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	<title>Anarchia Archivi - Radio Punk</title>
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	<title>Anarchia Archivi - Radio Punk</title>
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		<title>4xA, A per tutti &#8211; compilation per A/Rivista Anarchica</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Oct 2026 09:35:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Anarchia]]></category>
		<category><![CDATA[Anarcopunk]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Pandin]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dentro ai favolosi anni Ottanta io c’ero, c’ero con tutti i miei vent’anni addosso. Alle ragazze e ai ragazzi dei vari circoli anarchici, associazioni culturali, piccole librerie indipendenti e centri sociali che mi chiamano oggi a raccontare di me e della scena di quegli anni, proprio a loro cui è stato insegnato da sempre che &#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://radiopunk.it/punx-e-anarchia/">4xA, A per tutti &#8211; compilation per A/Rivista Anarchica</a> proviene da <a href="https://radiopunk.it">Radio Punk</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Dentro ai favolosi anni Ottanta io c’ero, c’ero con tutti i miei vent’anni addosso. Alle ragazze e ai ragazzi dei vari circoli anarchici, associazioni culturali, piccole librerie indipendenti e centri sociali che mi chiamano oggi a raccontare di me e della scena di quegli anni, proprio a loro cui è stato insegnato da sempre che allora tutto era bellissimo e scintillante e plasticoso e frizzante ed eccitante, spiego che non è vero. Non è affatto come dicono alla televisione, come raccontano gli “esperti” e i reduci nei programmi di revival tra un videoclip d&#8217;annata e l&#8217;altro. Perché la vita, la vita quella vera dico &#8211; e ne sono profondamente convinto &#8211; non riusciranno mai a sostituirla con le verità artificiali di internet, né con quelle ufficiali che lo stato diffonde nell&#8217;etere, e neanche con quelle addomesticate e premasticate che stanno dentro ai libri che ti vendono nei supermercati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E&#8217; chiaro che il mio racconto ai più giovani sembra una specie di fiaba strana: sono abituati a misurare le distanze a spanne tarandole su YouTube, sugli aneddoti dei genitori e degli zii e sulle barzellette degli amici, all&#8217;inizio fanno fatica a credermi e presto gli viene da ridere.<br>E come dargli torto: in effetti, la prima cosa che ti viene da fare quando si parla di quel periodo storico o ti capita di guardare un film di allora, è mettersi a ridere per come ci si vestiva e ci si agghindava. Quelle forme, quei colori, quei materiali: i vestiti degli anni Ottanta erano così eccentrici e bizzarri, erano tutt&#8217;altra cosa dai blue jeans degli anni Sessanta e dalle uniformi grigie e paramilitari che andavano di moda negli anni Settanta. Quelle pettinature esagerate, e il piercing all&#8217;orecchio e il trucco in faccia &#8211; anche parecchi maschi. Apparire, mostrarsi, differenziarsi, distinguersi erano diventate questioni sociali, quando non addirittura politiche, di una certa importanza e rilevanza, e ci si doveva vestire e acconciare di conseguenza. Eppure ricordo bene, e so di non essere il solo, che tra le nostre preoccupazioni di allora non ci fosse poi così tanto posto per vestiti, accessori e pettinature. Erano argomenti di cui non ci si occupava affatto. Tra noi ragazze e ragazzi a nordest, e dico nordest perchè sono nato e cresciuto là, si discuteva di tutt&#8217;altro: delle nostre vite che non prendevano il volo, delle nostre speranze che non riuscivano a sedimentarsi &#8211; tanto per fare un paio di esempi. Stavamo passando disperatamente attraverso il 1984 orwelliano e non ce la passavamo affatto bene.<br><br>Oh sì, il riflusso. I ripensamenti, il richiudersi in casa davanti a una finestra elettronica che immaginavamo aperta sul mondo, il menefreghismo, le tette e i culi e le battute omofobe razziste e sessiste in prima serata: gli anni Ottanta non sono stati <em><strong>solo</strong></em> questo ma sono stati <em><strong>anche</strong></em> questo. Che poi molti avessero smesso di preoccuparsi e di darsi da fare, è pure vero. Chi si era impegnato e aveva deciso di immaginare e provare a costruire una società nuova e diversa, non necessariamente impugnando una P38, appena qualche tempo prima era finito in galera o era fuggito da qualche parte all&#8217;estero per non finirci dentro, o stava in India a salmodiare davanti a un santone, o era semplicemente scomparso oppure era andato a cercare felicità ingrossando le file dei sostenitori entusiasti di un partito politico &#8211; uno qualsiasi. Tanti, e secondo me troppi, si erano incuriositi dell&#8217;eroina e si ritrovavano a gestirne la dipendenza o non ne sono stati capaci e sono finiti presto sottoterra. Ci si apprestava tutte e tutti a succhiare allegramente i frutti della liberazione sessuale del dopo-Sessantotto quando a inizio decade si è cominciato sottovoce a parlare di AIDS: radio giornali e televisioni continuavano a rassicurarci che era una malattia specifica degli omosessuali, quindi noi eterostupidi eravamo convinti non fosse cosa che ci riguardava. Poi però l’attenzione divina si è spostata anche sui tossicodipendenti, sugli emofiliaci, sui donatori di sangue, sui poveri &#8211; e questo aveva cominciato a metterci parecchia paura. A questo disordine, a questa ansia e a tutto questo buio a metà del 1984 si è aggiunta la morte improvvisa di Enrico Berlinguer che ha mandato in frantumi le speranze di milioni di italiane e di italiani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo quadro così triste e grigioscuro non so trovare una descrizione sufficientemente accurata per me e per i miei compagni di allora, ma so bene cosa non volevo, cosa non eravamo disposti a fare e cosa non volevamo essere. Non potevamo certo permetterci droga armi prostitute o altri passatempi di lusso, e di una vita così neanche ne avevamo voglia: eravamo degli sfigati, non avevamo soldi né fortuna e ne eravamo ben consapevoli. Parecchi dei miei amici, specie quando avevano bevuto troppo e diventavano tristi e malinconici davanti alla bottiglia vuota, chiamavano “felicità” quelle poche briciole sbattute via dalla tovaglia stesa sulla tavola imbandita del padrone &#8211; roba passeggera, di poca o nulla utilità. Roba effimera, sintetica ed artificiale come quel mondo che stava dentro a Videomusic e nelle réclame della televisione.<br><br></p>



<p class="wp-block-paragraph">Sì, perché era già da un po&#8217; che le televisioni private allungavano i loro tentacoli pubblicitari dentro ogni casa: là dentro a quelle scatole elettroniche, diventate in fretta così ingombranti nelle nostre stanze e nelle nostre vite, mostravano gente ricca così incredibilmente differente da noi che faceva vite che non riconoscevamo affatto come vite possibili. Nelle réclame ti spingevano a conquistare il tuo posto nella società acquistando automobili materassi elettrodomestici mobili pentole qualsiasi cosa in comode rate a interessi minimi, nei programmi bastava rispondere a qualche cagata e si vincevano pacchi di soldi e gettoni d&#8217;oro &#8211; un mondo completamente artificiale, con adeguata colonna sonora. <strong>Tutto falso e insieme anche vero</strong>: c&#8217;era sul serio gente che se ne fotteva di tutto e indossava un sorriso a mille denti per dimostare agli altri la stazza del proprio successo. Di lavoro facevano gli spacciatori, i politici, gli imprenditori, i faccendieri, gli intermediari, i confidenti, le spie. Gente che se ne andava a mangiare fuori nei ristoranti e a sniffare cocaina nei privé in discoteca e si comprava macchine nuove e vestiti nuovi e orologi nuovi e scarpe nuove mostrando al resto del mondo il gonfiore del proprio portafoglio e della propria patta. Ma tra il loro mondo e il nostro sembrava ci fossero anni luce di distanza.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Parlare parlare parlare. Forse in casa tanti no, certi avevano dei genitori davvero impossibili e intrattabili, ma tra di noi si poteva parlare, e si parlava eccome. Ogni tanto ci raccoglievamo in gruppetti a raccontare, a osare, a discutere, a scambiarci impressioni, ed era bellissimo. Era come essere là mentre da una scintilla improvvisa si accendono certi fuochi che poi divampano. Ci si ritrovava attorno alle difficoltà quotidiane del lavoro, che non riuscivamo a trovare se non a termine oppure in nero. Ci si confrontava o ci si scazzava su temi come la repressione in casa e per strada e ovunque, gli spazi da reclamare in città e i controlli di polizia fuori dalla scuola e per strada e ovunque. Cazzo, si parlava per ore senza arrivare da nessuna parte. Ma parlare era la nostra valvola di sfogo, la nostra uscita di sicurezza: era la maniera più semplice ed economica di reagire alla rassegnazione. Parlare, parlare sì. Volevano che obbedissimo e restassimo zitti? Col cazzo che restavamo zitti. Col cazzo che si abbassava la testa. Parlare ancora, parlare, e ancora, naso in su a guardare un po&#8217; dell&#8217;azzurro del cielo, per dar da bere un po&#8217; d&#8217;acqua pulita ai nostri pensieri, per restare a galla, per poter continuare a respirare. Zitti, lo sapevamo tutte e tutti, ci saremmo spenti per sempre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non si poteva proprio restare zitti. Magari non la vedevamo proprio nella stessa maniera, tutti a leggere a sentire a immaginarsi cose differenti a farsi viaggi ma chissenefrega. E mica si perdeva tempo per niente a schierarsi chi coi duranduran e chi con gli spandauballé, chi coi Crass e chi con gli Exploited: avevamo già un sacco di rotture di coglioni e a noi non ce ne fregava assolutamente un cazzo di cose così.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Parlare, tirare fuori, sputare fuori, tossire fuori, condividere, sfogarsi. Parlare e fare rumore per dirsi: ci sono, sono qui. Per dire agli altri: ci sono, sono qui. Ecco i nostri discorsi. Erano fatti di rumore, di aspettative, di niente. Eravamo persi, tante volte sì ma altre volte no. Instabilità, preoccupazioni, precarietà e mancanza di riferimenti erano la nostra normalità di tutti i giorni: il “non futuro” punk era un buco nero di disoccupazione e sfruttamento in cui ci si ritrovava incastrati tutte e tutti. Un’oppressione complessiva e schiacciante, sempre meno luce intorno e sempre meno aria e meno spazio a disposizione. Come in quelle giornate corte d&#8217;inverno, dove il sole è solo una specie di ricordo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>Antimilitarismo, ecologia, repressione, esperienze di autogestione, storia dell&#8217;anarchismo, carceri, nuovi movimenti, femminismo, cinema, liberazione sessuale, anarcosindacalismo: questi sono alcuni dei temi ricorrenti su A/Rivista Anarchica. Fondata nel 1971 in piena campagna contro la “strage di Stato”, A si presenta come una rivista mensile di riflessione sull&#8217;attualità, di analisi delle nuove forme del potere e, per contro, delle tematiche libertarie emergenti. Una voce al di fuori e contro le istituzioni, uno strumento per chi rifiuta la delega e l&#8217;autorità e vuole invece riappropriarsi della propria vita&#8230;”</em><br><br></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Nel 1983 ad Enrico Soresini, un giovane compagno piacentino che frequentava giri punk, venne l&#8217;idea di organizzare un&#8217;iniziativa musicale a sostegno di A/Rivista Anarchica</strong>. Chiese aiuto ad alcuni gruppi attivi all&#8217;epoca, e raccolse le adesioni di quattro: Raw Power (da Poviglio, Reggio Emilia), Rivolta dell&#8217;Odio (Ancona), Rappresaglia (Milano) e Pedago Party (Piacenza) che contribuirono con uno o due pezzi ciascuno. I gruppi partecipanti misero a punto anche una pagina autogestita dell&#8217;allegato stampato al disco, inserendovi testi e grafiche a proprio piacimento. Alla pagina 2 di questo stampato era stata ritagliata e incollata una breve presentazione della A/Rivista di cui ho riportato un estratto poche righe fa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La scelta dei partecipanti era stata secondo me piuttosto azzeccata: solo quattro nomi ma tutti piuttosto in vista nella scena, un misto di voci di città e di provincia, tre del nord e una del centro Italia. Certo, mancava un contributo dal sud e dalle isole maggiori, ma l&#8217;Italia è lunga e larga e non tutto si può e si riesce a fare. Lo stile di ciascun gruppo presente nella raccolta era piuttosto personale: ognuno cercava di distanziarsi dagli stereotipi allora in voga, e anche se i pezzi erano solo un paio offrivano un assaggio caratterizzante e rappresentativo dell&#8217;atmosfera pesa e tesa che i gruppi respiravano a casa propria. Una raccolta fatta bene, con dei ragionamenti dietro e sotto e intorno.</p>



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<iframe title="4 PER A A PER TUTTI  EP 1984" width="1220" height="915" src="https://www.youtube.com/embed/qDP0_qW7XmM?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p class="wp-block-paragraph"><br>Enrico coinvolse nell&#8217;impresa anche dei suoi amici bolognesi, in particolare Jumpy, Laura e Carlo dei Raf Punk, e riuscì a far pubblicare la raccolta in forma di un settepollici dall&#8217;Attack Punk Records per l&#8217;etichetta sorella Totò alle Prese coi Dischi. Il disco venne stampato nel 1984 in un migliaio di copie e messo in vendita nel circuito indipendente e antagonista ad un prezzo massimo imposto di 3,000 lire &#8211; quasi la metà del prezzo richiesto abitualmente nei negozi di allora per un prodotto simile.<br>Le copertine, otto pagine a colori, vennero stampate artigianalmente dai punks bolognesi e fissate alla copertina di carta del disco con un paio di punti metallici. Enrico ed i Raf Punk consegnarono infine alla redazione di A/Rivista Anarchica a Milano un paio di scatoloni di dischi già confezionati, dalla diffusione dei quali la A/Rivista avrebbe potuto trattenere per sé il ricavato.<br><br></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>120 mattonelle sono lo spazio che ci resta<br>le sconfitte sulle spalle<br>è difficile alzare la testa<br>trovate voi il sistema e la giustificazione<br>chi mi ha condannato con la costituzione<br>con la bibbia in mano ed il mitra<br>rafforza le sbarre e la prigione<br>subite anche voi l&#8217;angoscia di non poter urlare<br>il secondino non gradisce, ti potrebbe picchiare<br>non ti resta che creare la tua liberazione<br>ma di speranza si crepa<br>ci vuole decisione<br>lo spazio che ci resta<br>la nostra punizione<br>preparare insieme<br>completa evasione</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">(“Lo spazio che ci resta”, Pedago Party)</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Pedago-Party-1982-1024x768.png" alt="" class="wp-image-36189" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Pedago-Party-1982-1024x768.png 1024w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Pedago-Party-1982-300x225.png 300w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Pedago-Party-1982-768x576.png 768w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Pedago-Party-1982-1536x1152.png 1536w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Pedago-Party-1982-600x450.png 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Pedago-Party-1982.png 1824w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Pedago Party</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Per una parte della redazione l&#8217;iniziativa era stata una sorpresa gradita: Paolo Finzi, la sua compagna Aurora ed alcune e alcuni altri del giro della A/Rivista erano sinceramente incuriositi dal fermento punk, ma altrettanto sinceramente buona parte della redazione ne era schifata e non voleva saperne un cazzo. <strong>All&#8217;inizio anche gli anarchici avevano liquidato il punk come una moda passeggera e dai tratti fascistoidi, ma lentamente in molti s&#8217;erano accorti che non tutta la merda era merda e che in mezzo al letame erano nati e stavano crescendo parecchi fiori.</strong><br>Certo, con certi anarchici c&#8217;erano alcuni seri problemi di comunicazione. Per noi più giovani per quanto fastidioso era abbastanza normale che a un concerto ci fosse gente che sputava addosso a chi suonava &#8211; ma era una pratica diffusa tra i primi punks, quelli della prima ondata che già in molti dicevano/dicevamo fosse morta, adesso succedeva molto più di rado.<br><br>In confronto alla musica suonata negli anni Sessanta e Settanta, saldamente in mano a professionisti virtuosi e resa sempre più complicata e disumana e distante, il punk aveva piazzato al centro dei discorsi la libertà d&#8217;espressione al suo livello massimo: da fatto impensabile era divenuta faccenda tranquilla e condivisibile che ci fosse qualcuno che prendesse una chitarra in mano senza saperla suonare e facesse uscire del rumore dagli amplificatori. Gente così mica si faceva problemi a salire sopra a un palco, e questa era una cosa che faceva inorridire i più vecchi, educati a tutt&#8217;altro approccio al fatto musicale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con certi anarchici più anziani spesso la distanza anagrafica era minima, spesso anche meno di dieci anni, eppure ai nostri occhi e soprattutto alle nostre orecchie sembrava che il Sessantotto che avevano vissuto fosse stata una rivoluzione lontanissima e con una colonna sonora adesso difficilmente comprensibile e del tutto inservibile. Sembrava proprio che nel giro di poche notti il punk fosse riuscito a costruire un muro insormontabile: restava di là la roba improvvisamente diventata vecchia &#8211; i cantautori, il blues, il prog, i dinosauri. Noi di qua del muro: soli e spaesati, a cercare di inventarci cose, a cercare soluzioni originali ma accontentandoci molto spesso di pallide imitazioni d&#8217;Oltremanica e d&#8217;Oltreoceano.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Ecco l&#8217;idiota viene<br>l&#8217;oceano alle spalle<br>la protesi bianca<br>Il vecchio sorride alla folla che bela<br>U.S.A.!<br>U.S.A.!<br>Pericolo rosso<br>correte vassalli a costruire castelli nucleari<br>per difendere le colonie occidentali<br>ora zio Sam combatti da solo<br>i tuoi feudi in macerie<br>stelle e strisce nella nostra vita<br>yankees sconvolti per la nostra morte.</em><br>(“U.S.A.”, Rappresaglia)</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punk in Italia, specialmente nelle città maggiori come Milano, Torino e Bologna aveva assunto caratteri distintivi molto espliciti. Se all&#8217;inizio ci si aggregava per affinità di look e di gusti musicali, si veniva molto presto a scoprire che il punk poteva offrire un&#8217;ottima occasione di sfogo creativo, e che la repressione a casa/a scuola/per strada più che un fatto personale spesso era una realtà comune e condivisa. <strong>In fondo, nessuno voleva consumare la propria giovinezza avvelenandosi in una fabbrica, né finire con l&#8217;ubriacarsi o impasticcarsi tutti i giorni, o passare le serate davanti alla televisione e men che meno ritrovarsi con una siringa piantata nel braccio.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>&#8230;Di che tipo è l&#8217;interessamento che avete voi di A per i punk oggi? mi chiede [Fabio]. Innanzitutto &#8211; gli rispondo (preso un po&#8217; in contropiede) &#8211; vorrei che il mio non fosse un interessamento per i punx, ma per delle singole persone. Francamente il primo approccio alla questione è stato di tipo “esterno”: da militante anarchico sono stato colpito, incuriosito ed interessato a questo “fenomeno” di segno libertario. Poiché si tratta però di un fenomeno anche italiano, anche milanese, poiché ci siamo ritrovati insieme in piazza in alcune manifestazioni e iniziative, allora &#8211; aldilà della curiosità verso un movimento nuovo, diverso e di esplicito segno libertario &#8211; c&#8217;è soprattutto la volontà di conoscere degli individui, che vivono in una certa maniera, che fanno più o meno alcune delle cose che faccio io, che vivono con maggiore coerenza alcune cose, con diversa coerenza altre, che non sentono delle cose che sento io (per esempio il discorso della militanza), eccetera. Più che un interesse generico per i punx, c&#8217;è la voglia di conoscersi meglio con quelli che hanno la stessa volontà. Per quanto poi riguarda quest&#8217;intervista, è naturale che come compagni che da una dozzina d&#8217;anni portiamo avanti una delle pubblicazioni anarchiche, ci sia l&#8217;interesse (al caso un po&#8217; tardivo) a dare spazio ad un modo di essere, di pensare di segno libertario qual è appunto il punk. Non solo pensando alla fascia per così dire libertaria dei nostri lettori, ma anche per quegli anarchici che dei punx anarchici sanno poco o niente&#8230;”.<br></em>(Paolo Finzi, dall&#8217;intervista ai punx del Virus pubblicata su A/Rivista Anarchica, ottobre 1983)</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="677" height="969" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/copertina-A113-1.jpg" alt="" class="wp-image-36182" style="aspect-ratio:0.6986673147810588;width:765px;height:auto" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/copertina-A113-1.jpg 677w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/copertina-A113-1-210x300.jpg 210w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/copertina-A113-1-599x858.jpg 599w" sizes="auto, (max-width: 677px) 100vw, 677px" /><figcaption class="wp-element-caption">Copertina di A/Rivista Anarchica dell&#8217;ottobre 1983</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Un giorno quelli di A/Rivista Anarchica avevano chiesto un incontro agli anarcopunks del Virus. Tra anarchici e punks allora quasi neanche ci si parlava e, peggio, che ci fosse un qualche contatto e che si iniziasse a stabilire un qualche dialogo sembrava non gliene fregasse un cazzo a nessuno &#8211; soprattutto ai punks. C&#8217;erano da attraversare mari tempestosi di diffidenza a bordo di zattere improvvisate che avevano un carico di ben poca curiosità reciproca. Se avete voglia di leggere e riflettere, <a href="https://www.arivista.org/?nr=113&amp;pag=113_04.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">fate un salto all&#8217;archivio online di A/Rivista Anarchica e puntate il mouse sul numero 113, ottobre 1983: a pagina 8 c&#8217;è il resoconto sbobinato di quell&#8217;incontro a Milano.</a><br>Si capisce molto presto che, nonostante le parole che uscivano a fiotti e spesso si sovrapponevano, nessuno dei punks aveva davvero voglia di raccontarsi, di parlare veramente di sé, di aprirsi. E&#8217; proprio in questo senso che l&#8217;iniziativa di Enrico, dei gruppi partecipanti e dei punks bolognesi è stata un gesto atipico: veniva a frantumare la logica della contrapposizione. Era una mano da stringere, un sorriso, un abbraccio fra gente che era differente sì e che lo sapeva bene, ma che comunque si considerava anarchica.<br><br>Ricordo le perplessità di Paolo Finzi, che pur felice della temporanea invasione punk della redazione non era abituato a queste pratiche e francamente non se la sentiva di proporre l&#8217;ascolto, figuriamoci l&#8217;acquisto, di quel disco così distante dal suo mondo sonoro ai vecchi compagni che frequentavano il Ponte della Ghisolfa, il Centro Studi Libertari, la sede della A/Rivista ed altri abituali luoghi d&#8217;incontro anarchici allora aperti a Milano. Erano certi vecchi compagni che non andavano più in là di Pietro Gori, dei canti della guerra di Spagna, di Georges Brassens e di Fabrizio de André. Erano certi vecchi compagni che quando ho iniziato a partecipare alle riunioni della redazione alzavano il sopracciglio alla vista delle mie magliette così poco sobrie oppure accorgendosi del mio piercing all&#8217;orecchio, allora una cosa davvero inusuale, e <strong>si mettevano in allarme al sentirmi citare più spesso i Crass che non Errico Malatesta</strong>. Parentesi: negli anni di vecchi compagni così ne ho incontrati a dozzine, e devo dire mi fa un po&#8217; impressione ritrovarmi adesso con quasi settant&#8217;anni addosso quando c&#8217;è qualcuno nato dopo che chiama “vecchio compagno” me, e succede spesso. Chiusa parentesi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>No all&#8217;istituzione<br>Rifiuta ogni legame<br>Non è marcia solo la stanza dei bottoni<br>I maiali sono ovunque<br>Le mura sono forti e le mangiatoie tante<br>Ma anche i maiali muoiono<br>Anche le mura cadono<br>Vendi cara la tua vita<br>Rifiuta ogni legame<br></em>(“Fuck authority”, Raw Power)</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Raw-Power-foto-di-Marino-Batini-dallarchivio-di-Andrea-Pippo-Penco-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-36185" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Raw-Power-foto-di-Marino-Batini-dallarchivio-di-Andrea-Pippo-Penco-1024x683.jpg 1024w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Raw-Power-foto-di-Marino-Batini-dallarchivio-di-Andrea-Pippo-Penco-768x512.jpg 768w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Raw-Power-foto-di-Marino-Batini-dallarchivio-di-Andrea-Pippo-Penco-300x200.jpg 300w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Raw-Power-foto-di-Marino-Batini-dallarchivio-di-Andrea-Pippo-Penco-600x400.jpg 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Raw-Power-foto-di-Marino-Batini-dallarchivio-di-Andrea-Pippo-Penco.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Raw Power &#8211; foto di Marino Batini, dall’archivio di Andrea “Pippo” Penco</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Anch&#8217;io come Enrico, come Laura, Jumpy e Carlo dei Raf Punk avevo vent’anni negli anni Settanta/Ottanta del secolo scorso. Ascoltavo anarcopunk, è vero, ma anche molte altre cose: l&#8217;aver frequentato una radio libera e degli anarchici sin da quando ero un teenager mi aveva acceso parecchie curiosità in testa e allargato gli orizzonti. In una parola, a me piaceva ascoltare musica &#8211; preferibilmente senza etichette appiccicate addosso, meglio ancora se ci trovavo dentro dell&#8217;ispirazione e del movimento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al ritorno dal mio primo viaggio a Londra avevo coinvolto un bel po&#8217; dei miei amici e compagni nel progetto di una fanzine. I nostri sforzi avevano attirato l&#8217;attenzione di Rockerilla, una rivista musicale allora assai influente e diffusa, che aveva proposto a un paio di noi di collaborare.<br>All&#8217;inizio di dicembre 1983 era arrivata a casa mia una lettera di Paolo Finzi: gli erano state segnalate delle cose scritte da me su Rockerilla &#8211; con cui la A/Rivista Anarchica al tempo faceva scambi di spazi pubblicitari. Per conto di quel giornale avevo avvicinato e intervistato gruppi anarcopunk inglesi come Omega Tribe e Poison Girls e gli americani Millions of Dead Cops. Quello che scrivevo lo aveva incuriosito: Paolo voleva conoscermi e mi chiedeva di partecipare a una riunione della redazione che si sarebbe tenuta a Milano prima di natale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Io ero solo un fanzinaro, uno da poco, un emarginato che dalla nascita frequentava periferie e bassifondi: davvero interessavano a un giornale anarchico serio e solido come la A/Rivista le cose che immaginavo e che scrivevo? Ma dai. Non mi sembrava vero: si stava avverando un sogno. Compravo abbastanza regolarmente la A/Rivista già da qualche anno: la vedevo in vetrina quando a Venezia sulla strada da piazzale Roma verso l’università passavo davanti a Utopia2, libreria anarchica per me diventata presto un riparo dal resto del mondo. La A/Rivista era per me una fonte di notizie e informazioni importante, ma i punks e parecchi dei miei compagni invece non la leggevano perché non gliene fregava niente: dai punks più intransigenti era addirittura considerata un “organo di propaganda degli anarchici tradizionalisti”, frase che non sono davvero mai riuscito a tradurre in un qualchecosa a me comprensibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br><em>La terra su cui stai camminando<br>La terra su cui stai vivendo<br>Non potrà ancora per molto sopportare il peso della nostra stupidità<br>Il peso di animali morti per capriccio<br>Il peso di centrali imposte per il volere di pochi<br>Il peso dell&#8217;infinito egoismo della superbia umana<br>L&#8217;ultimo sacrificio si sta compiendo sotto i nostri piedi<br>Davanti ai nostri occhi<br>Ma sembra che il lamento di morte della terra sia troppo debole<br>per arrivare a coprire lo sparo di un cacciatore.<br></em>(“La danza del sangue”, Rivolta dell&#8217;Odio)</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="500" height="261" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Rivolta-dellOdio.jpg" alt="" class="wp-image-36184" style="width:830px;height:auto" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Rivolta-dellOdio.jpg 500w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Rivolta-dellOdio-300x157.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px" /><figcaption class="wp-element-caption">Rivolta Dell&#8217;Odio</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Parto da Mestre la mattina molto presto, arrivo in stazione Centrale e prendo la metro. Mi presento in via Rovetta bello nervoso ma deciso, parliamo a lungo con Paolo e gli spiego il mio sogno: avrei voluto non dico scavalcare, non dico buttare giù, ma almeno provare a fare un buco su quel muro che divideva gli anarchici dai punks. <strong>Desideravo mettere in una qualche comunicazione chi suona e chi ragiona</strong>, accendere una qualche curiosità reciproca, provare a far incontrare e magari cortocircuitare la musica e le idee. In redazione oltre a Paolo c&#8217;erano la sua compagna Aurora Failla, Franco Pasello, Luciano Lanza, Fausta Bizzozzero, Maria Teresa Romiti ed altre ed altri di cui onestamente non ricordo il nome e le facce. Compagne e compagni anarchici tutti più vecchi di me che con i miei giri fatti di sbando e chitarre e amplificatori non avevano nulla a che fare, ma che si mostravano curiosi di me, aperti ai miei ragionamenti storti fatti senza avere quel minimo sindacale di infarinatura storica. In poche parole, erano rispettosi del mio modo di leggere le cose e non mi consideravano un caso da studiare. Erano tutti più cauti nei confronti del mondo e con esperienze dirette di repressione ben più consistenti della mia e di quella dei miei amici: noi avevamo una storia breve di concerti, raduni e sassaiole, loro invece un’esperienza pesante di perquisizioni pretestuose basate sul nulla e minacce di questura, quando non fossero accuse infamanti per attentati mai commessi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Ho imparato molto presto ad amare quelle compagne e quei compagni. Ho collaborato costantemente con la A/Rivista Anarchica da allora fino all’ultima uscita dell’estate 2020 &#8211; per 37 anni. Presentarmi presso una libreria o una sede anarchica mostrando una copia della rivista con dentro qualche cosa scritta da me mi ha aperto porte, procurato affetto e sorrisi, aiutato a trovare cibo e riparo, fatto costruire amicizie stabili.<br>Grazie ad A/Rivista Anarchica ho potuto incontrare tante persone, conoscerle e imparare un sacco di cose. Proprio come Enrico ed i punks bolognesi per sostenere la A/Rivista mi sono improvvisato produttore ed editore discografico, e nei miei deliri ho trascinato amici e compagni, anche gente non anarchica, e con il loro aiuto nel corso degli anni ho rastrellato anche somme consistenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’ero anch’io a Napoli settembre 1991 al concerto di Fabrizio de Andrè a sostegno di A/Rivista Anarchica e Umanità Nova. C&#8217;ero anch&#8217;io ottobre 1984 al Convegno Internazionale anarchico a Venezia. C&#8217;ero anch&#8217;io 2015 alle Cucine del Popolo a Massenzatico a festeggiare l&#8217;uscita del numero 400. C’ero anch’io, con una copia di A/Rivista in mano, ad ascoltare più volte Paolo Finzi parlare del suo amico Faber assieme a Fernanda Pivano, Andrea Gallo, Mauro Pagani, Piero Milesi, Franco Fabbri, Alessio Lega, Dori Ghezzi e cento altre voci ancora &#8211; tutte impegnate a resistere, a opporsi al silenzio, a non dimenticare.<br>A/Rivista Anarchica mi ha dato l’opportunità di aggiungere a queste la mia voce e il mio rumore. Ho manifestato con l’A cerchiata addosso ogni volta che ho potuto e, senza che nessuno vedesse, mi sono disperato quando non potevo esserci.<br>Con la morte di Paolo, oltre che perdere un compagno ed un amico carissimo mi sono improvvisamente ritrovato senza la A/Rivista Anarchica. Neanche provo a raccontarvi del mio smarrimento: è stato come perdere un fratello maggiore e, insieme a lui, la strada per ritrovare il mio posto nel mondo. Anche Aurora, gravemente malata, se n&#8217;è andata l&#8217;anno scorso. Due ferite da cui non sono ancora riuscito, e non so se riuscirò, a guarire. <strong>Però, credetemi, è stato bello passarci attraverso. E&#8217; stato bello esserci dentro. Ve lo dico col cuore stretto tra le mani.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Marco Pandin<br>stella_nera@tin.it</p>



