mi aveva acceso parecchie curiosità in testa e allargato gli orizzonti. In una parola, a me piaceva ascoltare musica &#8211; preferibilmente senza etichette appiccicate addosso, meglio ancora se ci trovavo dentro dell&#8217;ispirazione e del movimento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al ritorno dal mio primo viaggio a Londra avevo coinvolto un bel po&#8217; dei miei amici e compagni nel progetto di una fanzine. I nostri sforzi avevano attirato l&#8217;attenzione di Rockerilla, una rivista musicale allora assai influente e diffusa, che aveva proposto a un paio di noi di collaborare.<br>All&#8217;inizio di dicembre 1983 era arrivata a casa mia una lettera di Paolo Finzi: gli erano state segnalate delle cose scritte da me su Rockerilla &#8211; con cui la A/Rivista Anarchica al tempo faceva scambi di spazi pubblicitari. Per conto di quel giornale avevo avvicinato e intervistato gruppi anarcopunk inglesi come Omega Tribe e Poison Girls e gli americani Millions of Dead Cops. Quello che scrivevo lo aveva incuriosito: Paolo voleva conoscermi e mi chiedeva di partecipare a una riunione della redazione che si sarebbe tenuta a Milano prima di natale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Io ero solo un fanzinaro, uno da poco, un emarginato che dalla nascita frequentava periferie e bassifondi: davvero interessavano a un giornale anarchico serio e solido come la A/Rivista le cose che immaginavo e che scrivevo? Ma dai. Non mi sembrava vero: si stava avverando un sogno. Compravo abbastanza regolarmente la A/Rivista già da qualche anno: la vedevo in vetrina quando a Venezia sulla strada da piazzale Roma verso l’università passavo davanti a Utopia2, libreria anarchica per me diventata presto un riparo dal resto del mondo. La A/Rivista era per me una fonte di notizie e informazioni importante, ma i punks e parecchi dei miei compagni invece non la leggevano perché non gliene fregava niente: dai punks più intransigenti era addirittura considerata un “organo di propaganda degli anarchici tradizionalisti”, frase che non sono davvero mai riuscito a tradurre in un qualchecosa a me comprensibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br><em>La terra su cui stai camminando<br>La terra su cui stai vivendo<br>Non potrà ancora per molto sopportare il peso della nostra stupidità<br>Il peso di animali morti per capriccio<br>Il peso di centrali imposte per il volere di pochi<br>Il peso dell&#8217;infinito egoismo della superbia umana<br>L&#8217;ultimo sacrificio si sta compiendo sotto i nostri piedi<br>Davanti ai nostri occhi<br>Ma sembra che il lamento di morte della terra sia troppo debole<br>per arrivare a coprire lo sparo di un cacciatore.<br></em>(“La danza del sangue”, Rivolta dell&#8217;Odio)</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="500" height="261" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Rivolta-dellOdio.jpg" alt="" class="wp-image-36184" style="width:830px;height:auto" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Rivolta-dellOdio.jpg 500w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Rivolta-dellOdio-300x157.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px" /><figcaption class="wp-element-caption">Rivolta Dell&#8217;Odio</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Parto da Mestre la mattina molto presto, arrivo in stazione Centrale e prendo la metro. Mi presento in via Rovetta bello nervoso ma deciso, parliamo a lungo con Paolo e gli spiego il mio sogno: avrei voluto non dico scavalcare, non dico buttare giù, ma almeno provare a fare un buco su quel muro che divideva gli anarchici dai punks. <strong>Desideravo mettere in una qualche comunicazione chi suona e chi ragiona</strong>, accendere una qualche curiosità reciproca, provare a far incontrare e magari cortocircuitare la musica e le idee. In redazione oltre a Paolo c&#8217;erano la sua compagna Aurora Failla, Franco Pasello, Luciano Lanza, Fausta Bizzozzero, Maria Teresa Romiti ed altre ed altri di cui onestamente non ricordo il nome e le facce. Compagne e compagni anarchici tutti più vecchi di me che con i miei giri fatti di sbando e chitarre e amplificatori non avevano nulla a che fare, ma che si mostravano curiosi di me, aperti ai miei ragionamenti storti fatti senza avere quel minimo sindacale di infarinatura storica. In poche parole, erano rispettosi del mio modo di leggere le cose e non mi consideravano un caso da studiare. Erano tutti più cauti nei confronti del mondo e con esperienze dirette di repressione ben più consistenti della mia e di quella dei miei amici: noi avevamo una storia breve di concerti, raduni e sassaiole, loro invece un’esperienza pesante di perquisizioni pretestuose basate sul nulla e minacce di questura, quando non fossero accuse infamanti per attentati mai commessi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Ho imparato molto presto ad amare quelle compagne e quei compagni. Ho collaborato costantemente con la A/Rivista Anarchica da allora fino all’ultima uscita dell’estate 2020 &#8211; per 37 anni. Presentarmi presso una libreria o una sede anarchica mostrando una copia della rivista con dentro qualche cosa scritta da me mi ha aperto porte, procurato affetto e sorrisi, aiutato a trovare cibo e riparo, fatto costruire amicizie stabili.<br>Grazie ad A/Rivista Anarchica ho potuto incontrare tante persone, conoscerle e imparare un sacco di cose. Proprio come Enrico ed i punks bolognesi per sostenere la A/Rivista mi sono improvvisato produttore ed editore discografico, e nei miei deliri ho trascinato amici e compagni, anche gente non anarchica, e con il loro aiuto nel corso degli anni ho rastrellato anche somme consistenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’ero anch’io a Napoli settembre 1991 al concerto di Fabrizio de Andrè a sostegno di A/Rivista Anarchica e Umanità Nova. C&#8217;ero anch&#8217;io ottobre 1984 al Convegno Internazionale anarchico a Venezia. C&#8217;ero anch&#8217;io 2015 alle Cucine del Popolo a Massenzatico a festeggiare l&#8217;uscita del numero 400. C’ero anch’io, con una copia di A/Rivista in mano, ad ascoltare più volte Paolo Finzi parlare del suo amico Faber assieme a Fernanda Pivano, Andrea Gallo, Mauro Pagani, Piero Milesi, Franco Fabbri, Alessio Lega, Dori Ghezzi e cento altre voci ancora &#8211; tutte impegnate a resistere, a opporsi al silenzio, a non dimenticare.<br>A/Rivista Anarchica mi ha dato l’opportunità di aggiungere a queste la mia voce e il mio rumore. Ho manifestato con l’A cerchiata addosso ogni volta che ho potuto e, senza che nessuno vedesse, mi sono disperato quando non potevo esserci.<br>Con la morte di Paolo, oltre che perdere un compagno ed un amico carissimo mi sono improvvisamente ritrovato senza la A/Rivista Anarchica. Neanche provo a raccontarvi del mio smarrimento: è stato come perdere un fratello maggiore e, insieme a lui, la strada per ritrovare il mio posto nel mondo. Anche Aurora, gravemente malata, se n&#8217;è andata l&#8217;anno scorso. Due ferite da cui non sono ancora riuscito, e non so se riuscirò, a guarire. <strong>Però, credetemi, è stato bello passarci attraverso. E&#8217; stato bello esserci dentro. Ve lo dico col cuore stretto tra le mani.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Marco Pandin<br>stella_nera@tin.it</p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-2 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="839" height="1024" data-id="36192" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-2-839x1024.jpg" alt="" class="wp-image-36192" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-2-839x1024.jpg 839w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-2-246x300.jpg 246w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-2-768x937.jpg 768w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-2-1258x1536.jpg 1258w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-2-600x732.jpg 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-2.jpg 1401w" sizes="auto, (max-width: 839px) 100vw, 839px" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="296" height="538" data-id="36191" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-3.jpg" alt="" class="wp-image-36191" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-3.jpg 296w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-3-165x300.jpg 165w" sizes="auto, (max-width: 296px) 100vw, 296px" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="752" data-id="36193" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-4-1024x752.jpg" alt="" class="wp-image-36193" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-4-1024x752.jpg 1024w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-4-768x564.jpg 768w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-4-300x220.jpg 300w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-4-1536x1128.jpg 1536w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-4-599x440.jpg 599w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-4.jpg 1740w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
<figcaption class="blocks-gallery-caption wp-element-caption">Queste foto, come l&#8217;immagine di copertina dell&#8217;articolo sono tratte da A/Rivista Anarchica dell&#8217;ottobre 1983</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Ritorna il Podcast Lost Sounds &#8211; Ascolta la puntata 8</title>
		<link>https://radiopunk.it/podcast-lost-sounds-puntata-8/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Zoe]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Oct 2026 09:04:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Siamo incredibilmente arrivat* alla puntata 8 e ancor più incredibilmente la banda di Lost Sounds è riuscita ad essere costante dopo la pausa estiva, pazzesco!Inutile dilungarci, vi lasciamo alle chiacchiere e alla selezione musicale di questo mese, buon ascolto! Conduce approssimativamente e senza professionalità: Alberto FlamingoAlla regia: Emanuela FantiniDisturbano: Mitch, Alessandro Zito Online come sempre &#8230;</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Siamo incredibilmente arrivat* alla puntata 8 e ancor più incredibilmente la banda di Lost Sounds è riuscita ad essere costante dopo la pausa estiva, pazzesco!<br>Inutile dilungarci, vi lasciamo alle chiacchiere e alla selezione musicale di questo mese, buon ascolto!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Conduce approssimativamente e senza professionalità: <strong>Alberto Flamingo</strong><br>Alla regia: <strong>Emanuela Fantini</strong><br>Disturbano: <strong>Mitch, Alessandro Zito</strong> </p>



