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	<title>Skinhead Archivi - Radio Punk</title>
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	<description>International punk ‘zine, Label &#38; distro ,  pin maker / stampa spillette, Antifascist DIY crew</description>
	<lastBuildDate>Fri, 09 Oct 2026 19:54:12 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Skinhead Archivi - Radio Punk</title>
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		<title>Intervista ai Lion’s Law</title>
		<link>https://radiopunk.it/intervista-ai-lions-law/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Miss-I]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 May 2025 08:26:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[France]]></category>
		<category><![CDATA[Francia]]></category>
		<category><![CDATA[Oi!]]></category>
		<category><![CDATA[Skinhead]]></category>
		<category><![CDATA[street punk oi!]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chiacchierata con i Lion’s Law, band oi! di Parigi Poco dopo averli visti sul palco del Sottotetto a Bologna lo scorso febbraio è uscito il nuovo album della band francese dal titolo “Evermore”. Il live è stato pazzesco e il disco ci è piaciuto moltissimo, tanto che l’abbiamo inserito nei nostri preferiti del mese. Abbiamo &#8230;</p>
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<h2 class="wp-block-heading">Chiacchierata con i Lion’s Law, band oi! di Parigi</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Poco dopo averli visti sul palco del Sottotetto a Bologna lo scorso febbraio è uscito il <strong>nuovo album</strong> della band francese dal titolo <strong>“Evermore”</strong>. Il live è stato pazzesco e il disco ci è piaciuto moltissimo, tanto che l’abbiamo inserito nei nostri <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.radiopunk.it/25/diyno-mixtape-febbraio-2025/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">preferiti del mese</a></span></strong>. Abbiamo perciò deciso di contattare la band e fargli qualche domanda, buona lettura!</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Radio Punk: Ciao ragazzi e benvenuti nella nostra ‘zine! Partiamo dall’inizio, come, quando e dove si formano i Lion’s Law come band?&nbsp;</strong></li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Lion’s Law:</strong> Abbiamo fondato la band nel 2012 a Parigi, con membri di Street Kids e Maraboots. Entrambi i gruppi cantavano in francese e noi volevamo fare qualcosa in inglese. Abbiamo chiesto a Thomoï, leggendario batterista dei Komintern Sect, e quando ha sorprendentemente detto di sì, tutto è iniziato!!!</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Radio Punk: Sappiamo che siete molto attivi nella scena musicale, non solo come musicisti. Ci fareste una panoramica delle vostre altre band passate e presenti e degli altri progetti collaterali alla musica?&nbsp;</strong></li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Lion’s Law:</strong> Uff! Non so nemmeno se riesco a ricordare tutte le band in cui abbiamo suonato, ma proviamoci: Komintern Sect, Teep&#8217;n&#8217;teepatix, Burning Heads, Maraboots, Street Kids, Hard Times, Metal Urbain, Al Kapott, Hoax, DIG, Mowol, Faction S, Rixe, Atlantes&#8230;. Ahah, è da pazzi ma sì, tutti facciamo tonnellate di musica e, come avete detto, abbiamo anche altri progetti, io (Wattie) gestisco il booking con il nome di BSC da circa 15 anni a Parigi. Gestisco anche una <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.droogies.org/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">web radio che va in onda 24/7 chiamata Droogies Radio!</a></span></strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Radio Punk: Molte delle città europee, come ad esempio Bologna dalla quale vi scriviamo, si stanno rapidamente gentrificando e svendendo al turismo di massa. Voi vivete in una delle città con più turisti al mondo. Come vivete questa situazione? Ci sono spazi occupati, centri sociali, locali e altri luoghi dove vi ritrovate come skin e punk?&nbsp;</strong></li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Lion’s Law:</strong> Questi posti sono in gran parte scomparsi rispetto a quando eravamo bambini, è completamente diverso, mi sembra che vogliano trasformare la nostra città in un museo o in qualcosa solo per il turismo: Airbnb e alimentari costosi sono l&#8217;unica cosa che troverete! Ma c&#8217;è una piccola comunità di punk che cerca di mantenere viva la scena alternativa! Ci riuniamo per lo più per strada o nei pub, non abbiamo uno spazio tutto nostro.&nbsp;</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Radio Punk: Guardando il video di Sewer Rats abbiamo notato un immaginario che comunica l’unione fra punks e skins. Com’è in generale la scena punk oi! parigina?</strong></li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Lion’s Law: </strong>Siamo sempre stati dei punk con la testa rasata, quelli che noi chiamiamo skinhead! Siamo cresciuti insieme perché qui non c&#8217;è un vero confine tra punk e skin. E un grande in bocca al lupo ai ragazzi di Breakout!</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Radio Punk: Parlando di “Evermore”, vi va di raccontarci qualche curiosità e qualche aneddoto su questo vostro ultimo stupendo disco? Quali sono le principali novità e differenze che sentite di aver portato rispetto ai vostri precedenti lavori?</strong></li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Lion’s Law:</strong> Beh, questo album è una nuova pagina per la band e per noi un grande passo, anche se incerto. Il nostro principale compositore e chitarrista, Louis, ha lasciato la band prima che iniziassimo a scrivere questo album. Quindi non sapevamo che fare e temevamo di non essere in grado di fare il salto di qualità e di scrivere canzoni buone come quelle che aveva fatto lui! Ma mi piace pensare che ora il processo di scrittura sia più comune, fatto insieme&#8230; se ce l&#8217;abbiamo fatta, ditecelo voi!</p>



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https://www.youtube.com/watch?v=aq0sug3kyu4
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Radio Punk: Avete appena concluso un tour europeo incredibile con Mess e Claimed Choice. Quali sono i posti che ricordate con più affetto? Quali sono invece gli episodi più assurdi e grotteschi che avete vissuto in queste settimane?</strong></li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Lion’s Law:</strong> Non lo diciamo solo perché siete italiani, ma ci siamo divertiti molto a Bologna, questo è sicuro! Abbiamo suonato 21 concerti in giro per l&#8217;Europa con questa band di pazzi, perché diciamoci la verità, tutti noi facciamo festa ogni sera!!! Ed è bello ritrovare vecchi amici in ogni città! Devo dire che Berlino è ancora in cima alla lista di città europee!</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Radio Punk: Vi ringraziamo tantissimo per averci dedicato il vostro tempo e chiudiamo l’intervista chiedendovi chi sono i componenti dei Lion’s Law nella vita di tutti i giorni?</strong></li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Lion’s Law:</strong><br>I Lion’s Law nel 2025:&nbsp;<br>Batteria &#8211; Thomoï, punx dal 1980 e il più grande fattone del mondo.&nbsp;<br>Chitarra &#8211; Daick, ex straight edge, ha smesso di rigare dritto con i Lion&#8217;s Law e ora si gode una calda birra 8°6.&nbsp;<br>Chitarra &#8211; Vovott, famosissimo guitar hero del punk anni &#8217;80, per favore ascoltate gli Al Kapott!<br>Basso &#8211; Swann, il figlio segreto di Matt Freeman e Beyoncé.&nbsp;<br>Voce &#8211; Wattie, non c&#8217;è molto da dire su di lui.</p>



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</figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h4 class="wp-block-heading"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f4f8.png" alt="📸" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> Foto di Nina Galdino</h4>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Intervista a Sharp Milano e 69 Brigade: speciale quale destino per n’oi! fest #3</title>
		<link>https://radiopunk.it/intervista-a-sharp-milano-e-69-brigade/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Miss-I]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Mar 2025 11:54:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Fest]]></category>
		<category><![CDATA[italian punk oi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chiacchierata con i collettivi Sharp Milano e 69 Brigade che organizzano il festival Quale destino per n’oi! al Csa Baraonda  Il 29 marzo 2025 va in scena la terza edizione del festival “Quale destino per n’oi!” al Csa Baraonda di Segrate (MI). A organizzarlo sono due collettivi, Sharp Milano e 69 Brigade, attivi da tempo &#8230;</p>
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<h2 class="wp-block-heading">Chiacchierata con i collettivi Sharp Milano e 69 Brigade che organizzano il festival Quale destino per n’oi! al Csa Baraonda </h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il 29 marzo 2025 va in scena la <a href="https://www.facebook.com/events/562891509556515" target="_blank" rel="noreferrer noopener">terza edizione del festival “Quale destino per n’oi!</a>” al <a href="https://www.facebook.com/barawave" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Csa Baraonda</a> di Segrate (MI). A organizzarlo sono due collettivi, <a href="https://www.facebook.com/suspendersmilano" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Sharp Milano</a> e <a href="https://www.facebook.com/profile.php?id=100039454736981&amp;sk=photos" target="_blank" rel="noreferrer noopener">69 Brigade</a>, attivi da tempo sul territorio milanese con concerti che richiamano skin e punk da tutta Italia. Dopo aver partecipato alle prime due edizioni, abbiamo deciso di intervistare le ragazze e i ragazzi che danno vita al festival per presentarcelo e per parlare un po’ di loro!</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Radio Punk: Ciao a tuttx! Partiamo subito parlando di questa terza edizione del festival, presentateci la serata e la line up!</strong></li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>69 Brigade + Sharp Milano: </strong>Ciao a tuttx! Intanto grazie mille a Radio Punk per questa chiacchierata e per darci l’opportunità di parlare del nostro piccolo fest. Siamo alla terza edizione, sicuramente la più difficile e articolata, tante band, 8 per l’esattezza, e tante cose da incastrare per far funzionare tutto al meglio. Lineup variegata, dal punk rock degli Uguaglianza e The Billows, al punk hardcore degli Spitiro di Lupo, una buona dose di Oi! con Ostile, Sempre Peggio, Grandine dell’Ingiuria e i leggendari Nabat. Il tutto si concluderà con una delle band più interessanti del nostro panorama, i The Chisel da Londra. Insomma abbiamo mixato tante cose per un risultato esplosivo. La locandina, anche questa volta, è stata realizzata dalla nostra fantastica illustratrice <strong><a href="https://www.instagram.com/joe1_____?igsh=MXB1dWMybnozbTlvcg%3D%3D" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Roberta Joe1</a></strong> che ringraziamo sempre tantissimo e che rispecchia perfettamente l’atmosfera e la nostra visione di scena punk oi!. Apertura porte alle 19.00, i concerti inizieranno alle 19.30 con l’ordine delle band che sarà comunicato qualche giorno prima dell’evento (vedete di arrivare puntuali anche per sostenere le prime band, e poi si sa, chi arriva tardi è un amico delle guardie).</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