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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="839" height="1024" data-id="36192" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-2-839x1024.jpg" alt="" class="wp-image-36192" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-2-839x1024.jpg 839w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-2-246x300.jpg 246w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-2-768x937.jpg 768w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-2-1258x1536.jpg 1258w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-2-600x732.jpg 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-2.jpg 1401w" sizes="auto, (max-width: 839px) 100vw, 839px" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="296" height="538" data-id="36191" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-3.jpg" alt="" class="wp-image-36191" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-3.jpg 296w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-3-165x300.jpg 165w" sizes="auto, (max-width: 296px) 100vw, 296px" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="752" data-id="36193" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-4-1024x752.jpg" alt="" class="wp-image-36193" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-4-1024x752.jpg 1024w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-4-768x564.jpg 768w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-4-300x220.jpg 300w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-4-1536x1128.jpg 1536w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-4-599x440.jpg 599w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-4.jpg 1740w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
<figcaption class="blocks-gallery-caption wp-element-caption">Queste foto, come l&#8217;immagine di copertina dell&#8217;articolo sono tratte da A/Rivista Anarchica dell&#8217;ottobre 1983</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>GENOVA DIY: Intervista alla crew di Adescite</title>
		<link>https://radiopunk.it/intervista-adescite/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[radiopunkts]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Oct 2025 15:26:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Anarchia]]></category>
		<category><![CDATA[Diy]]></category>
		<category><![CDATA[festival]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chiacchierata con il collettivo Adescite, da anni attivo nell’organizzazione di concerti DIY a Genova Il 24, 25, 26 ottobre 2025 si svolgerà il fest di Adescite con diverse band e banchetti di autoproduzioni in tre luoghi diversi di Genova. Questa sarà la decima edizione e abbiamo deciso di fare qualche domanda alla crew di Adescite &#8230;</p>
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<h2 class="wp-block-heading">Chiacchierata con il collettivo Adescite, da anni attivo nell’organizzazione di concerti DIY a Genova</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il 24, 25, 26 ottobre 2025 si svolgerà il fest di Adescite con diverse band e banchetti di autoproduzioni in tre luoghi diversi di Genova. Questa sarà la decima edizione e abbiamo deciso di fare qualche domanda alla crew di Adescite sul fest, sulla città e sul loro collettivo. Ci vediamo al banchetto, noi ci saremo!<br></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="768" height="1024" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/10/514279243_1226223482633540_5757855342894637037_n-768x1024.jpg" alt="" class="wp-image-29922" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/10/514279243_1226223482633540_5757855342894637037_n-768x1024.jpg 768w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/10/514279243_1226223482633540_5757855342894637037_n-225x300.jpg 225w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/10/514279243_1226223482633540_5757855342894637037_n-600x800.jpg 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/10/514279243_1226223482633540_5757855342894637037_n.jpg 1131w" sizes="auto, (max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Radio Punk: Ciao a tutte e tutti! Grazie mille per essere qui sulla nostra ‘zine. Ricordiamo con molto calore ogni edizione di Adescite a cui abbiamo partecipato quindi siamo davvero felici di intervistarvi! Partiamo con un po’ di bio: raccontateci come nasce Adescite, da quali anime è formato il collettivo e come si è evoluto in questi 10 anni.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Adescite Crew: Ciao! Adescite nasce inizialmente &#8220;solo&#8221; come festival punk Diy un po&#8217; per caso, all&#8217;interno di uno Spazio occupato nel ponente genovese che tutti ricordiamo con particolare affetto: lo Spazio Libero Utopia. L&#8217; occupazione è durata circa tre anni ed era stata tirata su da ragazzi e ragazze all&#8217;epoca ancora relativamente giovani, di età per lo più compresa tra i 20 e i 25 anni, che si erano precedentemente già fatti/e le ossa in collettivi universitari (ReUp) e di altri spazi occupati(uno su tutti il C.S.O.A. Terra Di Nessuno). Il connubio &#8220;nuova occupazione in periferia&#8221; e &#8220;punk fai-da-te&#8221; è stato abbastanza naturale e organico, portando a un nuovo fermento tra le realtà punk genovesi e liguri, all&#8217;epoca già discretamente attive. Adescite! Fest è stata un po&#8217; la sintesi e una delle espressioni più felici di quel fermento: una buona occasione per mettere in pratica l&#8217;esperienza accumulata negli anni precedenti di concerti e iniziative in un contesto nuovo, meno consolidato, ma forse proprio per questo più stimolante e vivo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Riguardo alle anime che lo compongono&#8230;negli anni ha contribuito a consolidare legami di amicizia che perduravano già dall&#8217;infanzia o dall&#8217;adolescenza e ha aggregato persone che prima, invece, non si conoscevano affatto. Tutte persone che hanno popolato e animato varie sottoculture, accomunate però da uno stesso modo di intendere l&#8217;autoproduzione, l&#8217;autogestione e le relazioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In seguito allo sgombero di Utopia, avvenuto proprio a ridosso della quarta edizione, abbiamo poi scelto di portare avanti Adescite! anche come collettivo vero e proprio, sempre secondo agli stessi principi che animavano anche il festival, collaborando con numerose realtà, occupate e non, che sentiamo in un qualche modo affini.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Radio Punk: Come avete strutturato questi 3 giorni di festival? Parlateci della musica e, siccome definite Adescite come “la sagra delle autoproduzioni”, anche di ciò che farà da contorno come banchetti e altro!&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Adescite Crew: Eravamo soliti strutturare il festival su uno o due giornate in uno spazio solo, con magari qualche iniziativa più piccola in luoghi affini nelle giornate precedenti. Negli ultimi anni, la situazione globale degli spazi sociali genovesi (approfondita nella prossima domanda) è cambiata in maniera piuttosto drastica e decisamente in peggio, portandoci a prendere importanti decisioni riguardo a quella che sarà la decima e ultima edizione del festival.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Avrà luogo nell&#8217;arco di tre giornate in tre posti diversi che, tutti a modo loro, ricoprono una certa importanza per la storia di Adescite.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le prime due giornate, venerdì e sabato, si terranno rispettivamente nella nuova sede del C.S.A. Zapata e al C.S.O.A. Pinelli, mentre la chiusura di domenica, si sarà al circolo Perugina, a Certosa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come sempre, nella scelta dei gruppi, abbiamo cercato di fare in modo che tutte le anime ed espressioni della musica punk siano degnamente rappresentate. In tal senso, ce n&#8217;è per tutti i gusti, dal punk rock più classico, all&#8217; hardcore vecchissima maniera, dallo street punk agli episodi acustici e all&#8217;emocore. Incredibilmente, quest&#8217;anno c&#8217;è pure del metalcore, cosa che per Adescite risulta più unica che rara <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f642.png" alt="🙂" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il tutto sarà complementato dalla consueta carellata di banchetti di autoproduzioni e cibo, che rendono Adescite, appunto, la sagra dell&#8217;autoproduzione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma, tre giornate in cui dormire pochissimo ed aggregarsi molto. Che fate? Ve ne private?</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-4 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="833" height="1024" data-id="29926" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/10/542161596_1265947661994455_8871737420885643102_n-2-833x1024.jpg" alt="" class="wp-image-29926" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/10/542161596_1265947661994455_8871737420885643102_n-2-833x1024.jpg 833w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/10/542161596_1265947661994455_8871737420885643102_n-2-244x300.jpg 244w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/10/542161596_1265947661994455_8871737420885643102_n-2-768x945.jpg 768w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/10/542161596_1265947661994455_8871737420885643102_n-2-1249x1536.jpg 1249w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/10/542161596_1265947661994455_8871737420885643102_n-2-600x738.jpg 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/10/542161596_1265947661994455_8871737420885643102_n-2.jpg 1301w" sizes="auto, (max-width: 833px) 100vw, 833px" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" data-id="29927" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/10/542688454_1265947685327786_5369528692393872977_n-2-703x1024.jpg" alt="" class="wp-image-29927"/></figure>



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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Radio Punk: Adescite è visceralmente connessa agli spazi sociali genovesi. Raccontateci di questo legame e del rapporto che avete con la città della lanterna.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Adescite Crew: Sul rapporto che i genovesi hanno con la loro città natale potremmo spendere fiumi di inchiostro (facciamo più torrenti, che quì si è assai parsimoniosi).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Volendo azzardare una terribile sintesi potremmo dire che tra i lati positivi di Genova c&#8217;è senza dubbio la tendenza a cercare di fare le cose nella maniera più semplice, diretta e meno sofisticata possibile. Non ci piace perderci in <em>belinate </em>e preferiamo andare dritti al punto, attitudine riassunta nell&#8217;imperativo contenuto in Adescite! stesso, che in dialetto ligure significa &#8220;Datti una mossa!&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra i lati negativi possiamo annoverare sicuramente una tendenza mortifera al nonnismo, che si traduce spesso in realtà chiuse in sè stesse e poco inclini al dialogo. Questo dualismo lo abbiamo spesso osservato anche negli spazi sociali in cui siamo cresciuti e ai quali Adescite! è indissolubilmente legato. <br>Se da un lato siamo cresciuti in una città che in passato ha avuto un discreto numero di realtà occupate e autogestite diverse, in cui potere sperimentare una libertà di autogestione che altrove, e soprattutto sul fronte istituzionale, era semplicemente assente, è altrettanto vero che le dinamiche umane e interpersonali che ne influenzavano e regolavano poi la vita, non venivano spesso messe in discussione, creando ambienti talvolta stagnanti e incapaci di dialogare efficacemente con generazioni più giovani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un errore che si è pagato carissimo negli ultimi anni, in cui le prime giunte di centro destra dai tempi del secondo dopoguerra hanno, pressochè incontrastate, fatto piazza pulita di buona parte delle realtà occupate e autogestite in città.  Molte delle scelte che ci stiamo trovando a fare con Adescite! Ultimamente sono legate a questa situazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sarà l&#8217;ultima edizione perchè, come abbiamo spiegato in seguito allo sgombero del L.S.O.A. Buridda, la situazione politica attuale è troppo soffocante per permetterci di organizzare il festival secondo alle modalità che prediligiamo. Inoltre, sentiamo che è giunto il momento di lasciare più spazio anche a collettivi più giovani che si stanno affacciando sulla scena ultimamente.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sarà l&#8217;edizione più corale che abbiamo organizzato in termini di spazi inclusi, un po&#8217; per necessità logistiche, ma soprattutto perchè pensiamo che sia il caso che le varie realtà che abbiamo attraversato ieri e attraversiamo oggi, dialoghino il più possibile fra loro. Il nonnismo genovese di cui sopra e l&#8217;individualismo sono lussi che oggi nessuno si può più permettere, se vogliamo davvero parlare di aggregazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="CHE L&amp;apos;INSE - Ep1 - La scena punk genovese e i suoi spazi sociali" width="1220" height="686" src="https://www.youtube.com/embed/dT4VF7-PS1o?start=89&#038;feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Radio Punk: Vi chiediamo di guardarvi un po’ indietro. Dopo 10 anni sentite di aver lasciato il segno? Cosa pensate di aver costruito a Genova e nella scena punx locale e non? Guardando avanti invece, cosa c’è nel futuro di Adescite?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Adescite Crew: Nostalgia canaglia&#8230; Dopo dieci anni di festival, concerti e iniziative varie possiamo senz&#8217;altro di dire di avere lasciato un segno indelebile in noi stessi, non tanto o non solo per i concerti in sè, quanto per le innumerevoli occasioni di arricchimento umano che questi ci hanno fornito e che abbiamo cercato di cogliere ove possibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra le lezioni più grandi c&#8217;è che cercare di fare le cose collettivamente è sicuramente più faticoso rispetto all&#8217;organizzarsi solo individualmente e fare sempre di testa propria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tuttavia, è al contempo un esercizio di empatia fondamentale, che ci ha portato col tempo a fare ragionamenti più profondi su noi stessi e sul nostro modo di relazionarci. Questo, alla fine della fiera, lo riteniamo più importante della musica stessa, che alla fine catalizza e sottolinea soltanto i nostri stati d&#8217;animo. Potremmo riassumerlo con uno Strummeriano &#8220;Without people you&#8217;re nothing&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Speriamo che fare Adescite! ci abbia reso persone più consapevoli e che questo abbia avuto anche qualche ricaduta positiva sulla &#8220;scena punx locale e non&#8221;. Che poi&#8230;le uniche regole di ogni buona scena sono che la scena non esiste e che il momento migliore per fare le cose è sempre&#8230; ORA!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cosa ci riserva il futuro non lo sappiamo. Sarebbe bello se il futuro ci riservasse la fine del capitalismo e del lavoro salariato.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Radio Punk: Vi ringraziamo ancora tanto e vogliamo chiudere con una domanda che ci regala sempre molte gioie: stupiteci e fateci ridere con l’episodio più grottesco e divertente accaduto durante un vostro concerto!&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Adescite Crew: Più divertente di quando ci hanno proposto i Crazy Town?<br>Beh, una divertente è quella riguardo a un batterista che per privacy chiameremo Joe A. , anzi no, Antares J. È meglio… comunque, si è svegliato la mattina nel dormitorio della Buridda urlando &#8220;chi cazzo è che mi ha vomitato sui pantaloni?&#8221;. Al primo grido nessuna risposta dalla marmaglia dormiente. &#8220;allora, chi è stato che lo ammazzo!?&#8221; La prima voce assonnata risponde dalla penombra &#8220;sei stato tu…&#8221;. Antares J. non ci sta &#8220;no, io non sono un pivello alle prime armi, ste cazzate non le faccio, so come si beve e non mi vomito sui pantaloni&#8221;. Il coro degli addormentati inizia a svegliarsi e a dire &#8221; si, si, sei stato tu, ora facci dormire&#8221;. Il povero Joe A. È tornato a casa con dei pantaloncini corti in prestito, e ancora oggi aleggia il mistero di chi gli abbia vomitato sui pantaloni, che sia stato davvero lui?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi ce ne sono troppe da raccontare, storie di cani sul palco, scale a pioli apparse misteriosamente in mezzo al pogo, cori ubriachi di gente che canta &#8220;Genova puuuunx&#8221; sulle note di Fear of the Dark degli Iron Maiden, chiavi di interi centri sociali sparite con i nostri amplificatori chiusi dentro, dj set trash finiti in abbracci e lacrime di gioia, band così ubriache da non finire il proprio concerto e finite a pisciare nel giardino di Toni Cocks.<br>Ok, sembra un delirio, ma in realtà il 99% delle cose vanno bene&nbsp;e&nbsp;ci&nbsp;si&nbsp;diverte.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Altri articoli recenti su Genova:</strong></p>



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</ul>



<p class="wp-block-paragraph"><br></p>
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		<title>Inni Della Rivolta &#8211; Quando l&#8217;anarkia verrà</title>
		<link>https://radiopunk.it/inni-della-rivolta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Miss-I]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 May 2025 10:07:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Anarchia]]></category>
		<category><![CDATA[Anarcopunk]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Pandin]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Marco Pandin di Stella Nera Edizioni ci parla della compilation Inni Della Rivolta Quando l&#8217;anarkia verrà “…Ritengo che le canzoni popolari, sia tradizionali che contemporanee, siano espressione della storia, segno di come la gente comune vive quegli eventi che spesso ci coinvolgono profondamente. Sono le cose che succedono attorno a noi e che ci vedono &#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://radiopunk.it/inni-della-rivolta/">Inni Della Rivolta &#8211; Quando l&#8217;anarkia verrà</a> proviene da <a href="https://radiopunk.it">Radio Punk</a>.</p>
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<h2 class="wp-block-heading">Marco Pandin di Stella Nera Edizioni ci parla della compilation Inni Della Rivolta</h2>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quando l&#8217;anarkia verrà</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“…<em>Ritengo che le canzoni popolari, sia tradizionali che contemporanee, siano espressione della storia, segno di come la gente comune vive quegli eventi che spesso ci coinvolgono profondamente. Sono le cose che succedono attorno a noi e che ci vedono come spettatori o magari come vittime, incapaci di intervenire. Alcuni di noi si esprimono scrivendo e cantando, ed è in questo senso che la canzone popolare si fa portatrice della storia: è la storia raccontata da quelli che c’erano, dai testimoni diretti. Le canzoni popolari portano in sé i racconti della gente ed offrono una visione alternativa del mondo: il mondo lo vedono dal di dentro. E queste canzoni o le si mantiene vive, o saranno perdute…”.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">E&#8217; il vecchio cantastorie socialista inglese Roy Bailey che parla. Le sue sono parole giuste, anche se difficili da ascoltare e ritrovarsi a dover gestire (appena a pochi istanti di distanza Bailey dice anche: <em>“&#8230;Chi deve salvaguardare questa cultura sono le istituzioni, e chi comanda dentro a queste istituzioni ha un potere enorme sulle nostre vite&#8230;”</em> &#8211; un argomento spinoso).<br><br><strong>Mi chiedo: ma come fa la gente a raccontare il suo tempo? A raccontare le piazze, la città, la campagna, il lavoro, la guerra? E come fare per tenerlo stretto questo tempo, per raccontarlo ai figli?</strong> Tanti tengono dei diari. Alcuni, come Vincenzo Rabito, ne hanno scritti di meravigliosi: scritture private che sono divenute un caso letterario perché, come aveva fatto Carl Hamblin con la benda della Giustizia, hanno strappato la maschera rivelando la vera faccia della guerra e della storia ufficiale.<br>Ma tanti sono convinti di non avere testa, non avere tempo. Altri se ne vergognano delle loro storie, vuoi per la miseria che le abita, vuoi per la troppa tristezza, per le troppe lacrime versate. Oppure non hanno sufficiente stima di sé &#8211; pensano sia tempo perso, che le proprie siano vicende banali oppure troppo piccole. <strong>Penso che un enorme tesoro di impressioni e di esperienze vada perso perché si è convinti che non valga la pena raccontare.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’unico modo che resta è cantare, fare delle canzoni inventandole tutt’attorno alla vita, attorno alle piazze, alla città e alla campagna, al lavoro e alla guerra.</strong><br>Cantare, tutti cantano. Tutti cantiamo. Purtroppo, anche di grande parte delle canzoni fatte così non rimane traccia. Sono un&#8217;eredità importante che si diffonde per via orale e non viene trascritta né documentata ma raccontata e cantata da una generazione all&#8217;altra. Sono canzoni che spesso non ci si cura di trascrivere: viene disperso un repertorio fatto come di vento che non si trova negli spartiti, nei negozi, dentro ai dischi, in internet. Canzoni che, quando va bene, finiscono dentro a una vecchia cassetta che di questi tempi digitali non si può più leggere. Sono pacchi di vecchi fogli scritti a mano o a macchina, fotocopie che finiscono nella differenziata, filmini girati con una vecchia cinepresa in bianco e nero, videocassette smagnetizzate: dentro ci sono canzoni anarchiche e bastarde, canzoni che restano sospese nell&#8217;aria come fanno gli uccelli, e che così facendo scappano via lontano dalla memoria obbligatoria, dai veglioni di stato, dalla retorica che accompagna le celebrazioni ufficiali e le ricorrenze delle guerre.<br><strong>Le canzoni popolari non abitano nella bocca di chi vince le elezioni, e quando chi comanda se ne appropria le avvelena: diventano nere, diventano amare, muoiono</strong>. Appartengono alla gente senza avere neanche un padrone. Sono canzoni popolari, e si tengono a distanza di sicurezza da tutta quella catasta di spiegazioni e giustificazioni storiche ingombranti, di analisi di mercato e cifre che nessuno riesce ad ascoltare fino in fondo figuriamoci a interiorizzare, da tutte quelle feste adorne di corone di fiori che puzzano di ipocrisia e di cimitero e da quelle fanfare che in segreto ciascuno (tranne chi ama indossare una divisa militare) trova ridicole e insopportabili.<br>Sono canzoni che non si mostrano in televisione né si ascoltano nelle radio che una volta chiamavamo libere e invece da un bel po&#8217; si chiamano private, non vanno a Sanremo né all&#8217;Eurovision, non entrano nelle classifiche di nessun genere e di nessun paese. Se si ha la fortuna che entrino nelle orecchie, queste canzoni si mettono a volare dentro in testa e vi fanno il nido. Spesso non se ne vanno più via.<br><br>Negli anni Settanta ho avuto la fortuna di incontrare Luisa Ronchini. Era venuta da Bergamo fino a Venezia con un registratore e un blocco per gli appunti per raccogliere le canzoni che cantavano i vecchi. Noi ragazzini la chiamavamo “la signora”: era una maniera per mostrarle rispetto e soprattutto gratitudine per l&#8217;attenzione e la buonamaniera che aveva per i nostri nonni e per le loro storie. Raccontavano a lei certe storie che sapevano da sempre e avevano raccontato anche a noi piccoli, storie che spesso ci venivano offerte sbriciolate e confuse, forse troppo lontane nel tempo per essere avvicinate e comprese in tutta la nostra fretta e agitazione di bambini. Era venuta anche a Chioggia. Girava a piedi per le calli e per le isole, la signora, e si fermava a salutare tutte e tutti e a chiacchierare con tutte e tutti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A meno che non fosse inverno, noi mica si viveva dentro le case, allora: non c&#8217;erano automobili in giro per il paese e noi bambini restavamo randagi in giro fino a quando non faceva buio o sentivamo la fame. I nostri papà erano via per buona parte della giornata a fare i turni in fabbrica o a lavorare per mare. Mamme, zie e nonne fatte le pulizie e le spese e inviato il mangiare per mezzogiorno e sera, appena la stagione lo permetteva si portavano ciascuna una sedia fuori in calle o in corte, a passare mezze giornate insieme a chi abitava dietro la porta accanto, tutte a recuperare maglie di lana vecchie sciogliendone la trama per farle diventare maglie nuove, berretti, ciabatte o quadrati che poi si cucivano insieme e diventavano coperte. O a lavorare a ferri e a uncinetto. Oppure a ricamare le reti &#8211; due nodi ogni centimetro, tre nodi ogni centimetro le più brave. E quante storie, e quante ciaccole, e quante canzoni.<br></p>



<p class="wp-block-paragraph">La mia nonna materna si chiamava Nina, e lei e le sue sorelle ne sapevano tantissime di storie e di canzoni. Sembrava che avessero attraversato oceani di avventure, sempre insieme. Alcune delle loro storie per noi bambini erano inverosimili, così strane e incomprensibili. Altre erano come fiabe. Ricordo che a volte davanti al microfono della signora si emozionavano e si confondevano e non riuscivano a ricordare una canzone per intero: mettevano insieme dei pezzetti uno la nonna un altro la zia oppure osava intromettersi il nonno, lui che non parlava mai, e discutevano ridendo sulle parole giuste. Era così e così. No, era così e così invece, e giù tutti a ridere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Nina sembrava divertirsi anche quando raccontava le storie del tempo di guerra, accadute quando il nonno e la nonna erano ancora giovani, la mia mamma e le sue sorelle erano ancora piccole e io e i miei cugini non eravamo ancora nati. Spesso raccontava di quando in paese spadroneggiavano i fascisti e non si poteva pensare a voce alta, e non sempre erano storie tristi: anche nelle occasioni più nere sembrava fosse successo un imprevisto che trasformava le tragedie in comiche. Tipo quella volta che alla visita di non so quale gerarca, appena iniziato il comizio i cavalli si sono messi tutti insieme a fare la cacca in piazza proprio davanti al palco, neanche si fossero messi d&#8217;accordo, scatenando le risate di tutto il paese. Beh, di quasi tutto il paese. Lo facessero oggi ad un comizio di un qualsiasi nuovo padrone, finirebbero al galoppo in una macelleria equina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Io ascoltavo, ma facevo fatica a entrare dentro a quelle storie: riconoscevo i personaggi, ma mi era davvero impossibile farmi largo nella trama. La nonna mi raccontava un mondo completamente differente, più buio, più polveroso, più triste e per me incomprensibile. Il fascismo per me è quel buio, quella polvere nera che rende amara, avvelena e soffoca la vita. Una notte i tedeschi hanno buttato giù la porta di casa e portato via con loro il nonno Dante, lui un giorno dopo tanto tempo è tornato a casa a piedi dall&#8217;Austria, da Klagenfurt, pelle e ossa e tutti i capelli bianchi che nessuno lo ha riconosciuto &#8211; ma questa è un&#8217;altra storia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Nina e le sue sorelle, ogni volta che potevano e come potevano, aiutavano di nascosto i ragazzi che disertavano e i partigiani. Mia mamma mi ha raccontato spesso dei suoi incontri di bambina con dei ragazzi terrorizzati in fuga, con gente disperata cui la guerra aveva portato via tutto, coi partigiani silenziosi &#8211; ricordava una carezza dolce sulla testa, una stella appuntata sul bavero, il fucile strappato via ai fascisti. E quella volta che la polenta avanzata era sparita, un biglietto con scritto sopra “grazie” poggiato sotto un sasso sullo scalino della porta d’ingresso una mattina, ogni tanto un fagotto con dentro una pentola di minestra lasciato sull&#8217;arzene. <strong>I racconti che ho ascoltato in casa mi descrivevano una faccia della guerra diversa da quella che mi veniva mostrata nei libri di scuola.</strong><br><br>Dopo poco che sono nato a mio papà è stato offerto un lavoro come operaio turnista in una fabbrica a Marghera. I miei genitori, cinquant&#8217;anni in due, si sono trasferiti in un buco in affitto a Mestre &#8211; camara e cusina in un condominio de carton, chiamavamo così casa nostra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il quartiere così come lo si riconosce oggi allora non c&#8217;era: la Cipressina era solo un tratto della strada statale 245 Castellana compreso tra il passaggio a livello dei Quattro Cantoni e quello di Zelarino. Niente chiesa né scuole. C&#8217;erano un negozio di generi alimentari, un panificio, una macelleria, un bar/trattoria, un paio di fermate dell&#8217;autobus e qualche condominio da sei/nove appartamenti addosso alla statale. Il resto era tutta campagna, ma lo sarebbe rimasto ancora per poco: nel giro di pochi mesi sono stati costruiti velocemente tantissimi condomini de carton supereconomici, sempre più grandi dodici sedici venti ventiquattro appartamenti via via che le traverse si allontanavano dalla statale, che si sono riempiti subito di famiglie come la nostra, tutti immigrati per il lavoro a Marghera.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da ogni finestra uscivano odori di cibi diversi dal nostro, voci con accenti e parole strane e straniere spesso difficilmente traducibili e canzoni fatte in maniera completamente differente da quelle che ero abituato a sentire in strada e per casa.<br>Si faceva presto amicizia con gli altri bambini, le prime cose che si imparavano erano le parolacce: mannaggia minchia e marò loro a noi, tamorticani e magnasborae noi a loro. Ogni gruppo di strade del quartiere aveva una banda di piccoli straccioni, un gruppo contro un altro a battagliare senza bisogno di una ragione precisa. Tranne qualche singola antipatia che si prolungava, generalmente si finiva presto a giocare insieme quando non a scambiarsi le figurine doppie dei calciatori: go go go manca. Oppure ci si aggregava armati di bastoni e fionde in spedizioni avventurose tipo Cipressina contro Gazzera, quartieri di immigrati e povertà diffusa separati solo da qualche campo rimasto incolto intorno ai binari.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quando sento qualcuno alla radio o al telegiornale che afferma che la mia generazione non ha attraversato guerre, mi viene sempre da pensare che siamo stati comunque capaci di trovare maniere diverse per ammazzarci l&#8217;un l&#8217;altro.<br></strong>Noi piccoli siamo cresciuti, in tanti siamo riusciti ad andare a scuola, i più fortunati a diplomarsi e qualcuno anche ad arrivare alla laurea. In città siamo stati testimoni abituali di proteste e scioperi, manifestazioni, sassaiole, cariche di polizia, posti di blocco, incidenti sul lavoro, mogli e figli picchiati, spaccio di eroina, tossicodipendenza, disoccupazione, alcolismo, degrado, discariche, avvelenamenti, chemioterapie e morte <strong>e mentre tutto questo succedeva abbiamo ascoltato imparato e cantato altre canzoni e altre storie che si sono sostituite a quelle che ci avevano cantato i nostri nonni e i nostri genitori.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La Luisa Ronchini, la signora di cui raccontavo all&#8217;inizio, l&#8217;ho poi incontrata altre volte e l&#8217;ho vista a qualche concerto anche con Gualtiero Bertelli e Alberto d&#8217;Amico. Nei primissimi anni Ottanta avevo accompagnato dei miei compagni di Murano a registrare un demo all&#8217;Odhecaton di Ermanno Velludo, proprio lo stesso studio dove in quei giorni stava registrando lei, a Venezia appena dietro l&#8217;Accademia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ermanno era un tecnico strabiliante: sapeva catturare il suono e imprigionarlo nel nastro magnetico per poi riprodurlo perfettamente, oppure lo manipolava rendendolo diverso e a volte irriconoscibile ma sempre assai attraente &#8211; non importava che fosse un quartetto barocco, o la voce di Luisa Ronchini, o le nostre seghe punk.<br>Noi aspettavamo il nostro turno in silenzio, nella stanza in penombra dove Ermanno faceva i miracoli, ad ascoltare ogni respiro della signora con grande rispetto. Non sono mai riuscito però a capacitarmi del fatto che i nostri inni anarcopunk, nonostante tutto il nostro impegno e sbattimento, non riuscissero a spiccare il volo, mentre le sue versioni così scarne voce-e-chitarra de “Le quattro stagioni” e del canto a Sante Caserio finivano a conficcarsi nella parte più profonda di me.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Molte canzoni come quelle, le canzoni anarchiche di una volta, a tanti piace ascoltarle e riascoltarle, ma ritengo che negli ultimi anni nonostante internet, nonostante la velocità, nonostante il “progresso” oppure forse proprio a causa di quelle virgolette che adesso ci ho messo intorno, siano rimaste a riverberare chiuse dentro le teste, nelle stanze delle case, tra le mura dei centri sociali, nel perimetro delimitato/autorizzato delle manifestazioni. In zone circoscritte, quindi, rese quasi impermeabili al resto del mondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Potrebbe essere proprio l&#8217;idea della guerra, resa abitudine come fosse una caratteristica del nostro paesaggio da anni di piombo e soprattutto di televisione, che ci ha cacciati sotto, dentro, in cerca di riparo</strong>. Pensiamo al volume: dove una volta l&#8217;impatto sonoro era parte integrante del messaggio (non so voi, io la musica amo ascoltarla con lo stomaco) adesso il suono è costretto tra le cuffiette, compresso per gli altoparlantini degli smartphone o dei microimpianti hi-fi casalinghi. Le piazze, i prati, le aree aperte sono state sottratte alla collettività e rimpiazzate da spazi ridotti, transennati, casalinghi, limitati all&#8217;uso personale. È successo lo stesso ad altre fonti di piacere, di ispirazione, di acculturazione: un affare tra te e uno schermo digitale, tra te e il tuo smartphone. Condivisione è diventata una parola diversa: era un accadimento unico e difficilmente ripetibile in serie nel quale ci si ritrovava coinvolti io e te e cento e mille e diecimila altri &#8211; adesso sta a raccontare quel mucchietto di uni e di zeri che passa dal mio computer al tuo e viceversa.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Eppure sono convinto che canzoni anarchiche se ne scrivano ogni giorno</strong>. Prendono forme diverse, suonano differenti, fanno giri strani ma per arrivare prima o poi arrivano e vanno dritte al cuore. Potrebbe succedere ancora: tra la fine degli anni Settanta e la prima metà degli anni Ottanta il punk, un&#8217;espressione musicale/culturale libera e popolare, è riuscita ad aprire falle significative nel tessuto sociale che sono state ben presto rabberciate da un sistema che dal punk si era sentito minacciato. Quest&#8217;ultima frase ha senso compiuto anche sostituendo la parola “mercato” a “tessuto sociale”.<br><br><strong>Ogni tanto tendo a soffermarmi a ragionare su questo radicale cambiamento della fruizione del fatto musicale</strong>. Se di dibattito si può parlare, mettendoci intorno parecchie virgolette, è in questa forma che prosegue nei discorsi spiccioli al banchetto di stella*nera quando vado in giro a presentare un libro o un disco, in quelle due-tre parole scambiate con la scusa di prendere qualcosa da leggere o da ascoltare, ben consapevoli tutti d&#8217;essere stati nutriti dall&#8217;ideologia del mercato obbligatorio ed avvelenati dalla cultura dominante, eppure assolutamente determinati a non soccombere, a non mollare, a non restare zitti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>&#8230;Sì, è proprio “quella” cassetta. Ma aspettate un momento prima di girare pagina o di saltare alla prossima segnalazione. Innanzitutto, due parole per chi (e immagino siano tanti) non sa con precisione di che cosa si tratta. La cassetta “Inni della rivolta” è una compilation uscita da poco e diffusa in maniera sotterranea che ha già fatto s/parlare di sé più che altro per i suoi contenuti sonori, ritenuti da molti “discutibili” come “discutibile” è stata definita l&#8217;operazione nel suo complesso. Si tratta di una dozzina di canti anarchici rivisitati (oppure “massacrati&#8221;, sempre secondo i detrattori) da altrettanti gruppi musicali italiani non a scopo di lucro ma a fin di benefit per l&#8217;<a href="https://www.anarcopedia.org/index.php/Animal_Liberation_Front" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ALF</a>. Sono convinto che spesso si sia parlato e criticato senza però prima ascoltare: se n&#8217;è discusso solo perché si tratta di rivisitazioni in chiave punk, ritenute derisorie o quantomeno inadatte, di pezzi di Storia. (…) La cassetta è uscita in poche copie e costa una miseria quindi non sarebbe poi così drammatico sorvolare sulle perplessità e contribuire ad una giusta causa&#8230;”</em> (da A/Rivista Anarchica, ricostruzione della segnalazione originale)</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Trent&#8217;anni fa circa i Barboncini Punx, piccolo ma agguerrito gruppo anarcopunk piemontese, avevano immaginato e realizzato una raccolta di canti anarchici</strong>. Avevano chiesto nel giro e messo insieme una decina di versioni per così dire “personali” di inni storici, canti della tradizione e della Resistenza nonché un paio di contributi originali a cura del cantautore anarcoscettico romano <a href="https://umanitanova.org/alfredo-salerni/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Alfredo Salerni</a>, venuto purtroppo a mancare due anni fa, e delle Officine Schwartz.<br><strong>A ridosso dell&#8217;uscita della cassetta, diffusa nella scena underground in poche copie e a un prezzo irrisorio, era serpeggiato parecchio malumore tra i compagni anarchici più vecchi, e anche tra certi non così vecchi,</strong> piuttosto risentiti quando non addirittura profondamente offesi per il fatto che dei giovinastri avessero osato stravolgere, cioé cantare a modo loro, delle canzoni sacre che consideravano né più né meno che intoccabili.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Various ‎Artists – Inni Della Rivolta (1994)" width="1220" height="686" src="https://www.youtube.com/embed/fGsO44-DPuw?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