<iframe loading="lazy" width="100%" height="120" src="https://player-widget.mixcloud.com/widget/iframe/?hide_cover=1&#038;feed=%2FMetrodoraSound%2Flost-sounds-puntata-08%2F&#038;utm_medium=share&#038;utm_source=embed&#038;utm_content=show&#038;utm_term=ZmM1M2IzMDJfYzM2YV80YWY4X2I5YTJfMDRjM2ExYzQ3YTEx" frameborder="0" allow="encrypted-media; fullscreen; autoplay; idle-detection; speaker-selection; web-share;" ></iframe>



<p class="wp-block-paragraph">Online come sempre sul nostro sito e su <a href="http://metrodora.net/">Metrodora.net</a></p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Scaletta ottavo episodio:</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Buzztone</strong> – Throwing stones (UK 2000)<br><strong>Big Paws</strong> – Backpack (Italy 2026)<br><strong>NØ Man</strong> – Zoo (USA 2026)<br><strong>Parking</strong> – Statements (USA 2024)<br><strong>Powerplant</strong> – Bridge of sacrifice (UKR 2026)<br><strong>Prisonnier du Temps</strong> – Dernier regard (FRA 2026)<br><strong>Ruckus</strong> – Pocket full of cash (USA 2026)<br><strong>siyakhal</strong> – Anarchy in Iran (CAN 2026)<br><strong>The</strong> <strong>Slurmies</strong> – Goddamn you (ITA 2026)<br><strong>Split System</strong> – No cops in heaven (AUS 2025)</p>
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		<title>Ascolta la settima puntata del podcast Lost Sounds!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[radiopunkts]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 May 2026 08:45:50 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Online la settima puntata di Lost Sounds, podcast mensile Settima puntata di Lost Sounds, podcast ascoltabile online come sempre sul nostro sito e su Metrodora.net. In questa puntata i nostri eroi non fanno altro che rimarcare la mediocrità dell&#8217;episodio, sentirete pubblicizzare un concerto che mentre va in onda la puntata si è già svolto, ma anche &#8230;</p>
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<h2 class="wp-block-heading">Online la settima puntata di Lost Sounds, podcast mensile</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Settima puntata di Lost Sounds, podcast ascoltabile online come sempre sul nostro sito e su <a href="http://metrodora.net/">Metrodora.net</a>. <strong>In questa puntata i nostri eroi non fanno altro che rimarcare la mediocrità dell&#8217;episodio, sentirete pubblicizzare un concerto che mentre va in onda la puntata si è già svolto, ma anche diversi aneddoti, uno su tutti quello sui <a href="https://www.discogs.com/it/artist/1408132-Death-8">Death</a></strong>. Inoltre oggi c&#8217;è un&#8217;incredibile novità: in studio con questo sciagurato team, la mascotte di Diyno Mixtape. Potete ammirarla qui sotto&#8230;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/05/image-819x1024.png" alt="" class="wp-image-35250"/></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Come sempre <strong>conduzione di Alberto Flamingo, Regia di Emanuela Fantini e oggi a disturbare c&#8217;è solo Mitch.</strong> La mancanza di Fausto Curcio o meglio del vino che porta Fausto si sente, perchè i nostri oggi sono purtroppo piuttosto sobri e ricordano moltissimo quel personaggio di Friends, <a href="https://www.imdb.com/it/title/tt0583567/?ref_=ttch_ov_i">Bobby il Buffo</a> che quando smette di bere è noioso da far schifo. Ci auspichiamo quanto prima il ritorno del vino&#8230;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br><strong><em>Scaletta settimo episodio:<br></em></strong><br><strong>The Gee Strings</strong>&nbsp;– Snuff Fiction (Germany 2002)<br><strong>Ruines&nbsp;</strong>– Agua (Chile 2024)<br><strong>Guitar Wolf</strong>&nbsp;– Kawasaki ZII 750 Rock’n’roll (Jap 1997)<br><strong>Heavy Metal Kids</strong>&nbsp;– Delirious (UK 1975)<br><strong>Leuzemia&nbsp;</strong>– Astalculo (Perù 1985)<br><strong>Death&nbsp;</strong>– Keep on Knocking (USA 1975)<br><strong>Choncy&nbsp;</strong>-Dressing the Part (USA 2026) (<a href="https://www.radiopunk.it/25/diyno-mixtape-aprile-2026/">Diyno Mixtape</a>)<br><strong>Duncan Redmonds</strong>&nbsp;– Keep Tryin’ (UK 2026)<br><strong>Drakulas&nbsp;</strong>– Neon Town (USA 2026)<br><strong>Plakkaggio&nbsp;</strong>– Missione Disagio (ITA 2015)</p>



<p class="wp-block-paragraph">Buon ascolto, ci vuole davvero coraggio per ascoltare questa puntata&#8230;</p>



<iframe loading="lazy" width="100%" height="120" src="https://player-widget.mixcloud.com/widget/iframe/?hide_cover=1&#038;feed=%2FMetrodoraSound%2Flost-sounds-puntata-07%2F" frameborder="0" allow="encrypted-media; fullscreen; autoplay; idle-detection; speaker-selection; web-share;" ></iframe>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Ascolta la seconda puntata del programma radio / podcast Lost Sounds!</title>
		<link>https://radiopunk.it/seconda-puntata-di-lost-sounds-programma-radio-condotto-da-albe-e-emi-di-flamingo-records-in-onda-sul-nostro-sito-e-su-quello-di-metrodora/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Zoe]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 May 2026 11:00:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lost Sounds]]></category>
		<category><![CDATA[garage punk]]></category>
		<category><![CDATA[hardcore punk]]></category>
		<category><![CDATA[novità musicali]]></category>
		<category><![CDATA[podcast]]></category>
		<category><![CDATA[Punk rock]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Online la seconda puntata di Lost Sounds, programma radio / podcast mensile Secondo scintillante episodio di&#160;Lost Sounds, il programma mensile di&#160;Metrodora&#160;e Radio Punk dedicato alle sonorità ’77, garage e hardcore.Ogni mese si parla delle nuove uscite, si sputtana qualcuno e non ci si prende sul serio.Episodio rigorosamente non natalizio, sempre improntato sulla scoperta di ciò &#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://radiopunk.it/seconda-puntata-di-lost-sounds-programma-radio-condotto-da-albe-e-emi-di-flamingo-records-in-onda-sul-nostro-sito-e-su-quello-di-metrodora/">Ascolta la seconda puntata del programma radio / podcast Lost Sounds!</a> proviene da <a href="https://radiopunk.it">Radio Punk</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Online la seconda puntata di Lost Sounds, programma radio / podcast mensile</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Secondo scintillante episodio di&nbsp;<a href="https://radiopunk.it/lost-sounds-podcast-mensile/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Lost Sounds</a>, il programma mensile di&nbsp;<a href="http://metrodora.net/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Metrodora</a>&nbsp;e Radio Punk dedicato alle sonorità ’77, garage e hardcore.<br>Ogni mese si parla delle nuove uscite, si sputtana qualcuno e non ci si prende sul serio.<br>Episodio rigorosamente non natalizio, sempre improntato sulla scoperta di ciò che succede nell’universo della musica punk.<br>Emi e Albe&nbsp;<a href="https://radiopunk.it/punk-radar-flamingo-records-genova/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Flamingo</a>&nbsp;rispettivamente alla Regia e alla conduzione. In studio sono presenti Big Paws a disturbare senza uno scopo preciso.<br><strong>In scaletta, oltre alle idiozie dette, anche un po’ di musica:</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Imploders – Brute Force<br>Gentleman Jesse – I don’t wanna Know (where you been tonight)<br>Hi Standard – Moon<br>Electric Prawns 2 – Heart like a Shark<br>Night Court – Late for dinner<br>Radioactivity – Time wont bring me down<br>Faulty Cognitions – Worse than any bomb<br>Quasi Buio – Quanto Basta (consiglio tratto da&nbsp;<a href="https://radiopunk.it/diyno-mixtape-novembre-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Diyno Mixtape di Novembre)</a><br>Militarie Gun – Fill Me with Paint<br>Cocks – Born&nbsp;in&nbsp;the&nbsp;90’s</p>