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<p class="wp-block-paragraph"></p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Radio Punk: Raccontateci un po’ di voi, come nascono i due collettivi? Avete organizzato altri concerti/ iniziative in passato? Come decidete di dar vita, insieme, al festival “Quale destino per n’oi”? </strong></li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Sharp Milano</strong>: Nasciamo dalle “ceneri” della vecchia SHARP Milano che nel 2000 mette un punto alla sua storia. Da quell&#8217; esperienza nacque Milano Odia, erano legati all&#8217; O.r.so, che era in Via Gola. Molti confluirono poi nella RASH combat Milano, tra cui Dax, che era uno dei fondatori. Il 16 marzo 2003 poi le lame fasciste uccidono Dax in via Brioschi. La nostra storia è molto legata a questa esperienza. Nel decimo anniversario della notte nera di Milano con alcuni compagni facciamo un’indizione per uno spezzone al corteo, uno striscione nero che prende tutta la strada con scritto SKINHEAD e l&#8217;elmo troiano nel mezzo, viene portato con orgoglio da un bel gruppo di teste rasate e chelsea. Iniziava a muoversi qualcosa. Individualmente con un paio di compagni entriamo a far parte dell&#8217; Assemblea Dax in cui conosciamo meglio i nostri fratelli maggiori, diventiamo una famiglia. Partecipiamo ogni anno alla costruzione dell&#8217;anniversario e iniziamo a organizzare concerti benefit per la campagna 130mila… </p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella testa di alcuni compagni skin inizia a covare l&#8217;idea di dover ripartire da zero, dalle origini, dover ricostruire qualcosa che abbiamo sempre sentito dai racconti dei più grandi, qualcosa che in qualche modo funzionava. Così, proprio al Baraonda, a un concerto per l’anniversario di DAX benefit 130mila, chiediamo ad Alex della vecchia Sharp, se poteva essere una buona idea riutilizzare quel nome.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci pensiamo su un po&#8217;, facciamo le prime assemblee in quattro o cinque, e alla fine decidiamo che avremmo riportato alla luce quella vecchia sigla, è il 2016, S.H.A.R.P. Milano rinasce.<br>Scriviamo un comunicato e organizziamo un aperitivo in via Gola… Decidiamo di ripartire, di costruire delle basi solide e facendoci conoscere non più come singoli ma come gruppo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci prendiamo questa RESPONSABILITÀ. portare il nome della SHARP per noi skinhead è anzitutto una responsabilità nei confronti della nostra storia e delle nostre radici.<br>Ormai sono passati quasi 10 anni e abbiamo fatto tanti concerti, benefit, iniziative politiche.<br>Al centro sempre la solidarietà e l&#8217; amore per la nostra cultura, abbiamo sempre ribadito la centralità dell&#8217; antirazzismo e dell&#8217; antifascismo… Abbiamo vissuto dei momenti difficili e altri indimenticabili, come una comunità, come una famiglia. Quello che tuttora siamo! SHARP Milano</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>69 Brigade:</strong> Avevamo inizialmente organizzato il festival “Notte di Tempesta”, sempre con Sharp Milano, e durante l’organizzazione era nata la necessità di trovare un nome a questa cosa che potesse anche in futuro continuare nell’organizzazione di concerti. Il nome è nato casualmente perché mentre ci si pensava in sottofondo suonava 1969 Brigade degli Offenders. Quale Destino per n’Oi! nasce dalle ceneri del festival precedente, interrotto dal periodo di pandemia, e ha l’intento di diventare un punto di ritrovo su Milano e dintorni per tutti gli amanti del Punk, Oi! e Hardcore, un pò come lo è il BCR a Bologna, uno dei punti di riferimento principali della scena italiana.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Per chi volesse saperne di più sulla campagna 130 mila e volesse fare una donazione, lasciamo qui sotto il link con maggiori informazioni</strong></p>



<figure class="wp-block-embed is-type-wp-embed is-provider-dax-resiste wp-block-embed-dax-resiste"><div class="wp-block-embed__wrapper">
https://daxresiste.noblogs.org/campagna-130mila/
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Radio Punk: Tutte e tre le edizioni le avete organizzate in uno spazio sociale, il Csa Baraonda. Qual è il vostro legame con questo CS e in generale con gli spazi sociali della vostra zona? </strong></li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Sharp Milano: </strong>La collaborazione col Baraonda c&#8217;è stata fin da quando la Sharp Milano si è riformata, abbiamo sempre trovato la disponibilità dei diversi collettivi ad ospitare le nostre serate, non solo concerti Punk/Oi! (come in particolare gli anniversari per ricordare Dax) ma anche le Tattoo Circus. Come Sharp ci siamo rivolti anche ad altri spazi sul territorio, come La Fornace, l&#8217;Eterotopia o il Ponte della Ghisolfa, oppure il Circolo dei Malfattori, Revdar e il Cuore in Gola per i nostri aperitivi con dj set. Ci piace essere itineranti e portare il nostro lavoro da skinheadz per tutta la nostra amata Milano.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>69 Brigade</strong>: Lo spazio è sempre stato una casa per il movimento punk milanese, ha sempre supportato la scena punk sia nel vecchio spazio che in quello attuale e quindi sia con i precedenti collettivi che quello attuale c’è sempre stato un ottimo rapporto.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="960" height="533" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/480710164_964069142493203_363203188241499947_n.jpg" alt="" class="wp-image-27201" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/480710164_964069142493203_363203188241499947_n.jpg 960w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/480710164_964069142493203_363203188241499947_n-600x333.jpg 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/480710164_964069142493203_363203188241499947_n-300x167.jpg 300w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/480710164_964069142493203_363203188241499947_n-768x426.jpg 768w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/480710164_964069142493203_363203188241499947_n-18x10.jpg 18w" sizes="auto, (max-width: 960px) 100vw, 960px" /><figcaption class="wp-element-caption">CSA Baraonda</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Radio Punk: Parlando di musica, quali sono le band che sognate di chiamare sul vostro palco? E quale invece avreste voluto organizzare ma è irrealizzabile? </strong></li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>69 Brigade + SHARP Milano:</strong> il sogno attuale si sta realizzando con i The Chisel e sarebbe ancora più bello se ci fosse il salone del Baraonda pieno e un bel casino sotto palco. Nei prossimi anni sarebbe fantastico riuscire a portare band americane e canadesi che stanno spaccando, come i Castillo, No Time, Home Front, Béton Armé giusto per citarne alcune.</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Radio Punk: Scommettiamo che nei vari concerti organizzati sono successi sicuramente degli episodi trash o divertenti, fateci ridere raccontando l’aneddoto più grottesco!</strong></li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Sharp Milano</strong>: un anno organizzammo una Tattoo Circus all&#8217; Eterotopia di San Giuliano Milanese e quando arrivammo al mattino per pulire ed allestire la sala, trovammo in bagno uno sbocco molto importante per così dire. Il CS aveva organizzato un concerto la sera prima e qualcuno  aveva bevuto un po&#8217; troppo tanto da liberarsi probabilmente da un demone dentro di sé ahahah. Toccò a noi skinheads pulire, lavoro da working class.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>69 Brigade</strong>: Ne succedono sempre così tante che dovremmo fare una zine apposta, l’anno scorso per esempio c’è stata un&#8217;incomprensione nel marasma generale per cui qualcuno dal collettivo del Baraonda stava cacciando i Brux poco prima del soundcheck credendo fossero persone che si fossero intrufolate prima dell’apertura porte… tutto meraviglioso!</p>



<ul class="wp-block-list">
<li><strong>Radio Punk: Siamo arrivatx alla fine, chiudiamo lasciandovi uno spazio libero in cui potete dire a chi ci legge quello che volete! Grazie mille per essere statx sulla nostra ‘zine! </strong></li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Sharp Milano</strong>: Intanto grazie a voi, cosa dire…. La nostra cultura, i nostri spazi, tutte le controculture, gli spazi sociali, la strada, i concerti, i cortei, le risse… questo siamo, tutto questo è quello che portiamo avanti, le nostre idee e le pratiche collettive, la lotta sono qualcosa di molto più grande di noi, tutti ne facciamo parte… bisogna combattere, creare legami, litigare, innamorarsi, organizzare… questo concerto è anche parte di tutto ciò! </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>69 Brigade</strong>: Grazie mille ancora a voi per lo spazio che ci avete dato! Vi aspettiamo tutt* sotto palco a divertirvi e sostenere l’evento, arrivate presto e supportate tutte le band! </p>
<p>L'articolo <a href="https://radiopunk.it/intervista-a-sharp-milano-e-69-brigade/">Intervista a Sharp Milano e 69 Brigade: speciale quale destino per n’oi! fest #3</a> proviene da <a href="https://radiopunk.it">Radio Punk</a>.</p>
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		<title>Intervista ai Cesoia</title>
		<link>https://radiopunk.it/intervista-ai-cesoia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Miss-I]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Feb 2025 09:44:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Bologna]]></category>
		<category><![CDATA[italian punk oi]]></category>
		<category><![CDATA[Oi!]]></category>
		<category><![CDATA[rock'n'roll]]></category>
		<category><![CDATA[Skinhead]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chiacchierata con i Cesoia, band skinhead rock&#8217;n&#8217;roll di Bologna Il quartetto che vede alla voce Gerry, alla chitarra Davide, al basso Matt e alla batteria Mauro è attivo da poco tempo ma ha già una buona quantità di date alle spalle e un album di debutto uscito a fine 2024. Senza indugi andiamo a conoscere &#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://radiopunk.it/intervista-ai-cesoia/">Intervista ai Cesoia</a> proviene da <a href="https://radiopunk.it">Radio Punk</a>.</p>
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<h2 class="wp-block-heading">Chiacchierata con i Cesoia, band skinhead rock&#8217;n&#8217;roll di Bologna</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il quartetto che vede alla voce Gerry, alla chitarra Davide, al basso Matt e alla batteria Mauro è attivo da poco tempo ma ha già una buona quantità di date alle spalle e un album di debutto uscito a fine 2024. Senza indugi andiamo a conoscere i <a href="https://cesoia.bandcamp.com/album/cesoia-2" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Cesoia</a> e il loro skinhead rock&#8217;n&#8217;roll!</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Radio Punk: Ciao ragazzi e benvenuti nella nostra ‘zine! Raccontateci un po’ come, dove e quando nascono i Cesoia e di quali altri progetti / band / collettivi avete fatto parte o fate parte tuttora…</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Gerry: Ciao raga eccoci, io Davide e Mauro ci conosciamo da più di 15 anni tutti migrati a Bologna da terre lontane. Qualche anno fa abbiamo conosciuto Matt e tra varie chiacchiere, birre e cicchetti ci è apparso Robert Jonhson e siamo giunti alla conclusione che forse dovevamo bere meno e che dovevamo mettere su una band che unisse l&#8217;energia del rock and roll e la rabbia dell Oi!. Mauro e Davide vengono dalla Sardegna, dove suonavano in varie band punk, arrivano poi a Bologna per studio e metton su poco dopo gli <a href="https://www.facebook.com/zeman.Oi/?locale=it_IT" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Zeman</a>. Io ho avuto un po’ di band punk a Napoli prima di venire a Bologna, qui invece durante il lockdown avevo messo su i <a href="https://www.youtube.com/channel/UCSCwEChQI0qGywiRl0z6MaQ" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Misfatt</a> con Vinc degli Zeman, band demenziale Misfits in chiave neomelodica mai suonato dal vivo ma ci siam divertiti un botto, Matt invece molto tempo fa ha suonato in gruppi garage punk tra i quali i Mod Fuck Explosion.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Radio Punk: Le tematiche che esplorate e il vostro stile sono inequivocabilmente working class e skinhead. Parlateci un po’ dei vostri testi e delle idee che volete trasmettere a chi vi ascolta.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Cesoia: Siamo ogni parola che mettiamo nei nostri testi, dalle risate alla rabbia, dalle ingiustizie sociali a quelle lavorative, dalla lotta di classe a quella quotidiana, dalle sbronze alle odissee notturne per la ricerca dell&#8217;ultimo bar aperto. Insomma dal popolo per il popolo e a chi ci ascolta direi ottima scelta avanti così, Oi!</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong><em>Qui puoi ascoltare il loro album S/T uscito a dicembre 2024:</em></strong></p>