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<p class="wp-block-paragraph">La reazione negativa dei vecchi anarchici, come quella dei punk senzafuturo spesso menefreghisti e le alzate di spalle dei punk senzapassato altrettanto spesso occupati altrove, erano state senz&#8217;altro prevedibili e i promotori dell&#8217;iniziativa il problema se l&#8217;erano senz&#8217;altro posto: la presentazione dell&#8217;iniziativa nel libretto allegato alla cassetta è un&#8217;incredibile passeggiata in equilibrio precario sul filo della paraculaggine. Capisco un certo bisogno di spiegare e di spiegarsi, così come la necessità di giustificarsi politicamente tipica di certa scena punk di allora, ma forse era meglio se non scrivevano niente &#8211; però queste sono cose di cui ci si accorge col tempo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>&#8230;Eravamo un gruppo punk che soleva definirsi anarchico. Per noi questo significava cercare di portare avanti nella vita le idee professate nei testi. Niente di estremo, per carità, però non vedevamo troppo favorevolmente quei gruppi hardcore che esaurivano la loro azione nei dischi e tour europei a catena. Avevamo un piccolo collettivo a Pinerolo, la nostra città, una distro e ci organizzavamo i nostri concerti, rigorosamente autogestiti, con molti sbattimenti. Avevamo autoprodotto la nostra cassetta, organizzato feste, stampato magliette e cassette benefit per buone cause e prodotto la nostra fanzine. Come altri all&#8217;interno della scena, stanchi del ripetersi di logori cliché musicali nel punk, volevamo ampliare i nostri orizzonti, cercare altre forme di espressione musicale che avessero la stessa sincerità, energia e immediatezza del punk. Ci fu chi vide queste potenzialità nella musica industriale, nel noise, altri nella techno, altri ancora nell&#8217;hip hop. A quell&#8217;epoca scoprivo molte inaspettate affinità del punk con la canzone popolare: lo stesso disprezzo/indifferenza verso il protagonismo e le star, musiche senza autori né copyright a disposizione di tutti per essere interpretate e reinventate, il ballo spontaneo e collettivo nell&#8217;aia come il pogo, testi che parlano sì di sesso e amore ma spesso e volentieri di ingiustizie e lotte politiche. Ci avvicinammo quindi, per affinità, ai canti anarchici. Dall&#8217;ascoltarli al volerli suonare il passo è breve. (…) </em><em>Rivista Anarchica la stroncò come opera di scarponi lo-fi ma per il resto vennero distribuite tutte le copie. (…) Presi dall&#8217;entusiasmo reinvestimmo gli introiti nella produzione del volume due, ne stampammo anche il libretto però poi, a causa di vari distributori morosi, la distro andò in bancarotta. Il collettivo si sfaldò e del volume due non se ne sentì più parlare&#8230; fino ad ora che lo avete qui, insieme al primo&#8230;” </em>(dalla presentazione del cd)</p>



<p class="wp-block-paragraph">Del giro dei Barboncini avevo incontrato una prima volta in redazione della A/Rivista Anarchica e poi ad alcune riunioni e concerti Carlo “Karenza” Decanale: era parecchio più giovane di me e la sua simpatia e la sua allegria erano contagiose. <strong>Avendo compreso che l&#8217;intento suo e dei suoi compagni era tutt&#8217;altro che blasfemo, ed essendo convinto anch&#8217;io che cantare oggi le canzoni di ieri serva in qualche modo a mantenerle vive, avevo scritto di questo lavoro sulla A/Rivista in una maniera ritenuta però eccessivamente positiva da buona parte della redazione.</strong><br>Per evitare polemiche avevo suggerito di lasciar perdere del tutto quella segnalazione, ma con mia sorpresa a qualche mese di distanza il pezzo è stato pubblicato (con ogni probabilità perché avevo scritto poco e serviva per arrivare a fine della pagina invece che mettere un disegno o una foto) ma in forma ridotta e modificata &#8211; è stata l&#8217;unica volta in cui sono incorso in un incidente in 37 anni di collaborazione. Va anche detto, per onestà e completezza, che di lì a poco mi sono state fatte le scuse per l&#8217;accaduto.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-6 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="716" height="1024" data-id="28321" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/copertina-cassetta-1-716x1024.jpg" alt="" class="wp-image-28321" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/copertina-cassetta-1-716x1024.jpg 716w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/copertina-cassetta-1-600x858.jpg 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/copertina-cassetta-1-210x300.jpg 210w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/copertina-cassetta-1-768x1098.jpg 768w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/copertina-cassetta-1-1074x1536.jpg 1074w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/copertina-cassetta-1-8x12.jpg 8w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/copertina-cassetta-1.jpg 1223w" sizes="auto, (max-width: 716px) 100vw, 716px" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="986" height="1024" data-id="28322" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/retrocopertina-cassetta-1-986x1024.jpg" alt="" class="wp-image-28322" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/retrocopertina-cassetta-1-986x1024.jpg 986w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/retrocopertina-cassetta-1-600x623.jpg 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/retrocopertina-cassetta-1-289x300.jpg 289w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/retrocopertina-cassetta-1-768x798.jpg 768w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/retrocopertina-cassetta-1-12x12.jpg 12w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/retrocopertina-cassetta-1.jpg 1081w" sizes="auto, (max-width: 986px) 100vw, 986px" /></figure>
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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>&#8230;L&#8217;idea di una compilation di canti anarchici suonati da gruppi di oggi non ha convinto diverse persone: sia quelle abituate a pensare a queste canzoni come a qualcosa di antiquato, sia quelle che, conoscendole e venerandole in versioni precedenti e circostanze più serie, considerano questa operazione “blasfema” o quantomeno irrisoria nei confronti di questi “oggetti di culto”. Esiste infatti una certa concezione della tradizione anarchica quasi religiosa, con i suoi martiri, i suoi santi, i suoi episodi mistici, i suoi luoghi sacri, un suo aldilà e la sua liturgia, di cui questi canti fanno parte. In realtà non è nostra intenzione creare qualcosa di stupefacente, né riteniamo che i canti, così come li abbiamo conosciuti, fossero un vecchiume da rinnovare; quando li abbiamo “scoperti” ci siamo resi conto che sono una componente fondamentale della nostra storia e della nostra lotta. Inoltre, non hanno un semplice valore di “documento storico”, ma esprimono idee e sentimenti che condividiamo e fanno parte della nostra cultura. Non abbiamo inteso far rivivere qualcosa di morto, proprio perché la musica popolare, per definizione, vive in quanto continua ad essere reinterpretata e riproposta diversamente a seconda delle condizioni storiche, geografiche, sociali e culturali. I canti di lotta esistono finché esiste l&#8217;esigenza della lotta: se si modificano nel tempo non perdono il loro valore, anzi acquistano una forza che non avrebbero se ne rimanesse una versione definitiva scritta sui libri o incisa sui dischi: questo sarebbe il vero stravolgimento del loro significato e anche delle intenzioni degli autori delle gesta celebrative. A noi non interessa santificare il passato sminuendo le nostre potenzialità nel presente, ma utilizzare criticamente queste esperienze traendone spunto per le nostre attività&#8230;”</em> (dalla presentazione della cassetta, 1993)</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>C&#8217;era stato una ventina d&#8217;anni prima un caso press&#8217;a poco simile.</strong> Prendendo spunto dall&#8217;inno a stelle-e-strisce intriso del suono delle incursioni aeree e dei bombardamenti in Vietnam fatto risuonare a Woodstock da Jimi Hendrix, <strong>nel 1974 gli Area proposero una loro personale rilettura de “L&#8217;Internazionale”. Anche in quel caso si gridò allo scandalo</strong> &#8211; non fra vecchi anarchici brontoloni ma sulle pagine dei giornali nazionali e nelle sezioni del PCI, del PSI e nelle sedi della sinistra extraparlamentare e dei sindacati di tutta Italia. S&#8217;era stracciato pubblicamente le vesti ed aveva tuonato a lungo persino Nicolae Ceauşescu, padrone della Romania: ci fosse stato il Risiko che conosciamo oggi, avrebbe attaccato l&#8217;Italia con sei.<br>Si tratta però di due diversi casi che mi riesce difficile mettere a confronto: per tutto un complesso di fattori tecnici e storici gli anni Settanta erano davvero molto diversi dagli anni Novanta.<br>Come la cassetta punk, anche quella degli Area era un&#8217;iniziativa di beneficenza (si raccolsero fondi per le spese legali sostenute dall&#8217;anarchico Giovanni Marini, accusato d&#8217;omicidio per essersi difeso da un&#8217;aggressione fascista). <strong>Ma una differenza importante è che la cassetta di inni anarchici in salsa punk era un&#8217;autoproduzione dal basso, mentre con e per gli Area si muoveva un&#8217;etichetta discografica di dimensioni considerevoli gestita da brillanti e scafati pubblicitari e specialisti di comunicazione</strong>. Al di là dell&#8217;innegabile talento e delle intuizioni profetiche dei musicisti, tutt&#8217;attorno alle opere del gruppo, soprattutto le più azzardate, era stato costruito dagli addetti all&#8217;ufficio stampa della Cramps un certo spessore controculturale e rivoluzionario, controcultura e rivoluzione che allora influivano fortemente sull&#8217;orientamento di vasti settori dell&#8217;espressione artistica, come anche sul mercato.<br>Allora poteva avere senz&#8217;altro un senso, e artistico e politico, scagliarsi contro il monolite. Qui, diciamocelo, si tratta di una serie di episodi inoffensivi suonati da gruppi della scena marginale spolverati (non tutti) di inconsistente spirito provocatorio. <strong>Resto comunque dell&#8217;opinione che l&#8217;idea che sta alla base del progetto dei Barboncini Punx sia geniale.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Questa la lista completa dei partecipanti e dei relativi pezzi:</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li>R.A.M.A. &#8211; Inno della rivolta</li>