<p class="wp-block-paragraph">News, chiacchiere da bar e pochissima professionalità!&nbsp;<strong>Buon ascolto!</strong></p>



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		<title>Ascolta la sesta puntata del podcast Lost Sounds!</title>
		<link>https://radiopunk.it/sesta-puntata-podcast-lost-sounds/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[radiopunkts]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Apr 2026 09:42:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lost Sounds]]></category>
		<category><![CDATA[garage punk]]></category>
		<category><![CDATA[hardcore punk]]></category>
		<category><![CDATA[novità musicali]]></category>
		<category><![CDATA[podcast]]></category>
		<category><![CDATA[Punk rock]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Online la sesta puntata di Lost Sounds, podcast mensile Sesta puntata di Lost Sounds, il podcast che va in onda mensilmente su Metrodora e qui sul nostro sito. Una carrellata di punk e garage presentato approssimativamente e senza professionalità. Conduce Albe FlamingoRegia Emanuela FantiniDisturbatori: Mitch e Fausto Curcio Scaletta sesto episodio: The Beltones – Week XCOMM – Borrowed happiness No!se – Mindful &#8230;</p>
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<h2 class="wp-block-heading">Online la sesta puntata di Lost Sounds, podcast mensile</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Sesta puntata di <a href="https://www.radiopunk.it/25/lost-sounds-podcast-mensile/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Lost Sounds</a>, il podcast che va in onda mensilmente su <a href="http://metrodora.net/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Metrodora</a> e qui sul nostro sito. Una carrellata di punk e garage presentato approssimativamente e senza professionalità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Conduce <strong>Albe Flamingo</strong><br>Regia <strong>Emanuela Fantini</strong><br>Disturbatori:<strong><strong> Mitch </strong>e <strong>Fausto Curcio</strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Scaletta sesto episodio:</em></strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>The Beltones</strong> – Week</li>



<li><strong>XCOMM</strong> – Borrowed happiness</li>



<li><strong>No!se </strong>– Mindful confident</li>



<li><strong>Dry Socket</strong> – The chop</li>



<li><strong>Poison Ruin </strong>– Standoff</li>



<li><strong>P.I.G. </strong>– ICE Agent Herdandez (<a href="https://www.radiopunk.it/25/diyno-mixtape-marzo-2026/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Diyno Mixtape</a>)</li>



<li><strong>Bleakness </strong>– Dead of the night</li>



<li><strong>Grade 2</strong> – Better today</li>



<li><strong>Dead Pioneers</strong> – Nazi teeth</li>



<li><strong>Station Model Violence</strong> – Heat</li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph">Buon ascolto!</p>



<iframe loading="lazy" width="100%" height="120" src="https://player-widget.mixcloud.com/widget/iframe/?hide_cover=1&#038;feed=%2FMetrodoraSound%2Flost-sounds-puntata-06%2F" frameborder="0" allow="encrypted-media; fullscreen; autoplay; idle-detection; speaker-selection; web-share;" ></iframe>
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		<title>Ascolta la quinta puntata del podcast Lost Sounds!</title>
		<link>https://radiopunk.it/ascolta-la-quinta-puntata-del-podcast-lost-sounds/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Zoe]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Mar 2026 09:48:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lost Sounds]]></category>
		<category><![CDATA[garage punk]]></category>
		<category><![CDATA[hardcore punk]]></category>
		<category><![CDATA[novità musicali]]></category>
		<category><![CDATA[podcast]]></category>
		<category><![CDATA[Punk rock]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Online la quinta puntata di Lost Sounds, podcast mensile Quinta puntata di Lost Sounds, il podcast che va in onda mensilmente su&#160;Metrodora&#160;e qui sul nostro sito. Una carrellata di punk e garage presentato approssimativamente e senza professionalità. Conduce Albe FlamingoRegia Emanuela FantiniDisturbano Emma,&#160;Mitch&#160;e&#160;Fausto Curcio Scaletta quinto episodio:Drug Church – PynchSick Shooters – Heartbreaker SoulshakerSincere Engineer – CoolerZikin – Atzeratze &#8230;</p>
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<h2 class="wp-block-heading">Online la quinta puntata di Lost Sounds, podcast mensile</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Quinta puntata di <a href="https://www.radiopunk.it/25/lost-sounds-podcast-mensile/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Lost Sounds</a>, il podcast che va in onda mensilmente su&nbsp;<a href="http://metrodora.net/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Metrodora</a>&nbsp;e qui sul nostro sito. Una carrellata di punk e garage presentato approssimativamente e senza professionalità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Conduce <strong>Albe Flamingo</strong><br>Regia <strong>Emanuela Fantini</strong><br>Disturbano <strong><strong>Emma</strong>,&nbsp;<strong>Mitch&nbsp;</strong>e&nbsp;<strong>Fausto Curcio</strong></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Scaletta quinto episodio:<br><br><strong>Drug Church</strong> – Pynch<br><strong>Sick Shooters</strong> – Heartbreaker Soulshaker<br><strong>Sincere Engineer </strong>– Cooler<br><strong>Zikin </strong>– Atzeratze Azeleraua<br><strong>Twisted Teen </strong>– When the wire get cut<br><strong>Fucktotum </strong>– Scampagnate finite in tragedia <br><strong>Hans Gruber and the Die Hards </strong>– Chambacú (<a href="https://www.radiopunk.it/25/diyno-mixtape-febbraio-2026/">Diyno Mixtape</a>)<br><strong>Nightwatchers </strong>– Malemort<br><strong>The Dictators</strong> – Who will save rock’n’roll</p>



<p class="wp-block-paragraph">Intervista ai <a href="https://quasibuio.bandcamp.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Quasi Buio</a> di Zoe Radio Punk.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Buon ascolto.</p>