<iframe style="border: 0; width: 400px; height: 472px;" src="https://bandcamp.com/EmbeddedPlayer/album=2918623493/size=large/bgcol=ffffff/linkcol=0687f5/artwork=small/transparent=true/" seamless><a href="https://cesoia.bandcamp.com/album/cesoia-2">Cesoia by Cesoia</a></iframe>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Radio Punk: Passiamo ora ad un argomento per noi molto importante. Che posto ha la politica nella vostra vita? Ed infine, cosa ne pensate di chi si dichiara skin apolitico?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Cesoia: La nostra band ha varie anime politiche, siamo contro il fascismo e siamo anticapitalisti, per noi i nemici non vengono dal basso ma dall&#8217;alto, dal controllo ad ogni costo all&#8217;omologazione del divertimento. Siamo tutti politicizzati, essere apolitici non ci appartiene e pensiamo che la politica faccia parte delle nostre vite e prendere posizione su determinati argomenti sia necessario.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Radio Punk: Siete gente che gira da parecchi anni a discapito della giovane età della band, volevamo chiedervi come avete visto cambiare le sottoculture skin e punk in questi anni? C’è ricambio generazionale secondo voi o stiamo andando verso la fine delle sottoculture e nel secondo caso, cosa si può fare per invertire la tendenza?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Cesoia: Ovviamente le sottoculture sono cambiate assieme alla società ma crediamo che comunque chi si avvicina a determinati ambienti come quello skinhead o quello punk abbia in testa gli stessi valori degli inizi, poi ovvio, le teste di cazzo ci sono e ci saranno sempre pronte a farti ricredere ma basta non dargli importanza. I nemici sono altri, non un kids che in qualche modo è inadeguato perché non ha i vestiti giusti o chissà cos&#8217;altro, come dicevano i Business: “Fight the real enemy”. Le cose importanti per noi sono i nostri amici e la scena che portiamo avanti. Il ricambio generazionale a Bologna nei nostri giri è diminuito, perché diminuendo le realtà autogestite diminuiscono i luoghi in cui le individualità si attraversano, ad esempio abbiamo suonato da poco al CPA a Firenze e lì c&#8217;erano molti ragazze e ragazzi giovani a vivere lo spazio.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Radio Punk: A che gruppi vi ispirate musicalmente? Consigliate a chi legge un po’ di band oi! / rock n roll da ascoltare assolutamente… E invece quali sono i vostri guilty pleasure musicali?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Cesoia: Oltre all&#8217;Oi degli anni &#8217;80 e al glam/bovver rock degli anni &#8217;70, potremmo citare il “punk con giacca Harrington”: &#8211; band come Slaughter and the Dogs, The Ruts e 999 &#8211; cioè bootboys, pub rocker e glam rocker che in qualche modo si sono ritrovati nel punk; il glam da stadio come gli Slade; il delta blues e il country &amp; western l&#8217;aussie rock e il rock n roll della prima generazione come Jerry Lee Lewis e Chuck Berry. Guilty pleasure? Sabrina Salerno e Amanda Lear. band che consigliamo: The Reapers, No Time, Claimed Choice, Mess, Siekera, Tchernobyl, Miners, Rose Tattoo e ovviamente Nabat, The Business ma si potrebbe andare avanti per ore…</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/02/Immagine-WhatsApp-2025-02-10-ore-14.38.23_230d9a63-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-26653" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/02/Immagine-WhatsApp-2025-02-10-ore-14.38.23_230d9a63-1024x683.jpg 1024w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/02/Immagine-WhatsApp-2025-02-10-ore-14.38.23_230d9a63-600x400.jpg 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/02/Immagine-WhatsApp-2025-02-10-ore-14.38.23_230d9a63-300x200.jpg 300w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/02/Immagine-WhatsApp-2025-02-10-ore-14.38.23_230d9a63-768x512.jpg 768w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/02/Immagine-WhatsApp-2025-02-10-ore-14.38.23_230d9a63-1536x1024.jpg 1536w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/02/Immagine-WhatsApp-2025-02-10-ore-14.38.23_230d9a63-18x12.jpg 18w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/02/Immagine-WhatsApp-2025-02-10-ore-14.38.23_230d9a63.jpg 1600w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Davide (chitarrista), Gerry (cantante), Matt (bassista), Mauro (batterista e cori)</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Radio Punk: Che legame avete con la città in cui vivete e con la sua scena? Quali sono le cose che vi piacciono maggiormente e quelle che vorreste assolutamente cambiare di Bologna?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Cesoia: Veniamo tutti da posti diversi, più che un legame con Bologna è Bologna che ci ha legati perchè qui ci siamo conosciuti. La scena qui è sempre stata molto variegata dall&#8217;ambiente skinhead a quello punk. Ci sono e ci son state realtà molto importanti come: Atlantide, Xm24, A Skeggia, Vecchio Son, Bologna City Rockers. Ora tra t-days, ordinanze e affitti alle stelle, questa città sta diventando un centro commerciale all&#8217;aperto dove chi crea luoghi di aggregazione alternativi è un cattivo esempio che si cerca di cancellare e tra sgomberi, denunce, daspo e diffide diventa tutto più complicato, ma gente che si sbatte ce n’è e lo fa per e con passione, il bello di sta città è questo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Radio Punk: Cosa bolle in pentola in casa Cesoia? Ci sarà un tour o delle date per presentare questo disco? Uscirà in formato fisico anche? E cosa c’è in generale in futuro in casa Cesoia?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Cesoia: Date ne stan venendo fuori man mano che suoniamo e man mano le mettiamo sulla pagina fb. Abbiamo deciso di mettere il nostro primo album gratuitamente su tutte le piattaforme e tra più o meno un anno l&#8217;idea è di registrare un altro album e farlo a sto giro anche in formato fisico. Per il futuro non è più quello di una volta, quindi staremo a vedere.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Radio Punk: Vi salutiamo e ringraziamo tantissimo, noi vi conosciamo da anni, ma magari non tutte le persone che leggeranno vi conoscono. Chi sono Gerry, Mauro, Davide e Matt nella vita di tutti i giorni? Quali lavori, hobby, passioni avete? Infine vince il whisky o il Borghetti se la mettete ai voti? Grazie ancora e alla prossima, oi!</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Gerry: Allora io faccio il facchino per concerti e teatri, Mauro è un OSS, Matt lavora come traduttore, Davide è un insegnante. Viviamo ascoltando musica, guardando film horror70/80, leggendo, girando per i peggiori bar della città e disturbando la quiete pubblica. Tra il borghetti e il whisky? perchè scegliere? grazie a voi ci vediamo in giro!</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Foto di Francesca Chiari</strong></p>
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		<title>Vita, morte e miracoli di una band oi! &#124; Racconto</title>
		<link>https://radiopunk.it/racconto-band-oi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[radiopunkts]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Oct 2023 08:45:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Oi!]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Skinhead]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Un racconto di Terzo Acquatico su una iconica e misteriosa&#160;band&#160;oi! Il vento che soffiava dal fiume, non potendoci scompigliare i capelli, ci schiaffeggiava in piena faccia illividendoci le labbra. Ce ne stavamo lì fermi. Tenevamo gli occhi fissi sul battello che lentamente attraversava il canale, infrangendo la stessa acqua che meno di ventiquattr’ore prima aveva &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Un racconto di Terzo Acquatico su una iconica e misteriosa&nbsp;band&nbsp;oi!</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Il vento che soffiava dal fiume, non potendoci scompigliare i capelli, ci schiaffeggiava in piena faccia illividendoci le labbra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ce ne stavamo lì fermi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tenevamo gli occhi fissi sul battello che lentamente attraversava il canale, infrangendo la stessa acqua che meno di ventiquattr’ore prima aveva bagnato le rive selvatiche del lago Vanern; che sotto di noi veniva ora spinta a calci e cazzotti delle battigie artificiali del Gota.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi voltai verso il mio amico, lo inquadrai nel paesaggio intorno, e mi parve improvvisamente tutto così surreale, che mi saltò di fargli una domanda; una sola, che rimase per un po’ sulla punta delle labbra, scivolandomi tra i denti, e precipitando di nuovo giù per la gola in uno scuotere di capo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi limitai a tenerla a mente.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>«Ma come diavolo siamo arrivati fino a qui?».</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">In un pomeriggio d’estate di otto anni prima, io e P. facevamo rimbalzare i sassi piatti increspando lo specchio del lago di B., in un anfratto sconosciuto dove si avventuravano solo nudisti ed eroinomani. La nostra vecchia banda s’era dissolta trascinandosi nella tomba gli unici due gruppi punk rock della nostra città. In quel momento noi ci stavamo spremendo la testa per cercare di tirare avanti, e <strong>l’unica cosa di cui eravamo assolutamente sicuri, dopo aver suonato in band separate per almeno cinque o sei anni, era che stavolta saremmo ripartiti insieme.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il barista del pub dove andavamo a bere era un tipo a posto, uno con la fama del mezzo matto, girava in una delle comitive di sbandati nella costellazione dei muretti della città. Qualche volta le nostre bande di drogati erano venute in contatto: <strong>storie picaresche di bandiere rosse sventolate impavide, scambi di persona e rastrellamenti di nazi-skins in tenuta da guerra</strong>. Alla fine dell’epopea, una cassa di <em>Hoffbrau</em> e una sonora sbronza sugli scalini dei campi da tennis erano bastati per rimettere ogni cosa al proprio posto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">P. mi disse che il barista, D., diceva di suonare il basso: dove e quando e perché non sapeva dire. Lo chiamammo a fare una prova al M. studio, in un paese vicino, portai una cassa di birra per divertirci un po’.</p>