<li>Waka Waka &#8211; Sacco e Vanzetti</li>



<li>Teatro Quotidiano &#8211; Canto a Caserio</li>



<li>Cruelty Free Core &#8211; Amor ribelle</li>



<li>Dr. Domopak &#8211; Figli dell&#8217;officina</li>



<li>Officine Schwartz &#8211; Trauermarsch</li>



<li>Barboncini Punx &#8211; Stornelli d&#8217;esilio</li>



<li>Alfredo Salerni e i Folk Simile &#8211; Il Si bemolle</li>



<li>Contrasto &#8211; Né servi né padroni</li>



<li>Dice Die &#8211; Su mano alla bomba</li>



<li>Lupus In Fabula &#8211; Dai monti di Sarzana</li>



<li>CCC CNC NCN &#8211; Il galeone</li>



<li>Panico &#8211; L&#8217;estate dei poveri</li>



<li>Stige &#8211; Inno individualista</li>



<li>Ishi &#8211; Il disertore</li>



<li>D.D.I. &#8211; Inno individualista</li>



<li>Biafra &#8211; Addio Lugano bella</li>



<li>Digos SS &#8211; Evviva Pietro Gori e il suo ideale</li>



<li>Barboncini Punx &#8211; Puente de los Frances</li>



<li>Cupiazzi &#8211; Gli anarchici noi siamo di Milano</li>



<li>Boloboloquique &#8211; Siam del popolo gli Arditi</li>



<li>Fuck Simile &#8211; L&#8217;Interrogatorio di Caserio</li>



<li>Soda Kaustika &#8211; Quando l&#8217;anarchia verrà</li>



<li>Frammenti &#8211; La ballata di Pinelli.</li>
</ul>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="1022" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/copertina-cd-1024x1022.jpg" alt="" class="wp-image-28319" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/copertina-cd-1024x1022.jpg 1024w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/copertina-cd-300x300.jpg 300w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/copertina-cd-100x100.jpg 100w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/copertina-cd-600x599.jpg 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/copertina-cd-150x150.jpg 150w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/copertina-cd-768x766.jpg 768w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/copertina-cd-12x12.jpg 12w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/copertina-cd.jpg 1413w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Copertina del CD</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Restaurate come e quando possibile le registrazioni di allora, l&#8217;anno scorso queste sono state raccolte in un cd stampato da Pinetasound Autoproduzioni e diffuso dall&#8217;indipendente Tadca Records di Cuneo</strong> (<a href="http://www.tadcarecords.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">www.tadcarecords.org</a>, <a href="mailto:info@tadcarecords.org" target="_blank" rel="noreferrer noopener">info@tadcarecords.org</a>, raggiungibile anche su <a href="https://tadcarecords.bandcamp.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">bandcamp</a> e <a href="https://www.facebook.com/tadcarecords" target="_blank" rel="noreferrer noopener">facebook</a>).<br>Come avete visto dalla lista che ho riportato qualche riga fa, sono stati aggiunti altri dodici pezzi di impostazione simile destinati a quel secondo volume pianificato al tempo dai Barboncini e però mai portato a termine e realizzato. Un pezzo è addirittura andato perso.<br>Chi c&#8217;era allora, nell&#8217;ascoltare, avendo inalato il puzzo delle cantine e di buona parte dei luoghi di ritrovo clandestini, potrà riconoscere presto la precarietà ed il contorno sfocato tipici dei suoni catturati su vecchie audiocassette e, chissà, magari riassaporare con gusto la polvere del tempo. Altri ascoltatori più giovani, con ogni probabilità abituati ad altri approcci e ad altre sonorità, potrebbero sorridere della generale mediocrità tecnica e creativa. Pur distinguendosi i contributi delle Officine Schwartz e dei CCC CNC NCN, ciascuna canzone purtroppo scivola via lasciando impigliato solo poco di sé nel filo spinato della memoria: a distanza di anni ci si accorge presto di quanto poco queste versioni siano consistenti, ancor meno offensive e per niente dissacranti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Come la cassetta, anche il cd costa una miseria. Ascoltarlo mette addosso un misto curioso di ilarità ed imbarazzo: insomma, le vecchie canzoni anarchiche resistono orgogliosamente ed alla grande al maldestro make up punk che gli è stato dipinto in faccia</strong>. Ed è proprio per questa ragione che la raccolta potrebbe, secondo me, offrire ottimi spunti di meditazione e riflessione. Certo, viene da sorridere davanti a tanta sfrontatezza spinta avanti a fare un po&#8217; di fumogeno intorno all&#8217;inadeguatezza, ma così funzionava allora, quando ci si trovava arrivati appena dopo di quelli che ridevano addosso a tutto, a tutti e soprattutto a sé stessi, e appena prima dell&#8217;avvento di quei punk integralisti predicatori che si prendevano così esageratamente sul serio da riuscire a velocizzare il disfacimento della scena. Ripetere l&#8217;esperimento oggi, chiamando a raccolta un po&#8217; di gente che suona adesso, potrebbe rivelarsi davvero interessante.<br><strong>Per concludere, mi viene da pensare che, mentre noi stiamo qui a sbatterci fra brontolii e commenti, Carlo “Karenza”, scomparso improvvisamente nel maggio 2022, se la starà ridendo felice in buona compagnia di vecchi anarchici come</strong> <strong>Pietro Gori, Caterina Bueno, Belgrado Pedrini e Paola Nicolazzi. Magari stanno ridendo con loro pure Fabrizio de André e Paolo Finzi della A/Rivista Anarchica.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Marco Pandin<br>stella_nera@tin.it</p>
<p>L'articolo <a href="https://radiopunk.it/inni-della-rivolta/">Inni Della Rivolta &#8211; Quando l&#8217;anarkia verrà</a> proviene da <a href="https://radiopunk.it">Radio Punk</a>.</p>
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		<title>Detriti &#8211; Una storia fatta di disastri e di montagne abbandonate</title>
		<link>https://radiopunk.it/detriti-band/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Miss-I]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Mar 2025 09:46:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Anarchia]]></category>
		<category><![CDATA[Anarcopunk]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Pandin]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Marco Pandin di Stella Nera Edizioni ci parla della band Detriti e del loro album omonimo La diga del Vajont in copertina. Il rumore dentro. Forte, schiacciante, compresso, amplificato, distorto, insostenibile. Con ogni probabilità la parola Vajont a una parte di voi non dirà granché: è il nome di una diga della Società Adriatica di &#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://radiopunk.it/detriti-band/">Detriti &#8211; Una storia fatta di disastri e di montagne abbandonate</a> proviene da <a href="https://radiopunk.it">Radio Punk</a>.</p>
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<h2 class="wp-block-heading">Marco Pandin di Stella Nera Edizioni ci parla della band Detriti e del loro album omonimo</h2>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>La diga del Vajont in copertina. Il rumore dentro. Forte, schiacciante, compresso, amplificato, distorto, insostenibile.</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Con ogni probabilità la parola Vajont a una parte di voi non dirà granché: è il nome di una diga della Società Adriatica di Elettricità (in seguito incorporata nell&#8217;Enel), piazzata da cent&#8217;anni in una zona persa tra il Veneto e il Friuli.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>E&#8217; là che è successa una vecchia disgrazia</strong>: voi che siete nati dopo non ne saprete praticamente niente e mica è colpa vostra, ma se ne ricorderanno senz&#8217;altro i vostri nonni e genitori. <strong>Se cercate su internet si chiama così anche un libro di Tina Merlin,</strong> partigiana e giornalista dell&#8217;Unità che si impegnò a indagare a fondo sull&#8217;accaduto e che i carabinieri per conto dei padroni si adoperarono a zittire, ma senza riuscire nell&#8217;intento. <strong>Tra le occorrenze restituite dal motore di ricerca troverete senz&#8217;altro anche uno spettacolo di teatro civile impressionante ed intensissimo di Marco Paolini e Gabriele Vacis</strong> che magari avrete visto in televisione quando ancora certe cose le trasmettevano &#8211; se non l&#8217;avete fatto, vi invito a procurarvene una copia in qualche modo e a guardarlo tutto, con tutta l&#8217;attenzione di cui siete capaci: è un ottimo punto di partenza per costruirsi un&#8217;opinione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dietro al nome Vajont c&#8217;è una brutta storia accaduta quando ero bambino, allora avevo solo sei anni: <strong>nell&#8217;ottobre 1963 è franato il fianco di una montagna nel bacino artificiale formato dalla diga, un’inondazione che ha causato quasi duemila morti.</strong> Vittime del progresso e della sfortuna s&#8217;era detto, ma non era vero.<br>Quella del Vajont è stata una catastrofe annunciata da segnali premonitori gravemente ignorati dai vertici dell&#8217;azienda costruttrice e del tutto inconsistenti alle orecchie della politica che avrebbe dovuto sorvegliare, e per un motivo soltanto: <strong>il rumore dei soldi era molto più forte</strong>. Ovvio poi, come successo per il Petrolchimico a Marghera e per mille altre storie accadute ovunque in cui gli interessi di pochi hanno più valore degli interessi di tutti, che secondo il tribunale non sia stata colpa di nessuno.<br>Mi ricordo i discorsi a frammenti e a voce bassa dei miei genitori. Mi ricordo che nei giorni subito dopo il disastro non c&#8217;era scuola perché la maestra dicevano si fosse precipitata quella notte a Longarone per cercare di vedere cos&#8217;era rimasto del suo paese, della sua casa e della sua famiglia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi ricordo di un amico di mio papà che lavorava in ospedale ed era partito subito come volontario sul Piave. Andava “a dare una mano con le pertiche”: avevo sentito dire così i miei mentre si cenava, ma solo dopo anni ho capito che le pertiche le usavano giù dai ponti da Vittorio Veneto fino a Conegliano come denti di pettine sopra il fiume per cercare di fermare i cadaveri portati in braccio dalla corrente. Mi ricordo che a scuola dopo qualche giorno la maestra è tornata, ma era come invecchiata e non sorrideva più.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questi sono due frammenti, estratti rispettivamente da “<a href="https://www.youtube.com/watch?v=2J5-FHJYX24" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Coprire tutto</a>” e da “<a href="https://www.youtube.com/watch?v=sge5pnx3hn0" target="_blank" rel="noreferrer noopener">E allora</a>”, due canzoni dei Detriti. Ma faccio fatica a chiamarle canzoni, somigliano di più ai pezzi di vetro incandescente che stanno per terra nelle fornaci di Murano &#8211; sembrano innocui, ti chini a raccoglierli e ti mordono le dita. Oppure le chiamerei schegge, pallottole, spine, lamette, aghi &#8211; non canzoni. Leggeteveli, ne parliamo dopo:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>Sangue rappreso nel deserto umano</em><br><em>sabbia che vive.</em><br><em>Aspetto la marea</em><br><em>per coprire tutto.</em></p>
</blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>In un mare di cocci di vetro</em><br><em>trovo le mani sporche di fango.</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Vi ho già raccontato a <a href="https://www.radiopunk.it/25/kina-se-ho-vinto-se-ho-perso/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">settembre del 2023 dei Kina</a>, punks anarchici montanari del nordovest. <strong>Stavolta vi racconto la storia di cinque ventenni da Feltre, Belluno, Cadore: una manciata di montanari del nordest</strong>. Ragazzi di provincia, bizzarri e problematici se vogliamo, ciascuno storto a suo modo e senza uno stile preconfezionato.<br><strong>Siamo a metà/fine anni Ottanta e il punk c&#8217;entra, ma solo fino a un certo punto</strong>. Succede ogni tanto che i ragazzi crescano malamente. Che siano, come dire, strani. Che vengano su storti, un po&#8217; spostati rispetto al branco. Quei ragazzi lo erano: desideravano e sognavano cose che la scuola non gli insegnava. Insomma, cercavano di immaginarsi e costruirsi una specie di futuro cavandosela da soli senza fidarsi del parroco e dell&#8217;insegnante di religione, né dei deejay radiofonici né di Mister Fantasy, e provavano ad andare avanti a tentoni nel loro presente pagando cari, e spesso sulla propria pelle, quegli errori di valutazione ed interpretazione del confine sottile che separa il sognare e lo sragionare.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/CPA-Firenze-1024x758.jpeg" alt="" class="wp-image-27039"/><figcaption class="wp-element-caption">Detriti al CPA di Firenze</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Per loro il mondo conosciuto e mappato e sperimentato finiva con l&#8217;ultima casa del paese giù in fondo alla valle, eppure l&#8217;istinto gli diceva che c&#8217;era un qualchecosa lì fuori da esplorare oltre il bordo delle montagne. I contatti con quel qualchecosa che rombombava forte lì fuori, oltre che con la telepatia, si mantenevano via lettera, con l&#8217;autobus e il treno e appena possibile grazie a un&#8217;auto usata stracarica, lanciati in spedizioni avventurose con destinazione Mestre, Padova, Milano o Bologna con la scusa dei concerti. Da non sottovalutare l&#8217;apprendimento attraverso certi giornali musicali e riviste anarchiche in abbonamento postale &#8211; carta buona per far prendere velocemente fuoco a certe idee e a certi deliri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è stata di recente un po&#8217; di ressa mediatica attorno a piste di bob miliardarie che il resto del mondo ritiene inutili, ma di solito del Bellunese non si parla in giro. Nonostante Cortina è e resta una zona povera, cioè no dico meglio impoverita nel giro di questi ultimi cinquanta/sessant&#8217;anni &#8211; un po&#8217; come il Polesine, altra zona di cui si parla poco in giro. Tutt&#8217;e due territori in parte abbandonati da tempo dai loro abitanti emigrati altrove in cerca di lavoro e fortuna e, mi verrebbe da aggiungere, divenuti poco adatti ad essere sfruttati dall&#8217;amministrazione regionale come serbatoio elettorale. Se nelle province ricche tutt&#8217;intorno sventola garrulo il serenissimo gonfalone, Belluno e Rovigo somigliano a due tesserine messe fuori posto nel puzzle di quel nordest che nella pubblicità e nelle cronache dei telegiornali regionali appare paese a solida maggioranza neroverde con un gradevole sottofondo reggae addomesticato (o, a scelta, simil-rondòveneziano come quando si è inchiodati in attesa al call center dell&#8217;Asl per prenotare una visita).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un borgo dei borghi fatto di muri alti e inferiae attraverso cui l&#8217;aria passa e arrugginisce, le piazze pulite senza immigrati sfaccendati in giro perché a servizio 24/7, ricco di casse piene de schei opportunamente nascoste nei sottoscala delle ville giuste e nei caveau delle banche &#8211; quelle non ancora fallite e chiuse. Un panorama fatto di prosecco e cicchetti da cui, se capita la sfortuna di nascere dalla parte sbagliata, si è completamente tagliati fuori: <strong>il nordest che gli sfigati come me conoscono dalla nascita è paese nonconsumabile di cartongesso e senza n maiuscola, un alternarsi di periferie e discariche e zone artigianali/industriali di capannoni tutti brutti uguali, gonfio di stazioni ferroviarie in disarmo ma con un&#8217;ampia scelta di outlet, ipermercati e discount a ogni rotonda.</strong><br>Nelle zone sorvegliate dalle nottole abitate dai padroni-a-casa-loro il nordest è perennemente affaccendato a tagliare nastri e fette di sopressa per l&#8217;inaugurazione di una qualsiasi cosa. Brillantinato e vestito da morto, il nordest sorride eternamente a noi poareti come una réclame del turismo odontoiatrico. Pfas, glifosato, discariche abusive e rifiuti tossici? Mai visti né coverti: tutta cattiveria e disinformassiòn messa in giro dai comunisti e dai comitati. Avete presente quelli che: una bella dormita e passa tutto, anche il cancro. Eccoli, i padroni-a-casa-loro. Specialisti a far eleggere ladruncoli e sceriffi deboli d&#8217;udito come sindaci, ad armare tanki finti e piantare reticolati veri, a controllare il vicinato aggregati in ronde nere e addestrare cani da morsego.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>“Svanito” è il primo pezzo della prima facciata. Un calcio in faccia:</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>Svanito in uno degli ultimi giorni</em><br><em>qualche volta (qualche volta)</em><br><em>la precarietà<br>affonda in me e mi divide a metà</em><br><em>così la tortura è possesso</em><br><em>così il rispetto è vergogna</em><br><em>il ricordo sale risucchiato dalle scale (dalle scale).</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quella dei Detriti è una storia fatta per buona parte di catastrofi e abbandoni</strong>. Tornando per un momento ai discorsi che facevo all&#8217;inizio, hanno sbattuto in copertina una foto da vertigine della diga scattata da Vito Vecellio, ma le loro canzoni non raccontano esplicitamente del Vajont. <strong>Eppure la musica che offrono a volerla analizzare e giustificare è risultato diretto di quel disastro, anzi di quei disastri, e del loro isolamento &#8211; e geografico e psicologico.</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="931" height="1024" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Rovereto-931x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-27042" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Rovereto-931x1024.jpeg 931w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Rovereto-600x660.jpeg 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Rovereto-273x300.jpeg 273w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Rovereto-768x845.jpeg 768w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Rovereto-1396x1536.jpeg 1396w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Rovereto-11x12.jpeg 11w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Rovereto.jpeg 1476w" sizes="auto, (max-width: 931px) 100vw, 931px" /><figcaption class="wp-element-caption">Detriti a Rovereto (TN)</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Musica che è inservibile e inutilizzabile: non offre nulla di divertente, niente di commestibile, non offre sorrisi, né riscaldamento, né pace. Porta con sé frane, smottamenti, notti lunghe, inverno, brividi. E&#8217; il rumore dell’orizzonte allacciato troppo stretto attorno al collo, delle prospettive che non ci sono, della trappola perversa del domani uguale all’oggi e dell’oggi uguale a ieri.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il gruppo è attivo tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, e dire “attivo” è un&#8217;esagerazione: hanno fatto solo pochi concerti perché non li chiamava quasi nessuno.<br>Il perché? Erano difficili anzi impossibili da consumare &#8211; prova un po&#8217; a finire il tuo spritz mentre quelli sul palco ti mordono i coglioni.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il disco lo mettevi su e ti aggrediva subito un misto di inquietudine e paranoia che ti spingeva a interrompere l&#8217;ascolto e a togliere in fretta quel vinile del cazzo dal piatto. Bastava un pezzo, ma anche mezzo e poi non si riusciva più a levarsi via di dosso quel malessere pesante. Era come un odore chimico corrosivo che ti invade casa e in un attimo ti entra dentro dalle orecchie, dal naso e dal buco del culo. Puzza di stabilimento e ciminiere, di fosso autunnale, di malattia cronica, di cella d&#8217;isolamento e manicomio, di corridoio di ospedale, di acqua ferma dentro ai vasi di fiori in cimitero.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ecco “Queste parole”. </strong>Come accade per i frammenti riportati poco prima, leggere questi testi dà solo un&#8217;idea superficiale e deficitaria del frastuono che li percorre. Leggendoli e basta si viene a perderne l&#8217;elettricità, il rombo sordo del terremoto che nascondono e il riverbero metallico che lo segue, così come se ne perdono gli scoppi, i lampi, il buio, la dinamica e la devastazione che ne sono parte integrante:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>Queste parole sono</em><br><em>come il tuo bicchier d’acqua</em><br><em>come la tua preghiera</em><br><em>scritte nel sonno</em><br><em>quando una carezza ti sfiora.</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">I Detriti nascono con Tomaj Mauro e Marioerba come trio voce/batteria/basso e proseguono Tomaj e Mauro come duo voce/batteria fino a fine 1989 quando entra Hector come bassista. Pochi mesi dopo registrano una prima versione di “E allora” per la <a href="https://www.discogs.com/it/release/1749681-Various-Shabab" target="_blank" rel="noreferrer noopener">compilation benefit pro-Palestina “Shabab”</a>, prodotta da Blu Bus. Il loro covo è la sala prove della Cayenna, il centro sociale autogestito di Feltre. <strong>Nell&#8217;estate 1991 si uniscono Belfa ed Egle, ed è questo il gruppo che mette insieme i pezzi per l&#8217;album d&#8217;esordio omonimo, uscito nel 1993 come coproduzione tra Blu Bus e Mister X</strong>. E&#8217; l&#8217;unico disco tutto loro che sono riusciti a portare a termine.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="770" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Cayenna-1024x770.jpeg" alt="" class="wp-image-27040" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Cayenna-1024x770.jpeg 1024w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Cayenna-600x451.jpeg 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Cayenna-300x226.jpeg 300w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Cayenna-768x578.jpeg 768w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Cayenna-1536x1155.jpeg 1536w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Cayenna-16x12.jpeg 16w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Cayenna.jpeg 1915w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Detriti al Cayenna di Feltre (BL)</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Belfa, Egle, Hector, Mauro e Tomaj &#8211; con tutti i loro nodi, le loro difficoltà, i loro chiodi piantati addosso &#8211; avevano a disposizione un sax, una chitarra elettrica, un basso e un set di tamburi e hanno trasformato il tutto in armi improprie. Beh, dovevano pur difendersi. Come benzina anni di fantasie sbagliate e letture sbagliate e visioni sbagliate e sogni sbagliati e ascolti sbagliati stratificati. Come pallottole la voce di Tomaj, addestrata all&#8217;ululato, al ringhio e allo sputo da Phil Minton, Sainkho Namtchylak, David Moss ed altri terroristi sonici internazionali. Piuttosto significativo, secondo me, che il loro suono sia stato costruito anche con le mani e la testa di Marco Milanesio &#8211; uno abituato a maneggiare elettronica e sperimentazione pesante senza indossare protezioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ogni volta che ascolto “Odia e ama” nella mia testa vedo un Caravaggio con dentro Belfa piedi staccati da terra che guarda attraverso un varco nel soffitto verso le nuvole e il cielo, gli altri dietro intenti a fare cose e Tomaj il ladro del fuoco che si dispera in un angolo</strong>:<br></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>Con tutto questo falso allarmismo</em><br><em>nascondere disorientare</em><br><em>obbedire e &#8230;rubare</em><br><em>cercare e &#8230;riprodursi</em><br><em>cosa sta succedendo?</em><br><em>elettricità (nei miei occhi)</em><br><em>nei miei occhi tanta nostalgia di verde.</em></p>
</blockquote>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="762" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Tomaj-1024x762.jpeg" alt="" class="wp-image-27043" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Tomaj-1024x762.jpeg 1024w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Tomaj-600x447.jpeg 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Tomaj-300x223.jpeg 300w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Tomaj-768x572.jpeg 768w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Tomaj-1536x1144.jpeg 1536w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Tomaj-16x12.jpeg 16w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Tomaj.jpeg 2000w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Tomaj</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Le montagne. Le montagne, ecco. Dietro a ciascun pezzo dei Detriti ci stavano (e ci stanno, anche oggi dopo migliaia di anni) le montagne</strong>. <strong>Montagne fatte di ragionamenti, di strade sterrate, torrenti, crepacci, sentieri, massi, punti interrogativi. Sta tutto lì, immobile.</strong> Anche oggi, anche adesso che il disco ha trent&#8217;anni e si trova in giro solo su Discogs a prezzi di merda più spese di spedizione. Sono tutte copie near mint: chi l&#8217;ha preso pensava fosse tutt&#8217;altro e ha smesso subito di ascoltarlo, vuole disfarsene e non ci riesce.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il disco frigge di insofferenza e ustiona la pelle al primo contatto. E&#8217; violento, tossico, delirante, ispido e sfuggente come una bestia selvatica.</strong> E&#8217; un disco caotico, sporco, disperato, estremo sì, e mi ha conquistato da praticamente subito. Uno di quei pochi dischi che mi hanno buttato giù la porta a calci appena al secondo o terzo giro (un altro era stato “Rock bottom” di Robert Wyatt, e la facciata dei Franti nello split coi Contrazione, e “Arbeit macht frei” degli Area, e anche “Stations” dei Crass) &#8211; e io che cerco sempre di chiudermi il cuore a chiave. L&#8217;ho ascoltato decine di volte, trovandoci dentro sempre sorprese artigli spine, e addosso uno spavento nuovo, ematomi, segni di morsi, graffi e tagli sulle braccia e sui polsi.<br><strong>All’uscita, citando addirittura gli Henry Cow e il Cantico dei cantici, scrissi su A/Rivista Anarchica che era un disco “bello come la luna e terribile come un esercito schierato”. Non ho cambiato idea.</strong> Forse è il più geniale e stupendo disco di free music fatto in Italia in quegli anni, e anche dopo: è musica libera da schemi, regole, imposizioni, stili, remore. Ogni tanto non è musica: sono pallottole al cuore del perbenismo musicale. Ogni tanto non sono canzoni: è un cane rabbioso che morde il silenzio. Indimenticabile come un incubo, e irrinunciabile come l’aria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>&#8230;Se ascoltate bene questo primo lavoro del gruppo Detriti potete sentire una campana che ritmicamente annuncia i signori in stazione dell’arrivo imminente di un treno. Questa musica è scomoda. Ferisce come il vetro nascosto nell’erba malata delle stazioni di benzina. Scomoda perché ci ricorda che il treno non è arrivato, non è mai arrivato. Il treno delle grandi attese, del futuro più giusto è deragliato molte stagioni fa, carico di ideologie, riformatori, sogni barattati, compatibilità. Viviamo l’inizio di un’epoca dove i futuri sono finiti: la planetarizzazione dei modelli di sfruttamento e dei modelli culturali ad essi collegati parla la lingua del nuovo ordine mondiale, di cogestione dei mercati, di luminose esistenze come clienti di merchandise, di data banks, di know-how, di teleutenti del virtuale. Ma è una lingua vecchia, dal vocabolario misero come la vita che implica: dominio, lavoro, guerra, nazione, razza, religione&#8230;”</em> (Stefano Giaccone, dalle note di copertina del disco).</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Detriti - Svanito - Circus 14" width="1220" height="686" src="https://www.youtube.com/embed/KfLykYlr324?list=PL8fQx3aJtQxrQ1zHbh4Rrkj0TzYjXFALb&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Come dicevo prima l&#8217;album era stato registrato e missato vorticosamente tra maggio e settembre 1993 da Marco Milanesio al suo studio Acqualuce in provincia di Torino. Il master poi è andato perso. A distanza di tempo ne è stato ritrovato un multipista analogico, da cui è stato ricostruito a Montepulciano un accurato alternate mix &#8211; poi messo da parte, poi parzialmente ripreso.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Grazie sempre a Marco Milanesio ne è stata ricostruita e restaurata una versione digitale che suona meglio (o peggio, secondo i punti di vista e di ascolto) di prima, e che è stata approvata dai membri del gruppo &#8211; ed è quella che per grande parte è stata poi stampata su cd da stella*nera nel 2007. Egle, Hector, Mauro e Tomaj l&#8217;hanno dedicato a Belfa, che nel frattempo se n&#8217;è andato via dalle montagne e dal nordest e dal mondo per sempre.</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Belfa-728x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-27041"/><figcaption class="wp-element-caption">Belfa</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Marco Pandin<br>stella_nera@tin.it</p>
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		<title>Flux of Pink Indians: Lottare per sopravvivere causando meno sofferenza possibile</title>
		<link>https://radiopunk.it/flux-of-pink-indians/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Miss-I]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Nov 2024 10:46:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Anarchia]]></category>
		<category><![CDATA[Anarcopunk]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Pandin]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Marco Pandin di Stella Nera Edizioni ci parla della band anarchopunk Flux Of Pink Indians e del loro disco &#8220;Uncarved Block&#8221; Sin da ragazzino ho dovuto affrontare e gestire la mia insofferenza alle leggi del branco. Ho dovuto imparare a conviverci con quell&#8217;inquietudine, e a elaborarla, a coltivarla e ogni volta che mi sono ritrovato &#8230;</p>
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<h2 class="wp-block-heading">Marco Pandin di Stella Nera Edizioni ci parla della band anarchopunk Flux Of Pink Indians e del loro disco &#8220;Uncarved Block&#8221;</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Sin da ragazzino ho dovuto affrontare e gestire la mia insofferenza alle leggi del branco. Ho dovuto imparare a conviverci con quell&#8217;inquietudine, e a elaborarla, a coltivarla e ogni volta che mi sono ritrovato con le spalle al muro l&#8217;ho dovuta trasformare in un&#8217;arma per potermi difendere. Ritrovarsi ad essere il diverso-per-forza, la pecora nera o il bastiancontrario era una gran rottura di coglioni: significava essenzialmente essere un bersaglio facile per derisione ed emarginazione a scuola e in quartiere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ve l&#8217;ho già raccontato: da piccolo tendevo a starmene per i cazzi miei e leggevo, leggevo sempre. E ascoltavo la radio. La musica e le letture mi hanno indotto a immaginare, a sviluppare la fantasia. <strong>Leggere mi ha aiutato a salvare il culo dalle prepotenze delle bande: sapevo più parole di loro, e questo mi ero accorto finiva col mettere a disagio i capibranco.</strong><br>I miei erano in pensiero perché sembrava fossi attratto da tutto quello che più c&#8217;era di strano e storto e insolito, ma ero fatto così e in fondo mi andava anche bene: avevo cominciato ad apprezzare quel tenermi fuori dai soliti giri, quel sentirmi profondamente differente dal resto, tutte quelle domande che mi si affollavano dentro in testa, quei dubbi e quei ripensamenti. <strong>Crescendo mi sono ritrovato ad amare quelle letture sbagliate e quelle musiche sbagliate che tutt’intorno erano considerate roba più adatta alle discariche e ai manicomi.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Si era alla metà degli anni Settanta, ormai frequentavo le scuole superiori. Era un periodo di grande chiasso e agitazione, e ricordo distintamente gli spintoni e gli strattoni incazzati dei compagni più vecchi alle manifestazioni in piazza, dove tutti urlavano po-te-re-ope-ra-io e io invece po-te-re-a-nes-su-no, con tutti pezzetti di voce e di coraggio che riuscivo a raccogliere. Sono stato minacciato spesso, ma tranne qualche scapaccione non mi è mai successo niente di grave: solo, sembrava che tutti intorno avessero delle certezze inossidabili, che fosse stata rivelata loro una qualche verità fondamentale &#8211; e invece a me no. Da preti e democristi mi tenevo prudentemente alla larga e i fascisti mi facevano schifo come topi di fogna, ma restavo inspiegabilmente indifferente al fascino delle bandiere rosse sventolanti e trionfanti. E sul potere operaio, forse proprio perché figlio di un operaio che quando mi parlava non mi dava degli ordini né ne dava mai a sua moglie, avevo dei dubbi, e tanti. <strong>Sono stati i dubbi che mi hanno accompagnato costantemente nella crescita e che si sono poi trasformati in fari di costa</strong> &#8211; mi hanno aiutato a imparare bene cosa non sono e cosa non voglio. Perché cosa sono e cosa voglio sono cose che oggi sto ancora lentamente imparando, e ogni giorno hanno una sfumatura un po&#8217; diversa e nuova.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Negli anni ho incontrato spesso dei compagni di strada che hanno cercato come me di dare una certa piega storta alla loro vita, e che si sono impegnati a trasmettere una certa educazione ai figli. Oddio, forse educazione è la parola sbagliata: in casa ho cercato di mostrare, di discutere, di fare. Ho cercato di spiegare a mia figlia Marta l’anarchia dal mio punto di vista &#8211; perché lo sapete vero, non è che c’è un libretto di istruzioni o un tutorial su YouTube… N<strong>on è che un giorno uno si sveglia e mentre si lava i denti decide e zap! diventa anarchico: è un qualche cosa di strano che ti abita da sempre nel cuore, è uno spaesamento costante.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E’ accorgersi che non ti piace comandare né essere comandato, che le ingiustizie (tutte) ti feriscono e ti fanno riflettere. Che non sei come gli altri, insomma &#8211; hai questa specie di superpotere stronzo che ti tiene lontano dal gregge, e tu che resti lì allibito a bocca aperta mentre tutti vanno rassegnati al macello dietro al capobranco e pensi: possibile che non capiscano, possibile che non se ne accorgano.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Per me anarchia significa anche incuriosirsi: </strong>è avere voglia di conoscere, di imparare, di spingersi dove gli altri preferiscono non andare perché si accontentano di quel che c&#8217;è. Anarchia è provare a vedere cosa c&#8217;è dietro una porta chiusa, è fare un passo o due al di là del reticolato che tutti temono oltrepassare, osare oltre il limite che tutti rispettano. E&#8217; quel senso di insoddisfazione che annusi quando ti fermi alla superficie delle cose, quella mano che ti spinge dolcemente ad approfondire senza accontentarti di spiegazioni frettolose. Anarchia è fuoco, è rumore, è disobbedienza, è contestazione ma è anche voglia di avere intorno dei mondi nuovi tutti da esplorare. Anarchia è rifiuto della verticalità dei rapporti e delle gerarchie, ma è anche inclusione, è un abbraccio tenero e caloroso. E&#8217; avere cura, attenzione e affetto per la diversità e le diversità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una delle maestre alla scuola elementare di Marta, per motivi tutti suoi (ve ne scrivo qui uno soltanto: mia figlia non era stata battezzata e non frequentava la parrocchia né le ore di religione) era convinta che fossi un pessimo padre, e quando si è premurata di farmelo sapere mi sono sentito davvero orgoglioso di essere quello che sono e come sono. E le ho riso in faccia, di cuore, e l’ho abbracciata felice perché mi ha fatto uno dei più bei regali che potessi ricevere. <strong>Essere considerato un cattivo maestro, ed essere riconosciuto come tale, è stato per me un traguardo importante</strong> <strong>&#8211; mi viene da dire pensando a Claudia Vio, a Paolo Finzi, a Claudio Venza e a tutti i miei amati cattivi maestri anarchici, che mi hanno regalato tutta la loro libertà senza chiedermi mai nulla in cambio.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella che siamo riusciti a mettere e tenere insieme Lucia ed io non è mai stata una di quelle famiglie cosiddette “normali”. Per i nostri vicini e dirimpettai siamo sempre stati quelli strani, quelli vestiti un po&#8217; così, quelli che rincasavano a ore strane e non si sapeva bene che lavoro facessero né cosa mangiassero né cosa pensassero. Quelli con la casa troppo piena di libri, di musica, di piante, di risate, di gente che andava e veniva. Per loro erano stranieri, erano extracomunitari, erano omosessuali ma per noi erano amici carissimi a cui abbiamo sempre dato volentieri le chiavi di casa nostra perché sapevamo che serviva un po&#8217; di casa anche a loro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con Lucia pensavamo che portare con noi Marta ai concerti fosse una bella maniera di stare insieme. <strong>L&#8217;abbiamo fatto dapprima per cose più adatte alla sua età, ma col tempo anche per certi appuntamenti complicati</strong> &#8211; la big band di Carla Bley (secondo noi sarebbe stato formativo farle vedere quella donna eccezionale alle prese con una banda di venti/trenta musicisti maschi imbizzarriti), i Masada Electric di John Zorn con Mike Patton oppure l&#8217;Hilliard Ensemble con le musiche vorticose di Carlo Gesualdo da Venosa e lei non si è ammazzata né ha ammazzato me o sua madre, ed è sopravvissuta benone a queste esposizioni radioattive nonostante nel suo lettore di mp3 girasse tutt’altro genere di cose, cose da ragazzini tipo Linkin Park e Suicide Silence per dire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In famiglia abbiamo continuato, per quanto possibile, a mantenere certe cattive abitudini: Lucia ha lavorato a lungo in un club e poi in un centro culturale e siamo stati coinvolti nell’organizzazione di numerosi concerti. A casa nostra abbiamo spesso ospitato amici e compagni musicisti, così Marta si è ritrovata sin da piccola a contatto in maniera naturale, pacifica e molto spontanea alle nostre frequentazioni, oltre che ai nostri ascolti. Altro che lo Zecchino d&#8217;Oro: quand&#8217;era piccola la sua preferita durante i nostri viaggi in macchina era una cassetta antologica di canzoni di Fabrizio de André &#8211; dai Marco, mettiamola ancora&#8230; l&#8217;abbiamo ascoltata a sfinimento.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>A neanche sei anni Marta era perdutamente innamorata di Martin Wilson, il batterista dei Flux of Pink Indians:</strong> sono convinto l&#8217;avrebbe seguito ovunque, e che in caso di sfortuna o di emergenza lui e Susie, la sua meravigliosa moglie, come genitori sarebbero stati nostri ottimi sostituti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Martin non era il primo batterista del gruppo, a dirla tutta la formazione è sempre stata parecchio instabile. Prima di lui dietro i tamburi c’erano stati altri, tra cui Sid Truelove (che contemporaneamente suonava anche nei Rubella Ballet, e dopo un po&#8217; se n&#8217;è andato via con loro) e anche, per un periodo breve, Dave Ellesmere (era soprannominato Bambi, aveva suonato coi Discharge). Martin è entrato nei Flux of Pink Indians poco dopo che era uscito il loro settepollici d&#8217;esordio e ci è rimasto dentro fino alla fine e anche dopo. Sì perché nel novembre 2007 lui, Colin Latter, Kevin Hunter e Ian Glasper (al posto di Derek Birkett) rimettono insieme i Flux e partecipano al concerto collettivo organizzato al Shepherd&#8217;s Bush Empire di Londra da Steve Ignorant per festeggiare i trent’anni passati dall&#8217;uscita di &#8220;The feeding of the 5,000&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ma per raccontare questa storia devo partire dall&#8217;inizio e fare un bel salto all&#8217;indietro, da quattro teenager dell&#8217;Hertfordshire (la zona a nord di Londra, tutta campagna e villaggi sparsi ma con parecchi insediamenti industriali) che avevano messo in piedi un gruppo punk, gli Epileptics &#8211; proprio uno dei primi, era il 1977</strong>. Quando avevo vent&#8217;anni anch&#8217;io.<br>Al tempo formare un gruppo punk in un paese della provincia inglese significava solo andare in cerca di guai: spesso era sufficiente indossare un badge per esporsi alla derisione, oppure bastava comprare un disco strano o essere spettinati per inciampare in una qualche rogna. Se ti azzardavi a decorare il tuo giubbotto con scritte e toppe o ti spingevi a colorarti i capelli, potevi rischiare di essere bersaglio di aggressioni a schiaffi e pedate, quando non vittima di pestaggi anche seri se avevi la sfiga di passare di fronte al pub sbagliato.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="720" height="703" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/Epileptics-Last-bus-to-Debden.jpg" alt="" class="wp-image-25534" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/Epileptics-Last-bus-to-Debden.jpg 720w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/Epileptics-Last-bus-to-Debden-600x586.jpg 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/Epileptics-Last-bus-to-Debden-300x293.jpg 300w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/Epileptics-Last-bus-to-Debden-12x12.jpg 12w" sizes="auto, (max-width: 720px) 100vw, 720px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">La sala prove degli Epileptics era la cameretta di uno del gruppo. Non erano granché capaci di suonare ma gli sarebbe piaciuto imparare, e comunque non avevano l&#8217;intenzione di accontentarsi di fare delle canzoni e basta: erano curiosi e contestatori, erano attratti dalle istanze anarchiche e dal pacifismo ma non gli dispiaceva confrontarsi anche spingendosi ad essere rissosi, gli piaceva leggere e informarsi, un paio di loro avevano deciso di diventare vegetariani. <strong>Erano dei ragazzi convinti di avere delle cose da dire e da far sapere in giro.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Pare che il loro primo incontro con i Crass sia stato piuttosto uno scontro:</strong> a una delle primissime esibizioni dal vivo di questi, a Bishop’s Stortford nell&#8217;agosto 1978, il logo croce/serpenti/divieto e tutto quel nero sul palco e sui vestiti avevano fatto fraintendere ai quattro che i Crass fossero una qualche formazione neofascista, così che li contestarono aspramente prima e all&#8217;inizio del concerto.<br><strong>L’equivoco venne per fortuna chiarito la sera stessa, e nacque un&#8217;amicizia destinata a durare</strong>: di lì a poche settimane gli Epileptics aprivano il concerto dei Crass al Basement di Covent Garden. Al pomeriggio durante il soundcheck si fecero vedere in sala solo un paio di curiosi, che poi però non ritornarono la sera: gli Epileptics ebbero come pubblico i Crass, e i Crass gli Epileptics.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>Amo gli incidenti in metropolitana<br>Voglio sposare un incidente in metropolitana<br>Ne voglio uno proprio come l’ultimo che c&#8217;è stato<br>Vivo per i disastri in metropolitana</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Prendi velocità e non chiudere gli occhi</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Assicurati che muoiano tutti nel treno</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Non si vince niente e non c’è tempo per i saluti<br>Dimenticati dei freni e va&#8217; a sbattere contro il muro<br>Sorridi perché stasera sarai di sicuro in televisione.</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Nel giro di pochi mesi il gruppo cambiò più volte formazione e nome &#8211; da Epileptics a Epi-X a the Licks</strong> (ebbero acidamente a dichiarare ad una fanzine: <em>“…Abbiamo deciso di cambiare nome perché non c’era nessuna A da poter cerchiare”</em>). <strong>Colin, il cantante, era piuttosto preso da letture sui popoli nativi nordamericani e un giorno propose di chiamare il gruppo Tribe of Pink Indians, che venne presto trasformato in Flux of Pink Indians e adottato all&#8217;unanimità.</strong><br><strong>Realizzarono con questo nome l’EP “Neu smell”, avvalendosi della produzione di Penny Rimbaud e dell&#8217;apporto tecnico di John Loder ai Southern Studios, pubblicandolo per Crass Records nel luglio 1981. </strong>Il disco schizzò subito in testa alla classifica indipendente inglese (oltre 40,000 copie vendute, un&#8217;enormità per un disco autoprodotto e distribuito ai margini del circuito indipendente) per via di “Tube disaster”, rifacimento di un pezzo sguaiato degli Epileptics ispirato da un grave fatto di cronaca che in questa nuova versione ottenne un imprevisto successo &#8211; penso sia il loro pezzo più conosciuto.<br><strong>Il gruppo, oltre che la curiosità e un certo sostegno di John Peel, che trasmise più volte “Tube disaster” nel suo programma radiofonico alla BBC, raccolse una certa popolarità nei giri punk, anarchici, pacifisti, animalisti e ambientalisti, ma si guadagnò presto anche le attenzioni della polizia</strong>, che cominciò a seguirli discretamente ma regolarmente ai concerti e negli spostamenti, e dei servizi segreti britannici, che misero sotto controllo i loro telefoni di casa.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Flux Of Pink Indians - Neu Smell EP (1981)" width="1220" height="915" src="https://www.youtube.com/embed/kPeyT6bPuPI?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Come spesso accadeva nell&#8217;Inghilterra di allora, i vari gruppi musicali fondavano delle etichette discografiche per essere in grado di gestire in totale autonomia la produzione dei propri lavori (che così facendo rimanevano di proprietà dei musicisti), e per poter stabilire degli accordi commerciali con i distributori nei negozi di dischi.<br>Quelli di Small Wonder, una delle primissime indie londinesi che aveva aperto le braccia al punk, avevano incontrato serie difficoltà per stampare il disco d&#8217;esordio dei Crass (i lavoratori del vinilificio si erano rifiutati di stampare un disco che consideravano blasfemo) e per pubblicarlo erano stati costretti a toglierne una canzone.<br>Per riuscire a pubblicare la versione originale di quel disco e stampare quelli successivi i Crass avevano deciso di fondare una loro etichetta omonima, distribuita da Rough Trade.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Avevano fatto così anche Robert Smith dei Cure, che dopo un primo singolo sempre su Small Wonder aveva fondato la label Fiction, e Siouxsie Sioux che aveva fondato la propria etichetta Wonderland &#8211; proprio per garantirsi quell&#8217;autonomia che ritenevano necessaria alla produzione artistica dei propri lavori.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>I Flux of Pink Indians misero in piedi Spiderleg, etichetta discografica di cui si occupava prevalentemente Derek, il bassista del gruppo, e firmarono un contratto di distribuzione con Rough Trade.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il successo di “Neu smell” permise a Spiderleg di pubblicare nel giro di qualche mese due settepollici con dei vecchi pezzi degli Epileptics</strong>: il primo, intitolato <a href="https://www.youtube.com/watch?v=B9gWbNSNto4" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“1970s have been made in Hong Kong”</a>, contiene tre canzoni che risalgono a quando si chiamavano the Licks (erano stati fregati dall&#8217;editore e derubati del master, così i pezzi vennero riregistrati con Penny Rimbaud alla batteria), l&#8217;altro è “<a href="https://www.youtube.com/watch?v=KO_a7lDRc14" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Last bus to Debden</a>” con altre quattro canzoni appena successive (tra cui una early version di “Tube disaster”).</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>A distanza di pochi mesi da “Neu smell” il gruppo registrò e autoprodusse l’album di debutto “Strive to survive causing least suffering possible”, pubblicandolo stavolta non su label Crass ma sulla propria etichetta Spiderleg all&#8217;inizio del 1982.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“…<em>Libertà di parola un cazzo! Quando stavamo preparando il materiale per la copertina di questo disco siamo rimasti sconvolti da quanta poca libertà ci sia realmente nel nostro paese. La buona vecchia giustizia inglese, la buona vecchia libertà di parola… non è vero un cazzo. Siamo andati ad Halvedon Hatch nell’Essex dove c’è un rifugio antiatomico, per fare delle foto per la copertina di questo disco. Mentre ce ne stavamo lì fuori siamo stati avvicinati da una guardia del servizio di sicurezza che ci ha fatto sapere che né lì fuori né attorno era gradita la presenza di nessun “lurido idiota del CND” e che tra l’altro “gente come noi avrebbe ceduto volentieri le Falklands al primo coglione che fosse sbarcato sulle isole”. Dopo un’ora o quasi di prediche nazionalistiche era ormai ovvio che non ci sarebbe stato permesso di avvicinarci al rifugio né di restare nelle vicinanze, neanche per “renderci conto di persona delle opere che il nostro governo fa coi nostri soldi per la nostra protezione”, così abbiamo deciso di tornarcene a casa. Poco dopo siamo stati fermati a un posto di blocco della polizia: ci hanno intimato di scendere e siamo stati perquisiti sia noi che la macchina. Ci hanno poi chiesto degli striscioni che tenevamo nel bagagliaio, che volevamo utilizzare come soggetto delle nostre fotografie con lo sfondo del rifugio antiatomico. Dopo essersi accertati via radio che non facevamo parte né dei Crass né delle Poison Girls hanno preso i nostri nomi e indirizzi, e alla fine ci hanno lasciati andare intimandoci di “non fare altre stronzate” e “stare più attenti in futuro”. Le foto del rifugio di Halvedon Hatch le abbiamo scattate di nascosto durante un nostro giro successivo. (…) Non possiamo crederci: viviamo in uno stato di polizia. Esci fuori dal limite, e loro ti rimetteranno a posto subito. La nostra posta adesso viene aperta e controllata, non sappiamo da chi. Ehi, fa’ attenzione: penso che adesso stiano controllando anche te&#8230;”</em> <strong>[dalle note di copertina di “Strive to survive”]</strong></p>