<iframe loading="lazy" width="100%" height="120" src="https://player-widget.mixcloud.com/widget/iframe/?hide_cover=1&#038;feed=%2FMetrodoraSound%2Flost-sounds-puntata-05%2F" frameborder="0" allow="encrypted-media; fullscreen; autoplay; idle-detection; speaker-selection; web-share;" ></iframe>
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		<title>Crass &#8211; The Sound Of Free Speech</title>
		<link>https://radiopunk.it/crass-the-sound-of-free-speech/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Miss-I]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 10:59:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Anarcopunk]]></category>
		<category><![CDATA[Crass]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Pandin]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il suono della libertà di parola “&#8230;Bene, signori e signore, sono l&#8217;ispettore Savage di Scotland Yard e questo è il detective White. Siamo qui oggi per farvi delle domande riguardo ad alcune segnalazioni che abbiamo ricevuto. Io vi farò le domande e il mio collega si appunterà le risposte. Siete consapevoli di aver ricevuto una &#8230;</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il suono della libertà di parola</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>&#8230;Bene, signori e signore, sono l&#8217;ispettore Savage di Scotland Yard e questo è il detective White. Siamo qui oggi per farvi delle domande riguardo ad alcune segnalazioni che abbiamo ricevuto. Io vi farò le domande e il mio collega si appunterà le risposte. Siete consapevoli di aver ricevuto una diffida? Prima di tutto, vorrei che identificaste questo disco&#8230;”</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">(registrazione originale, in “The sound of free speech”)</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br><strong>Dalla metà di dicembre 2025, con il sostegno di Streeen, sto dando una mano al regista Brandon Spivey per far girare nel nostro paese il suo primo lavoro “Crass &#8211; The sound of free speech”. Vado a presentarlo in centri sociali, sedi anarchiche e sale gestite da piccole associazioni culturali</strong>. A ridosso dell&#8217;uscita in Inghilterra e dopo la partecipazione al SeeYouSound Festival il docufilm era stato reso disponibile in streaming presso <a href="http://www.streeen.org/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">www.streeen.org</a> (dov&#8217;è tuttora reperibile), ma più che un&#8217;opera da consumare da soli davanti a uno schermo televisivo trovo possa essere un&#8217;ottima occasione per uscire, ritrovarsi insieme e insieme farsi un&#8217;idea, e per parlare, per confrontarsi e ragionare. Per poter parlare di persona senza filtri o supporti tecnologici, guardandosi in faccia come si faceva una volta, quando dei Crass uscivano dischi che si faceva fatica a trovare nei negozi e quando i loro concerti (organizzati in forma cauta e poco pubblicizzati, quando non sotto falso nome) si tenevano in posti improbabili o per noi molto difficilmente raggiungibili. Quando non c&#8217;erano né telefonini né internet.<br><strong>Nel corso di questi incontri cerco di raccontare come ho avvicinato il gruppo, dapprima tramite lettera e telefono e poi con visite reciproche</strong>. Ho chiamato questi incontri “chiacchierate” con il preciso scopo di non offrire delle conferenze quanto piuttosto di organizzare degli scambi &#8211; sono convinto di avere ancora molto da imparare.<br><strong>Occupato a costruire tutt&#8217;altro che un documento celebrativo sui Crass, nel film il regista si sofferma a raccontare la storia del loro esordio e soprattutto della censura e delle ritorsioni di cui si ritrovarono vittime.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>&#8230;Eravamo bambini della classe operaia del nord quando nacque il punk. Non conoscevamo nessun passo della bibbia, ma sapevamo ogni singola parola di &#8220;Kill&#8221; degli Alberto y Lost Trios Paranoias dall&#8217;EP “Snuff rock”&#8230; Di punto in bianco uscì un disco che lasciò molti di noi senza parole. La prima volta che ascoltai i Crass, tutto il resto sembrò scomparire. Questo crudo e intransigente insieme di suoni, arte e sonorità rubò la scena. Sentii Steve Ignorant dire: &#8220;Per i sovrani del paese siamo tutti solo dei negri&#8221;, e smisi di essere carne da macello per il National Front&#8230;”</em><br>(Brandon Spivey, in “The sound of free speech”)</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>I Crass furono spinti tra le braccia del punk dopo che il diciannovenne Steve Ignorant assistette a uno dei primi concerti dei Clash e ne venne ispirato. Attorno a lui si raccolse una manciata improbabile di non-musicisti, tutti più vecchi di lui, che si ritrovarono presto ad essere gli antagonisti naturali dei gruppi punk “ufficiali” identificati come tali dai mass media, nonché degli “anarchici” Sex Pistols: si erano resi conto che non serviva a niente sbandierare dal palco e dai solchi dei dischi un&#8217;anarchia che non fosse stata realmente costruita, praticata e vissuta.</strong><br>Nel periodo dal 1977 al 1984 i Crass sono stati la stella cometa del rock politico più estremo. Difficili da costringere entro definizioni di “genere musicale” (è punk il loro? O è piuttosto musica d’avanguardia?), hanno sempre agito a sorpresa, al di sopra e al di fuori di qualsiasi schema concettuale preesistente caratterizzando la loro attività, più che in senso strettamente musicale, in un più ampio ambito culturale e politico, nuovo e rivoluzionario, anarchico e pacifista. Le loro strategie di diffusione (bassi prezzi di vendita, diffusione militante e creazione di reti solidali, autogestione rigorosa ed assoluta mancanza di compromessi) crearono parecchie difficoltà all&#8217;industria musicale ed all&#8217;establishment. Nonostante il bando dalla radiotelevisione pubblica e l&#8217;impossibilità di accedere al circuito delle sale da concerto, nel corso della loro attività i Crass vendettero centinaia di migliaia di copie dei loro dischi senza mai finire in classifica. Essi condivisero il periodo storico di Clash, Sham 69, Scritti Politti e Jam, gruppi musicali britannici dei quali è ben noto l’impegno politico, ma furono praticamente i soli a ritrovarsi sulla barricata fotografati dalla polizia coi sassi in mano, i soli ad essere sorpresi a lanciare merda verso la bella faccia del primo ministro, i soli a non rassegnarsi al silenzio e a disertare la chiamata alla guerra.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Allora come oggi, a oltre quarant&#8217;anni dallo scioglimento, il gruppo viene considerato come il principale ispiratore dell’anarcopunk e del DIY in Europa, e non solo. Un collettivo senza alcun leader</strong>: non furono solo un semplice gruppo musicale, e furono tutt’altro che un semplice gruppo musicale. Infatti, oltre che nella plastica dei dischi e sui palchi dei concerti &#8211; trasformati costantemente in iniziative a beneficio di progetti a sfondo sociale ed antagonista &#8211; l’opera dei Crass è dentro a numerosi opuscoli e volantini, nelle manifestazioni di protesta spontanee e mai autorizzate, nell’occupazione abusiva degli spazi inutilizzati, nelle clamorose imprese di sabotaggio tecnico ed intellettuale, nell’agitazione senza compromessi e nella protesta improvvisa ed improvvisata, incontrollata ed incontrollabile. I Crass sono stati una fonte di ispirazione per tante ragazze e ragazzi che vivevano i loro vent&#8217;anni sotto la minaccia della guerra nucleare in Europa. Sono stati una delle mille facce del cortocircuito imprevisto ed incendiario tra punk ed anarchia. Un&#8217;altra ne sono io che sto scrivendo di loro qui. Un&#8217;altra sei tu, che stai leggendo adesso.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>Sì, è vero: il punk è morto</em><br><em>Era solo un prodotto a basso prezzo per la testa dei consumatori</em><br><em>Gomme da masticare rock su radioline di plastica</em><br><em>Agitazione scolastica promossa dall’industria del divertimento</em><br><em>La CBS lancia sul mercato i Clash ma non è rivoluzione, è solo per i soldi</em><br><em>Il punk è diventato una moda proprio com’era successo agli hippy</em><br><em>E non ha più niente a che fare con te e con me&#8230;</em><br>(Crass, “Punk is dead”, 1978)</p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Periferia nord di Londra, verso la metà degli anni Sessanta. La storia inizia a Dial House, una ex-centrale telefonica in disuso, un posto abbandonato perso nella campagna inglese e difficilmente raggiungibile dai mezzi pubblici, che alcuni hippies usciti dalla scuola d&#8217;arte avevano preso in affitto e si erano impegnati a ristrutturare. La casa era posta al centro di un piccolo appezzamento verde nei pressi della foresta di Epping, ed era presto stata invasa pacificamente da una piccola folla variabile e colorata. Dieci anni dopo, il vomito punk schizzava sulle pagine dei giornali inglesi col messaggio “fatelo da soli”.</strong><br>Jeremy John Ratter, soprannominato Penny Rimbaud, e Steve “Ignorant” Williams, nonostante i quattordici anni di differenza anagrafica erano accomunati dalla viscerale avversione alla società borghese e dalla curiosità per Johnny Rotten. Il primo, classe 1943, era un poeta hippy che aveva frequentato, invece che la swinging London modaiola, il giro degli emarginati dei free festival di Stonehenge e di Windsor Park. Lui e la sua amica Gee Vaucher avevano visto spegnersi poco prima Philip Russell, conosciuto nel giro hippie come Wally Hope, spirito libero e anche lui co-fondatore di Dial House, suicidato dal trattamento sanitario obbligatorio perché a un controllo di polizia risultò già schedato e gli trovarono addosso tre pastiglie d’acido lisergico &#8211; che con ogni probabilità gli erano state infilate in tasca da un agente.<br>Steve era cresciuto in una famiglia problematica e si trovava in traiettoria d&#8217;uscita da un&#8217;adolescenza sbandata. Un ragazzo carico di inquietudine che si metteva troppe domande e aveva fretta, fame ed urgenza di risposte: gironzolava attorno a Dial House e ogni tanto si fermava a chiacchierare con Penny.<br>Steve aveva assistito a uno dei primissimi concerti dei Clash e ne era rimasto folgorato. Un giorno lui e Penny si ritrovarono l’uno seduto dietro una batteria raccogliticcia a pestare sui tamburi e l’altro a urlare dentro un microfono la rabbia, la frustrazione e la non rassegnazione dei suoi vent’anni scarsi in un gruppo aperto, le cui prove in una stanza lì alla open house erano, citando Penny, delle “riunioni agitate che invariabilmente degradavano a poco più che festini di ubriachi”.