<p class="wp-block-paragraph">D. non aspettava nemmeno che la canzone fosse finita per stappare una boccia:</p>



<p class="wp-block-paragraph">«<em>Scusate rega’</em>, <em>me serviva un altro po’</em><em> de carburante</em>».</p>



<p class="wp-block-paragraph">La sua voce baritonale serviva poco e niente alla nostra causa, ma la cavalcata delle dita sulle corde d’acciaio era tutto un programma, camminava proprio come lui: <strong>sconnessa, forastica e nervosa, cattiva</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A settembre dello stesso anno facemmo la nostra prima uscita all’interno di una giornata organizzata dal circuito antagonista della zona, e credo che per gli standard dell’epoca andammo anche piuttosto bene. La stessa cosa non si poteva dire delle registrazioni in studio: per quel genere di cose ci vuole una certa precisione, e all’epoca non avevamo sicuramente la pazienza necessaria. Facemmo un paio di dischi che appena masterizzati finirono dritti giù per il cesso, senza nemmeno essere stampati. <strong>Facevamo schifo, ma le canzoni erano buone.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">In una drammatica notte d’estate ci affrontammo sulla spiaggia, fuori da una festa in un locale balneare della città, <strong>ci strillammo in faccia per un’ora buona, e alla fine decidemmo che se un nuovo disco non avesse rappresentato una svolta, il gruppo poteva andare a farsi fottere</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Prendemmo J. alla chitarra, un ragazzo straniero che parlava l’italiano poco e male, ma era uno che con lo strumento ci sapeva fare. Registrammo in uno studio di metallari campagnoli il nostro primo, vero disco, “S. S.”. <strong>L’impatto su di noi fu devastante</strong>: ora finalmente ci chiamavano nei posti dove avevamo sempre voluto andare, ci trattavano decentemente, qualche volta ci pagavano pure.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da un paio d’anni uscivamo insieme tutti i santi giorni seguendo i ritmi e gli itinerari di D., che da quando si alzava al pomeriggio a quando andava a dormire all’alba aveva la vita più incasinata, turbolenta e tragicomica che avessi mai visto. Ce ne andavamo su e giù, tutto il giorno giù e su per la via Romana, i<strong>o vedevo nemici dappertutto, lui invece era amico di tutti. Amico pure dei miei nemici.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ricordo che a quel tempo avevo ancora un briciolo di ambizione e una sana passione per la musica e per il palco, tutte cose fantastiche che mi avrebbero poi lentamente abbandonato. Decisi di mettermi in prima linea e di gestire le parti più serie della band, dalle grafiche ai contatti per i concerti, ai recapiti delle etichette ecc. J. era stato cacciato dalla band senza alcun motivo. Ripensandoci, credo che l’unica vera ragione fosse che a quel punto noi volevamo assolutamente K. nel gruppo. Era venuto con noi per sostituire J. in un concerto all’estero, e una volta tornati a casa tutti guardavano J. in modo strano. Poco dopo se ne dovette andare per forza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">D. aveva messo a punto un sistema, una specie di piccolo stillicidio vietnamita a doppia trappola mortale, col quale riusciva ad avvelenare i pozzi di conversazione ragionevole, e riattizzare una storia da niente alimentandone le fiamme in un crescendo da tragedia greca; era veramente un maestro in quella disciplina, una tecnica perfetta, ed il vero colpo d’artista stava nel fare in modo che qualcun altro facesse il lavoro sporco. <strong>Qualcun altro tipo <em>me</em></strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Presi i contatti con varie etichette, di cui un paio straniere, per la registrazione di un 45 giri nell’inverno del 2007. Con quel dischetto in mano spingemmo ancora di più, e cominciammo mano a mano a calpestare tutta la nazione e varcare anche i confini della madrepatria. Tra di noi c’erano delle regole mai scritte, e una di queste prevedeva che i testi dovessero mantenersi sempre cristallini: <strong>mai e poi mai avremmo dovuto scrivere una spacconeria solo per fare scena, come invece facevano gran parte delle band che incontravamo per la nostra strada</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">— <em>Birra e oi!, calcio e stile, risse e sbronze nel mio cuore.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">— <em>Birra e oi!</em> va bene, <em>calcio e stile</em> pure, ma non facciamo una rissa insieme da anni. Al massimo ci scappa qualche scazzo al bar.</p>



<p class="wp-block-paragraph">— <em>Birra e oi! Calcio e stile, scazzi e sbronze nel mio cuore.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">— Da paura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un paio d’anni dopo lavoravo in un cantiere a B., vicino a dove vivevamo noi. Stavo scrivendo un sacco di roba nuova e volevo che il nuovo disco fosse eccezionale. Lo avevo detto chiaro e tondo anche a L., il nostro amico e cosiddetto manager:<strong> <em>se questo disco non è una granata, mollo tutto</em></strong>. Avevo finito tutte le canzoni, P. ne aveva messe un altro paio, e avevo buttato giù la scaletta sulla cartoccia sporca di un cemento a presa rapida: oramai mi era stata data carta bianca per questo genere di cose. Tutti i pomeriggi, nelle due ore di stacco tra il mio cantiere e l’inizio del turno di D., provavamo la sezione ritmica del disco un paio di volte nella baracca che avevamo sistemato a sala prove, comprando pezzetto a pezzetto amplificatori, cavi e microfoni. Alla vigilia delle registrazioni tutto era perfetto. A. era il nostro chitarrista nuovo, il più forte che avessimo mai avuto, ma con una personalità troppo indipendente per reggere a lungo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>“A.N.A.O.” impattò sulla scena più forte della granata che avevo sognato. Erano dieci pezzi micidiali, suonammo dappertutto, ci seguivano tutti quanti, era all’epoca il sogno della mia vita</strong>. Giravamo per le strade della nostra città con il petto gonfio come piccioni, pieni di boria, la gente ci trattava come i paesani che eravamo, ma le nostre labbra tradivano in un sorriso beffardo: <em>se tu sapessi, stronzo, quanti palchi di quante grandi e piccole città hanno pestato questi dr.Marten’s…stronzo</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un video dell’epoca per un nostro nuovo singolo, “F.M.”, ci immortalava sulla strada per il nostro tour francese, con una banda di compari ed il nostro nuovo chitarrista, M. Il ruolo del chitarrista del gruppo era sempre stato un fardello pesantissimo da portare. <em>Io, P. e D. siamo la band, così è sempre stato e sempre sar</em><em>à</em><em>. Tu stai zitto e fai quello che ti diciamo noi. </em>Questa doveva essere la sensazione che davamo al nuovo arrivato, ogni volta. Sono sicuro fosse questa. Se P. Fosse stato più bravo a suonare la chitarra non avremmo mai cercato nessun altro, è la verità pura e semplice.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non potevamo saperlo, ma nei due anni anni a venire avremmo goduto ancora del successo di quel disco. <strong>Poi, per un motivo o per un altro le nostre vite sarebbero cambiate</strong>, ci saremmo sparpagliati in giro come rami secchi a tramontana, ed avrei fatto la classica pensata che ogni tanto mi attraversa il cervello, e che ogni volta mi ostino a scambiare per una buona idea: <em><strong>prima che la tensione rovini anche la nostra amicizia, sciogliamo il gruppo.</strong></em></p>



<p class="wp-block-paragraph">P. e D. non avrebbero compreso, forse non c’era niente da comprendere. <strong>I rapporti sarebbero rimasti freddi per qualche anno prima che l’amore dell’uno verso l’altro ci avvicinasse ancora, l’uno ancora verso l’altro.</strong> Non sono mai stato particolarmente lungimirante, ma ho sempre avuto fortuna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come ho detto, io e P., su quel ponte che solenne sorveglia il Gota trascinare le foglie morte degli alberi del parco, queste cose non le sapevamo ancora.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Era il nostro periodo d’oro e la città di G. ci accoglieva forse per la terza volta su uno dei palchi più importanti della nostra storia. Guardavo P., e poi me lo riguardavo ancora, lo sguardo chiuso da uomo d’acqua dolce come il mio, il mento diffidente come il mio, le spalle marcate come le mie. E me lo chiesi ancora. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Come diavolo è mai possibile che, almeno per un decennio della nostra vita, siamo sfuggiti alla catena, abbiamo sfidato un destino che ci pretende inchiodati a morte ai nostri paraggi, come i nostri fratelli, come i nostri padri, i nostri nonni.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>E no, non c’è il punto di domanda, perché in fondo conosco la risposta.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Avrei continuato questa vita per molti anni a venire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fino al giorno in cui una terribile malattia attraversò le frontiere e i continenti, portando prima la morte del corpo e poi quella dei nostri sistemi sociali, io ho continuato a correre, di stazione in stazione, su mille palchi diversi, appiccicando dischi in vinile, uno dopo l’altro sul curriculum del muro di casa, irrobustendo le mani da cantiere e rafforzando gli avambracci, <strong>fino a quando suonare la chitarra e scrivere canzoni era diventato per me più semplice che respirare.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma a volte mi pare che, se tu mi fissi intensamente, mi puoi vedere invecchiare; mi pare di trascinarmi stremato, verso cosa, non lo so. E allora capisco che era l’entusiasmo il fiore dei nostri anni, era la gioia dell’essere sempre a un passo dal raggiungere quello che un tempo era il grande sogno, a vent’anni e con i miei migliori amici. <strong>L’entusiasmo, era quello il punto</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Era quello che li ha resi i giorni più grandiosi della mia vita.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Racconto scritto da Terzo Acquatico</strong></p>
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		<title>Perché indossiamo Adidas? Storia di un marchio iconico nelle sottoculture</title>
		<link>https://radiopunk.it/perche-indossiamo-adidas-storia-un-marchio-iconico-nelle-sottoculture/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Zoe]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 13 Feb 2023 13:48:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Oi!]]></category>
		<category><![CDATA[Skinhead]]></category>
		<category><![CDATA[sottoculture]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ripercorriamo la storia del brand iconico Adidas all&#8217;interno delle nostre&#160;sottoculture Ognuno di noi ha almeno una cosa che gli psicanalisti definiscono “feticcio”, una passione seriale verso oggetti inanimati. Chi le calze, chi i cappelli, smalti, borse, spille, oppure le scarpe. Io ho questo feticcio, da anni colleziono scarpe esclusivamente Adidas e mi occupo di sottocultura &#8230;</p>
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<h2 class="wp-block-heading">Ripercorriamo la storia del brand iconico Adidas all&#8217;interno delle nostre&nbsp;sottoculture </h2>