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<iframe loading="lazy" title="Flux Of Pink Indians ‎– Strive To Survive Causing Least Suffering Possible LP (1982) [VINYL RIP]" width="1220" height="915" src="https://www.youtube.com/embed/CJ9wg4gFixA?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’album contiene tutto il mondo anarcopunk di allora, o almeno ce la mette tutta a trattenerlo tra le braccia:</strong> dalle rivendicazioni alle proteste, dalle urla ai gemiti, dichiarazioni vegetariane ed animaliste, volantini scritti in fretta e vere e proprie poesie, rabbia insofferenza e introspezione, assalti al cielo e profondità marine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dove le <a href="https://www.radiopunk.it/25/poison-girls-state-control/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Poison Girls</a> e i <a href="https://www.radiopunk.it/25/crass-e-diy/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Crass</a> (gruppi i cui componenti avevano mediamente un&#8217;età molto maggiore rispetto a quella del proprio pubblico) puntavano ad accendere la consapevolezza, a smuovere le coscienze e a far aprire gli occhi e le menti, il suono dei Flux Of Pink Indians, tutti con poco più di vent&#8217;anni addosso, va a grattare ferocemente le croste dell’indifferenza giovanile e getta benzina sui fuochi di ribellione: <strong>ciascuna canzone è scritta secondo una prospettiva orizzontale ed è un invito esplicito ad osare, a muovere il culo e sbattersi per cambiare la propria vita senza aspettarsi che il cambiamento arrivi grazie a qualcun altro.</strong><br><br>Questa è “Some of us scream, some of us shout”:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>Si spendono miliardi per distruggere la terra<br>mentre milioni di persone muoiono di fame.<br>Dove abbiamo sbagliato?<br>Forse voi non pensate che tutto questo sia sbagliato.<br>Noi diciamo tutti insieme: date da mangiare a chi muore di fame.<br>Affanculo le bombe.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Per tutta la nostra vita veniamo spintonati.<br>Alcuni urlano, altri gridano<br>ma pochi si lamentano e protestano, mentre tutti gli altri sorridono felici.<br>Perché accettare una vita così?<br>I nostri corpi passati al setaccio<br>veniamo costretti al nostro posto, spazzolati e pettinati per bene.<br>Alcuni ci stanno, altri non sono d’accordo.<br>Alcuni rifiutano questo modo di vivere<br>e pagano il prezzo per vivere come vogliono.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>E tu chi sei? Cosa sai?<br>Cosa fai? Cosa stai facendo adesso?<br>Perché lo fai?</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il gruppo prese la decisione di non promuovere “Strive to survive” (niente pubblicità sulla stampa musicale né copie promozionali ai giornalisti e alle radio), affidandosi al passaparola, alla diffusione militante oltre a quella tramite Rough Trade, e al sostegno attivo dei fan</strong>. Per come funzionava l&#8217;ambiente discografico britannico sembrava una decisione suicida, e invece si rivelò una strategia vincente: <strong>il disco vendette ventimila copie in pochi giorni.</strong><br>Il gruppo si era guadagnato un seguito molto solido, e la piccola Spiderleg stava ottenendo un buon successo commerciale: anche “Strive to survive” conquistò il primo posto delle classifiche indipendenti e le uscite successive dell&#8217;etichetta (i dischi di Subhumans, the System, Amebix, Alternative etc.) si piazzarono tutte tra i top 20.<br>Erano dischi tenuti insieme da un certo tipo di ragionamenti, oltre che dalla voglia di fare musica, e i fan se n&#8217;erano per certo accorti e dimostravano di apprezzare.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>I Flux of Pink Indians realizzarono nel marzo 1984 il loro disco successivo, il doppio “The fucking cunts treat us like pricks”, per grande parte incentrato sulla violenza sessuale subita da una loro compagna e fortemente critico del maschilismo e del sessismo.</strong><br>Il suono di questo loro secondo album è completamente diverso dal precedente: le canzoni punk di protesta così pestone, sbeffeggianti ed agguerrite che li avevano fatti conoscere ed apprezzare lasciano il posto a feedback, sovraincisioni e dissonanze disposte intorno a testi laceranti. E&#8217; un lavoro intriso di rabbia, sofferenza e disperazione: leggendo certe interviste sulle fanzine pare quasi che i Flux si fossero convinti che a nessuno ormai fregasse qualcosa dei testi delle canzoni, così da spingere la gente a concentrarsi sulle parole rendendo la musica praticamente inascoltabile. Malgrado la difficile fruibilità il disco ebbe un buon successo di vendite, ma si alzò altrettanto presto di fronte e tutt’intorno al gruppo un muro di aperta ostilità.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Flux Of Pink Indians – The Fucking Cunts Treat Us Like Pricks-Full Album" width="1220" height="686" src="https://www.youtube.com/embed/En9S0cnjwLU?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Questa è “Desire”:</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>Mi fa schifo chi dice apertamente<br>che l’aggressione sessuale fa parte della nostra natura più profonda,<br>che tutti sognamo di venire stuprati.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>E’ un inganno, una scusa per chi è confuso.<br>Non sono cose che ci si sogna la notte.<br>Ti hanno cacciato a forza in gola questa merda, questo spettacolo schifoso<br>finché non riuscirai più a vedere coi tuoi occhi.<br>Ti hanno dato merda da mangiare ad ogni pasto.<br>E mentre ci instupidiamo ci sentiamo a nostro agio fra le oscenità.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Bene, vi dico che ne ho abbastanza.<br>Tenete la gente ipnotizzata con le vostre bugie, con oscenità e maltrattamenti<br>così la gente non potrà mai rendersi conto che nella vita c’è molto di più.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Che la vita non è raspare per terra<br>in cerca di nuovi scherzi, di nuova merda, di nuove tette.<br>Quelle fighe di merda ci trattano come cazzi.<br>Quei cazzi di merda ci trattano come fighe.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><br><strong>E questo è un estratto da “Blood lust rite”:</strong></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>&#8230;777 fra civili e militari inglesi sono stati feriti durante il conflitto delle Falklands. A questi vanno aggiunti 255 morti. I dati del ministero della difesa riassumono 4 casi di perdite di braccia, 16 di perdite di gambe, 9 amputazioni del piede, 1 amputazione parziale del piede, 13 feriti agli occhi, 12 casi di danni permanenti all&#8217;udito, 120 ustionati, 59 feriti al cranio, 58 fratture, 72 ferite d&#8217;arma da fuoco, 195 ferite diverse e lacerazioni, 109 menomazioni da congelamento, 17 casi di danni psicologici considerati gravi, 13 avvelenamenti da inalazione di gas, 39 slogature e distorsioni, 39 feriti di gravità minore. Dei 120 ustionati, 17 presentano ustioni su più del 20% dell&#8217;epidermide. Due dei feriti agli occhi sono rimasti ciechi &#8211; uno da entrambi gli occhi, l&#8217;altro da un occhio. Occhio per occhio, occhio per occhio&#8230;&#8221;.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’album esce che il rumore della guerra delle Falklands è ancora forte nell’aria, e il governo Thatcher è alle prese con una campagna moralizzatrice che ha il preciso intento di mettere a tacere gli avversari politici.</strong> Con il pretesto di ripulire i negozi di dischi e le librerie dalle pubblicazioni ritenute “oscene” e “pornografiche” la polizia ha già fatto chiudere o ha compromesso seriamente l&#8217;attività di parecchi piccoli editori e distributori indipendenti.<br><strong>Con questo disco i Flux Of Pink Indians scelgono esplicitamente da che parte stare: osceno è lo stupro di una ragazzina, pornografica è la conta dei morti e dei feriti. Oscenità è la guerra, pornografia è la violenza del potere.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il titolo, i testi espliciti delle canzoni e i disegni in copertina (opera di Andy Palmer, chitarrista dei Crass) costarono a “The fucking cunts” il bando delle grosse catene nonché di grande parte dei negozi di dischi in tutto il Regno Unito.</strong><br>In una loro lettera, raccontandomi delle varie peripezie attraversate per pubblicare l&#8217;album, i Flux mi avevano rivelato che <em>“&#8230;la copertina è una versione di ripiego. Il progetto originale prevedeva fotografie con soggetti simili agli attuali disegni, ma non è stata accettata da nessun stabilimento tipografico. Hanno acconsentito a stampare la versione coi disegni perché li abbiamo convinti che sono schizzi di un artista famoso&#8230;”</em>.<br></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="1000" height="1000" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/Flux-of-Pink-Indians-The-fucking-cunts-treat-us-like-pricks.jpg" alt="" class="wp-image-25549" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/Flux-of-Pink-Indians-The-fucking-cunts-treat-us-like-pricks.jpg 1000w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/Flux-of-Pink-Indians-The-fucking-cunts-treat-us-like-pricks-300x300.jpg 300w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/Flux-of-Pink-Indians-The-fucking-cunts-treat-us-like-pricks-100x100.jpg 100w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/Flux-of-Pink-Indians-The-fucking-cunts-treat-us-like-pricks-600x600.jpg 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/Flux-of-Pink-Indians-The-fucking-cunts-treat-us-like-pricks-150x150.jpg 150w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/Flux-of-Pink-Indians-The-fucking-cunts-treat-us-like-pricks-768x768.jpg 768w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/Flux-of-Pink-Indians-The-fucking-cunts-treat-us-like-pricks-12x12.jpg 12w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il proprietario di Spectrum, un negozio di dischi di Northwich, ricevette un giorno la visita inaspettata della buoncostume: la polizia lo denunciò per aver esposto “materiale contrario alla pubblica decenza” in vetrina e sequestrò tutte le copie disponibili in negozio delle compilation “Bullshit detector” e dei dischi di MDC, Crucifix, Dirt, Icons of Filth, Crass e Dead Kennedys. Lui al processo se la cavò con una grossa multa, ma dei dischi incriminati venne disposta la sospensione della distribuzione commerciale in attesa che la corte si pronunciasse &#8211; si dibattè a lungo sull&#8217;uso e sull&#8217;abuso della parola “fuck” nei testi.<br>Peggio accadde al proprietario di Eastern Bloc, un negozio di Manchester, reo di aver esposto “The fucking cunts” in vetrina assieme ad altri dischi di Dead Kennedys e Crass e di essersi rifiutato di sbarazzarsene come intimatogli dagli agenti di polizia: venne incriminato, processato e condannato per commercio di “materiale osceno” a minori.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>I Flux Of Pink Indians si ritrovarono coinvolti in un processo per pornografia dal quale uscirono indenni per un soffio, ma solo qualche tempo dopo un giudice condannò i Crass e il loro album “Penis envy” per via della copertina e dei testi espliciti.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Nell’agosto del 1984 il gruppo si impegnò nella raccolta di fondi a sostegno dei minatori in sciopero da marzo</strong>, in una serie di serate collettive assieme a Chumbawamba, D&amp;V, agli islandesi Kukl (il gruppo in cui cantava Bjork, ben prima dei Sugarcubes) ed altri.<br><strong>A far accanire Margaret Thatcher contro i minatori non furono solo dei motivi economici, ma precise scelte politiche</strong>: l’obiettivo del governo conservatore era lo smantellamento del settore pubblico, da realizzarsi sopprimendo le aziende nazionalizzate &#8211; tra cui il settore minerario &#8211; che non garantivano grossi profitti, e aprendo al capitale privato quelle che invece rendevano. <strong>Uno scontro tra due diverse maniere di intendere la società e la vita: l’idea di comunità e solidarietà opposta al “no society” della Thatcher, all’ognuno per sé.</strong><br><br>L’azione dello stato non ebbe a limitarsi alla repressione poliziesca: multe e confische di beni colpirono tutte le organizzazioni sindacali che organizzarono o appoggiarono i picchetti. Alcuni tribunali del paese dichiararono addirittura “illegali” gli scioperi e trascinarono in giudizio i sindacalisti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se vi mettete a curiosare su YouTube tra i documenti indipendenti disponibili a proposito degli scioperi di allora (la BBC al tempo era stata accusata più volte di offrire versioni addomesticate e parziali degli scontri), potrete trovare testimonianza di cariche feroci di polizia contro i manifestanti, di scorrerie di agenti a cavallo che manganellano donne e anziani e gli sguinzagliano contro i cani.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>L&#8217;aria che si respirava in Inghilterra stava dunque cambiando in fretta ed anche la scena artistica alternativa ed antagonista inglese si ritrovò a soffrirne e a doversi confrontare con difficoltà che si stavano facendo sempre più pesanti.<strong> Il disco successivo dei Flux of Pink Indians, l&#8217;EP “Taking a liberty”, ebbe riscontri di vendita deludenti, fatto che portò ad alcuni attriti tra i componenti ed allo scioglimento del gruppo</strong>, e che di lì a poco spinse Derek alla chiusura di Spiderleg e alla creazione di una nuova etichetta discografica.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
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</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Tagliato più corto il nome in Flux, nel giro di pochi mesi il gruppo si riformò e si consolidò attorno a Colin Latter (voce), Derek Birkett (basso), Kevin Hunter (già chitarrista degli Epileptics) e Martin Wilson (batteria). Questa è la formazione che realizzò nell&#8217;agosto 1986 il terzo album “Uncarved block”, la prima uscita della neonata label One Little Indian.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">L’album è registrato e prodotto da Adrian Sherwood e ci suonano dentro, tra gli altri, due suoi storici sodali come Bonjo Iyabinghi Noah degli African Head Charge e Lincoln “Style” Scott dei Dub Syndicate. C&#8217;è dentro persino Ray Shulman dei Gentle Giant &#8211; un notevole gruppo prog attivo negli anni Settanta e piuttosto noto in Italia. Oltre che farsi un nome in ambito dub/reggae con parecchie produzioni visionarie, Sherwood aveva lavorato con gente come Mark E. Smith dei Fall, le Slits e il Pop Group, e aveva già frequentato sia i Crass che i Southern Studios di John Loder per via del lavoro con Annie Anxiety.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Flux - Uncarved Block(1986)(Experimental)(Post-Punk)(Dub)(Tribal)" width="1220" height="686" src="https://www.youtube.com/embed/3663KB6M3ck?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La scena indipendente anarcopunk si era ingrossata parecchio, il signor padrone se n&#8217;era accorto ed era passato al contrattacco: è stato così che l’A cerchiata, spesso a sproposito e per bieca strategia pubblicitaria, si è ritrovata a marchiare numerose produzioni discografiche della metà degli anni Ottanta. </strong>Bisognava stare attenti a chi e cosa si comprava: i palchi dei concerti erano pieni di gente che inneggiava al sabotaggio e all&#8217;insurrezione contro lo stato restando col culo bene al caldo di un editore multinazionale e protetta da un servizio di sicurezza, gli scaffali dei negozi erano carichi di dischi di sedicenti gruppi punk anarchici con l&#8217;A cerchiata posta bene in vista sulla copertina &#8230;ma stampati da etichette tutt&#8217;altro che indipendenti e tutt&#8217;altro che anarchiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’anarchia veniva offerta e commercializzata come atteggiamento moderno e menefreghista in contrapposizione all’impegno laburista e al rigore socialista</strong> come pure al vecchiume ideologico conservatore, anarchia come segno grafico innovativo per chi desiderava distinguersi dalla massa, anarchia come strategia pubblicitaria per vendere l’invendibile (e se pensate che io stia esagerando, provate a dare un&#8217;occhiata a quante magliette portachiavi borse tazze accessori e cento altre cazzate inutili marchiate col l&#8217;A cerchiata si possano acquistare oggi in rete con un click).</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Questa è “Children who know”:</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>Gli stessi bambini che giocano alla rivoluzione nel parco<br>Le stesse vecchie idee che brancolano nel buio<br>Gli stessi due bastoncini strofinati per creare una scintilla<br>La stessa gente rimasta in piedi da sola e nuda<br>E io mi aggrappo disperatamente a quelle due idee che mi sono rimaste<br>Prima di tutto, io non credo a niente e in niente<br>Poi, credo a tutto e in tutto<br>E&#8217; insieme che tento di mantenere la rotta ma intorno tutto si rifiuta di cambiare<br>E il mondo no<br>Qualsiasi espressione del mio amore ferisce<br>e il martirio non serve a niente.</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Questo è un breve estratto da “Footprints in the snow” che fa riflettere parecchio:</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>Cammino sotto il sole e cammino mentre cade la neve<br>Penso in fretta e ragiono lentamente<br>Le mie idee vanno e vengono come onde che si infrangono sulla spiaggia<br>come desideri che crescono e vogliono sempre di più<br>In un campo lontano un contadino che semina<br>In un campo lontano un&#8217;altra bomba che cade<br>Sopra di me un gabbiano in volo<br>Sopra di me il rombo di un aereo da caccia<br>Un altro soldato che si prepara a morire</em><br><em>Da piccole sorgenti nascono grandi fiumi<br>Da pensieri semplici nascono grandi idee<br>Ho provato sulla mia pelle<br>come si possano raffreddare le cose in cui credo<br>spingendomi a ritirarmi prima di diventare vecchio.</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo la guerra delle Falklands e la rielezione di Margaret Thatcher, dopo lo sciopero dei minatori, dopo i processi per oscenità e dopo lo scioglimento dei Crass, secondo me <strong>i Flux si erano resi conto che l&#8217;anarcopunk era stato stritolato dal mercato e spogliato del suo carattere ribelle per divenire un “genere musicale” sotto cui catalogare i dischi nei negozi, cioè merce e niente più, e avevano deciso di provare una nuova strada espressiva tentando di rimanere quanto più possibile fedeli a sé stessi.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>“Uncarved block” è decisamente distante dal suono hardcore punk tipico della metà degli anni Ottanta:</strong> è magmatico e rimbombante di percussioni e suoni sfuggenti ed offre musiche dai contorni mai ben definiti, ricchi di ombre ed evoluzioni. L&#8217;album è un nuovo spazio sonoro e, secondo me, rappresenta un notevole salto di qualità complessiva della loro offerta, e musicale e poetica.<br>Una differenza evidente rispetto alla produzione precedente è che il disco è “cantato” invece che “urlato”, il pezzo conclusivo “The stonecutter” è addirittura sussurrato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Niente più canzoni costruite intorno a due/tre accordi, niente più dissonanze disperate ma stratificazioni complesse assai suggestive: s<strong>e ascoltate con attenzione, vi ritroverete i semi di certe soluzioni sonore innovative che si sarebbero ascoltate solo a distanza di anni</strong>, dentro a certi dischi incendiari considerati tra le pietre miliari dell&#8217;ultima parte del millennio.<br><br>Per concludere, <strong>è l&#8217;album dei Flux che più amo &#8211; è un lavoro profondamente anarchico finalmente libero da condizionamenti e forzature stilistiche ed ideologiche, un lavoro tridimensionale anzi multidimensionale in un panorama anarcopunk ormai appiattito e frammentato quando non polverizzato.</strong><br>E&#8217; un&#8217;esplosione di creatività in mezzo a un mare nero in tempesta che però disorienta i sostenitori storici e l&#8217;intera scena, o meglio quello che ne resta: i detrattori si contano a centinaia, fra questi anche il chitarrista Kevin Hunter, che in “The day the country died” dichiara senza mezzi termini a Ian Glasper che questo è <em>“un disco di merda”</em> che <em>“non c&#8217;entra niente col punk, un disco disarmato e senza coglioni. (&#8230;) Comunque alla gente non gliene fregava più niente di noi, voleva ascoltare The Jesus and Mary Chain&#8230;”.</em><br><strong>Malgrado la buona accoglienza della critica “Uncarved block” non vende granché e il gruppo, deluso, si scioglie nel 1987</strong>. Peccato: di cose da dire e da offrire, secondo me, ne avrebbero avute ancora parecchie.<br><br><strong>One Little Indian in tempi recenti ha cambiato nome in One Little Independent</strong>. <strong>Nel frattempo è divenuta un&#8217;etichetta discografica assai importante</strong>, che vende milioni di copie di artisti tipo Sugarcubes, Shamen, Chumbawamba, Skunk Anansie, Bjork, Test Dept. o Cody Chesnutt. <strong>Il successo planetario pare non aver minato le basi di indipendenza e apertura mentale dei fondatori</strong>: accanto ai best seller OLI mantiene in catalogo anche i vecchi dischi della Crass Records adeguatamente restaurati (sono tutti da qualche tempo in progressiva ristampa, e resi disponibili sia in vinile che in formato liquido e, alcuni, su compact disc), come pure le vecchie registrazioni dei Flux.<br></p>