<br>I progetti d’allora non erano per certo chiari. Per accompagnare i due nei loro deliri in sala prove, Pete Wright si ritrovò un giorno a staccare il suo vecchio basso elettrico dal chiodo. Nel gruppo vennero coinvolte anche Bronwyn, che abitava nelle vicinanze (cantante, adottò il nome di Eve Libertine) e Joy, anche lei a cantare. Alle chitarre prima Steve Herman, poi Phil Free (il compagno di Joy) e Andy Palmer. Seguirono presto l’americana Annie “Anxiety” Bandez e Mick Duffield, quest’ultimo inizialmente ingaggiato come cantante ma che, più a suo agio ad armeggiare con la telecamera, si dedicò quasi esclusivamente alla produzione di videofilmati. Per l’economia del gruppo fu fondamentale l’apporto di Gee Vaucher (G. Sus), artista visuale dal tratto assai aggressivo, rientrata a Dial House dopo un periodo di lavoro negli Stati Uniti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Fu solo nell’estate del 1977 che i vari membri riuscirono a recuperare, prendere in prestito o rubare un’attrezzatura tecnica sufficiente a potersi realmente definire un gruppo musicale: decisero di chiamarsi Crass (sta per volgare, indecoroso, ignorante) prendendo spunto da una canzone di David Bowie</strong>.<br>Per registrare le loro prime canzoni Penny e Gee ristabilirono i contatti con John Loder, il tecnico del suono per le performance del collettivo Exit di cui entrambi avevano fatto parte tempo prima. John offriva assistenza e consigli utili oltre che registrazioni di elevata qualità ad un prezzo accessibile, e ha dato al suono dei Crass un contributo così determinante che da subito è stato considerato come un membro effettivo del gruppo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Con un repertorio di pochi e brevissimi pezzi i Crass parteciparono all’alba del punk inglese riuscendo da subito ad essere spinti ai margini della scena che si andava formando</strong>: contestarono i bilanci di Rock Against Racism accusando gli organizzatori di truffa (solo una parte del denaro raccolto ai concerti veniva devoluta alle associazioni antirazziste: il grosso veniva spartito tra musicisti ed agenti), e vennero addirittura banditi dall’allora leggendario Roxy Club, uno dei templi londinesi della nuova cultura. Presto si resero conto di essere molto distanti dal culto del “non futuro” propugnato dalle bocche milionarie dei Sex Pistols.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>Ci hanno cacciati dal Roxy</em><br><em>Bene, suonare lì non mi è mai piaciuto granché</em><br><em>Ci hanno detto che lì dentro vogliono solo ragazzi beneducati</em><br><em>Forse credono che le chitarre e i microfoni siano solo degli stupidi giocattoli</em><br><em>Che si fottano</em><br><em>Ho deciso di prendere posizione<br>contro tutto quello che penso sia sbagliato in questo paese</em><br><em>Se ne stanno lì seduti sui loro culi ipernutriti del sudore delle classi più povere</em><br><em>Riescono a conservare il potere solo perché sono loro a tenere il dito sul bottone</em><br><em>Hanno preso il controllo e non ci permettono di dimenticarlo</em><br><em>La loro verità sta sulla parte sbagliata della canna di un fucile&#8230;</em><br><em>Il governo difende i profitti dei ricchi che si chiudono a chiave dentro casa</em><br><em>Hanno paura che la gente gli chieda qualcosa di più della merda che gli danno</em><br><em>Della merda che gli danno<br>Della merda che gli danno…</em><br>(Crass, da “Banned from the Roxy”)</p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>I Crass non erano un gruppo facilmente identificabile per il medio “consumatore punk” di allora</strong>. Oltre che a cantare di cose diverse dagli slogan facili e superficiali, essi si presentavano pubblicamente in maniera del tutto anomala rispetto ai colleghi: per protesta contro il narcisismo della moda punk, si vestivano abitualmente di nero e suonavano su palchi tappezzati di bandiere nere e con i simboli dell’a cerchiata e del CND, Campaign for Nuclear Disarmament (retaggio dell’impegno antinucleare ed antimilitarista e del passato hippie di alcuni di loro) e di striscioni, cioè vecchie lenzuola riciclate con su scritti con lo spray slogans anarchici e pacifisti. Niente luci psichedeliche né light show, ma fari alogeni bianchi e fissi mentre sullo sfondo venivano proiettati i filmati &#8211; montaggi veloci di spezzoni eterogenei, accostabili al nostro “blob” televisivo &#8211; realizzati da Mick e Gee.<br><strong>Data l’effettiva difficoltà di comprensione diretta dei testi, ai concerti essi li distribuivano al pubblico scritti su volantini ciclostilati, e li riportavano per intero sulle copertine dei dischi</strong>.<br>Al loro banchetto ai concerti, accanto a dischi e volantini, non offrivano nessuna spilletta o t-shirt: invitavano i ragazzi a disegnarsele e stamparsele da soli, evitando sdegnosamente quelle commercializzate &#8211; senza alcun loro coinvolgimento né approvazione &#8211; nei negozi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Le loro serate erano organizzate come un evento collettivo: si alternavano sul palco anche altri musicisti e gruppi di ispirazione punk ed anarchica.</strong> Durante il cambio del palco, spesso leggevano al pubblico degli stralci delle loro opere poeti come Simon Stockton o Andy T.<br>Era pratica frequente la condivisione di the e cibo prima e dopo il concerto, così come il restare lì a mescolarsi e chiacchierare con la gente. Per montare e smontare l’amplificazione e ripulire la sala a fine serata si poteva sempre contare su qualche volontario.<strong> Il tutto era volto a sottolineare l’importanza del messaggio, più che a innescare i meccanismi di culto dell’artista propri della società dello spettacolo che essi contestavano radicalmente.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>&#8230;La situazione era proprio scoraggiante, ma di solito ci si divertiva. Nessuno che venisse a seccarti con storie assurde sui tuoi stivali di cuoio, o che si lamentasse se mettevi latte nel tè. Nessuno che volesse sapere come mai anarchia e pace potessero coesistere, nessuno che venisse a rompere i coglioni con lunghi monologhi su Bakunin, che a quel tempo noi si immaginava fosse probabilmente una marca di vodka…”</em> (Crass, da “In which Crass blow their own”)</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nell’estate del 1978 Pete Stennett e sua moglie Mary, proprietari del negozio di dischi londinese Small Wonder e di una piccola etichetta omonima (che contribuì, tra gli altri, agli esordi discografici dei primissimi gruppi punk londinesi come Fatal Microbes e Menace, e di gente divenuta in seguito molto famosa come Cure e Bauhaus), ascoltarono un demotape del gruppo e gli piacque. Presero quindi contatto con Penny e Steve per pubblicare un singolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ottenuto un prestito da Vi Subversa delle <a href="https://www.radiopunk.it/25/poison-girls-il-controllo-dello-stato-e-il-rocknroll/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Poison Girls</a>, i Crass registrarono in diretta senza sovraincisioni sul quattro tracce a bobine di John Loder tutto il loro repertorio di allora, diciotto canzoni. Siccome non riuscivano a decidersi su quali pezzi utilizzare, li pubblicarono tutti e realizzarono nell’ottobre di quell’anno il primo singolo in assoluto che contenesse così tante canzoni. Nacque così “The feeding of the 5,000”, il loro debutto discografico che costituì anche l’inizio delle rogne che caratterizzarono l’intera attività del gruppo.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>&#8230;Gesù lo strafottente<br>Cristo il becchino, lo scavafosse<br>Le hai scavate tu le tombe di Auschwitz<br>La terra di Treblinka è la tua colpa, il tuo peccato<br>Sei tu che porti lo stendardo dell’oppressione<br>Enola è la tua allegria, i corpi di Hiroshima il tuo diletto<br>I chiodi sono la tua unica trinità<br>Tienteli stretti, nella tua cadaverica scelleratezza<br>L’immagine per la quale ho dovuto soffrire<br>La croce è il corpo vergine della femminilità che tu profani<br>Ti sei inchiodato al tuo stesso peccato<br>Cristo rottinculo che mi chiama sorella<br>Non ci sono parole per il mio disprezzo&#8230;<br>Gesù è morto per i suoi peccati, non per i miei.</em><br>(Crass, da “Asylum”)</p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-5 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" data-id="33985" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/02/Crass-The-feeding-of-the-5000-1979-b.jpg" alt="" class="wp-image-33985"/></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" data-id="33986" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/02/Crass-The-feeding-of-the-5000-1979-f.jpg" alt="" class="wp-image-33986"/></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" data-id="33987" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/02/Crass-The-feeding-of-the-5000-1981.jpg" alt="" class="wp-image-33987"/></figure>