<p class="wp-block-paragraph">Ognuno di noi ha almeno una cosa che gli psicanalisti definiscono “feticcio”, una passione seriale verso oggetti inanimati. Chi le calze, chi i cappelli, smalti, borse, spille, oppure le scarpe.<strong> Io ho questo feticcio, da anni colleziono scarpe esclusivamente Adidas e mi occupo di sottocultura casual, oltre che essere appassionato di musica punk. La scarpa, se avesse voce, racconterebbe le nostre storie più intime.</strong> Lo capiscono per primi gli antichi romani che chiamano le proprie tragedie <em>cothurnatae</em>, nome dei calzari indossati dagli attori nelle figurazioni teatrali dell’epoca, usate per identificare i ruoli e le parti durante le recite. In questo articolo proverò, con minimi riferimenti storici e bibliografici, a dare una generale inquadratura dell’influenza del marchio Adidas alle sottoculture urbane (quindi principalmente punk, skinhead e b-boy) e viceversa, dal momento che, come sostenuto correttamente dal designer e co-fondatore di marchi <em>streetwear</em> Paolo Coppolella: “E’ un circolo vizioso/virtuoso quello tra la &#8216;strada&#8217; e la moda. Si influenzano reciprocamente: il sistema moda molto più di quanto si pensi si retroalimenta di fenomeni presi dalla strada &#8211; gang/crew/bande &#8211; e li trasforma in capi di abbigliamento simbolo in tendenze popolari”.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Come tutti i fenomeni sociali, anche quelli riguardanti le culture giovanili assumono una certa rilevanza a livello sociologico,&nbsp;poiché mossi da ragioni prevalentemente legate alla voglia di rivalsa di una minoranza sociale osteggiata nell’affermazione di particolari diritti (lavoro, casa, integrazione) da parte dello Stato.</strong> E come tutte le “bande” in rivolta contro lo Stato oppressore, si dotano di codici, linguaggi e stili identificativi di appartenenza. Come scrive in un’intervista giustamente Mauro Bonvicini (musicista e studioso delle mode ideologizzate): “una sottocultura senza apparato critico -filosofia?- è una semplice moda, mentre quando viene a mancare la dimensione estetica e si privilegia una visione del mondo che è inevitabilmente antagonista siamo di fronte a mera ideologia. La sottocultura è quindi il giusto bilanciamento di simbolismo stilistico, dinamica aggregativa e, appunto, sensibilità antagonista.”&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Se quello che cercate è un articolo alla Vice &#8216;dimmi che scarpe indossi e ti dirò che musica ascolti’, allora avete sbagliato posto.</strong> Se invece vogliamo capire insieme come mai Adidas appartiene ai suddetti codici stilistici delle sotto culture, forse questo articolo &#8211; senza alcuna volontà pretenziosa di esaurire un discorso estremamente ampio &#8211; può essere un primo spunto.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>C’era una volta…</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Le origini di Adidas risalgono al 1924, quando Adolf Dassler fondò un’azienda calzaturiera con suo fratello Rudolf, la Gebrüder Dassler Schuhfabrik.</strong> L’idea era quella di creare scarpe specifiche per lo sport, che potessero offrire il massimo comfort agli atleti e proteggerli dagli infortuni. <strong>All’inizio le bande laterali erano solo due e partivano da una necessità puramente funzionale:</strong> servivano a mantenere e <strong>sostenere la struttura</strong> della scarpa sulla zona centrale della tomaia ma divennero anche un segno distintivo dell’azienda. Per anni la ditta familiare andò bene, ma lo scoppio della II° Guerra Mondiale diede inizio ad una rivalità tra i due fratelli che avevano idee molto diverse su come relazionarsi col nascente <em>Reich</em>: Adolf non aveva alcuna intenzione di trasformare la sua fabbrica di calzature sportive in una per stivali da guerra per chi, da lì a breve, avrebbe calpestato l’Europa e milioni di cadaveri sul suo cammino di conquista. Rudolf invece fiutava l’affare, poter diventare i principali fornitori di calzature per il nuovo grande impero tedesco lo allettava e parecchio. Nel 1947 ognuno prese la sua strada, Rudolf fondò la nuova azienda RuDa (ribattezzata poi PUMA per via del suono più orecchiabile) e Adolf iniziò la storia dell’ Adidas il cui nome nasce proprio dall’unione del suo soprannome e cognome: Adi Dassler. Fondata la nuova azienda, Adi non poteva però più utilizzare le due strisce laterali. <strong>La soluzione fu aggiungere una terza striscia nel mezzo e dare vita alle iconiche 3 <em>stripes</em>.</strong> Rudolf invece le prese entrambe e le piegò in diagonale creando quello che fu il primo logo della Puma. Persino la cittadina di Herzogenaurach si divise sulla questione, e fu soprannominata “la città dei colli piegati” perché la gente guardava continuamente le scarpe calzate dagli altri per capire per chi parteggiava. I due fratelli non si riconciliarono mai e, benché siano sepolti nello stesso cimitero, le loro tombe sono agli angoli opposti del campo santo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da quel momento in poi il successo di Adidas fu una strada in salita, costellata di piccole grandi rivoluzioni: nei primi anni, la nuova azienda si concentrò a migliorare i materiali utilizzati, la struttura del design e la ricerca di forme ergonomiche. Una delle rivoluzioni principali del marchio fu introdurre i ‘tacchetti’ nelle scarpe da calcio e i ‘chiodini’ in quelle da corsa, in entrambi i casi per aumentare il <em>grip</em> del piede sul terreno. Fu nel 1970, quando Adidas iniziò ad utilizzare tecnologie moderne come la gomma in <em>EVA</em>, che le prestazioni delle sue calzature raggiunsero l’apice e si affermarono in maniera massiccia oltre che in Europa anche nel mondo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel frattempo però, nei primi anni Settanta, altre aziende si facevano conoscere nel mondo ed aumentava la concorrenza nel campo del <em>footwear</em>, soprattutto con Onitsuka dal Giappone e la rivalità con l’azienda Puma di suo fratello, tanto da sentire la necessità di reinventare il proprio brand e creare un logo dinamico che potesse mostrare al mondo una Adidas rinnovata, diversa e all’avanguardia. <strong>È proprio in questo periodo che nasce il leggendario Trifoglio o <em>“tres foil”.</em> Tre foglie che si uniscono in una figura di una pianta, tagliata al centro in orizzontale con le immancabili 3 strisce a simboleggiare lo spirito olimpico: forza, lealtà, sacrificio.</strong> Il logo fu usato nel periodo 72-97 e solo nel 1991 venne affiancato dall’altro, per la linea <em>Equipment</em> noto come “la piramide” composto da tre spesse bande diagonali che è il principale logo con cui attualmente produce l’azienda.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le 3 Strisce hanno saputo affermarsi in tanti contesti diversi, dallo sport all’atletica, fino al mondo della musica, della moda e dell’arte. Sono state adottate come simbolo per l’identità di svariate sottoculture underground e mainstream, e continuano a proporre design all’avanguardia per l’era contemporanea. La praticità, la versatilità e la flessibilità sono gli elementi che hanno permesso al logo di adattarsi ad ogni tipo di contesto fino a diventare un’icona mondiale.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>MUSICA E ADIDAS</strong></h3>



<p class="wp-block-paragraph">Il legame tra le due, fa strano a dirsi se pensiamo all’immaginario di tendenza nei concerti attuali, non appartiene storicamente alle sottoculture skinhead e punk, ma è proprio di quelle culture stradaiole in qualche modo legate alla pratica sportiva: hip-hop per via del basket e dello skate e i rudeboys per via del calcio e dell’atletica. Non è un caso, rimanendo sul tema estetico, che i primi punk e skinheads adottino una moda estranea ai canoni imperanti: attraverso il peso simbolico dato a questo aspetto da un lato si marca anche visibilmente il confine tra “noi” e la società che per comodità possiamo definire borghese, e dall’altro ci si riconosce tra pari esaltando quella sensazione di costituire un mondo a parte che poi è alla base di ogni pulsione sottoculturale. Adidas, come abbiamo accennato, negli anni ’70 (quindi nella Golden era del movimento skinhead e nel periodo di esplosione del punk) era un brand più che affermato, che occupava le pubblicità in Europa e nel mondo, che creava abbigliamento sportivo indossato dalla gente comune per correre o praticare sport imitando icone mondiali; non poteva essere usato come elemento distintivo di rottura con la società borghese. Un terzo caso furono i Casuals il cui rapporto col marchio a tre strisce deriva ovviamente anche in questo caso da un legame con lo sport e l’abbigliamento sportivo, sebbene non praticato direttamente.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading">ADIDAS E HIP HOP</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Il primo modello di scarpe ad essere adottato nelle strade in modo massiccio e diffuso, per via di un imponente operazione di marketing, fu quello delle Superstar ed avvenne in pieni anni ’80 in America. Questo iconico modello Adidas è caratterizzato da un <em>softprotect </em>nel tallone, spessa linguetta imbottita sul davanti, lacci enormi, l’identificativa punta in gomma rinforzata a conchiglia &#8211; da qui il soprannome <em>shell shoe </em>&#8211; e le 3 strisce sui fianchi. Nacque nel 1969 come scarpe da basket basse in pelle e immediatamente furono scelte dal famoso giocatore dei Lakers Kareem Abdul-Jabbar. 15 anni dopo furono l’oggetto di uno storico accordo commerciale: per la prima volta nella storia, un marchio sportivo ideatore di abbigliamento tecnico firma un contratto di sponsorizzazione non con un atleta ma bensì con una band musicale. Infatti, dopo che il gruppo Run DMC gli dedicò addirittura la canzone “My adidas” e un video in cui comparivano interamente vestiti a strisce con le Superstar ai piedi, riconoscendo il grande potenziale commerciale di questi artisti, il brand tedesco fece loro firmare un contratto da 1 milione di dollari e così <strong>i Run DMC divennero i primi ambasciatori non sportivi di una marca di attrezzatura sportiva lanciando al contempo la moda della linguetta in avanti senza stringhe: <em>“With no shoe string in em, I did not win em”</em>.</strong> A metà degli anni ’90 le Superstar erano così popolari che arrivarono perfino a conquistare il mondo dello skateboarding schiacciando il mito Vans ed iniziando a comparire ovunque ai piedi degli skater e rapper. </p>