<p class="wp-block-paragraph">Marco Pandin<br>stella_nera@tin.it</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Foto di copertina: Flux a Nottingham, maggio 1984. Foto di Marco Pandin</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="618" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/retro-copertina-Epileptics-1.jpg" alt="" class="wp-image-25566" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/retro-copertina-Epileptics-1.jpg 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/retro-copertina-Epileptics-1-291x300.jpg 291w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/retro-copertina-Epileptics-1-12x12.jpg 12w" sizes="auto, (max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Retro copertina di Epileptics</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="532" height="751" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/Flux-volantino-fronte-1.jpg" alt="" class="wp-image-25567" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/Flux-volantino-fronte-1.jpg 532w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/Flux-volantino-fronte-1-213x300.jpg 213w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/Flux-volantino-fronte-1-9x12.jpg 9w" sizes="auto, (max-width: 532px) 100vw, 532px" /><figcaption class="wp-element-caption">Flux &#8211; volantino (Fronte)</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="530" height="750" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/Flux-volantino-retro-1.jpg" alt="" class="wp-image-25568" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/Flux-volantino-retro-1.jpg 530w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/Flux-volantino-retro-1-212x300.jpg 212w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/Flux-volantino-retro-1-8x12.jpg 8w" sizes="auto, (max-width: 530px) 100vw, 530px" /><figcaption class="wp-element-caption">Flux &#8211; volantino (retro)</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>The Ex and Tom Cora &#8211; Anarcopunk suonato col violoncello: che bomba!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Miss-I]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Jul 2024 09:15:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Anarchia]]></category>
		<category><![CDATA[Anarcopunk]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Pandin]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Marco Pandin ci parla del MIMI Festival, di R.I.O., The Ex and Tom Cora e del loro &#8220;Scrabbling at the lock&#8221; “&#8230;Non si viene qui per stare seduti a guardare una rockstar che si esibisce. La nostra è una sfida all&#8217;immobilismo, alla noia, all&#8217;esistenza grigia. L&#8217;idea è riuscire a creare un ambiente pacifico dove, col &#8230;</p>
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<h2 class="wp-block-heading">Marco Pandin ci parla del MIMI Festival, di R.I.O., The Ex and Tom Cora e del loro &#8220;Scrabbling at the lock&#8221;</h2>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>“&#8230;Non si viene qui per stare seduti a guardare una rockstar che si esibisce. La nostra è una sfida all&#8217;immobilismo, alla noia, all&#8217;esistenza grigia. L&#8217;idea è riuscire a creare un ambiente pacifico dove, col pretesto di ascoltare o di produrre della musica, gente venuta da lontano possa incontrarsi, discutere, conoscersi e fare amicizia con altra gente venuta da lontano. Non occorre essere dei musicisti per avere qualcosa da dire: è una cosa che viene dal cuore&#8230;&#8221;.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Scritte quasi quarant’anni fa, in un primo momento queste frasi possono sembrare la descrizione di un raduno musicale anarcoide ritagliata da una fanzine idealista, o da uno di quei volantini sognanti e desiderosi di libertà che al tempo circolavano spesso in provincia da noi a nordest. E invece no</strong>, è roba che viene dall&#8217;ovest e da oltralpe: è il manifesto del primo MIMI Festival. MIMI sta per Mouvement Internationale des Musiques Innovatrices &#8211; non so il francese, magari mancano gli accenti giusti, scusatemi.<br>Nel luglio 1986, ad appena un paio di mesi di distanza dal disastro di Chernobyl come a ribadire ad alta voce la nostra voglia di vivere, opporci e resistere nonostante l&#8217;orrore e la devastazione, Ferdinand Richard riesce a mettere in piedi a Saint-Rémy in Provenza un raduno internazionale di musiche controcorrente e mi spedisce un invito e un pacco di volantini. Ferdinand è un caro compagno francese di R.I.O., cioè <strong>Rock in Opposition, una rete internazionale di musicisti </strong>(ne facevano parte tra gli altri gli inglesi Henry Cow, gli svedesi Samla Mammas Manna, i belgi Univers Zero e i nostri Stormy Six) che si opponeva alla politica delle etichette discografiche maggiori nonché alla noia e all’appiattimento della cultura ufficiale creando e diffondendo in maniera militante della musica spesso bizzarra e difficile da incasellare in un genere specifico, sempre e comunque lontana da obiettivi commerciali. <strong>L’associazione, oltre che un sodalizio artistico, si caratterizzava anche in senso politico radicale</strong> &#8211; ad esempio i vari gruppi e musicisti praticavano l’autogestione, l&#8217;autoproduzione ed il sostegno reciproco, e nei propri paesi spesso militavano in formazioni di sinistra nelle accezioni più o meno ortodosse, e nei movimenti ecologisti e libertari. <strong>Buona parte dei vari gruppi era attiva dai primi anni Settanta (Henry Cow e Stormy Six già dalla fine degli anni Sessanta), ma R.I.O. giunse a consolidarsi quando in Inghilterra era nato da poco il punk. </strong></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Avevo incontrato Ferdinand nel settembre 1977 ad un concerto (il suo gruppo apriva le date degli inglesi Henry Cow) organizzato a Venezia grazie al sostegno e allo sbattimento della radio degli anarchici: aveva solo qualche anno più di me, suonava il basso e cantava con gli Etron Fou Leloublan, base operativa francese di R.I.O. &#8211; un trio dallo stile indefinibile e affascinante. L’associazione che segue e promuove il MIMI Fest, da lui fondata, ha avuto una certa fortuna e negli anni è diventata una componente importante della macchina culturale marsigliese. Allora però il festival era solo una cosa piuttosto piccola, organizzata fino a un certo punto e da quel punto in poi improvvisata: l’idea di fondo era che anche tu potevi farne parte, e il tuo contributo era importante tanto quello di chi si ritrovava a farsi ascoltare dal palco.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>I concerti del primo MIMI Fest si tengono in un&#8217;arena da corride e il biglietto d’ingresso costa una miseria. </strong>In cambio offrono cibo sonoro che a me piace parecchio, tipo gli Skeleton Crew in una dirompente formazione a tre (Fred Frith e Tom Cora con Zeena Parkins) e Les Batteries, un trio di batteristi pirotecnici formato da Guigou Chenevier, Rick Brown e Charles Hayward &#8211; quest&#8217;ultimo suonava coi This Heat, era amico di Steve Ignorant ed aveva sostituito Penny Rimbaud dietro i tamburi ad uno dei primi concerti dei Crass. L&#8217;ultima sera sul palco gli Etron Fou nuovamente insieme dopo tanto tempo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le date del MIMI Fest cadono giuste giuste nel periodo di ferie che mi era stato assegnato in ufficio &#8211; impossibile non approfittare della fortuna e non andarci. Riesco a pigliare a prezzo d&#8217;occasione un biglietto del treno Venezia-Lyon-Avignon e mi fiondo in Francia, a Saint-Rémy ci sia arriva poi comodi con l&#8217;autobus. Una delle cose che scopro appena arrivato è che il paese è invaso da un popolo vario e multicolore di musicisti, appassionati e curiosi: <strong>il festival sembra attirare gente che suona e che ascolta di tutto &#8211; dal barocco al jazz al prog al punk e oltre, senza mettersi grossi problemi nel mescolare le proprie preferenze a quelle degli altri. </strong>Molti sono giovani, sembra grossomodo della mia età, e noto qualche famiglia coi bambini piccoli. Chiedo informazioni all&#8217;ingresso all&#8217;arena e riesco a trovare posto in un alberghetto in centro, una struttura che ha una certa età ma che offre stanze pulite e supereconomiche.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><br>L’aria che si respirava lì al Fest era proprio di quelle giuste, e l’idea di coinvolgere attivamente i partecipanti funzionava, e funzionava bene ma così bene che ti veniva proprio voglia di muoverti, di aiutare, di contribuire in qualche modo: sentivi che stava accadendo qualcosa di bello e volevi farne parte. </strong>Impossibile non fare amicizia con qualcuno: veniva spontaneo sorridersi, avvicinarsi per poi ritrovarsi a parlare e si finiva col mangiare insieme a quelle e quelli che fino a poche ore prima erano degli sconosciuti venuti da non importa dove. Ognuno portava un po’ del proprio cibo e lo metteva su un tavolo comune, c’era sempre qualcuno che avesse qualche birra o del vino fresco da condividere e ti capitava di offrire in giro la frutta e il pane o i biscotti che avevi comprato in paese.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Era bello mescolare le nostre lingue e dialetti, ne veniva fuori una specie di esperanto italo/german/franc/spanglish a cui io aggiungevo i miei schizzi di veneziano. Le occasioni per parlare e scambiare quattro chiacchiere, e magari stabilire alleanze e complottare, non mancavano di certo, così come il buon bere che senz’altro aiuta a creare complicità. Il primo giorno, per dire, incontro Amy Denio una punk magra magra bionda bellissima e sorridente appena arrivata dalla costa nordovest degli Stati Uniti con i piedi dentro gli anfibi e un basso elettrico a tracolla. E condivido cibo e risate con Nick Didkovsky il chitarrista dei Doctor Nerve, newyorchese mezzo tedesco, umorista strabiliante dal sorriso e l&#8217;allegria contagiosi nonché professore di matematica col pallino dell’informatica.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al Fest ci sono anche degli italiani, tra cui Alessandro Achilli e Paolo Chang dei Maze 1066 &#8211; di lì a neanche un paio d’anni con Riccardo Pioli avrebbero dato vita alla meravigliosa rivista Musiche, tutta nera fuori ma col cuore rosso. E faccio amicizia con ragazze e ragazzi tedeschi, svedesi, inglesi, olandesi, austriaci, spagnoli, svizzeri oltre che francesi, addirittura ce ne sono alcuni venuti apposta fin qui nella Francia meridionale dall’Europa dell’Est &#8211; un’impresa allora per niente facile perché i muri costruiti intorno ai loro paesi erano ancora saldamente in piedi e presidiati da guardie armate.&nbsp;<br><strong>E’ proprio in questo giro storto di nuove conoscenze e relazioni che nasce e si sviluppa il passaparola per partecipare a “F/Ear this!”, che è stata la prima iniziativa musicale a sostegno di A/Rivista Anarchica che ho curato e pubblicato.</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>“&#8230;Concentratevi bene sulla vostra improvvisazione e, quando arriva il momento, mettetevi a suonare qualcos’altro. Sorprendetevi! In questo modo sarete molto più aperti alla musica di chi sta suonando con voi&#8230;”.</em> (Tom Cora)</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
</blockquote>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="676" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/07/05-1024x676.jpg" alt="" class="wp-image-24066" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/07/05-1024x676.jpg 1024w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/07/05-600x396.jpg 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/07/05-300x198.jpg 300w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/07/05-768x507.jpg 768w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/07/05-1536x1014.jpg 1536w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/07/05-18x12.jpg 18w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/07/05.jpg 1786w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è musica praticamente sempre e dappertutto. Al MIMI Fest la musica non arriva solo la sera dal palco: succede che durante la giornata si può suonare liberamente e sperimentare collaborazioni. Nomi più conosciuti e gente senza nome che si ritrova insieme a improvvisare per avvicinarsi, per conoscersi, per divertirsi, per stare bene e far star bene. Non serviva essere strumentisti eccezionali per gettarsi nel mucchio e vedere cosa salta fuori: perché non provare, dunque?<br><strong>Una delle presenze costanti delle jam session pomeridiane era Tom Cora, americano della Virginia trapiantato a New York City e violoncellista di enorme talento.</strong> Sembrava quasi che tutti si fossero messi in coda per riuscire a suonare assieme a lui. Tom l’avevo già incontrato dentro a parecchi di quei dischi tutti storti che piacciono a me: nello storico “Environment for sextet” di Andrea Centazzo, insieme a Eugene Chadbourne e John Zorn, con i Curlew di George Cartwright e Bill Laswell. Avevo preso il primo album degli Skeleton Crew &#8220;Learn to talk&#8221; e un paio di loro cassette assassine registrate dal vivo e li avevo visti/sentiti suonare in concerto un paio di volte neanche due anni prima &#8211; allora, e non ho cambiato idea, li trovavo assai più aggressivi, illuminanti e politicamente consistenti di parecchio anarcopunk autoreferenziale e derivativo.<br><br><strong>Ma che cazzo ci fa un violoncellista dentro a Radio Punk? Ve lo dico subito.</strong> Trovo che il primo dei due dischi che Tom Cora ha realizzato in collaborazione con gli olandesi The Ex &#8211; vale a dire “Scrabbling at the lock” del 1991 (il successivo “And the weathermen shrug their shoulders” del 1993 è altrettanto notevole, ma un po&#8217; gli manca il fattore sorpresa) abbia rappresentato per il punk anarchico un’illuminazione zen: un’indicazione chiara che le contaminazioni di stile non comportavano necessariamente un impatto sonoro annacquato, o una concentrazione inferiore o, peggio, una qualche sorta di deviazione commerciale che comportasse il deteriorarsi dell’integrità e della determinazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Tom era tutto l’opposto di un violoncellista normale da cui come minimo ci si aspetta della compostezza e una faccia seria</strong>. Il suo strumento era stato modificato ed equipaggiato con deviazioni elettroniche, anche di sua invenzione &#8211; a volte sembrava imbracciasse una specie di mitragliatrice o una chitarra ultraspaziale, altre volte una sega elettrica, altre volte che avesse rubato il fiato e la magia a una sirena. <strong>Il suono inusuale del suo cello combinato all’abrasività degli anarcopunks hanno prodotto due bombe sia soniche che ideologiche</strong>: sono due dischi potenti, roventi e incompromissori, e sono la prova che rimanendo integri e coerenti e saldamente inossidabili alle lusinghe del mercato si potevano intraprendere mille e mille altre possibili rotte artistiche, tutte da scoprire, e cominciare a parlare altrettanti linguaggi. Tutti nuovi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa è “A door”:<br></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>La guerra per me<br>è una porta</em><br><em>aperta, e tutt’a un tratto</em><br><em>in una frazione di secondo</em><br><em>crolla il mondo intero.<br>C’è qualcuno in piedi lì</em><br><em>con delle terribili notizie,</em><br><em>quella voce che ti dice</em><br><em>che tuo figlio è morto.</em></p>
</blockquote>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="A Door" width="1220" height="915" src="https://www.youtube.com/embed/hNp6g0B5dfo?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Gli Ex erano un collettivo misto ragazze/ragazzi di ventenni olandesi che alla fine degli anni Settanta avevano messo in piedi un gruppo anarcopunk spinti da serie e profonde motivazioni politiche e sociali oltre che per la voglia di fare musica insieme</strong>: negli anni a venire, in tanti li avrebbero accostati agli anarchici inglesi Crass come determinazione e radicalità. Praticavano sin dagli esordi, e con un’attenzione ed un impegno che sconfinavano nel rigore, l’autogestione totale della propria attività &#8211; dalla costruzione collettiva all&#8217;arrangiamento dei pezzi alle registrazioni, dalla stampa e dalla diffusione dei dischi all’organizzazione dei concerti. C&#8217;erano Terrie Ex, Luc Ex, Andy Ex&#8230; avevano deciso di chiamarsi tutti col medesimo cognome ed affrontavano qualsiasi questione, dai turni delle pulizie in sede alla corrispondenza da sbrigare, con molta gioia e consapevolezza.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’album “Scrabbling at the lock” realizzato con Tom Cora valse agli Ex il Popprijs 1991 (il premio più prestigioso nel loro paese in tema di popular music), e credo sia stata la prima volta al mondo che un collettivo anarchico venisse ufficialmente riconosciuto dallo stato come “produttore di cultura”. <strong>Il gruppo riuscì a negoziare con l’amministrazione cittadina la stabilità di alcuni spazi che aveva occupato da tempo ad Amsterdam, risanandoli e migliorandone la struttura ed offrendo alla città la propria base come quella vera e propria fabbrica creativa che era</strong>. C&#8217;era un&#8217;a cerchiata dipinta sul portone dopo l&#8217;occupazione, che nel tempo non si è mai sbiadita.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa è “<a href="https://theex.bandcamp.com/track/fire-and-ice" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Fire and ice</a>”:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>Come mettere a confronto il male con il male?<br>Si riescono a sottrarre i morti di El Salvador dai morti dell’Iraq?<br>Si riescono a sottrarre i cileni torturati dai curdi avvelenati?<br>E con chi scambiare lo sterminio dei vietnamiti?<br>Chi fa i conti con una memoria cattiva<br>chi racconta bugie sapendo di raccontare bugie<br>chi vuole mettere a confronto il male con il male<br>si merita la guerra che gli tocca.<br>Quelli che fanno i conti fanno la punta alle matite<br>proprio come i soldati affilano le baionette.<br>Pesano i milioni di morti sulle bilance del potere.<br>Dividono la paura per l’onore.</em><br><em>Sottraggono le radiazioni dai profitti.<br>Nessuna pietà per chi ha il conto in rosso.</em><br><em>Città in cambio di pozzi di petrolio<br>bambini in cambio di prestiti<br>libertà in cambio di potere.<br>Lavorano notte e giorno con fuoco e ghiaccio.<br>Fanno i conti e il risultato è zero.</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Morto nel 1998 ad appena 44 anni, per un cancro che se l&#8217;è portato via velocemente, Tom Cora aveva trovato in Europa amore, famiglia e terreno fertile per i suoi sogni di musicista rivoluzionario</strong>. Si era trasferito da questa parte dell’Atlantico solo otto anni prima.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I<strong>ntervistati da Mario Bossi per A/Rivista Anarchica in occasione di un concerto di fine millennio al Cox18 a Milano, a proposito di Tom gli Ex hanno usato parole commosse:</strong> <em>&#8220;Suonare con lui è stato un grande momento del nostro percorso creativo, portò un sacco di musica meravigliosa dalla quale fummo tutti ispirati. Introdusse un nuovo modo di suonare nella nostra band. Con lui siamo cresciuti tutti musicalmente&#8230;&#8221;</em>. E ancora: <em>&#8220;E’ stato un grande amico ed un grande compagno. Noi eravamo una band e lui era un solista, ma non ci siamo mai sentiti come due parti separate: eravamo come sei amici. Ci piacevamo a vicenda, come persone e come musicisti&#8230;&#8221;</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>“Scrabbling at the lock” è stato un&#8217;esplosione del tutto imprevista</strong>: per il giro del jazz d’avanguardia è né più né meno che una cacca di cane depositata sulla porta di casa. Per il giro degli improvvisatori più snob è un’eresia, è uno scandalo, uno sputo sulle scarpe lucide. <strong>Per i giri punk è una raffica di sberle in faccia che però rappresenta una trasfusione di linfa vitale, nutriente, energica e salutare non solo a livello di progettazione e costruzione sonora ma anche e soprattutto di apertura mentale, di condivisione</strong>: l’anarchia finalmente tolta dalla naftalina della retorica e messa in pratica. E’ stato questo il suono del movimento antagonista e radicale in Europa, lo è stato per tutti gli anni Novanta, ha ispirato parecchi dei gruppi venuti dopo e per molti versi un punto di riferimento importante lo è ancora.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="1024" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/07/The-Ex-and-Tom-Cora-Scrabbling-at-the-lock-1-1024x1024.jpg" alt="" class="wp-image-24063" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/07/The-Ex-and-Tom-Cora-Scrabbling-at-the-lock-1-1024x1024.jpg 1024w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/07/The-Ex-and-Tom-Cora-Scrabbling-at-the-lock-1-300x300.jpg 300w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/07/The-Ex-and-Tom-Cora-Scrabbling-at-the-lock-1-100x100.jpg 100w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/07/The-Ex-and-Tom-Cora-Scrabbling-at-the-lock-1-600x600.jpg 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/07/The-Ex-and-Tom-Cora-Scrabbling-at-the-lock-1-150x150.jpg 150w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/07/The-Ex-and-Tom-Cora-Scrabbling-at-the-lock-1-768x768.jpg 768w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/07/The-Ex-and-Tom-Cora-Scrabbling-at-the-lock-1-12x12.jpg 12w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/07/The-Ex-and-Tom-Cora-Scrabbling-at-the-lock-1.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Gli Ex sono attivi, insieme e separatamente in numerosi progetti, ancora oggi: nel 2024 il gruppo celebra i quarantacinque anni di attività e quasi duemila concerti in 45 paesi. Stampano ancora e diffondono i loro dischi da soli.</strong> Nel corso degli ultimi due anni Arnold De Boer, uno dei cantanti che si sono avvicendati nel gruppo, è venuto più volte nel nostro paese a presentare il suo album solo a nome Zea con dentro tutte canzoni scritte in lingue diverse. Luc Klaasen, il bassista, ha fatto parte di formazioni irraccontabili come Roof e 4Walls, ed è stato tra i fondatori di Konkurrent (con ogni probabilità il primo a offrire insieme in catalogo punk hardcore e musica sperimentale), divenuto col tempo un importante distributore indipendente. Tony Buck, uno dei numerosi batteristi che hanno fatto parte del collettivo, fa parte del trio The Necks e ha suonato in mezzo mondo partecipando a progetti con supermusicisti bombaroli come Evan Parker, John Zorn e Lee Ranaldo dei Sonic Youth. Terrie Hessels ha realizzato ibridi sonori inafferrabili in compagnia di profeti visionari del jazz meno allineato come Paal Nilssen-Love e Han Bennink.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Pensate poi a come si chiudono i cerchi: gli Ex e Tom insieme hanno suonato al MIMI Fest del 1993</strong>. Col pretesto della musica gli olandesi e l’americano avrebbero potuto limitarsi a fare le linguacce e spaccare qualche vetro &#8211; sarebbero finiti su MTV e sulle copertine delle riviste specializzate, come i Sex Pistols o i Clash. E invece, per far passare a tutti i costi attraverso le loro dita fin dentro alle nostre orecchie la loro idea di società nuova, hanno usato i loro strumenti per scardinare insieme porte e finestre, e siccome non bastava hanno distrutto parecchi muri divisori fatti di mattoni, di fili spinati e di pregiudizi. <strong>Ci sono riusciti sul serio, e come, a smantellare e polverizzare i confini, a smilitarizzarli e cancellarne la pretestuosità, a volarci sopra e a farci volare sopra noi.&nbsp;&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Articolo a cura di:<br>Marco Pandin<br>stella_nera@tin.it<br><br>Le foto degli Ex e Tom Cora presenti nell&#8217;articolo sono state scattate al MIMI Festival 1993 da Sergio Amadori</p>
<p>L'articolo <a href="https://radiopunk.it/the-ex-and-tom-cora/">The Ex and Tom Cora &#8211; Anarcopunk suonato col violoncello: che bomba!</a> proviene da <a href="https://radiopunk.it">Radio Punk</a>.</p>
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		<title>Detonazione: Sorvegliare e Punire</title>
		<link>https://radiopunk.it/detonazione-sorvegliare-e-punire/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Miss-I]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 May 2024 07:36:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Anarchia]]></category>
		<category><![CDATA[Anarcopunk]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Pandin]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Marco Pandin ci parla dei Detonazione, storica band friulana Detonazione.Sognare sempre a volume alto, e un giorno scomparire. Coi miei amici ascoltavamo di tutto, senza metterci dei grossi problemi. Siamo andati in gruppo e alla spicciolata a tanti concerti, generalmente senza biglietto d&#8217;ingresso né soldi in tasca e senza affatto preoccuparci di generi e sottogeneri &#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://radiopunk.it/detonazione-sorvegliare-e-punire/">Detonazione: Sorvegliare e Punire</a> proviene da <a href="https://radiopunk.it">Radio Punk</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Marco Pandin ci parla dei Detonazione, storica band friulana</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Detonazione.<br>Sognare sempre a volume alto, e un giorno scomparire.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Coi miei amici ascoltavamo di tutto, senza metterci dei grossi problemi.</strong> Siamo andati in gruppo e alla spicciolata a tanti concerti, generalmente senza biglietto d&#8217;ingresso né soldi in tasca e senza affatto preoccuparci di generi e sottogeneri musicali. Ci piaceva ascoltare musica, fosse jazz o rock o sperimentale o qualsiasi altra cosa, e farlo insieme era bellissimo. Come i miei compagni, ero curioso e vorace.<strong> Ascoltavo volentieri punk, preferibilmente anarcopunk e certo anarcopunk pure mi piaceva parecchio e ne traevo ispirazione, ma non mi vestivo come i punks che c&#8217;erano sui palchi e dentro ai dischi.</strong> Un chiodo allora costava trecentomila lire, praticamente un intero mese di paga. Degli anfibi decenti che non mi rovinassero i piedi costavano come minimo altre cento/centocinquantamila lire. E&#8217; vero, avevo un lavoro fisso, ma una parte del mio stipendio serviva a dare una mano in casa: vestirsi da punk per me era economicamente impossibile &#8211; in giro però la gente, che ci vedeva come un branco di straccioni sfigati e spettinati, pensava che io e miei compagni fossimo dei punks.<br><strong>Noi però non ci sentivamo parte di alcun movimento e men che meno ci si sentiva protagonisti di una qualche scena: tendevamo a farci i cazzi nostri, frequentavamo le periferie e quelli che si erano organizzati in branco e stilavano liste di appartenenza parrocchiale noi li si guardava con un certo sospetto &#8211; da cani randagi quali eravamo preferivamo starcene alla larga. Non ci interessava essere niente e nessuno. </strong>Eravamo capitati in mezzo al punk e alla new wave, e non ce ne fregava assolutamente un cazzo di niente.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="575" height="305" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/05/Detonazione-in-Olanda-2-Simplon-Groningen-NL.jpg" alt="" class="wp-image-23130" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/05/Detonazione-in-Olanda-2-Simplon-Groningen-NL.jpg 575w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/05/Detonazione-in-Olanda-2-Simplon-Groningen-NL-300x159.jpg 300w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/05/Detonazione-in-Olanda-2-Simplon-Groningen-NL-18x10.jpg 18w" sizes="auto, (max-width: 575px) 100vw, 575px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">A quel tempo fiorivano ogni settimana nuove agenzie di intermediazione che si inframettevano come passaggi obbligati di pedaggio fra noi appassionati e certi musicisti per poter organizzare qualsiasi cosa. Quel che forse era peggio era che si inciampava ovunque in nuovissimi esperti superinformati intrallazzati e vestiti all&#8217;ultima moda che pretendevano di spiegarci come eravamo, cosa bisognava fare e cosa dovevamo pensare. <strong>La nostra creatività, così misera, instabile e intermittente, si adattava poco o niente ai meccanismi che regolavano le nuove onde ufficiali, così molto presto coi miei compagni ci siamo ritrovati spintonati ai margini. Anzi, ci siamo ritrovati ben chiusi fuori dalla scena. E meno male.</strong><br>Ho imparato presto che quella sedicente scena alternativa ed indipendente, ufficiale perché riconosciuta dalla stampa dalla radio dalla televisione dalla pubblicità e quindi da tutti come tale, era saldamente in mano ad organizzazioni e personaggi che di alternativo e indipendente non avevano proprio nulla. Per quanto a Milano, Torino e Bologna i punks si sbattessero e facessero rumore, il giro rockitaliano che contava era in mano ai soliti vecchi ricchi e a gente giovane altrettanto benestante che già allora poteva permettersi le videocamere comprate da papà e stampava giornali approfittando del sostegno neanche tanto velato dei partiti politici. Brutte facce che andavano a predicare in televisione &#8211; la mattina impiegati a farsi pagare in banca, la sera dee-jay della nuova onda a farsi pagare in discoteca. Io non avevo affatto voglia di arricchirli: per me e quelli come me l&#8217;unica era togliersi di torno e rintanarsi nelle cantine, nei primi posti occupati e presto sgomberati, nelle autoproduzioni, nella precarietà, nel circuito sottoterra. <strong>Ho fatto così, ho scelto una strada che mi andava bene e che oggi sto ancora percorrendo con gambe diventate vecchie e malmesse. </strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Dai miei compagni della libreria anarchica a Venezia ero venuto a sapere che nella Bassa friulana si riuniva un gruppo di ragazze e ragazzi della mia età per leggere e commentare insieme degli stralci appena tradotti e fotocopiati de “<a href="https://www.eleuthera.it/scheda_libro.php?idlib=428" target="_blank" rel="noreferrer noopener">L&#8217;ecologia della libertà</a>” di Murray Bookchin. Il libro non era ancora uscito in Italia, ed era un testo piuttosto inusuale che faceva riflettere e suggeriva approcci nuovi al modo di fare gruppo, di fare rete, di relazionarsi agli altri e al mondo. Questo americano sembrava avere mirato al mio cuore: le sue erano le parole suggestive che descrivevano perfettamente certi miei sogni e me li facevano toccare con le mani. Così un giorno prendo la macchina, la posiziono in direzione Udine e vado a San Giorgio di Nogaro &#8211; là incontro Cespuglio, Marc, Pauli, Stefano, Lino e Tiziana e altre ed altri. Il gruppo sociale, così si chiama, si riunisce abbastanza regolarmente. Abbiamo tutti press&#8217;a poco la stessa età e si parla, si sta insieme, ci si prende sul serio e si cerca di capire, di ragionare, di avvicinarsi e conoscersi, ci si costruisce insieme un&#8217;idea o almeno ci si prova.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Un giorno i friulani decidono di organizzare un concerto di un gruppo di loro amici: non li conosce nessuno, si chiamano Detonazione, vengono da Udine e dintorni e credo sia la prima volta che escono dalla cantina per farsi sentire in pubblico</strong>. Hanno appena registrato e stampato un disco, pare abbiano fatto tutto da soli.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Prima di cominciare a suonare distribuiscono un volantino:</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">“&#8230;Mentre centinaia di giovani agonizzano schiavizzati dall&#8217;eroina, instupiditi dalla noia, frustrati in ogni loro aspirazione, una squallida congrega di politici corrotti, giornalisti bugiardi di professione, bottegai sempre pronti alla genuflessione farneticano sull&#8217;isola felice che secondo loro sarebbe questa palude sempre uguale a sé stessa dove viviamo. Guardandoci attorno ci pare impossibile avere trovato la forza per metterci a suonare, ma ora che l&#8217;abbiamo fatto in qualche maniera vogliamo convertire la nostra disperazione, la nostra nevrosi, la nostra sfiducia in energia&nbsp; che ci consenta di continuare a urlare sempre più spesso e sempre più forte perché finché continueremo a farlo vorrà dire che non ci siamo ancora arresi. In ogni parte d&#8217;Italia, ed è anche in situazioni peggiori in cui viviamo noi, stanno nascendo gruppi con attitudini e intenti simili ai nostri: ciò ci conforta e ci spinge a sperare nella possibilità di poter un giorno leggere il terrore sul volto di chi ora ci opprime&#8230;”.</p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Più che un palco quella allestita in Bassa friulana è una pedana, anzi no più che una pedana sembra una pista da circo. Là in mezzo, invece che saltimbanchi e bestie varie c&#8217;è un gruppo che suona, ma non è come succede di solito: <strong>non c&#8217;è qualcuno che si mette in mostra ma dei ragazzi come me che come me sono proprio stufi e hanno deciso di non restare zitti e di inventarsi qualcosa invece che restarsene a guardare, che si sbattono, che cercano di darsi da fare</strong>. Ci provano insomma, fanno quello che possono, come possono. Sanno suonare, ed è fatta di musica la loro protesta, alta di volume e di agitazione, e tutta storta e convulsa, nervosa, inquieta, frammentata. Solo qualche pezzo ha una qualche forma riconoscibile introduzione/strofa/ritornello/fine, dentro al concerto si agitano lunghe improvvisazioni e numerosi cambi di rotta e di ritmo. Ogni tanto sembra di stare dentro a una strada felliniana, ma è un&#8217;impressione che svanisce in fretta: i cani ringhiano e rizzano il pelo sulla schiena, i giocolieri e i trapezisti hanno artigli affilati, i clown hanno disegnato in faccia un ghigno e corrono in cerchio sulla segatura impugnando mazze da baseball.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">Migliaia di madri stanno gridando e pregando il loro dio<br>migliaia di soldati stanno combattendo in tutto il mondo<br>ma ora abbiamo visto cosa hanno fatto nel passato<br>ma ora abbiamo capito come hanno controllato le nostre menti<br>perché questa è la religione.<br>Migliaia di corpi stanno bruciando senza scopo<br>e migliaia di bambini stanno morendo di fame<br>ma ora è il momento di fermare questo crimine<br>e noi combatteremo fino alla morte<br>perché questa è la religione.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="624" height="439" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/05/Bruno-e-Fabio-dei-Detonazione-Simplon-Groningen-NL.jpg" alt="" class="wp-image-23131" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/05/Bruno-e-Fabio-dei-Detonazione-Simplon-Groningen-NL.jpg 624w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/05/Bruno-e-Fabio-dei-Detonazione-Simplon-Groningen-NL-600x422.jpg 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/05/Bruno-e-Fabio-dei-Detonazione-Simplon-Groningen-NL-300x211.jpg 300w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/05/Bruno-e-Fabio-dei-Detonazione-Simplon-Groningen-NL-18x12.jpg 18w" sizes="auto, (max-width: 624px) 100vw, 624px" /></figure>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Assieme a Bruno là in mezzo alla pista del circo ci sono Gianni, Loris, Giorgio, Massimo e Fabio &#8211; ciascuno sembrava impegnato in una guerra personale contro il mondo che da sotterranea e intima si stava facendo attraverso la musica sempre più carica di tensione, aperta ed esplicita. Bruno soffia l&#8217;anima dentro al suo sax tenore e si interrompe solo per abbaiare alla luna, la sua voce ha la cattiveria di una rasoiata. E gli altri non sono da meno, testardi a costruire e rincorrere ritmi di guerra per poi ridurli in frantumi o interrompersi per poi riprendere con diversa velocità e tensione. <strong>Il loro è un modo curioso e assolutamente inedito di mescolare in musica l&#8217;angoscia e la speranza, un&#8217;irrefrenabile voglia di vivere alla luce del sole e il bisogno dell&#8217;ombra e dell&#8217;oscurità come protezione. Non potevano scegliere un nome più giusto, per raccontare l&#8217;effetto che la loro musica mi fa dentro il cuore.</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">“&#8230; Vivendo circondati dal conformismo spinto fino alla demenza, e dalla passività più masochista, il solo fatto di agire liberamente, con sincerità e sentimento può avere un profondo valore eversivo, ed è partendo da questo concetto base che abbiamo cominciato ad elaborare il nostro progetto, musicale e non. Noi non cantiamo slogans. Ci interessa di più esprimere sensazioni ed emozioni non per vacuo egotismo, bensì proprio per sottolineare con maggiore efficacia il nostro disgusto per le istituzioni, i mass media, il potere, dato che, e non è scoperta di oggi, anche la nostra vita privata più intima viene attaccata dalle nevrosi e dall’angoscia imposteci dal sistema. I nostri testi hanno lo scopo di denunciare le devastazioni operate sulla nostra psiche dalla morale, dalla religione, dalla repressione sessuale, piuttosto che soffermarsi a descrivere le violenze subite dai nostri corpi attraverso il lavoro, la repressione poliziesca, le torture, dato che queste sono molto più evidenti e riconoscibili&#8230;” </p>
<cite>(dalla presentazione di “Sorvegliare e punire”, 1983)</cite></blockquote>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Detonazione - 1983 - Sorvegliare e Punire (Full album, Post Punk / New wave)" width="1220" height="686" src="https://www.youtube.com/embed/OHiEl0sAYwY?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Facciamo un passo indietro rispetto a quel mio primo impatto: partiamo da quell&#8217;esordio su vinile, un settepollici con quattro canzoni. Due col titolo in inglese, due col titolo in italiano. <strong>Raccontare “Sorvegliare e punire” fino a qui è facile. Ma trovare qualche parola buona oggi, ad oltre quarant&#8217;anni dall&#8217;uscita, per me è ancora una strada in salita: immaginate il mio spaesamento di allora.</strong> Quando si appoggia la puntina sui solchi esce dagli altoparlanti pioggia così dura che sembra grandine, o peggio sembra una gragnola di sassi che mi ammaccano non tanto la carrozzeria quanto l&#8217;esistenza, e non c&#8217;è riparo intorno.<br><strong>I testi raccontano di grigiore e disagio e frustrazioni, di desideri spezzati e sogni interrotti ma mettendo le parole in stringhe contorte assai diverse ed altre dall&#8217;abituale retorica delle rime anarcopunk del tempo</strong>. Ad ascoltarli al primo momento sembrano punk, tutti così scattosi e nervosi, ma ci si accorge presto che non somigliano a niente e a nessuno. Ma l&#8217;avrete già letto sui libri ufficiali anche voi, quelli scritti dai reduci e da quelli con la patente, che coi giri punk tricolori i Detonazione non c&#8217;entravano un cazzo. Erano quelli sbagliati, quelli inadeguati, quelli insufficienti, quelli inclassificabili. E invece forse sì che lo erano, secondo me: sembravano degli anarcopunk del nordEuropa &#8211; più bravi a guardare avanti, più desiderosi di sperimentare rispetto alle nostre bande, più curiosi a spingersi verso il margine e oltrepassarlo, per mettersi a correre verso le zone non ancora mappate per avventurarsi in sentieri sonori poco battuti, più coraggiosi nel masticare e risputare, liberi e liberati. <strong>Quella che bagnava in profondità le loro canzoni era un&#8217;anarchia schiumosa e corrosiva, più di un chilometro anzi dieci cento mille chilometri avanti rispetto alla confusione, al fracasso e alla cagnara</strong>. Solo che sembrava non accorgersene nessuno &#8211; e a loro di quello che pensava la gente non gliene fregava niente. Non vi piacciamo? E allora?<br>Invece che raccontarvi la musica, che potete recuperare con facilità in rete, vorrei soffermarmi sul fruscio disturbante dei ragionamenti che la tengono insieme. I gusti, le tendenze e gli ascolti di ciascuno andavano in direzioni diverse ma ognuno non ritrovava nell&#8217;altro una controparte, quanto uno stimolo, una scintilla. <strong>I Detonazione sapevano intrecciarsi e sostenersi a vicenda</strong>: forse era la provincia friulana ad averli fatti crescere così, generosi e solidali gli uni con gli altri. Un gruppo solido e composito come raramente s&#8217;era visto, e per me è stata una grande fortuna poterci capitare in mezzo.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph">“&#8230;Ci piacerebbe che si discutesse di più del rapporto che intercorre fra tendenza politica e forma musicale, e questo volantino vorrebbe essere uno stimolo a farlo. A nostro parere il capitalismo è in grado di assorbire e neutralizzare qualsiasi opinione, qualunque sia la forma che la “riveste”. E ciò perché è la forma stessa che, nel momento in cui si sclerotizza, neutralizza il messaggio che contiene. Il problema, però, si risolve se questo veicolo (la musica) su cui noi vogliamo far viaggiare le nostre idee, viene continuamente reinventato, stravolto, senza fossilizzarsi sui soliti schemi, solitamente importati dall’estero. Creare musica originale, personale, anticonvenzionale, è una pratica eversiva straordinariamente efficace in un mondo dove vorrebbero farci essere tutti uguali, grigi e privi di fantasia. Se la musica è un mezzo per favorire la crescita collettiva ed individuale, è ovvio che essa dovrà seguire, o meglio precedere, questa crescita, e non rimanere perennemente uguale a sé stessa&#8230;” </p>
<cite>(dal volantino distribuito il 4.9.1983 a un concerto a Udine).</cite></blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Va a finire che con Gianni e Massimo e tutti gli altri facciamo presto amicizia, e amicizia forte. Passiamo insieme un sacco di tempo da loro in sala prove, in studio di registrazione, tanti chilometri sulla strada, tante e ancora tante sere fino a tardi tardissimo tra una birra e una canna e quattro risate. A un certo punto avevano deciso di non suonare più a Udine e dintorni perché i concerti sì andavano bene, le loro canzoni venivano trasmesse spesso a radio Onde Furlane ma anche in certi programmi carbonari e partigiani della Rai, insomma avevano cominciato a riscuotere un buon successo e la gente li riconosceva per strada come “i Detonazione” e non più come Gianni, Bruno, Fabio, Giorgio, Massimo. La città gli stava troppo stretta addosso, loro ci erano rimasti male e si erano intristiti. <strong>Li avevano chiamati, credo tramite qualcuno dell&#8217;Arci, a suonare in Olanda e a Barcellona, e al ritorno i loro erano resoconti di incontri improbabili e comici, le avventure e soprattutto le disavventure in quei posti lontani sempre così strani e diversi dalle nostre periferie</strong>. A me sembrava raccontassero delle specie di fiabe, Bruno e Giorgio come dei Jack Kerouac nordestini: le case occupate, le comuni hippie, i concerti dei gruppi più assurdi, i dischi a prezzo imposto, i mercatini dei bootleg, le fanzine e i libri alternativi, musica a ogni ora del giorno, il teatro e il circo in strada, l’erba, i cibi vegetariani e naturali… a sentire queste storie la mia disperazione, che già allo stato normale era in ebollizione, finiva per esplodere. Bruno mi raccontava di John Coltrane, mi indicava costellazioni nuove e io restavo a guardare la catena che mi serrava il collo. E mi veniva da piangere, davvero.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="941" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/05/Detonazione-in-Olanda-1024x941.jpg" alt="" class="wp-image-23132" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/05/Detonazione-in-Olanda-1024x941.jpg 1024w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/05/Detonazione-in-Olanda-600x551.jpg 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/05/Detonazione-in-Olanda-300x276.jpg 300w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/05/Detonazione-in-Olanda-768x705.jpg 768w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/05/Detonazione-in-Olanda-13x12.jpg 13w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/05/Detonazione-in-Olanda.jpg 1116w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Sovrapproduzione di informazioni<br>Il cervello beve immagini e colori<br>per placare la sua sete di calore.<br>Fascino e mistero hanno un prezzo caro<br>Una coltre densa di ignoranza e noia<br>per placare la mia sete di calore.<br>Fletti le ginocchia, spera e sii felice<br>non avrai mai più bisogno di null’altro<br>per placare la tua sete di calore.</p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">D&#8217;accordo con tutti abbiamo ristampato “Sorvegliare e punire” e l&#8217;abbiamo allegato alla nostra fanzine veneziana, Rockgarage. Poi abbiamo prodotto insieme un singolo, un oggetto urgente e realizzato in velocità, una canzone e un pezzo strumentale che pensavamo non dovessero essere costrette ad aspettare. Giorgio se ne va, entra Anna &#8211; bellissima, che si dà da fare col sintetizzatore e trasforma decisamente gli equilibri sonori del gruppo. I Detonazione registrano e producono da soli il loro primo album “Riflessi conseguenti”, un disco dove per arrivare alla fine ci si deve far largo fra reticolati, trabocchetti, zone oscure e meraviglie improvvise. <strong>Una bella storia, troppo bella &#8211; forse era davvero troppo bella per poter durare.</strong> A un certo punto, un brutto giorno hanno azzannato un&#8217;esca avvelenata che li ha prima portati via da Udine e dal nordest e poco dopo praticamente cancellati dai radar.&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Marco Pandin<br>stella_nera@tin.it</p>