</figure>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nessuno era disposto a stampare il disco con “Asylum” dentro. Il testo della canzone è una rabbiosa invettiva femminista contro l’oppressione religiosa, quindi dopo molte discussioni si decise di toglierla. Il disco uscì per Small Wonder senza quel pezzo &#8211; rimpiazzato da “The sound of free speech”, una traccia completamente silenziosa lunga un paio di minuti &#8211; e venne accolto dalla stampa musicale con recensioni sbrigative e spesso offensive (“Un disco indecente, inutile e meschino&#8230;”, così Tony Parsons sul New Musical Express).<br>Già dal primo ascolto ci si accorge che è un’opera del tutto estranea alla moda giovanile del tempo. Fatto curioso sì, ma non più di tanto per quegli anni di “musicisti” incapaci ma dal formidabile impatto visivo, è che Andy suoni la sua chitarra elettrica in maniera poco ortodossa, utilizzandola più che altro come macchina da rumore per marcare il tempo intrecciandola alla ripetitività marziale di Penny. Pete e Phil erano gli unici del gruppo a sapersela cavare coi loro strumenti. Steve non aveva mai cantato prima in pubblico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Del suono dei Crass colpisce l’originalità dell’intreccio delle parti vocali maschili e femminili ed il contrasto di queste ultime perennemente in movimento tra l’urlo e il sussurro, con il cantato posto in evidenza nel missaggio finale del disco rispetto al magma sonoro degli strumenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Dedicando estrema attenzione alle parole, i Crass trasformarono già dal loro esordio quello che era la canzone politica e di protesta conosciuta fino ad allora in veri e propri proclami di estrema insofferenza e denuncia</strong>. I loro testi affrontano una costellazione di tematiche di liberazione con un linguaggio sporco e vagando dall’immediatezza (che nel caso dei Crass non fu mai sinonimo di superficialità) all’aggressione verbale. I temi delle canzoni del loro disco d&#8217;esordio spaziano dalla celebrazione del nichilismo e della disillusione (“So what”, “Sucks”, “End result”) all’incitazione alla presa di coscienza (“Reject of society”, “You pay”), alla morte del punk (in “Punk is dead” vengono contestati acidamente Patti Smith, Sex Pistols e Clash per i loro contratti discografici milionari), per giungere allo sputo in faccia agli sfruttatori dell’utopia punk in “Banned from the Roxy”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>Ancora una volta, la violenta maggioranza impone la sua realtà retrograda mettendo a tacere gli altri. &#8220;Asylum&#8221;, una dichiarazione blasfema e femminista, è stata cancellata perché nessuno l&#8217;avrebbe pubblicata se la traccia fosse rimasta inalterata. Abbiamo deciso di inviare le cassette delle prime 5000 copie a chi ne sta facendo richiesta. Abbiamo poi deciso di provare noi stessi a stampare &#8220;Asylum&#8221; e &#8220;Shaved women&#8221;, entrambe con la voce di Eve Libertine. Le metteremo sul mercato il prima possibile e a un prezzo basso, si spera a prezzo di costo. Ci scusiamo per questa situazione del cazzo”.<br>(Crass, comunicato del 1978)</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">A qualche mese dalla pubblicazione di “Feeding”, Penny e compagni ripresero in mano “Asylum”: la riregistrarono il 22 aprile 1979, la ribattezzarono “Reality asylum” e la fecero circolare, complici Small Wonder e poi anche Rough Trade, su un 7” autoprodotto di fattura artigianale (sull’altro lato del disco il delirio sonico di “Shaved women”, scritta da Annie Anxiety) &#8211; copertina serigrafata in casa e confezionata a mano, pubblicato da un’etichetta indipendente appena nata: Crass Records.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-6 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" data-id="33989" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/02/Crass-Reality-asylum-1979.jpg" alt="" class="wp-image-33989"/></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" data-id="33990" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/02/frame-1-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-33990"/></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" data-id="33991" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/02/frame-2-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-33991"/></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" data-id="33992" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/02/Gee-Vaucher-Reality-asylum-poster-687x1024.jpg" alt="" class="wp-image-33992"/></figure>
</figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo sforzo venne premiato dalla visita premurosa di Scotland Yard alla comune di Epping, allertata da alcune denunce per blasfemia. Al negozietto di Small Wonder si era presentata la mattina precedente una squadra della buoncostume. Il reato prevede sanzioni e carcere. Le denunce per vilipendio alla religione erano un fatto piuttosto inusuale e la cosiddetta “vice squad”, più avvezza ad occuparsi di prostituzione e pubblicistica pornografica, probabilmente non sapeva bene come gestire la faccenda. Il gruppo riuscì ad evitare degli strascichi giudiziari solo perché i vari membri, benché già noti all&#8217;autorità, erano ancora incensurati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I due precedenti processi per il reato di blasfemia erano stati celebrati nel 1843 e nel 1976, quando Denis Lemon, direttore della rivista Gay News, venne trascinato in tribunale e condannato per aver pubblicato la poesia di James Kirkup “L’amore che osa pronunciare il suo nome” &#8211; che descrive l&#8217;amore del centurione romano posto di guardia al sepolcro per il Cristo morto. Nonostante gli sforzi della censura (ad oggi ne è ancora vietata la diffusione a mezzo stampa in Oltremanica), il testo della poesia venne fatto circolare dalla stampa anarchica inglese e nelle performance del Living Theatre. Ne venne pubblicata in Italia una traduzione dal mensile di controcultura gay Lambda nel primo 1978. Si ha notizia di una lettura pubblica di questo testo avvenuta nel 2002 nel corso di una manifestazione di protesta davanti alla chiesa di St. Martin in the Fields a Londra, fatto che non ha avuto però ripercussioni giudiziarie.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La polizia mise Penny e compagni sull&#8217;avviso che così facendo andavano solo in cerca di rogne e gli suggerì di smettere con le provocazioni, ma i Crass decisero di fare di testa loro e di andare avanti comunque</strong>: da lì in poi i loro dischi furono sistematicamente oggetto di censura e boicottaggio. I negozi che esponevano i dischi dei Crass in vetrina ricevevano le visite discrete degli agenti di pubblica sicurezza: dapprima invitavano i gestori a toglierli dagli scaffali e a renderli al distributore, poi si passava a perquisizioni, multe e minacce.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alcuni negozianti ribelli sono stati denunciati, uno a Manchester e uno a Norwich sono stati addirittura processati e condannati per aver venduto &#8220;materiale osceno&#8221; a minori. Vi lascio immaginare le pressioni dell&#8217;MI5 sugli organizzatori di concerti e sui gestori dei locali, e mi limiterò a citare l’accoglienza a base di sprangate a quei pochi concerti che sono riusciti a organizzare da sé &#8211; stavano sul cazzo proprio a tutti, destra e sinistra, dal National Front fino a Class War e oltre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>&#8230;La canzone suscitò due tipi di reazioni: alcuni inorridivano&#8230; per altri invece segnò un punto di svolta. Molte persone mi dissero che avevo dato voce ai loro pensieri, alle loro sensazioni e altre cose del genere. Esiste una legge non scritta che condanna chi dice queste cose. E noi l&#8217;abbiamo sfidata. È inutile stupirsi, la subiamo tutti. Ma nessuno di noi è mai stato accusato. Questo perché ogni volta che tu avanzi, loro fanno un passo indietro. Ogni volta che questo accade viene abbattuto un preconcetto. Mattone dopo mattone, buttiamo giù il muro che ci separa dalla libertà. E alcuni riescono a intravedere la luce, riescono a vedere attraverso quella piccola crepa. Credo che tra tutte le cose che ho fatto con i Crass, questa è quella che mi rende più orgoglioso. Anche se non mi piace questo termine, rende l&#8217;idea&#8230; Molti giovani erano spaventati e intimiditi dopo aver ascoltato quel pezzo. Segnò una svolta importante e oggi continua a fare rumore&#8230;”.<br></em>(Penny Rimbaud, in “The sound of free speech”)</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una volta interrotta l’attività editoriale di Small Wonder, i Crass ricomprarono i nastri di “Feeding” dagli Stennett e ristamparono nel 1981 l’album nella sua forma originale (quindi con “Asylum” come primo pezzo della prima facciata), per l’etichetta che avevano nel frattempo fondato. Diversa era però la confezione: un’inedita copertina apribile che si poteva usare come poster da una parte, dall’altra un collage di informazioni, testi e scritti vari, formula grafica che caratterizzò grande parte dei titoli da essi prodotti e pubblicati.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>I graffiti con il simbolo del gruppo (un misto stilizzato di croce, segno di divieto e serpenti intrecciati disegnato da Dave King, del collettivo Sleeping Dogs) comparvero sui muri della metropolitana londinese assieme all’a cerchiata degli anarchici e al simbolo pacifista del CND</strong>&#8230; e da lì comincia un&#8217;altra storia che vi ho già raccontato qui per buona parte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I Crass si ritrovarono a dover combattere per riuscire a sopravvivere nell&#8217;Inghilterra che, tra la fine gli anni Settanta e la prima metà degli anni Ottanta, venne trasformata a forza dai conservatori capeggiati da Margaret Thatcher. Un cambiamento sociale e culturale radicale: al senso di comunità e solidarietà sociale che aveva tenuto insieme la Gran Bretagna dal secondo dopoguerra venne imposta la logica della competizione e dell&#8217;arricchimento a tutti i costi. Fare soldi velocemente divenne l&#8217;equivalente del successo nella vita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Difficile non fare paragoni con la deriva socialista e l&#8217;ascesa del berlusconismo nel nostro paese: forse più lento ma altrettanto letale, vista l&#8217;aria meravigliosa che respiriamo nell&#8217;Italia di oggi, il cambiamento della nostra società si nutrì di terrorismo, mafia, corruzione, deviazioni e informazione manipolata.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Nel documentario sono riportate le testimonianze, tra gli altri, di Steve Ignorant, Gee Vaucher e Penny Rimbaud tutt&#8217;e tre ex-membri dei Crass, di Pete Stennett di Small Wonder, del poeta Andy T e di Annie “Anxiety” Bandez che col gruppo condivisero a lungo avventure e disavventure.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il gruppo si sciolse nel luglio del 1984 dopo un concerto tumultuoso ad Aberdare a sostegno dei minatori gallesi in sciopero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel gennaio 1985, proprio a pochi giorni dalla pubblicazione del loro penultimo disco &#8220;<a href="https://www.radiopunk.it/25/crass-acts-of-love-album/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Acts of love</a>&#8220;, i Crass vennero trascinati in tribunale dove un giudice li considerò &#8220;un’associazione che opera ai margini della legalità&#8221; e definì i loro dischi &#8220;grossolani e volgari, fatti per buona parte di spazzatura ingiuriosa&#8221;, nonché &#8220;roba che nessuno vorrebbe tenersi in casa&#8221;. Il loro terzo album &#8220;Penis envy&#8221; venne giudicato da quella corte &#8220;contrario alla pubblica decenza&#8221; per via dei testi e della copertina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Marco Pandin</p>