<p class="wp-block-paragraph">E i liceali, che si potevano atteggiare a b-boy aggiungendo i famosi<em> fat laces</em> alla silhouette. Queste sneakers rappresentavano il simbolo dell’appartenenza ad un club, ad una nicchia esclusiva di cui tutti volevano formarne parte, specialmente negli States. Possiamo dire che la Adidas Superstar sia stata la prima grande <em>sneaker</em> universale.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading">ADIDAS E RUDEBOYS</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Nell’affrontare il tema delle subculture giovanili non ci si può non far riferimento a uno dei casi storici tra i più rappresentativi fra i fenomeni sociali suburbani giovanili,&nbsp;quello riguardante la cultura ”Rude Boy”, in auge in Jamaica a partire dagli anni ’50/’60 e trasferitosi nei primissimi ’70 in Inghilterra.&nbsp;I rappresentanti di tale subcultura giovanile, tendevano ad identificarsi nelle credenziali culturali tipicamente incarnate nella musica giamaicana (ska, rocksteady e reggae) e nelle regole della vita di strada. Con riferimento alla vita di strada, incentrata principalmente in scenari malavitosi e loschi alle soglie della povertà, i ragazzi erano principalmente spacciatori di marijuana e/o sicari legati alla malavita. Come sottolinea in un articolo il giornalista Mario Giancristoforo: “l’iconografia della malavita esercitata su questa subcultura giovanile è rintracciabile nel classico abbigliamento da gangster (coppola, giacca a tre bottoni elegante e scarpe nere).&nbsp;A quei tempi, in Jamaica, i rude boy tendevano a riempire le sale da ballo e a sfidarsi tra loro in lotte a colpi di musica, &nbsp;fino al degenerare totale della situazione in sparatorie e coltellate tra gang atte liberamente a impedire il regolare svolgimento delle serate”. I rude emigrati in Inghilterra, che si erano insediati sopratutto nei quartieri operai inglesi e della periferia e che si trovarono a contatto con altre suottoculture (Mod), appartenenti anch’esse alla classe operaia, importarono principalmente queste due cose: lo stile del vestire e l’attitudine stradaiola.&nbsp;Rude e mod frequentavano gli stessi ambienti e lentamente cominciarono a mescolarsi dando vita alla subcultura Hard-Mod (versione più estrema della cultura Mod, che ereditò dalla cultura rude proprio influenze riguardanti il vestiario e la cultura). In seguito, la nuova subcultura giovanile hard-mod evolverà in ciò che sarà il movimento skinhead. <strong>I giovani rudeboys subivano il fascino di icone sportive e musicali che avevano riscosso enorme successo fuori dalla piccola isola caraibica: musicisti reggae come Robert Bob Marley e atleti fenomenali come Lennox Miller erano i principali prodotti per cui fosse nota nel mondo la Jamaica, oltre la marijuana.</strong> E musicisti ed atleti avevano in comune, oltre all’origine caraibica, solo una cosa: le Adidas ai piedi. “Al primo posto c’è la musica. Sopra ogni cosa c’è la musica, per me, e niente potrà mai superarla. Ma subito dopo c’è il calcio. Perché il calcio è libertà”. Possiamo partire da questa citazione di Bob Marley per far capire l’importanza del calcio nella sua vita e di come questa sia sfociata nella devozione verso Adidas. Il cantante jamaicano non ha mai nascosto il suo amore questo sport, nella quotidianità si vestiva come se fosse sempre pronto per una partita di calcio. Moltissime le foto che lo ritraggono mentre gioca con amici nei campetti con questo outfit. Parallelamente, moltissimi atleti afro-americani, alle Olimpiadi di Messico ’68 e Monaco ’72, sfornano successi sportivi clamorosi, abbassando record mondiali e regalando prestazioni eccezionali per portata sportiva e sociale (di cui il pugno chiuso di Tommie Smith dopo il record del mondo nei 100m piani è solo un esempio). Essere afro, in quel periodo, significava guardare a quelle icone e tutte avevano ai piedi scarpe Adidas, dal saltatore Bob Beamon&nbsp; al velocista Melvin Pender. Adidas in quelle edizioni dei giochi, dominava la sponsorizzazione di atleti vincenti. <strong>I rudeboys iniziano a indossare le uniche scarpe Adidas nere e lucide (come imponeva l’outfit da “criminale” di strada) prodotte all’epoca: le Adidas Samba, eleganti in strada e comode nelle sale da ballo</strong>.</p>



<h3 class="wp-block-heading">ADIDAS E TERRACES</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Il terzo caso, ovvero quello della cultura Casual, è enormemente più vasto ed un’altrettanto vasta bibliografia prova a ripercorrerne gli aspetti cruciali. Qui ci limiteremo a raccontarne i momenti più significativi, partendo dallo slogan identificativo che come un mantra ricorre nella genesi di queste <em>firm</em>: “Vestirsi bene, comportarsi male”. Questo ideale e intimamente connesso stile di vita, nacque attorno agli anni 80, in Inghilterra &#8211; principalmente tra Liverpool, Manchester ed Aberdenn &#8211; dove il fenomeno degli scontri tra hooligans negli anni precedenti era dilagato al punto da raggiungere dimensioni preoccupanti anche per il Governo centrale.&nbsp;Il movimento prende piede sulle <em>terraces</em> degli stadi locali, cioè sulle gradinate, frequentate dai famigerati <em>hooligans</em>, teste rasate (skinhead) e hard mod, sempre in cerca dello scontro con la polizia o coi tifosi avversari. <strong>Davanti alla dilagante violenza negli stadi e fuori, la polizia corse ai ripari, spesso arrivando ad arrestare a campione, anche in maniera massiccia, ragazzi che portavano indosso i colori della propria squadra e corrispondenti a questi canoni estetici: testa rasata, cappotto <em>crombie</em> ed anfibi.</strong> La quantità di foto di giovani skinhead fermati per strada, fuori dai pub ed in prossimità degli stadi, costretti a spogliarsi, togliere cinture, sciarpe e cappotti, persino i lacci ai propri <em>boots</em>, subire perquisizioni personali ed essere tradotti nelle centrali di polizia, sono innumerevoli. Gli hooligans quindi, per non essere più facilmente identificati e mescolarsi con gli altri tifosi così da poter continuare a seguire la propria squadra, cominciarono a vestirsi con i classici indumenti “dell’uomo medio” inglese, appassionato di sport della domenica e non di football: il maglione della Lyle&amp;Scott come chi pratica il golf, la felpa Sergio Tacchini, Fila, la polo Fred Perry come chi segue il tennis, il cappotto Millemiglia della C.P. Company per l&#8217;automobilismo, le scarpe bianche Diadora o Adidas come chi segue l’atletica. Nel Regno Unito le Adidas spopolano in tutte le loro versioni, dalle popolarissime e coloratissime Gazelle &#8211; indossate e sfoggiate da star musicali e sportive in ogni occasione &#8211; alle prime City Series come Forest Hills, London ecc. mentre in Italia spopola sugli spalti la cultura della scarpa totalmente bianca. <strong>Un paio di sneakers particolarmente fortunate furono le Stan Smith:</strong> anche queste trovano la loro origine sui campi da tennis, e sono le prime scarpe realizzate, per questo sport, completamente in pelle. Vengono disegnate per Robert Haillet e mantengono il nome del tennista francese fino al 1971, anno del suo ritiro. Nel 1973 il tennista Stanley Roger Smith e Adolf Dassler si incontrarono fortuitamente in un locale parigino. Da quel momento, grazie ad una contraccambiata simpatia, inizierà la leggenda della scarpa simbolo per eccellenza del casualismo. Così, spostarsi dentro la metro o sui treni <em>intercity</em> vestiti in questa maniera consente di muoversi tra le città inglesi senza dare nell’occhio, sembrando un uomo qualunque che si sposta per vedere un match di tennis, per poi invece radunarsi con gli altri appartenenti alla <em>firm</em> davanti ad un pub nemico e cercare lo scontro coi tifosi opposti. Ad oggi, la cultura Casuals, presenta diverse controversie della sua essenza che, brevemente, possono essere riassunte in tre punti: il primo è il paradosso economico di uno stile che nasce dalla e per la <em>working class</em>, ma che fa propri elementi tipici della borghesia se non dell’aristocrazia (come costosissime marche quali Burberry, Aquascutum, Stone Island etc.); il secondo è quello della <strong>commistione ed influenza subita da uno degli sport più nobili al mondo, senza veri e propri “<em>supporters</em>”, in cui anzi è il silenzio a dominare la scena, ovvero il tennis.</strong> Le marche indossate dai tennisti sono le stesse che il sabato colorano gli stadi del Regno Unito: la maglia Fila o gli indumenti Sergio Tacchini, con il suo tipico color “bianco, bianchissimo” à la McEnroe, vanno per la maggiore. Il terzo e forse più importante è quello inerente alla genesi di tutto ciò, lo scopo ultimo per cui essere casual: con il passare degli anni, la meticolosità dei casuals nella scelta dell’abbigliamento trasforma la copertura in vera e propria divisa. L’intento originario delle tifoserie casuals, quello cioè di sfuggire agli occhi dalla polizia, diventa già dagli anni Novanta causa primaria del proprio riconoscimento fuori dallo stadio, perdendo di fatto lo scopo finale del tutto.</p>