<p class="wp-block-paragraph">Credit foto: archivio del locale <a href="/25/blank" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Simplon</a> di Groningen in Olanda</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Annie Anxiety: Bicchieri di birra stantia allineati sul muro e cicche che galleggiano</title>
		<link>https://radiopunk.it/annie-anxiety-bicchieri-di-birra-stantia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Miss-I]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Jan 2024 09:07:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Anarchia]]></category>
		<category><![CDATA[Anarcopunk]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Pandin]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Marco Pandin ci racconta di Annie Anxiety La prima volta che sono stato a Dial House, nel giugno del 1983, ero insieme al mio amico Gino, il cantante degli Wops &#8211; allora erano il primo e unico gruppo punk veneziano. E’ venuto a prenderci alla stazione della metropolitana Phil Free, chitarrista dei Crass, su una &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading"><strong>Marco Pandin ci racconta di Annie Anxiety</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">La prima volta che sono stato a Dial House, nel giugno del 1983, ero insieme al mio amico Gino, il cantante degli Wops &#8211; allora erano il primo e unico gruppo punk veneziano. <strong>E’ venuto a prenderci alla stazione della metropolitana Phil Free, chitarrista dei Crass, su una macchina scassata che guidava scalzo e senza allacciare la cintura di sicurezza, ridendo in continuazione.</strong> Ci teneva parecchio a chiederci dell’Italia: le solite cose, sapeva dire un po’ di parolacce in italiano senza conoscerne l’esatto significato, voleva sapere se il viaggio era andato bene, se Londra ci piaceva, se avevamo problemi col cibo e col cambio in sterline. Lo sorprendeva che in piazza san Marco non ci si potesse arrivare con la macchina o con l&#8217;autobus, e quando gli abbiamo raccontato che a Venezia le strade sono fatte d’acqua e ci corrono sopra barche e vaporetti lui si è messo a ridere ancora di più &#8211; penso volesse soltanto prenderci in giro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Restiamo lì ad Epping a parlare con Penny, Gee, Steve e Phil fino a sera, fanno più domande loro a noi che noi a loro. Prima di partire <strong>Gino ed io immaginavamo di andare a infilarci in chissà quale covo sovversivo e correre chissà quali rischi e invece qui c’è solo gente tranquilla e pacifica</strong>, un bell’orto biologico, una panchina al sole, gatti e pane fatto in casa. Si chiacchiera per ore (l’intervista per intero è apparsa in “ANOK4U” e in seguito l’ho riportata in coda a “<a href="https://www.discogs.com/it/release/20306272-Crass-No-Love-No-Peace" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><span style="text-decoration: underline;">No love, no peace</span></strong></a>”) di un po’ di tutto &#8211; gli abbiamo chiesto delle difficoltà dei loro esordi, della rete solidale formata dai vari gruppi e musicisti anarcopunk, della gestione della loro etichetta discografica che nonostante tutto stava avendo un successo commerciale sempre maggiore, del fatto che era stato annunciato un loro concerto alla manifestazione contro l&#8217;installazione dei missili a Comiso, delle ricadute sociali della guerra delle Falklands che si era conclusa solo qualche mese prima&#8230; Fra le altre cose gli spiego che sto raccogliendo da tempo le traduzioni dei loro testi e che vorrei pubblicarle in un libro autoprodotto. <strong>Penny e gli altri approvano e per festeggiare la cosa, al posto di un buon bianco fresco che per i nostri gusti veneti sarebbe stato molto meglio, beviamo litri di thé accarezzando i gatti, tutti particolarmente sensibili al fascino lagunare</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con Gino a un certo punto ci rendiamo conto che per tornare a Londra ci vorranno come minimo due ore, quindi facciamo pipì, salutiamo tutte e tutti e ci avviamo a piedi verso la fermata dell’autobus più vicina. Siamo per strada quando a un certo punto accosta una macchina con due a bordo, ci offrono un passaggio e noi accettiamo.<strong> Lui è tranquillo, lei un po’ nervosa anzi è nervosa forte, fuma come se non ci fosse un domani</strong>. Se ne stanno praticamente zitti per tutto il tempo e va a finire che dopo un po’ ci mollano a una fermata della metropolitana, appena il tempo di un goodbyethankyou veloce dal finestrino e se ne vanno via.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Torno a casa e mi do da fare. Per me è un periodo piuttosto complicato: mio padre improvvisamente si ammala e passa periodi sempre più lunghi in ospedale. Verso fine anno mi scrive Paolo Finzi di <a href="https://www.arivista.org/comunicato" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><span style="text-decoration: underline;">A/Rivista Anarchica</span></strong></a>: <strong>dice che lo incuriosiscono le cose che scrivo su Rockerilla e mi invita a Milano ad una riunione della redazione</strong>: ci si accorda per un articolo di prova che viene poi accolto e pubblicato (proprio da lì, ma queste sono cose che già sapete, inizia una bella e felice collaborazione che sarebbe durata 37 anni). Passa l’inverno e <strong>quando verso metà aprile del 1984 chiamo i Crass a Dial House per dirgli che avevo praticamente finito il libro con le traduzioni dei testi, trovo attiva la segreteria telefonica con una lista delle date dei concerti previsti nelle settimane successive</strong>. Prendo nota. Do un’occhiata alla cartina dell’Inghilterra, tutti gli altri posti mi sembrano difficoltosi da raggiungere, un paio neanche capisco dove sono ma il 2 maggio a Nottingham c’è un concerto a sostegno del giornale pacifista Peace News &#8211; <strong>suonano Annie Anxiety, D&amp;V, Flux of Pink Indians e Crass. </strong>Dovrei farcela.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="435" height="577" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/01/BC4PN.jpg" alt="" class="wp-image-21390" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/01/BC4PN.jpg 435w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/01/BC4PN-226x300.jpg 226w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/01/BC4PN-9x12.jpg 9w" sizes="auto, (max-width: 435px) 100vw, 435px" /><figcaption class="wp-element-caption">Locandina del concerto a Notthingham</figcaption></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">La mia amica solita dell’agenzia di viaggi riesce a imbucarmi in una comitiva in partenza dal Marco Polo il primo maggio. Arrivo a Londra, mi appoggio da gente che conosco e la mattina dopo prendo l’autobus per Nottingham e sbarco davanti al Marcus Garvey Center neanche un paio di minuti prima che arrivassero i furgoni dei tecnici e dei musicisti. Ed ecco una sorpresa enorme: con Penny, Steve, Gee e Phil che già conoscevo scendono dal van anche quei due tizi che l&#8217;anno prima ci avevano dato il passaggio al ritorno da Dial House.<strong> Viene fuori che lei è Annie Anxiety, lui è Pete Wright e suona il basso coi Crass.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“…<em>Ho incontrato Steve dei Crass proprio sotto casa mia sulla Quinta strada pochi giorni prima dei loro concerti a New York. Era proprio fighissimo. Io me ne stavo là fuori a fumarmi una sigaretta e lui si avvicina e mi si siede accanto. Erano le due di notte, ce ne siamo andati a fare un giro insieme. Poi sono andata a vederli suonare. Erano tipi a posto ma non si distinguevano granché l’uno dall’altro, tutti vestiti di nero e molto molto seri. Penny si rivelò particolarmente cordiale. I Crass suonarono con i Contortions, cosa secondo me molto positiva, tutt’e due i gruppi avevano quel buon piglio atonale no wave anticonformista che andava forte allora. Che serata strana, con tutte le luci accese in sala come fossimo a una festa delle scuole superiori, o in una sala da ballo portoricana con sopra il palco due gruppi disperatamente fuori posto. Le nostre diversità culturali erano abbaglianti. La scena punk di New York era molto tipo delinquenza giovanile warholiana, la nostra rivolta era nel nostro modo di sopravvivere. La scena inglese, il giro dei Crass voglio dire, era molto più politicizzata. La cosa mi aveva preso molto, così ho mollato tutto e sono andata a vivere con loro. Quando i miei amici di New York ricevevano le mie lettere da Dial House, pensavano fossi ricoverata in una clinica…”</em> (Annie Anxiety, in “Punk is dead, punk is everything” di Brian Ray Turcotte &#8211; Gingko Press, 2007).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="261" height="392" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/01/Annie-Nottingham-1.jpg" alt="" class="wp-image-21391" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/01/Annie-Nottingham-1.jpg 261w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/01/Annie-Nottingham-1-200x300.jpg 200w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/01/Annie-Nottingham-1-8x12.jpg 8w" sizes="auto, (max-width: 261px) 100vw, 261px" /></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Come io riconosco loro, anche loro si ricordano di me e ci mettiamo a ridere.<strong> Annie era piuttosto misteriosa e per i cazzi suoi anche quel pomeriggio, sempre nervosa e seduta fuori sugli scalini con una sigaretta accesa.</strong> Ma con Pete sembra che ci si intenda forte: lo diverte il mio modo di parlare e io trovo interessante il suo. A quelle due informazioni che mi chiede sui gruppi anarchici storici italiani io non so proprio rispondere. <strong>Sono anarchico a modo mio, un po’ come tutti vabbé, ma sono un ignorantone &#8211; nel senso che sì conosco qualcuno in giro, anzi ho cominciato da poco a scrivere su A/Rivista Anarchica, ma non sono iscritto ad alcuna federazione locale né ho letto granché dei testi storici di base.</strong> Cioè quasi niente Malatesta e praticamente niente Bakunin, ma ho letto e riletto molto Crass e Flux e Poison Girls, molto Lawrence Ferlinghetti e Allen Ginsberg, molto Fabrizio De André. <strong>La mia formazione è fatta di quei dischi pestoni e tutti storti che nessuno voleva ascoltare, di libri sbagliati e scritte sui muri, di quelle fanzine fatte da ragazze e ragazzi disperati e persi quanto me, delle suggestioni che mi hanno lasciato quelli che ho incontrato.</strong><br>Certe compagne e compagni anarchici più vecchi di me mi hanno amato profondamente per come sono: non mi hanno mai fatto pesare la mia ignoranza abissale dei perché e dei percome storici, e si sono incuriositi del mio approccio disordinato e della mia filosofia raccogliticcia. Pete è stato fra questi: nel tempo abbiamo continuato a scriverci e a sentirci, è venuto molto spesso a trovarmi così come casa sua è stata ed è ancora la nostra base in Inghilterra. Negli anni lui e Jude, la sua compagna, sono diventati presenze importanti e molto care per me e per la mia famiglia. <strong>Pete è una specie di fratello maggiore a cui voglio tanto bene.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Al concerto per Peace News, di fianco al palco, era stata allestita una grande tavola imbandita collettiva dove chiunque portava da mangiare e da bere e si poteva servire liberamente. La bottiglia di grappa di ramandolo arrivata dall’Italia dura solo una manciata di secondi &#8211; era meglio se ne portavo due. <strong>Succede che Annie ed io ci ritroviamo seduti vicini, lei mi sorride e a un certo punto si mette a ridere, quella sua risata roca che mi lascia dentro il segno.</strong> Mi chiede di me, di casa, dei miei &#8211; le racconto che in Inghilterra mi piace restarci ma non a lungo, dopo un po&#8217; mi viene nostalgia di casa. Anche lei, mi dice, qui si sente un po&#8217; fuori posto. Mentre si trucca di bianco la faccia, dice che stasera o domani dovrà trovare un po&#8217; di tempo per chiamare a casa. Mi sta mostrando delle cose sue che aveva scritto su un blocnotes quando improvvisamente qualcuno le viene a dire che tocca a lei e lei molla tutto, afferra una parrucca bionda dalla borsa, si fionda sul palco, si concentra solo per una manciata di secondi e attacca.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="261" height="371" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/01/Annie-Nottingham-4.jpg" alt="" class="wp-image-21392" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/01/Annie-Nottingham-4.jpg 261w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/01/Annie-Nottingham-4-211x300.jpg 211w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/01/Annie-Nottingham-4-8x12.jpg 8w" sizes="auto, (max-width: 261px) 100vw, 261px" /></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è un cantare vero e proprio, <strong>è più un salmodiare, un recitare, ululare, rantolare, sussurrare, dimenarsi e urlare su un tappeto sonoro complicato</strong>: sono nastri di origine diversissima, cose prese per strada e dalla radio mescolate a loop di vecchi dischi fruscianti e a suoni inventati col sintetizzatore dalla sua amica Kishi Yamamoto e intrecciati in forma stupefacente dall’allora marito di Kishi, il beatmaker Adrian Sherwood.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La gente si accalca sotto il palco come ci si accalca sotto a una fontana d’acqua fresca: è musica forse difficile da avvicinare, da comprendere, da ballare eppure ci bagna tutti, ci rinfresca, ci disseta e ci fa stare bene. Annie cambia forma a seconda delle basi: adesso è un temporale, poi diventa una sirena, una gatta che fa le fusa e viene a strofinarsi sulle gambe, un ipnotico serpente tentatore: era come se riuscisse, non so per quale potere, a trasformare ogni sua parola e gesto in una cascata di emozioni che riuscivo a sentire a livello fisico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sua performance dura poco, una ventina di minuti forse, ma per me è un vero e proprio shock.<strong> Lei scende dal palco, torna al tavolo comune, prende una tazza di thé e riprende a parlarmi e sorridermi e domandarmi cose come se non fosse successo niente</strong> &#8211; io per dire stavo ancora cercando di rimettere insieme i pezzi. E’ stato proprio questo a conquistarmi, la naturalezza con cui aveva mescolato creatività e banale fare quotidiano, ed <strong>è stata la ragione che mi ha spinto a proporle di venire in Italia per qualche giorno</strong>. Alcuni miei compagni anarchici stavano organizzando fra la fine di settembre e i primi di ottobre un importante convegno internazionale a Venezia, e pensavo sarebbe stato bello, con questa scusa, portarla a fare un giro nella mia città e trascorrere qualche giornata insieme. Mi sorprende che l’invito esca così spontaneamente dalla mia bocca &#8211; forse sotto sotto c’era anche dell’altro, qualche filo di speranza. <strong>Mi sorprende di più la sua risposta, arrivata veloce mescolata a una delle sue risate roche: “Magari! E quando si comincia?”</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>La porta è chiusa</em><em><br></em><em>Cervello e pugno stretto forte</em><em><br></em><em>Le finestre sono ridipinte con arsenico e lacrime</em><em><br></em><em>La luce non può attraversarle, ora</em><em><br></em><em>Sono avvolte nell&#8217;ovatta come in un bozzolo</em><em><br></em><em>Si resterà al buio per anni, adesso</em><em><br></em><em>E&#8217; finita</em><em><br></em><em>Bicchieri di birra stantia allineati sul muro e cicche che galleggiano</em><em><br></em><em>Pozzanghere di latte cagliato</em><em><br></em><em>Il sangue si coagula nel nostro campo di forze</em><em><br></em><em>Possiamo frantumare uno specchio e sanguinare, bestemmiare e scopare</em><em><br></em><em>Rotolandoci tra le macerie</em><em><br></em><em>Precipitando giù per le scale</em><em><br></em><em>Ora non c&#8217;è più nulla</em><em><br></em><em>I sorrisi cadono dalle nostre facce così come la placenta si stacca e cade a terra</em><em><br></em><em>Ora non è rimasto nulla</em><em><br></em><em>Soli, in mezzo ai fuochi velenosi</em><em><br></em><em>Insieme ci copriremo di piaghe per poi marcire e morire.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Annie è solo un po’ più giovane di me, tre-quattro anni direi, è nata in un quartiere periferico di New York City da un tipografo e una casalinga con l&#8217;hobby della pittura.<strong> A diciassette anni decide di andarsene di casa per girare il mondo: Inghilterra, Germania, Olanda, Francia e anche Italia</strong>. L&#8217;Europa le piace, dice che qui c&#8217;è un modo di vivere tutto sommato meno complicato che in America. Annie dipinge, disegna, scrive poesie e brevi racconti: sono frasi spezzate, spesso concetti appena abbozzati, così come essenziali e geometrici sono i suoi disegni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi fa: <em>“&#8230;<strong>Quando disegno succede esattamente lo stesso di quando mi metto a scrivere una poesia</strong>. Non so esattamente che cosa verrà fuori, nel senso che non decido prima un soggetto o un argomento. Lascio che le idee vengano fuori da sole. Scrivo e disegno dove capita, su un foglio qualsiasi, sul muro, sul tavolo. Ho l&#8217;abitudine di portare con me qualche colore, delle matite e un blocco. Finora ho collezionato decine di quaderni, pieni zeppi di poesie, di frasi buttate giù, di bozzetti o disegni. <strong>Succede lo stesso quando voglio trovare della musica per le mie poesie</strong>. Prendo un registratore e mi metto a registrare tutto quello che mi capita a tiro, anche il rumore delle macchine che passano per la strada&#8230;”.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Al loro concerto a New York Annie fa amicizia con Steve e Penny dei Crass, <strong>così un giorno arriva a Londra, si stabilisce nella comune di Epping con loro e ci rimane per degli anni</strong>. Con l&#8217;aiuto in studio di Penny Rimbaud, nel 1981 Annie pubblica il settepollici “Barbed wire halo” su label Crass Records: si tratta di due poesie, “Horror” e “Cyanide tears” alle quali fanno da sfondo rumori e suoni tratti da quei suoi nastri creativi. Nell&#8217;anno successivo la piccola casa editrice indipendente Xntrix, legata a Lance D&#8217;Boyle delle Poison Girls, pubblica una sua raccolta di scritti intitolata “Tropical depression”.<strong> Col frequentare Adrian Sherwood, Annie si ritrova coinvolta nell&#8217;attività dei gruppi reggae-dub legati alla sua etichetta</strong>, la On-U-Sound, tra cui Missing Brazilians, Dub Syndicate e Creation Rebel come scrittrice di testi e occasionale tastierista. Alcuni rasta suoi amici collaborano alle sessions del suo album di debutto <strong><a href="https://www.youtube.com/watch?v=ZK3tveivxOE&amp;list=PLGYSqvemQpYM8gHSxC_uM_tG5Hl61OUYH" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“Soul possession”</a></strong>, prodotto da Sherwood e Rimbaud e pubblicato da Corpus Christi all&#8217;inizio del 1984. Messo in vendita a prezzo massimo di sole 4 sterline, quasi la metà del prezzo abituale delle produzioni indipendenti di allora, il disco vende l’intera prima tiratura di ventimila copie in meno di tre settimane.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Annie Anxiety - Closet Love" width="1220" height="686" src="https://www.youtube.com/embed/ZK3tveivxOE?list=PLGYSqvemQpYM8gHSxC_uM_tG5Hl61OUYH&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Penso che questo disco sia stato importante</strong>. Più che per la musica in sé, più che per l&#8217;arte, più che per l&#8217;impatto e la costruzione poetica dei testi, penso sia riuscito a dare una specie di svolta decisiva alla nostra percezione complessiva delle cose e del mondo. Invece che limitarsi a dare l&#8217;indicazione di una nuova strada, <strong>“Soul possession” dimostrava concretamente che l’anarcopunk poteva oltrepassare le barriere di genere stilistico, sconfinare verso zone sonore diverse da quelle ascoltate prodotte e riconosciute fino ad allora e spingersi nella scrittura di testi non necessariamente espliciti e urlati pur rimanendo assolutamente radicale, militante e incompromissorio.</strong> Si trattava di avere il coraggio di fare un passo in avanti per rompere gli schemi espressivi che ci ingabbiavano &#8211; ed Annie c&#8217;è riuscita. Trovo assai significativo che a pensare questo disco, costruirlo e realizzarlo, sia stata una ragazza poco più che ventenne. <strong>Trovo assai significativo che il suo essere punk sia stato così individuale e caratteristico e altro dagli stereotipi, così come la sua idea di anarchia sia stata così aperta e curiosa, distante dalla cattiva militanza che caratterizzava la nostra scena</strong>. Con questo disco l’anarcopunk ha alzato la testa, e ha osato mettersi in discussione. Peccato non sia successo qualcosa di simile anche nel nostro paese: allora, chi non rientrasse nei canoni identitari ufficiali per rigorosa appartenenza di stile e provata devozione alle parrocchie cittadine veniva prontamente e rancorosamente spinto ai margini.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per cercare di raccontare questa deriva, scrivevo così in “Nel cuore della bestia”: </p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“…Secondo alcuni, certi gruppi punk non erano abbastanza schierati politicamente, altri non erano correttamente, esplicitamente e coerentemente impegnati, altri ancora non completamente affidabili. Erano dei poseurs borghesi certi gruppi punk anarchici come i Chelsea Hotel perché cantavano in inglese e non in italiano, ma c’era da obiettare su altri gruppi che cantavano in italiano e non in inglese come i Detonazione perché non erano abbastanza punk o non sufficientemente anarchici. Era sbagliato seguire i gruppi del GDHC perché puntavano troppo sull’abilità tecnica ed i loro testi non erano sufficientemente politicizzati, ma c’era da ridire anche su chi seguiva i Nabat perché scrivevano testi troppo politicizzati e reali e comunque erano degli skinhead e non dei punk. Erano dei filocapitalisti venduti i Raw Power ed i Negazione perché avevano cominciato a fare dei concerti e stampare dischi all’estero ottenendo un buon riscontro, ma erano dei bastardi fottuti anche i Crass perché non avevano accettato di suonare a Comiso e i Conflict perché non si fidavano e non davano via i loro dischi in conto vendita. Erano delle teste di cazzo i Franti che si erano rifiutati di partecipare ad una manifestazione organizzata dall’Arci in solidarietà coi minatori inglesi in sciopero, così com’erano dei bastardi traditori compromessi col sistema quelli del Victor Charlie che si erano associati all’Arci pur di riuscire a tenere aperto il loro centro. E che cazzo&#8230;”.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Annie in Italia poi ci viene per davvero</strong>. La accompagna Pete Wright dei Crass in una decina di giorni di concerti (Bologna, Carpi, Merano, Milano, Padova), spesso a fianco dei Detonazione, che <strong>culminano con la performance al Convegno internazionale anarchico di Venezia</strong>, dove condivide il palco con il Politrio di Giorgio Canali, Kina e Franti (e con i Contrazione che sono riusciti ad imbucarsi all&#8217;ultimo momento).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="311" height="514" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/01/Annie-Nottingham-3.jpg" alt="" class="wp-image-21393" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/01/Annie-Nottingham-3.jpg 311w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/01/Annie-Nottingham-3-182x300.jpg 182w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/01/Annie-Nottingham-3-7x12.jpg 7w" sizes="auto, (max-width: 311px) 100vw, 311px" /></figure>
</div>


<p class="wp-block-paragraph"><strong>In campo santa Margherita, una birra ciascuno, Annie ed io siamo seduti vicini a Murray Bookchin &#8211; io che gli guardo quelle mani incredibili da muratore e da tagliaboschi, lei che alterna i sorsi poggiando il bicchiere per succhiare fumo dall’ennesima sigaretta accesa, nell’altra mano una matita. </strong>Scrive, scrive, scrive sempre e dappertutto &#8211; frasi, pensieri, uno schizzo, un commento. Una poesia sul bordo di un pezzo di carta raccolto da terra che poi, strappato a pezzettini come coriandoli di un carnevale punk, va a finire dentro a un cestino dell’immondizia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Articolo di Marco Pandin, stella_nera@tin.it</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Le foto presenti nell&#8217;articolo di Annie Anxiety sono del concerto del 2 maggio 1984 a Nottingham a sostegno del giornale pacifista Peace News. Le foto sono state scattate da Marco Pandin</p>