<p class="wp-block-paragraph">stella_nera@tin.it</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Ascolta la quarta puntata del podcast Lost Sounds!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[radiopunkts]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 27 Feb 2026 14:16:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lost Sounds]]></category>
		<category><![CDATA[garage punk]]></category>
		<category><![CDATA[hardcore punk]]></category>
		<category><![CDATA[novità musicali]]></category>
		<category><![CDATA[podcast]]></category>
		<category><![CDATA[Punk rock]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Online la quarta puntata di Lost Sounds, podcast mensile Quarta puntata di Lost Sounds, il podcast che va in onda mensilmente su Metrodora e qui sul nostro sito. Una carrellata di punk e garage presentato approssimativamente e senza professionalità. Conduce Albe FlamingoRegia Emanuela FantiniDisturbano i Big Paws Tracce della puntata: Reds – The lie becomes the truthChopping Block – &#8230;</p>
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<h2 class="wp-block-heading">Online la quarta puntata di Lost Sounds, podcast mensile</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Quarta puntata di <a href="https://www.radiopunk.it/25/lost-sounds-podcast-mensile/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Lost Sounds</a>, il podcast che va in onda mensilmente su <a href="http://metrodora.net/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Metrodora</a> e qui sul nostro sito. Una carrellata di punk e garage presentato approssimativamente e senza professionalità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Conduce <strong>Albe Flamingo</strong><br>Regia <strong>Emanuela Fantini</strong><br>Disturbano i <strong>Big Paws</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Tracce della puntata:</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Reds</strong> – The lie becomes the truth<br><strong>Chopping Block</strong> – Push you away<br><strong>The Darts </strong>– Apocalypse<br><strong>Bull Brigade</strong> feat. <strong>Claver Gold</strong> – Senza spine<br><strong>Fantasma </strong>– Onde eu esto<br><strong>Cemento </strong>– Guidance (tratto da <a href="https://www.radiopunk.it/25/diyno-mixtape-dicembre-2025-gennaio-2026/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Diyno Mixtape</a> di gennaio 2026)<br><strong>Sweet Reaper </strong>– Hideaway<br><strong>The Murderburgers </strong>– Turning 35 was an embarrassment<br><strong>Jacky Cougar &amp; the Vampyres from Africa</strong> – Fuck the police</p>