<h3 class="wp-block-heading">ADIDAS E PUNK</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Il mondo della musica e quello della moda cambiano per sempre nell’estate del 1977. Su entrambe le sponde dell’Atlantico, Londra e New York vacillavano nello stesso momento sull’orlo di un collasso socioeconomico: mentre la capitale britannica era in ginocchio colpita da continui attentati dell’IRA e Margaret Thatcher stava per esercitare la Legge del pugno di ferro, New York era sull’orlo del caos, alle prese con lunghe serie di omicidi, i continui blackout, le razzie nei negozi. Improvvisamente, l’atmosfera di benessere economico e dell’ottimismo degli anni 70, gli <em>hippies</em> dai lunghi capelli e le discoteche pacchiane con la musica dance non esercitavano più alcun fascino sui giovani, che impauriti dall’assenza di un futuro concreto mandano all’aria codici sociali ed estetici. Era arrivato il punk: una reazione sociale contro il capitalismo e il conformismo senza precedenti e di proporzioni eccezionali, che ridefiniscono un’intera generazione di giovani scontenti. Nel giro di poche settimane uscì, uno dopo l’altro, una decina di album punk fondamentali. Londra aveva i Clash, i Damned e i Sex Pistols, mentre a New York si diffondeva la musica innovativa e pionieristica di Johnny Thunders &amp; The Heartbreakers e dei Ramones. E, ovviamente, mentre il punk diventava la colonna sonora di una generazione insoddisfatta, il suo look ne divenne l’uniforme. <strong>A Londra il punk aveva un look di tipo oltraggista: più l’abbigliamento era sfrontato, scioccante e inquietante, meglio era. </strong>Il pvc e l’armamentario sadomaso divennero la regola e il <em>makeup</em> per le ragazze muta radicalmente passando dal <em>glitter</em> colorato da discoteca a una lucida e feroce pittura nera di guerra. Nel frattempo, jeans stretti e cinghie <em>bondage</em>, collari, camicie strappate e spille imponevano agli uomini la rottura delle distinzioni di genere e delle regole sociali. <strong>Ai piedi c’erano le Dr Martens, le scarpe di Sid Vicious e degli Who. Sono loro ad indossare le Dr. Martens 1460 per primi</strong>. Pete Townshend, fondatore della band, le rese la sua calzatura preferita. Nella canzone &#8220;Uniforms (Corp d&#8217;Esprit)&#8221;, la band parla dei celebri <em>boots</em> made in England cantando “<em>Wear your braces round your seat / Doctor Martens on your feet / Keep your barnet very neat / For credibility on street”</em>. Negli anni ’80 i punk, che spesso utilizzavano in alternativa esclusivamente Converse o Creeper, fecero diventare le Dr. Martens le loro scarpe ufficiali, ben visibili nel ‘82 ai piedi del cantante Joe Strummer nel video di “Rock The Casbah”, come addosso a Sid Vicious, ai Rolling Stones o ai Damned. I vestiti infatti, non si limitano mai ad essere esclusivamente abiti da indossare, ma sono riconducibili sempre anche ad un’immagine del sé che si vuole offrire verso l’esterno; esprimo cioè, un messaggio, un codice, un valore soggettivo ed oggettivo. In questo senso, tali abiti così oltraggiosi, possono negare o disturbare un contesto sociale normalizzato dal punto di vista della coerenza e della razionalità, come una pratica che scombina una cosa ordinata e ne ribalta il modello su cui poggia. Si prende un oggetto che tutti hanno, usano o indossano (che sia una t-shirt o una spilla da balia) e lo si strappa, rovescia, ribalta. <strong>In questa ottica sovversiva, di creazione di un immaginario altro e alternativo, spazio per il brand a tre strisce, non ce n’era.&nbsp;</strong></p>



<h3 class="wp-block-heading">ADIDAS E SKINHEAD</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Arriviamo così a snocciolare la parte più importante dell’articolo: <strong>ad oggi, è opinione comune che indossare Adidas &#8211; per lo più Samba &#8211; sia sinonimo di appartenenza alla sottocultura skinhead. </strong>Persino Wikipedia cita questo indumento nell’armamentario identificativo dello skin moderno! Aldilà delle valutazioni attuali sul ritorno in auge di questo modello e l’invasione del mercato moderno (principalmente dovuto all’operazione commerciale di Bella Hadid, supermodella americana da 56mln di followers che nell’estate 2022 ha sfoggiato questo capo in diverse occasioni e con molteplici abbinamenti provocanti riscuotendo enorme popolarità tra i giovani ed arrivando ad influenzare altre star come Hailey Beiber e Kate Moss) rimanendo nel movimento underground, esulando dalla moda mainstream, <strong>oggi tutti siamo soliti associare le Samba agli skinhead. Ma questo avviene esclusivamente in epoca moderna! </strong>Bisogna infatti, differenziare due momenti del culto skinhead: la prima fase, meglio nota come Spirit of ’69 e una seconda più recente. Quando il culto skinhead nasce, nessuno indossava le Adidas, anzi! Come analizza correttamente Flavio Frezza nel suo Italia Skins: “nel 1969 la sottocultura skin era ormai altra cosa rispetto a quella mod. L’aspetto esteriore era codificato &#8211; anche se naturalmente non aveva cessato di evolversi &#8211; e il termine skinhead si era ormai imposto. […] I capelli erano corti, a volte cortissimi ma non a zero. Gli scarponi indossati erano inizialmente quelli da lavoro o dell’esercito, a otto o a dieci buchi, preferibilmente con la punta in acciaio, la quale tornava particolarmente utile in caso di risse e aggressioni: soltanto in un secondo momento si diffusero i più comodi Dr. Martens. Tra i modelli di camicie in voga in quegli anni, nel tempo prevalsero le <em>button</em>&#8211;<em>down</em> a quadri o righe, oppure bianche, soprattutto della marca Ben Sherman. Altri elementi caratterizzanti erano le polo da tennis di marca Fred Perry e le bretelle strette”. Si trattava in definitiva di un aspetto duro e pulito, la cui essenza era riassumibile nel motto ‘<em>dress hard, dress smart</em>’. In questi primi anni essere skinhead consentiva una sorta di libertà sul modo di vestire (tra t-shirt o camicie, bretelle indossate o meno, cappotto modello <em>crombie</em> o <em>harringhton</em>) <strong>ma non era transigente sulle scarpe: tutti i ragazzi che appartenevano a <em>crew</em> di skins indossavano scarponi ai piedi.</strong> Nel suo “Spirit of ’69 &#8211; la bibbia skinhead” George Marshall, nell’ultima parte del libro alfabetizza un elenco dove riassume in ordine tutti i codici identificativi del culto skinhead e passando dal taglio <em>Chelsea</em> ai <em>Monkey boots</em>, fino ai tatuaggi e il colore delle bretelle, non cita nulla riguardo le Samba (pur già esistenti, visto che la loro creazione risale al 1949, con ammodernamento nel ’54 e massiccia immissione nel mercato intorno al ’63-’64) e non parla in alcun modo di roba Adidas. Nel suo secondo libro, anch’esso di riferimento per il movimento skinhead internazionale, sempre George Marshall scrive in merito a chi indossava Adidas, usando toni dispregiativi, che: <em>“We were still most definitely a bootboy crew and still wore DMs, the most important part of the bootboy uniform. There were others in different towns who called themselves bootboys, but they didn’t look the part in desert boots, Adidas trainers, flared Levi’s, and leather jackets.</em> (Noi eravamo ancora una crew di bootboys e vestivamo ancora coi Dr.Martens, la parte più importante dell’uniforme di un bootboy. C’erano anche altri in altre città che si facevano chiamare bootboys, ma loro non erano del nostro giro, indossavano scarpe Adidas, jeans Levi’s e giacche di pelle)”. Eppure, di foto di skinheads negli anni ’90 vestiti Adidas dalla t-shirt alle scarpe, ne sono pieni gli archivi. In effetti nella sua seconda ondata, nota come ‘periodo revival’ e corrispondente alla seconda metà degli anni Ottanta, anche lo stile skinhead cambia ed evolve. In particolare adottando elementi provenienti dal mondo militaresco; troviamo quindi l’inserimento nel vestiario di articoli come il <em>bomber</em> da aviatore, il pantalone mimetico largo con le tasche e le toppe ricamate, che tolgono spazio agli eleganti <em>crombie</em>, alle bretelle e agli anfibi lucidi. Nello stesso periodo il culto skin approda oltreoceano, negli States, dove si diffonde alimentato da band fondamentali del panorama Oi! internazionale quali Warzone, Agnostic Front, Doug &amp; the Slugz ecc. E sempre nello stesso periodo, il culto skin si era largamente diffuso anche in Europa, arrivando in Italia (sull’argomento consiglio il già citato libro di Flavio Frezza Italia Skins: appunti e testimonianze sulla scena skinhead dalla metà degli anni ’80), Spagna e Francia.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">E’ estremamente difficile stabilire cosa abbia influenzato cosa, se sia nato prima l’uovo o la gallina, ma per capire come mai il brand Adidas sia stato adottato in modo così massiccio dalla seconda ondata skinhead, dobbiamo considerare alcuni fattori, che provo ad enucleare: in primo luogo negli USA lo stile militaresco (tipico) si interseca alla scena skinhead proveniente dalla Gran Bretagna generando ciò che poi prese il nome di American Oi! hardcore. Alcuni membri di riferimento per la scena, come Raymond Raybeez Barbieri furono persino veterani del U.S.Army. Altri, come racconta lo stesso Miret, vivevano in case occupate dei sobborghi e dei ghetti delle grandi metropoli, in mezzo a topi e mendicanti. Non avevano disponibilità economica per vestire di marca Ben Sherman o Fred Perry, ed iniziarono dunque a preferire &#8211; o farsi andar bene &#8211; jeans varichinati e t-shirt autoprodotte, anfibioni recuperati dalla leva o indumenti rubati nei negozi (quindi di marche commerciali come Adidas). In secondo luogo, esclusivamente nei paesi europei, lo stile militaresco divenne talvolta necessario, per via dell’acuirsi delle guerre tra bande che &#8211; seppur siano sempre esistite all’interno del culto skinhead, spesso tra gang rivali e per ragioni territoriali &#8211;&nbsp; nel periodo revival assumono maggior importanza poiché connotate politicamente; in altre parole <em>redskins</em> e <em>bonheads</em> nazi incominciano a farsi letteralmente la guerra, con agguati, risse, assalti ai luoghi di riferimento e omicidi; l’abbigliamento inevitabilmente ne risente e rispecchia queste dinamiche. <strong>La camicia e le bretelle lasciano il posto ai più comodi jeans e t-shirt, persino tute acetate</strong> (in merito alle modalità di vestire e di procacciarsi indumenti, consiglio la visione di <em><a href="https://www.youtube.com/watch?v=ijeurqkFmPM" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>Antifa Cacciatori di nazi &#8211; Chasseur de Nazi</strong></a></em>, documentario disponibile su YouTube). <strong>Inoltre, come terzo fattore, c’è da considerare la commistione che avevano negli Ottanta skinhead ed ultras</strong> (o hooligan nel Regno Unito). Analisi che va fatta distintamente: in Europa, il fenomeno ultras negli anni Ottanta attraversa forse la sua fase più imponente, diventando ciò che ancora per molti significa essere ultras; trasferte oceaniche, tamburi e fumogeni a colorare, appartenenza al gruppo e ricerca dello scontro con l’avversario. Mi permetto di spingermi oltre: queste modalità sembrano funzionare, per via anche dell’incapacità delle forze repressive di capire e prevedere il fenomeno; è in questo periodo che si registrano episodi storici e cruciali (nel bene e nel male) del movimento ultras europeo, per quantità di masse mobilitate e per livello di violenza. E gli anni Ottanta pervadono le curve anche nell’abbigliamento. Non occorre essere skinhead per rappresentare la parte dura del tifo: altre sottoculture, con le loro caratteristiche stilistiche, invadono le gradinate e appagano ugualmente i giovani tifosi (mods, freak, teddy boys etc). In Inghilterra invece si assiste alla prima ondata del Casualismo, come accennato precedentemente, grazie alla quale i giovani skin che ancora frequentano le <em>terraces</em> capiscono che “ammorbidendo” il loro stile, riescono a continuare a frequentare le curve nonostante la guerra all’hooliganismo imposta dal <em>Football Spettactors Act </em>di Margaret Thatcher (sull’argomento consiglio la lettura dell’<strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.ultimouomo.com/margaret-thatcher-hooligans" target="_blank" rel="noreferrer noopener">articolo</a></span></strong> di Indro Pajaro sulla rivista web Ultimo Uomo). <strong>E il casualismo inglese “impone” le scarpe Adidas, coloratissime e vistose. Forse troppo per gli skin abituati al nero lucido dello scarpone. Le sneakers Samba sembrerebbero essere il giusto compromesso. </strong>Infine, come quarto ed ultimo elemento, c’è da ricordare la commistione che il culto skin, col passare del tempo, subisce insieme ad altri fenomeni culturali e musicali, in primis quello della Black Music da cui è generato e a cui per sempre è legato, ed in secundis quello col punk hardcore ’90. Nel primo caso abbiamo già analizzato la presenza del brand a tre strisce, nel secondo caso c’è da aggiungere qualcosa. Perché, se è vero che i punk ’82 vestivano di jeans neri strappati, chiodi con le spille e stivaloni Dr.Martens, l’hardcore anni ’90 introduce nel vestiario indumenti di brand squisitamente americani e tipicamente sportivi, rivoluzionando &#8211; in tal senso &#8211; la concezione prettamente punk dell’essere “alternativi”.&nbsp; Felpe Champion, t-shirt Converse, camicione a scacchi Vans fanno prepotentemente il loro ingresso sulla scena punk. Con esse anche tute Nike, Reebok ed Adidas.&nbsp; Tutti coloro &#8211; skinhead da molti anni &#8211; ai quali ho chiesto come mai indossassero Samba e da dove proveniva secondo loro tale scelta, se fosse influenzata o meno da qualcosa, hanno risposto in modo differente. Ma senza dubbio le percentuali vanno a favore del motivo ‘legame con lo stadio’. Alcuni hanno riposto che era frequente vedere ragazzi ballare soul e black music ai raduni e alle serate mod con anfibi bassi 1461 o Adidas lucide, dai modelli eleganti, quali appunto Samba o Beckenbauer o Munchen. Molti invece, hanno additato il motivo al legame con la cultura casual, con la frequentazione delle gradinate e una non-necessità di doversi tutelare in caso di aggressioni e risse (oggettivamente, col passare degli anni, sempre meno frequenti all’interno della scena skinhead e ultras). Negli anni Novanta molte tifoserie iniziano a fare del casualismo un vero e proprio culto e frequentare le curve significava farsi influenzare da questo stile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quale che sia il motivo per cui un brand commerciale ha saputo affermarsi in maniera così preponderante all’interno dello stile di una sottocultura di nicchia, permettetemi un pensiero di conclusione: Adidas è un brand nonchè una delle multinazionali più grandi del pianeta, uno dei tanti motori dell’attuale economia globale, una ditta con migliaia di dipendenti, affari, sedi industriali e aziende in tutto il pianeta. Motivi che ci spingono a guardarla sempre con occhio critico e spirito di contestazione, poiché la logica che sottende ai suoi affari è quella del capitale: accumulo delle ricchezze, sfruttamento della forza lavoro, tagli sui diritti dei lavoratori, inquinamento del pianeta ed infinite altre nefandezze. Allo stesso tempo è inutile negare che, almeno in passato, Adidas è stata avvicinata ad idee “di sinistra”: questo per via della sponsorizzazione per paesi comunisti, socialisti, apertamente anti-Usa (dalla DDR, passando per Cuba, Venezuela, la stessa Unione Sovietica fino al 1991 ed altri) ed in anni in cui altre multinazionali preferivano evitare. Anche in tempi più recenti Adidas ha preso posizioni pubbliche riguardo alcuni temi sociali come i diritti civili, la tutela dell’ambiente, l’inclusività dei soggetti disabili, la lotta alle discriminazioni razziali fuori e dentro i campi da gioco, persino sulla questione Israelo-palestinese. Ma rimane una multinazionale &#8211; il maggiore produttore di abbigliamento sportivo in Europa e il secondo a livello mondiale &#8211; e lo scetticismo è d’obbligo perchè ogni tipo di “<em>washing</em>” è sempre funzionale al capitale, alle sue vendite mirate all’affermarsi in altre fette di mercato vergini. <strong>La critica anti-capitalista deve sottendere ad ogni ragionamento sullo stile delle nostre sottoculture.</strong> Resta dunque, semplicemente, un brand capace (con una certa linea di design) di far brillare gli occhi dei <em>kids</em> che, consapevoli delle infinite contraddizioni che questo sistema economico ci impone, indossano Adidas<em> </em><strong><em>just for standing, not for running</em>.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Articolo a cura di <span style="text-decoration: underline;"><a href="https://instagram.com/andre_core_?igshid=YmMyMTA2M2Y=" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Andre Ardecore </a></span><br> <br>Questo articolo è un inedito scritto da Andre Ardecore per Radio Punk, frutto di mesi di ricerca e di lavoro. La sua condivisone è libera ma se lo vuoi ripubblicare o citare scrivici a info@radiopunk.it. </p>