<h3 class="wp-block-heading">Per supportarci:</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Siamo un progetto autogestito e puoi sostenerci attivamente, se ti va, in questi modi:<br>–<strong>puoi dare un’occhiata al&nbsp;<a href="https://www.radiopunk.it/25/mailorder/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">nostro catalogo e ordinare</a></strong>&nbsp;eventualmente dischi, cd, libri, spillette, toppe o altro ancora;<br>–<strong>puoi commissionarci le spillette</strong>&nbsp;per la tua band, collettivo, progetto scrivendoci a&nbsp;<strong><a href="mailto:info@radiopunk.it" target="_blank" rel="noreferrer noopener">info@radiopunk.it</a></strong>;<br>-puoi&nbsp;<strong>scrivere un articolo</strong>&nbsp;da pubblicare sul nostro sito: un approfondimento musicale, una monografia, una guida ad un sottogenere/sottocultura, un articolo sullo sport popolare, o qualsiasi altro tema riguardi punk, diy, sottoculture.&nbsp;<a href="https://www.radiopunk.it/25/intenti-azioni-radio-punk-webzine/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Altre info e contatti nella call!</strong></a></p>
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		<title>Godspeed You! Black Emperor: un “gruppo anarchico”? Un gruppo anarchico, eccome!</title>
		<link>https://radiopunk.it/godspeed-you-black-emperor/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Miss-I]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Nov 2023 09:42:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Anarchia]]></category>
		<category><![CDATA[Canada]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Pandin]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Marco Pandin di Stella Nera Edizioni ci racconta della band canadese Godspeed You! Black Emperor e del loro album &#8220;F♯ A♯ ∞&#8221; Un “gruppo anarchico”? Un gruppo anarchico, eccome! Ciao Kanada, ciao musicisti kanadesi.Grazie per i vostri voti e grazie per il premio, sembra bello avere un riconoscimento da questa nostra Povera Patria quando ci &#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://radiopunk.it/godspeed-you-black-emperor/">Godspeed You! Black Emperor: un “gruppo anarchico”? Un gruppo anarchico, eccome!</a> proviene da <a href="https://radiopunk.it">Radio Punk</a>.</p>
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<h2 class="wp-block-heading">Marco Pandin di Stella Nera Edizioni ci racconta della band canadese Godspeed You! Black Emperor e del loro album &#8220;F♯ A♯ ∞&#8221;</h2>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Un “gruppo anarchico”? Un gruppo anarchico,<em> eccome!</em></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Ciao Kanada, ciao musicisti kanadesi.<br>Grazie per i vostri voti e grazie per il premio, sembra bello avere un riconoscimento da questa nostra Povera Patria quando ci sentiamo così spesso soli e abbandonati. Massimo rispetto a tutti i giornali che scrivono dei piccoli gruppi musicali, voi che battete la grancassa perché il frastuono che fate è fondamentale e importante e necessario. E massimo rispetto soprattutto ai giornalisti indipendenti, perché rimanere indipendenti cazzo è sempre più difficile, al giorno d’oggi praticamente siamo quasi tutti degli indipendenti, vero? Tutti occupati a cadere e rialzarci, a sgomitare, a darci da fare per guadagnarci il pane in questi tempi difficili.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Ebbene sì, ve ne siamo grati. E sì, siamo modesti e imbarazzati e ci troviamo a disagio per questo riconoscimento ma porco dio sono quasi vent’anni che ci facciamo il culo restando al margine della controcultura e il pensiero di partecipare a uno spettacolo del tipo “com’è bello stare qui ma chi cazzo se ne frega dei premi” non ci ha mai neanche lontanamente sfiorato.&nbsp;</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Tre punti veloci sui quali forse siamo concordi quasi tutti.<br>&#8211; Ci sembra davvero strano partecipare a una premiazione di lusso in questi tempi di austerità e crisi diffusa.<br>&#8211; Siamo convinti che organizzare una manifestazione in cui dei musicisti entrano in competizione per della chincaglieria fatta a forma di assegno non serva affatto alla causa della musica.<br>&#8211; Chiedere alla ditta automobilistica Toyota di sponsorizzare questa manifestazione proprio adesso che le calotte polari si sciolgono in diretta su internet è proprio roba da fuori di testa, è sbattersene i coglioni alla grande dell’orrendo malessere dei nostri tempi.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Sono tempi duri per tutti, e il malumore dei musicisti ha priorità praticamente zero nella lista delle cose che hanno bisogno urgente di un’aggiustata. Ma se, e ripetiamo se, l’obiettivo di questa manifestazione e di questo premio è dare un riconoscimento all’impegno e al lavoro dei musicisti che si sbattono per qualche cosa di diverso del fare soldi in fretta, allora la prossima dovrebbe tenersi in un luogo più adatto e sobrio, senza le insegne delle multinazionali e dei padroni della cultura. Quella sì che sarebbe una festa che meritiamo sia celebrata da tanto tempo, e sarebbe davvero bellissimo parteciparvi. Un domani, chissà, da qualche parte. Quando rallegrarsi per i soldi facili non sarà un motivo buono per fare festa.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Date i soldi ai ragazzi, che li spendano per fare festa come cazzo meglio credono. Date i soldi ai vecchi, permettetegli di scrivere le loro opere nonostante tutto. E che le stelle della musica e della televisione si diano pure battaglia in questa terra di mezzo incoerente e inutile, ma non riempitegli le tasche coi soldi dei fondi statali per la cultura.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Quanto a noi, destiniamo questi soldi a un progetto di scuole di musica nelle carceri del Québec. Potranno comprarsi degli strumenti, se lo vorranno.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Amen e ancora amen.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Ci spiace essere dei rompicoglioni ma vi vogliamo bene, e il nostro paese è in rovina. Baci baci baci.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>[lettera inviata alla stampa, alla giuria e agli organizzatori e letta da Ian Ilavsky della Constellation in occasione della serata finale del Polaris Music Prize, il più importante premio musicale canadese. I Godspeed avevano vinto 30,000 dollari perché il loro album “Allelujah! Don&#8217;t Bend! Ascend!” era stato votato dalla giuria quale il migliore album indie del 2013].</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="785" height="785" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2023/11/Godspeed-You-Black-Emperor-FAoo.png" alt="" class="wp-image-21158" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2023/11/Godspeed-You-Black-Emperor-FAoo.png 785w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2023/11/Godspeed-You-Black-Emperor-FAoo-300x300.png 300w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2023/11/Godspeed-You-Black-Emperor-FAoo-150x150.png 150w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2023/11/Godspeed-You-Black-Emperor-FAoo-768x768.png 768w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2023/11/Godspeed-You-Black-Emperor-FAoo-600x600.png 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2023/11/Godspeed-You-Black-Emperor-FAoo-100x100.png 100w" sizes="auto, (max-width: 785px) 100vw, 785px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Per una volta la smetto di menarvela con gli anni Settanta e Ottanta. <strong>Vi racconto di una cosa un po’ più vicina al nostro presente, e probabilmente qualcuno manco la riterrà “punk” – dai, mica vi scandalizzerete per così poco, spero.</strong><br>Ecco, ricordo quella volta che ho comprato al buio “<a href="https://www.youtube.com/watch?v=imFd6doXL-c" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><span style="text-decoration: underline;">F#A#∞</span></strong></a>” – il primo album dei Godspeed You! Black Emperor nel 1998. Era da un pezzo che non compravo più dischi – anzi a dirla tutta solo qualche tempo prima mi ero ritrovato costretto a venderne un bel po’ dei miei per un’imprevista emergenza. Per prendere quell’ellepì avevo dato fondo ai miei risparmi segreti personali, roba fatta di monete da 500 lire sottratte quando possibile al resto della spesa e imboscate in fondo al cassetto. Mi avevano spinto all’acquisto un paio di compagni solitamente ben informati che me li avevano descritti come un “gruppo anarchico” canadese.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Non li avevo mai sentiti, i <a href="https://godspeedyoublackemperor.bandcamp.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><span style="text-decoration: underline;">Godspeed You! Black Emperor</span></a>, e più che il loro nome bizzarro era stata proprio quella definizione di “gruppo anarchico” ad incuriosirmi</strong>: nel 1998 avevo quarantun anni, mi ritrovavo in spalla un carico di famiglia e di brutti pensieri che si era venuto a sostituire al mio mondo precedente fatto per buona parte di concerti viaggi notti in bianco in stazione interviste autoproduzioni deliri e cazzeggi. A voler fare un rapido riepilogo della situazione, adesso avevo un lavoro di merda che dovevo tenermi stretto per forza, un mutuo da pagare, una fede al dito e due figlie piccole di cui una handicappata gravissima – e faccio presente che moglie e figlie non erano né sono mai state per me un problema, anzi.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Insomma avevo cambiato vita, e nell’inciampare in un disco di un “gruppo anarchico” <strong>mi sorprendeva piacevolmente ci fosse ancora in giro qualcuno che continuasse a mandare avanti quelle belle vecchie cose anarcopunk di una volta</strong> che anch’io avevo in qualche modo vissuto ed amato a vent’anni, quei ragionamenti che avevo condiviso e sostenuto nella mia vita precedente. Immaginavo che dai solchi saltasse fuori una cosa tipo che so dei D.o.A. più giovani, ma ho scoperto ben presto che mi ero sbagliato. Anzi no. Anzi sì, cazzo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>All’impatto del primo ascolto, anzi dei primi ripetuti ascolti, i Godspeed You! Black Emperor mi avevano davvero disorientato</strong>. Non mi sembravano affatto un “gruppo anarchico”, appunto perché ero rimasto inchiodato a quella versione anni Ottanta di “gruppo anarchico” che mi abitava in testa. Un “gruppo anarchico” per me erano i Crass, i Flux, le Poison Girls, Millions of Dead Cops, Franti, Chumbawamba, gli Ex, i Kina, i Raf Punk quella gente lì ecco. Nel pensare a un disco di un “gruppo anarchico” ero quindi abituato a suoni organizzati in maniera completamente diversa ed a diverse strategie di comunicazione – mi riferisco in particolare all’impatto frontale dei testi delle canzoni, quasi tutti inevitabilmente terribili e catastrofici, e alle copertine dei dischi, quasi tutte altrettanto terribili e catastrofiche e nere di disperazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le canzoni, intanto, che dentro a quel disco dei Godspeed non c’erano e che nemmeno ho trovato nei dischi successivi. Al loro posto dei monoliti nebbiosi in uscita tentacolare e insidiosa dagli altoparlanti che ho fatto fatica a dosare a basso volume e a modica quantità, roba senza un preciso inizio né una precisa fine collocata fisicamente tra il bordo esterno del disco e l’etichetta col buco in mezzo. <strong>Strati sopra strati di rumore e suono &#8211; anzi meglio un alternarsi di ansia e speranza, di malessere e aria pura, di luce e buio pesto tradotti in onde sonore.</strong> Sembrava Stravinsky, altro che i D.o.A.: musica impossibile da afferrare con le mani ai primi tentativi e dal potere magnetico e suggestivo, che allora mi ha spiazzato ed emozionato profondamente. Non solo: <strong>musica che ancora oggi mi agita, mi emoziona, mi sorprende ad ogni ascolto e mi trasmette un fortissimo senso di appartenenza.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>&#8220;…Suoniamo pezzi strumentali e non abbiamo un cantante, ma il fatto che non ci sia un cantante e non ci siano dei testi non significa che non abbiamo niente da dire. Non ce ne frega niente di suonicchiare melodie stucchevoli e passive e carine che siano solo un grande vuoto con niente dentro. Vogliamo dare ai ragazzi degli stimoli e creare una specie di situazione, e questo prende la forma dei pezzi che ci sono nei nostri dischi, dei filmati che proiettiamo durante i nostri concerti, come anche gli spezzoni di registrazioni di merda recuperate in giro che si intrecciano alle nostre storie e finiscono nei nostri pezzi&#8230;”</em> <strong>(da un’intervista alla fanzine Zeen).</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="683" height="410" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2023/11/gybe-5.jpg" alt="" class="wp-image-21159" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2023/11/gybe-5.jpg 683w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2023/11/gybe-5-300x180.jpg 300w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2023/11/gybe-5-600x360.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 683px) 100vw, 683px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Da allora il gruppo ha pubblicato una decina di album, tutti grossomodo simili come impatto e consistenza eppure diversissimi fra loro, ciascuno decisamente spinto verso la zona rossa nella scala della difficoltà all’approccio eppure tutti da correre a riascoltare daccapo subito appena terminano. Formazione elastica e multipla e variabile tre chitarre due bassi due batterie più archi ed altro ancora, i musicisti occupati a creare strati di tensione stupore meraviglia incanto suggestione &#8211; <strong>sì dai lo so mi ripeto ma quando ascolto i Godspeed mi tremano le mani, mi perdo, il cuore si mette a fare i salti e faccio fatica a trovare le parole.</strong><br>E a proposito di spezzoni di registrazioni di merda trovati chissà dove, questa è la trascrizione del nastro che è finito dentro “The dead flag blues”:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>L&#8217;auto incendiata e non c&#8217;è nessuno al volante.</em><br><em>E le fogne sono tutte intasate con mille suicidi solitari.</em><br><em>E soffia un vento oscuro.</em><br><em>Il governo è corrotto.</em><br><em>e noi sotto l’effetto di così tante droghe.</em><br><em>Con la radio accesa e le tende tirate</em><br><em>intrappolati nel ventre di questa macchina orribile.</em><br><em>E la macchina sta sanguinando a morte.</em><br><em>Il sole è caduto&nbsp;</em><br><em>e i cartelloni pubblicitari ci osservano&nbsp;</em><br><em>e le bandiere sono tutte morte appese alle loro aste.</em><br><em>E&#8217; andata così.</em><br><em>Gli edifici sono crollati su se stessi.</em><br><em>Le madri stringevano i bambini raccolti tra le macerie <br>e si strappavano i capelli.</em><br><em>L&#8217;orizzonte bellissimo in fiamme.</em><br><em>Tutto metallo contorto che si estende verso l&#8217;alto.</em><br><em>Tutto lavato in una foschia arancione sottile.</em><br><em>Ho detto &#8211; &#8220;Baciami, sei bellissima&#8230;</em><br><em>questi sono davvero gli ultimi giorni&#8230;&#8221;</em><br><em>Mi hai preso la mano e siamo caduti dentro</em><br><em>come un sogno ad occhi aperti o una febbre.</em><br><em>Ci siamo svegliati una mattina e siamo caduti ancora un po’ più giù.&nbsp;</em><br><em>Di sicuro è la Valle della Morte.</em><br><em>Apro il portafogli</em><br><em>ed è pieno di sangue.&nbsp;</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Senz’altro un metodo ingegnoso per innescare il movimento dei pensieri</strong>. Anche la registrazione finita dentro a “Storm” non è male, chissà quante volte ne abbiamo ascoltata una press&#8217;a poco simile – che è poi finita lentamente a sedimentarsi nell’anima e a diventare parte del nostro panorama interiore, della nostra normalità:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>Benvenuti al supermercato Arco, aperto tutto il giorno. <br>Avvisiamo la clientela che quelle persone che si offrono di aiutarvi alla pompa di benzina, vogliano lavarvi il parabrezza o vendervi qualcosa non fanno parte del nostro personale e non hanno alcuna relazione con la nostra azienda. <br>Vi invitiamo ad evitarle e, nel caso si verifichi un problema di qualsiasi tipo, rivolgetevi senza esitazione al nostro personale in uniforme all’interno del supermercato.&nbsp;</em><br><em>Grazie per aver scelto di fare la vostra spesa al supermercato Arco, aperto tutto il giorno, e buona giornata.</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La prima volta che ci siamo incontrati coi Godspeed è stato a Marghera, ormai qualche anno fa, al centro sociale Rivolta</strong>. Luca, uno del giro degli amici di mia figlia, da tempo era in contatto con Mauro, uno dei musicisti del gruppo figlio di emigrati italiani in Québec, ed era rimasto sorpreso del fatto che a casa nostra ci fossero tutti i loro dischi &#8211; certi trentenni fanno fatica a rapportarsi con dei sessantenni che amano ascoltare musica tutta storta, e come dargli torto. Luca e il suo amico italocanadese si erano dati appuntamento al concerto e all’ultimo momento s’era liberato un posto: vengo io, se vi va. Vedo lui e gli altri un po’ perplessi, ma gli passa presto: carichiamo il vecchio, dai. Prima di salire in macchina prendo qualche cosa prodotta e stampata da stella*nera e un paio di numeri arretrati della A/Rivista Anarchica con dentro qualcosa scritta da me &#8211; metti che possa venire utile.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prima del concerto si resta a bere una birra in mezzo alla folla, io vado a piazzarmi all’unico tavolo dove c’è seduto un tipo da solo – avevo in qualche modo capito che era un forestiero perché non stava digitando su uno smartphone come buona parte degli altri lì fuori. Come al mio solito faccio presto ad attaccare bottone, viene fuori che lui suona la chitarra nel gruppo.<strong> Gli mostro quel po’ di cose che ho portato con me e gliele do &#8211; lui si incuriosisce di “Non classificato” dei Franti, ma si concentra su “No love, no peace” dei Crass</strong>. Quando gli dico che a quel concerto c’ero, e che ho fatto le foto e le registrazioni, e che le cose dentro il libro le ho scritte oppure tradotte io, si stoppa, mi guarda fisso e mi dice acido che pensa che gli stia raccontando una balla: è impossibile, dice, è successo più di trent’anni fa&#8230; Vengono a chiamarlo perché tocca a loro suonare, lui entra e io lo seguo. Il concerto è vorticoso e di alto livello, come speravo, una tempesta perfetta &#8211; peccato però per l’amplificazione scadente.<br>A fine concerto mentre ci si dirige al parcheggio Luca e gli altri amici di mia figlia commentano la serata. Uno di loro a un certo punto si allarma perché c&#8217;è gente che mi chiama a gran voce e che ci insegue. Sono il chitarrista di prima e i due bassisti, che ci raggiungono: <strong>ma davvero hai fatto tu queste cose? Sì – gli rispondo. Credete di fare delle cose fighe solo voi canadesi? E davvero c’eri al concerto dei Crass? Sì, trentacinque anni fa avevo trentacinque anni di meno. Ci mettiamo a ridere e in una manciata di secondi è praticamente come una volta, come quando da ragazzo andavo in giro col registratore a rompere le palle a quelli che suonavano.</strong><br>Siamo rimasti a bere insieme là fuori ancora per un bel po’, ci siamo scambiati numeri e indirizzi che nel tempo abbiamo usato spesso &#8211; ci siamo scritti e sentiti ogni volta che sono venuti a suonare in Europa, e ci siamo visti altre volte quando sono passati per l’Italia, ad appiccare quei loro meravigliosi e devastanti incendi anarchici anche in questa parte del mondo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Col tempo mi sono accorto che su grande parte delle mie speranze non mi ero affatto sbagliato: c’è parecchio ragionamento che tiene in piedi le loro opere, oltre che parecchia anarchia immaginata e praticata e condivisibile. <strong>Insomma, i Godspeed sono un gruppo anarchico – e senza virgolette intorno</strong>.<br>Loro sono complessivamente svegli e determinati, ma gli piace tenersi un po’ distanti. Hanno ragione, sanno bene quello che fanno. <strong>Il gruppo si è sempre mosso rivendicando ferocemente la propria indipendenza, il loro chiamarsi fuori dal sistema totale e radicale – i Godspeed realizzano e stampano da sé i propri lavori (e non li concedono in licenza all’estero, esattamente come una volta facevano e tuttora fanno i Crass e solo pochi altri) e li diffondono a un prezzo accessibile, gestiscono in proprio tutta la loro attività dalle registrazioni ai concerti alla distribuzione dei dischi, sono molto attenti a scegliersi i palchi e ritrosi, a dir poco, nel concedersi alla stampa.</strong> Un atteggiamento che chi ha la memoria lunga per certi versi troverà accostabile a quello mantenuto durante gli anni Ottanta dall’anarcopunk europeo più intransigente nei confronti dei giornali musicali &#8211; succedeva spesso che certe dichiarazioni venissero ritagliate e decontestualizzate, e che le interviste venissero abilmente manipolate così da screditare i musicisti.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Tracce evidenti se ne possono ritrovare anche nella vena polemica di alcune uscite scritte del gruppo </strong>(come la lettera aperta che ho riportato all’inizio), <strong>nonché nelle scelte grafiche delle copertine</strong> – a titolo di esempio, sul retro di “Yanqui UXO” (Constellation, 2001) campeggia lo schema di relazioni che connettono l’industria bellica all’industria dello spettacolo, giusto per non dimenticare che i padroni della musica sono gli stessi delle fabbriche di bombe e fucili.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Marco Pandin<br>stella_nera@tin.it</p>



<p class="wp-block-paragraph">Foto di copertina di Luca Borsato</p>



<h3 class="wp-block-heading">Per supportarci:</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Siamo un progetto autogestito e puoi sostenerci attivamente, se ti va, in questi modi:<br>–<strong>puoi dare un’occhiata al&nbsp;<a href="https://www.radiopunk.it/25/mailorder/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">nostro catalogo e ordinare</a></strong>&nbsp;eventualmente dischi, cd, libri, spillette, toppe o altro ancora;<br>–<strong>puoi commissionarci le spillette</strong>&nbsp;per la tua band, collettivo, progetto scrivendoci a&nbsp;<strong><a href="mailto:info@radiopunk.it" target="_blank" rel="noreferrer noopener">info@radiopunk.it</a></strong>;<br>-puoi&nbsp;<strong>scrivere un articolo</strong>&nbsp;da pubblicare sul nostro sito: un approfondimento musicale, una monografia, una guida ad un sottogenere/sottocultura, un articolo sullo sport popolare, o qualsiasi altro tema riguardi punk, diy, sottoculture.&nbsp;<a href="https://www.radiopunk.it/25/intenti-azioni-radio-punk-webzine/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Altre info e contatti nella call!</strong></a></p>



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		<title>Red and Anarchist Black Metal (RABM): 12 dischi fondamentali</title>
		<link>https://radiopunk.it/dischi-rabm/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[radiopunkts]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Apr 2023 08:25:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Anarchia]]></category>
		<category><![CDATA[Antifa]]></category>
		<category><![CDATA[black metal]]></category>
		<category><![CDATA[Metal]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Guida pratica a cura di Semirutarum Urbium Cadavera Alcun tra noi dannat del collettivo black metal con velleità rivoluzionarie “Semirutarum Urbium Cadavera” condividono la sventura di vivere a Bologna, città che ospita le instancabili menti e braccia dietro al progetto Radio Punk. Ai margini di un concerto troppo costoso e di un corteo funebre senza &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading"><strong>Guida pratica a cura di Semirutarum Urbium Cadavera</strong></h2>



<p class="wp-block-paragraph">Alcun tra noi dannat del collettivo black metal con velleità rivoluzionarie “<a href="https://scadavera.noblogs.org" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Semirutarum Urbium Cadavera</strong></a>” condividono la sventura di vivere a Bologna, città che ospita le instancabili menti e braccia dietro al progetto Radio Punk. Ai margini di un concerto troppo costoso e di un corteo funebre senza scontri, ci siamo detti “beh dai, almeno ci resta la musica di merda” e “ma una collaborazione la facciamo?”. Inutile dire che ci rivendichiamo che la musica che supportiamo, il black metal, sia ben peggiore di quella promossa da RadioPunk, e quindi è ovvio che saranno Tommaso e Zoe ad ospitare i nostri deliri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci siamo quindi riunit per riflettere su cosa fare: all’inizio l’idea era di produrre una retrospettiva su un progetto <a href="https://scadavera.noblogs.org/post/2022/06/14/en-it-ulltisol-farther-farfar-faerie-forest/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>entheogenic black metal</strong></a>, ma abbiamo pensato che fosse una scelta un po’ troppo mainstream.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E quindi eccoci ad aver sgravato una ORIGINALISSIMA lista di dischi RABM (Red and Anarchist Black Metal) che però ci sta che conosciate, così SE PROPRIO dovete interessarvi alla nostra merda (non fatelo, siamo orgogliosamente gatekeeper) potete evitare di fare la figura dei poser dando i soldi ai MGLA* porcod.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ecco la classifica dei dischi RABM da ascoltare una volta, di cui comprare la maglietta e aspettare un live che non ci sarà mai.</p>



<p class="wp-block-paragraph">* sì, sono nazisti ma tranqui, hanno fregato anche noi all’inizio</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>#666 SORGSVART &#8211; “FORTAPT FRA VERDEN I VAKKERT SELVMORD”</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">SorgSvart, dalla Norvegia, è stata una one-man band anarchica, fondata nel lontano 1999 da Sorg, ed uno dei principali e pionieristici gruppi della scena RABM.<br>Questo disco è formato da cinque tracce tutte piuttosto lunghe ed influenzate da prominenti elementi folk e viking. Notevole l&#8217;influenza di progetti suoi connazionali come Isengard e Storm.<br>Peccato che dopo la pubblicazione di un solo altro ottimo disco (“Vikingtid og anarki”) il progetto vedrà la fine.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
https://www.youtube.com/watch?v=OJkyhzRFjwU
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>#666 INVERTED CANDLES &#8211; “NOCTURNAL DEMONSTRATION”</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Demo d&#8217;esordio di questa band del Texas, fortemente influenzata da un black di chiaro stampo finlandese.<br>Riff gelidi ma non privi di uno spiccato senso melodico accompagnano l&#8217;ascolto già dalle prime battute del disco. Ottimo lavoro consigliato a tutti gli amanti del black metal più classico e primigenio.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
https://www.youtube.com/watch?v=lXgO0vKFzeQ
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>#666 BOOK OF SAND &#8211; “OCCULT ANARCHIST PROPAGANDA”</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Un album dissonante e dal suono grezzo, ed eppure atmosferico ed ipnotico, che soddisferà coloro che si trovano attratti dalle nicchie più strane del black metal e dalle loro gemme di follia. Dopo anni (ed anni, ed anni) di “magia hitlerica”, nazi-occultismo, neo-paganesimo razziale e “ariani magici”, questo album rappresenta un tentativo di reclamare l’occulto, la magia, l’esoterico. Si sente nella musica, aggressiva ma anche esoterica e ritualista, come ascoltare (ed osservare) un gruppo di praticanti di magia nera caricare a volto coperto mentre urlano maledizioni a tutto ciò che fa schifo: gerarchie, nazi e sfruttamento.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Book Of Sand – Occult Anarchist Propaganda (Full album, 2016)" width="1220" height="686" src="https://www.youtube.com/embed/rD7BnuKacgk?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>#666 OPERATION VOLKSTOD &#8211; “ANTI-FASCIST BLACK METAL”</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Fin dal titolo e dalla copertina, raffigurante un proletario crocifisso ad una svastica, questa one man band anarchica di Francoforte chiarifica subito la sua posizione politica.<br>Il sound è figlio diretto dell&#8217;attitudine del compagno, grezzo e minimale, magari non per tutt ma sicuramente onesto e sincero.<br>Adatto a chi ama sonorità stile Iskra.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Operation Volkstod - Anti Fascist Black Metal [2019 Anarchist Black Metal]" width="1220" height="686" src="https://www.youtube.com/embed/dWBuFji0lAM?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>#666 IRON COLUMN &#8211; “POWER FROM BELOW”</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Sempre dalla Germania, arriva questo progetto anarchico caratterizzato da un suono che deve molto alla seconda ondata black norvegese ma connotandola in chiave melodica.<br>Un disco che scorre piacevolmente e si denota per riff superbi che non annoiano e tengono incollato l&#8217;ascoltatore. Veramente notevole.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Iron Column - Power From Below (Black Metal/Punk 2020 - Germany)" width="1220" height="686" src="https://www.youtube.com/embed/_bMMncztzao?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>#666 NON SERVIAM &#8211; “LE COEUR BAT”</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">I Non Serviam sono un collettivo di Parigi, militante, molto prolifico e protagonista di svariati esperimenti musicali anche molto lontani dal campo del metal estremo (vedi Biollante).<br>Il disco in questione è caratterizzato da sonorità molto sperimentali e dilatate e da un&#8217;atmosfera cibernetica e sognante al tempo stesso.<br>Notevole la title-track, un viaggio di 25 minuti nei meandri più profondi dell&#8217;animo umano. Molto interessanti anche gli spunti e le analisi prodotte dal collettivo e fruibili sul loro <a href="https://nonserviamband.noblogs.org/"><strong>sito Internet</strong></a>.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Non Serviam -  Le Cœur Bat (Full Album)" width="1220" height="686" src="https://www.youtube.com/embed/F92ziTB-KBs?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>#666 SILICOSE &#8211; “AU FOND DE LA MINE”</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Non abbiamo molte informazioni su questo progetto. Sappiamo che viene dalla Francia, che il primo e finora unico disco è un concept album sulla lotta e sulla miseria del lavoro in miniera. La silicosi è una malattia operaia, che colpisce i polmoni di coloro che sono esposti a respirare il silicio. E questa band si è fatta fautrice di una condanna e una denuncia. Quella della condizione di migliaia di operai costretti a scegliere tra la malattia e la fame. Musicalmente propone un black/thrash con tratti epici, figlio diretto di band come Aura Noir.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Silicose – ‘Au Fond De La Mine’ (Full album, 2022)" width="1220" height="686" src="https://www.youtube.com/embed/ElLds8QcL-w?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>#666 DODSRIT &#8211; “MORTAL COIL”</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Black metal epico e melodico dalla Svezia. Come atmosfera ricorda molto da vicino il tipico sound della “nuova ondata” di band come MGLA e Groza.<br>Doppia cassa, screaming selvaggio e riff taglienti si alternano a parti più riflessive ed introspettive.<br>Consigliatissimo. </p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Dödsrit - Mortal Coil (Full)" width="1220" height="915" src="https://www.youtube.com/embed/_HFROlTRzXg?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>#666 PROFECIUM &#8211; “SOCIALISMO SATANICO”</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel 1994, mentre quegli sfigati dell’inner circle norvegese si facevano condannare perché non erano stati capaci di fare le cose a modo, in Argentina nascevano i Profecium. Nel ‘97 è uscito il loro manifesto di black metal socialista con caratteristiche argentine. Socialismo Satanico presenta una vena sinfonica riscontrabile nei lavori di certi babbi ambigui norvegesi (Troll, Emperor), dei passaggi più thrash e, sicuramente, un’attitudine mangia-bambini irripetibile.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="PROFECIUM Socialismo Satánico" width="1220" height="686" src="https://www.youtube.com/embed/yX3_YjjNkVk?start=5&#038;feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>BONUS: POTEVANO STARE OVUNQUE E INVECE SONO O ERANO A BOFOGNA</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>NACHTSCHWARZ &#8211; “ABYSMAL RUIN”</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa band anarchica propone un black metal serrato ma al contempo molto melodico.<br>Consigliato ai fans di Naglfar e Dissection dei primi due album, ma senza il cringe satanico-omofobo. Ottimo il song-writing e la produzione, una chicca di cui speriamo ci sia un seguito.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Nachtschwarz - Abysmal Ruin [2021 Anarchist Melodic Black Metal]" width="1220" height="686" src="https://www.youtube.com/embed/7GN3FwH3RR4?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>SPETTRO &#8211; “SPETTRO”</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">AAAARGHHHH. Gli Immortal di Bologna però senza face painting. È la band che tutti speriamo trovi una dimensione live ma tanto sappiamo che ogni speranza nel black metal si consuma nelle nere fiamme della pena e del panico. Gli abbiamo prodotto noi le <em>musicassette</em> e le dovete comprare <a href="https://scadaverarecords.bandcamp.com/album/spettro-spettro">sul nostro bandcamp</a>.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Spettro - Spettro (Full Album Premiere)" width="1220" height="686" src="https://www.youtube.com/embed/GuaIojT5h_0?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>THE MALNATT COLLECTIVE &#8211; “PIANURA PAGANA”</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Sì okay non è proprio RABM, forse si potrebbe definire nihilistic socialdemocratic black metal. Però spacca. È (al momento) l’ultimo lavoro del collettivo che per anni ha condiviso il nome con l’evidentemente superiore band razzista milanese. Sono persone anziane e che odiano il black metal della seconda ondata, mica come noi che siamo giovani <strong><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f440.png" alt="👀" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /></strong> e odiamo il metal in generale. Organizzargli un concerto è sempre stato il nostro sogno ma loro sono gente da Alchemica ed effettivamente a Bologna non c’è manco un’occupazione da proporgli per beccarci un no facendoci dare delle zecche.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Malnàtt - Pianura Pagana (Full Album)" width="1220" height="686" src="https://www.youtube.com/embed/NN4XU8Gg6uY?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/2694.png" alt="⚔" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /></p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;Ne approfittiamo per segnalare che come collettivo Semirutarum Urbium Cadavera saremo ospiti a Noise Attack! su Radio Città Fujiko lunedì 24 aprile dalle ore 23. Sintonizzatevi su <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.radiocittafujiko.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">radiocittafujiko.it</a></span></strong> per ascoltare le nostre stronzate e dell&#8217;altra musica brutta e non necessariamente&nbsp;rivendicabile.&#8221;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Seguiteci sui social, ci trovate come  <a href="https://linktr.ee/scadavera" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>@scadavera</strong></a> e su <a href="http://scadavera.noblogs.org" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>scadavera.noblogs.org</strong></a>  o ai concerti punk.<br><br></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>PS: A nostra discolpa quando abbiamo preparato il pezzo non c&#8217;erano occupazioni a Bologna. Ora ce ne sono ben tre, di cui una a scopo abitativo (il condominio sociale Raimondi 41).<br>Le due altre occupazioni sono la <span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.facebook.com/profile.php?id=100091773126168" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Vivaia TFQ</a></span> in via della Certosa 35 e <span style="text-decoration: underline;"><a href="https://murodiviaagucchi.noblogs.org" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Il Muro di Via Agucchi</a></span>, nell&#8217;omonima via, al 126.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">No Mosh, No Core, No Trends, No Fun, No NSBMcanidivetro</p>



<h3 class="wp-block-heading">Per supportarci:</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Siamo un progetto autogestito e puoi sostenerci attivamente, se ti va, in due modi:<br>-puoi dare un’occhiata al&nbsp;<strong><a href="https://www.radiopunk.it/25/mailorder/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">nostro catalogo e ordinare</a></strong>&nbsp;eventualmente dischi, cd, libri, spillette o altro ancora.&nbsp;<br>-puoi partecipare alla&nbsp;<strong><a href="https://www.radiopunk.it/25/intenti-azioni-radio-punk-webzine/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">nostra call sempre aperta</a></strong>&nbsp;con un tuo contenuto inedito.</p>
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