<p class="wp-block-paragraph">Buon ascolto!</p>



<iframe loading="lazy" width="100%" height="120" src="https://player-widget.mixcloud.com/widget/iframe/?hide_cover=1&#038;feed=%2FMetrodoraSound%2Flost-sounds-puntata-04%2F" frameborder="0" allow="encrypted-media; fullscreen; autoplay; idle-detection; speaker-selection; web-share;" ></iframe>
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		<title>Intervista ai Béton Armé</title>
		<link>https://radiopunk.it/intervista-ai-beton-arme/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Zoe]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 16 Feb 2026 10:58:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Canada]]></category>
		<category><![CDATA[hardcore punk]]></category>
		<category><![CDATA[Oi!]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chiacchierata con la band oi! di Montreal Béton Armé Sin dai primi ascolti ci siamo perdutamente innamoratx dei Béton Armé, band di Montréal, Quebec nata nel 2018. Il loro Oi! si ispira alla scuola italiana anni ‘80 e a quella francese degli ultimi anni, arricchito anche da influenze punk hc che danno la spinta giusta &#8230;</p>
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<h2 class="wp-block-heading"><strong>Chiacchierata con la band oi! di Montreal Béton Armé</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Sin dai primi ascolti ci siamo perdutamente innamoratx dei Béton Armé, band di Montréal, Quebec nata nel 2018. Il loro Oi! si ispira alla scuola italiana anni ‘80 e a quella francese degli ultimi anni, arricchito anche da influenze punk hc che danno la spinta giusta al tutto. Ne esce un sound diretto, ruvido e selvaggio davvero unico. Nel 2025 hanno fatto uscire “Renaissance” per l&#8217;etichetta <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.instagram.com/lavidaesunmus/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">La Vida Es Un Mus</a></span></strong> che abbiamo inserito immediatamente nei </em><strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.radiopunk.it/25/migliori-album-punk-del-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>nostri preferiti dell’anno!</em>&nbsp;</a></span></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<iframe style="border: 0; width: 100%; height: 120px;" src="https://bandcamp.com/EmbeddedPlayer/album=2041791791/size=large/bgcol=ffffff/linkcol=0687f5/tracklist=false/artwork=small/transparent=true/" seamless><a href="https://betonarmeoimtl.bandcamp.com/album/renaissance-2">Renaissance by Béton Armé</a></iframe>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Radio Punk: Ciao e grazie mille per essere qui sulla nostra webzine! Partiamo dalle basi, sappiamo che vi siete formati nel 2018 e negli anni avete consolidato il vostro progetto attraverso diversi split e due uscite. Da dove vengono i Béton Armé? Avete &#8211; o avete avuto &#8211; altri progetti oltre a questo?&nbsp;</strong></li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph"><span style="text-decoration: underline;"><strong><a href="https://www.instagram.com/betonarme_514/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Béton Armé</a></strong></span><strong>:</strong> Ciao! Innanzitutto, grazie per averci invitato. È sempre un piacere contribuire alle &#8216;zine di tutto il mondo. È una parte davvero importante della sottocultura e per noi è sempre un onore parteciparvi.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;idea della band ha preso forma alla fine del 2017 e abbiamo iniziato a suonare insieme all&#8217;inizio del 2018. Tutto è iniziato quando io (Oli, chitarra) sono tornato dalla Francia, dopo aver trascorso un anno a Parigi dove ho frequentato delle persone in un periodo in cui la scena era al suo apice e volevo davvero tornare a suonare, dato che per anni, a causa dei continui spostamenti tra il Canada e la Francia, non ero riuscito a far parte di una band in modo serio. Allo stesso tempo, Dan (voce) e Fabio (basso) hanno avuto l&#8217;idea di formare una band con influenze simili, quindi siamo stati presentati da un amico comune e da lì siamo partiti. Abbiamo chiesto a Remi (batteria) di unirsi a noi perché lo avevamo visto suonare con altre band e pensavamo che l&#8217;energia che trasmetteva fosse esattamente ciò di cui avevamo bisogno. In realtà è l&#8217;unico che faceva già parte di una band degna di nota (haha). Suonava infatti con i Faze, una band hardcore di Montreal che negli ultimi anni si è confermata come una delle migliori in città. Per quanto riguarda noi altri, avevamo tutti suonato in band punk e hardcore, ma nessuna di queste era conosciuta al di fuori della scena locale.&nbsp;</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Radio Punk: Il vostro ultimo disco “Renaissance”, uscito per l’etichetta La Vida Es Un Mus, è una vera e propria chicca. Sappiamo che vi ispirate sia a band francesi, come i Rixe, sia alle band Oi! italiane degli anni ‘80 e in questo disco si sente alla grande! Siamo curiosx, quali sono le vostre band italiane preferite?&nbsp;</strong></li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Béton Armé:</strong> La risposta è davvero facile e piuttosto ovvia. Nabat è ovviamente il primo nome che mi viene in mente ed è una delle principali influenze della band. Ci piacciono molto anche i Rough di Torino. Per noi sono un classico, specialmente per Fabio. Ci piacciono anche i Basta. Sono tutte band fantastiche con il genere di energia che volevamo infondere nella nostra musica sin dall&#8217;inizio.&nbsp;</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Radio Punk: Ci raccontate qualche chicca, curiosità, aneddoto sul disco? E più in generale, c’è qualcosa che vorreste dire sul disco o su di voi che nessuno vi ha ancora chiesto?</strong></li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Béton Armé:</strong> Ecco una curiosità: come dice spesso Dan, siamo una band dance di Montreal. L&#8217;idea è quella di far ballare la gente e per farlo alcune delle nostre canzoni sono fortemente influenzate (se non addirittura copiate) dai successi euro dance degli anni &#8217;90. Lascio a chi legge il compito di indovinare quali!&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/02/Rob-Coons-1.jpeg" alt="" class="wp-image-33697"/><figcaption class="wp-element-caption">Photo by Rob Coons </figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Radio Punk: In Europa e nello specifico in Italia, la scena punk e skin è strettamente legata alle lotte sociali-politiche e ai temi come ad esempio antifascismo, anticapitalismo, transfemminismo è così anche nella scena canadese?</strong></li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Béton Armé:</strong> Sì. Soprattutto a Montreal, le scene punk e oi! sono molto interconnesse e fortemente orientate a sinistra. Facciamo del nostro meglio per mantenere questa situazione e questa è la nostra posizione politica.&nbsp;</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Radio Punk: Venite dal Canada, precisamente da Montreal e in una vostra intervista di qualche tempo fa (fatta da Matt di </strong><a href="https://creaseslikeknives.wordpress.com/2024/11/12/strength-thru-concrete-the-foundations-of-beton-arme/"><strong>Creases Like Knives</strong></a><strong>) parlavate del fatto che la gentrificazione stia distruggendo la vostra città, cosa che purtroppo stiamo vendendo anche noi in moltissime città italiane. Come resiste a tutto questo la scena punk e skin? Ci sono delle “zone franche” o dei luoghi, locali, squat che cercano di rallentare l’inesorabile caduta verso il mondo degli yuppie?&nbsp;</strong></li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Béton Armé:</strong> È molto difficile. Gli spazi DIY aprono e chiudono continuamente. La gente cerca di organizzarsi e costruire comunità alternative, ma il fenomeno generale sta colpendo molto direttamente le nostre scene. Un esempio è la chiusura del LoudHouse, che fino a pochi anni fa era uno dei locali/squat DIY più longevi del Nord America. Non abbiamo ancora trovato una nuova alternativa per sostituirlo e sta diventando piuttosto difficile. Anche Katacombes ha dovuto chiudere. Era un locale di proprietà e gestito da punk ed è stato demolito per costruire condomini. Credo che l&#8217;unica speranza sia il quartiere in cui vivo, Hochelaga, dove vivono molti punk. È sempre stata una zona della città di sinistra/operaia e molte iniziative comunitarie collaborano per combattere &#8211; o almeno rallentare &#8211; l&#8217;aggressiva gentrificazione della nostra città. Funziona in una certa misura, ma gli affitti continuano ad aumentare ed è una battaglia in salita senza fine.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/02/joe-altmann-2-1024x819.jpeg" alt="" class="wp-image-33704"/><figcaption class="wp-element-caption">Photo by Joe Altmann</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Radio Punk: Avete suonato molto e in tantissimi paesi diversi tra USA, Messico, Cile, Spagna, Germania, Francia… quando venite in Italia?! A parte gli scherzi, alle band che girano molto come voi, ci divertiamo sempre a chiedere qualche aneddoto trash/grottesco avvenuto durante i vostri tour. Fateci ridere!</strong></li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Béton Armé:</strong> A settembre faremo almeno un concerto in Italia che presto verrà annunciato. <em>(Ndr: abbiamo realizzato questa intervista prima dell&#8217;annuncio del concerto a Bologna, vi lasciamo <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.facebook.com/events/33626127663700984/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">qui il link dell&#8217;evento</a></span></strong>)</em> E ovviamente vorremmo farne altri. Nei prossimi anni sicuramente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per quanto riguarda gli aneddoti, credo che questo sia il nostro classico: un membro della band – di cui non faccio il nome &#8211; una sera a Milwaukee ha bevuto troppo e ha finito per ubriacarsi così tanto da pisciarsi addosso&#8230; con il suo passaporto nuovo di zecca in tasca. Da allora quel documento è stato soprannominato “the PISSport”. E, forse per coprire il misfatto, un altro membro della band ha lasciato una bottiglia di birra vuota sul divano dove era successo, e la volta successiva il proprietario della casa è venuto subito da noi dicendo: “Bel tentativo di coprire la macchia sul divano, ma non preoccupatevi, non è la prima volta che qualcuno ci piscia sopra”.</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Radio Punk: Siete un gruppo che viene supportato molto sia dal vivo che non, avete avuto un grande riscontro e crediamo che questo vi renda felicissimi! Sappiamo anche che nei vostri testi ci tenete molto a diffondere il concetto di unità nella scena, di supporto reciproco e di miglioramento personale. Come trasportare questi splendidi concetti nella prassi quotidiana? E a proposito di scena, c’è unità tra le sottoculture dalle vostre parti?&nbsp;</strong></li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph">Béton Armé: A Montreal c&#8217;è un&#8217;evidente unità. Il sostegno che abbiamo ricevuto da tutte le sottoculture underground è stato fantastico. Anche la scena più “mainstream” sta iniziando a notarci e a sostenere ciò che facciamo, il che è fantastico. Cerchiamo di mettere in pratica ciò che predichiamo, facciamo suonare nuove band, sosteniamo i nostri amici e siamo sempre entusiasti del successo delle altre band. Ora comprendiamo la mole di lavoro necessaria per essere una band che fa tour ed è importante per noi ricambiare il favore ogni volta che è possibile.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/02/joe-altmann-1-1024x819.jpeg" alt="" class="wp-image-33702"/><figcaption class="wp-element-caption">Photo by Joe Altmann</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Radio Punk: Siamo alla fine, grazie mille per averci risposto e chiudiamo con l’ultima, sfiziosissima domanda: Chi siete nella vita di tutti i giorni? Quali sono i vostri lavori e hobby al di fuori della musica? Ciao!</strong></li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Béton Armé</strong>: È stato un piacere, grazie per averci ospitato! Per quanto riguarda la nostra vita quotidiana, io sono uno storico, ho fatto ricerca e insegnato storia all&#8217;Università per un po&#8217;. Remi e Fabio lavorano nell&#8217;edilizia/ristrutturazione e Dan è un elettricista di professione. Ma al momento siamo così impegnati con il tour che non facciamo più nessuna di queste cose molto spesso. Remi è un ottimo skater ed è una parte importante della sua vita. Personalmente mi piace soprattutto leggere e guardare il calcio. E alla maggior parte di noi piace l&#8217;hockey perché&#8230; a Montreal è inevitabile, haha.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Immagine di copertina di Jesse Ramirez</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://radiopunk.it/intervista-ai-beton-arme/">Intervista ai Béton Armé</a> proviene da <a href="https://radiopunk.it">Radio Punk</a>.</p>
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		<title>Ascolta la terza puntata del programma radio / podcast Lost Sounds!</title>
		<link>https://radiopunk.it/terza-puntata-lost-sounds/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Zoe]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 Jan 2026 10:15:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Lost Sounds]]></category>
		<category><![CDATA[garage punk]]></category>
		<category><![CDATA[hardcore punk]]></category>
		<category><![CDATA[novità musicali]]></category>
		<category><![CDATA[podcast]]></category>
		<category><![CDATA[Punk rock]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Online la terza puntata di Lost Sounds, programma radio / podcast mensile Terza puntata di Lost Sounds, il programma radio / podcast che va in onda mensilmente su&#160;Metrodora&#160;e qui sul nostro sito. Anche questo mese la puntata è costituita da una carrellata di punk e garage, il tutto presentato approssimativamente e senza professionalità. Conduce Albe &#8230;</p>
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<h2 class="wp-block-heading">Online la terza puntata di Lost Sounds, programma radio / podcast mensile</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Terza puntata di <a href="https://www.radiopunk.it/25/lost-sounds-podcast-mensile/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Lost Sounds</a>, il programma radio / podcast che va in onda mensilmente su&nbsp;<a href="http://metrodora.net/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Metrodora</a>&nbsp;e qui sul nostro sito. Anche questo mese la puntata è costituita da una carrellata di punk e garage, il tutto presentato approssimativamente e senza professionalità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Conduce <strong>Albe Flamingo</strong><br>Regia <strong>Emanuela Fantini</strong><br>Disturbano i <strong>Big Paws</strong><br><br>Prima di lasciarvi all&#8217;ascolto vogliamo dedicare questa puntata a due persone che purtroppo non sono più qui con noi. <strong>A Bole</strong>, fondatore della crew Bologna City Rockers, speaker della trasmissione radio &#8220;<strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.mixcloud.com/If_The_Kids_Are_United/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">If The Kids Are United</a></span></strong>&#8220;, compagno e amico di moltx. <strong>A Jack</strong>, attivo anche lui nella scena in particolare quella romagnola, suonava nella band Shorto e supportava tutti i concerti e le situazioni romagnole e non solo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tracce della puntata:</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>The Good News Dudes</strong> &#8211; AC/DC<br><strong>Civic</strong> &#8211; The Fool<br><strong>Dick Move</strong> &#8211; Shut your Mouth<br><strong>Ty</strong> &#8211; Stuck <br><strong>Youth Avoiders</strong> &#8211; Endless Fight<br><strong>Gylt</strong> &#8211; Weak (Diyno Mixtape di dicembre-gennaio)<br><strong>Middle-aged Queers</strong> &#8211; Glizzies Bangin<br><strong>Twenty One Children</strong> &#8211; Scab<br><strong>Lúlú</strong> &#8211; Lúlú<br><strong>Shorto</strong> &#8211; Frammenti</p>



<p class="wp-block-paragraph">News, chiacchiere da bar e pochissima professionalità!&nbsp;<strong>Buon ascolto!</strong></p>



<iframe loading="lazy" width="100%" height="120" src="https://player-widget.mixcloud.com/widget/iframe/?hide_cover=1&#038;feed=%2FMetrodoraSound%2Flost-sounds-puntata-03%2F" frameborder="0" allow="encrypted-media; fullscreen; autoplay; idle-detection; speaker-selection; web-share;" ></iframe>
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