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<h3 class="wp-block-heading"><br></h3>
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		<title>Intervista ai The Blokes</title>
		<link>https://radiopunk.it/intervista-ai-the-blokes/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[radiopunkts]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Jun 2022 08:12:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Oi!]]></category>
		<category><![CDATA[Roma]]></category>
		<category><![CDATA[Skinhead]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chiacchierata con la nuova band romana The Blokes “When we walk down the streets / We still feel like old kids / playin’ street punk / we are the blokes”. I malcapitati dell’intervista di oggi sono i The Blokes, nuova band romana ma con gente del giro che ha suonato in band quali Lenders, Raise &#8230;</p>
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<h2 class="wp-block-heading">Chiacchierata con la nuova band romana The Blokes </h2>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“When we walk down the streets / We still feel like old kids / playin’ street punk / we are the blokes”. </em>I malcapitati dell’intervista di oggi sono i <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.facebook.com/theblokesroma/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">The Blokes</a></span></strong>, nuova band romana ma con gente del giro che ha suonato in band quali Lenders, Raise your Pitch, Gas Attack e Colonna Infame. Hai detto niente… Andiamo a vedere che ci dicono dato che è appena uscito per <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.facebook.com/TimebombRecs/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Timebomb Records</a></span></strong> l’album di debutto “Same Old Stories” in LP 12”!</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Radio Punk: Ciao ragazzi e benvenuti nella nostra ‘zine! Raccontateci un po’, come e quando nasce il desiderio di mettere in piedi questa band? Avete suonato in gruppi di stili diversi, com’è stato trovarsi a suonare questo tipo di street punk? è stato una sorta di minimo comune denominatore o era da tanto che tutti voi volevate mettere un progetto così in piedi?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">The Blokes: Ciao&nbsp; e grazie per la pazienza. I Blokes nascono due anni fa grazie a Gianni (Lenders). Il gruppo è composto da Gianni (voce e chitarra) Stefano (chitarra) Totino (basso) Maurello (batteria). Il desiderio nasce dalla voglia di rimetterci in gioco e di urlare ancora.. e quale mezzo migliore dello street punk? Un genere che ci ha sempre unito, e che ancora oggi ci fa divertire parecchio.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Radio Punk: per far capire un po’ chi siete, una band che vi mette d’accordo tutti???</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">The Blokes: Se dovessimo scegliere, sicuramente i Blitz!</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Radio Punk: In queste 11 mine street punk old school che compongono “Same Old Stories” c’è spazio per ben 3 featuring: uno con Damiano della Timebomb, etichetta che vi ha prodotto, uno con Greg dei Bishops Green e uno con Ivo degli High Society. Vi va di raccontarci come avete scelto questi featuring?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">The Blokes: Innanzitutto c’è un rapporto di amicizia a cui teniamo molto con tutti e tre. Certo è ovvio che con Damiano il rapporto è molto più stretto dato che ci conosciamo bene da molti anni e uno di noi è un il quinto Blokes! <br><br>Con Greg ci siamo conosciuti nel novembre del 2017 in quanto riuscimmo ad ospitare i Bishops Green a Roma e si mostrò sin da subito estremamente amichevole e c’è un’ amicizia che continua a durare anche oggi cosa che ci fa estremamente piacere. Inoltre sia Bishops Green che Alternate Action sono due gruppi che ci piacciono molto e dai quali detto con sincerità prendiamo spunto, così la sua collaborazione per noi è motivo di grande soddisfazione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con Ivo degli High society il discorso è molto simile a quello di Greg, c’è piaciuto il loro album “Fear of freedom”, e s’è creata un’amicizia suonando assieme.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Radio Punk: nella canzone “Freedom” parlate della libertà intesa come liberazione da pregiudizi, partiti, droghe e razzismo, tutti concetti molto &#8220;politici” e che condividiamo in pieno. Quanto e in che modo contano per voi il DIY e la politica intesa come tutta una serie di valori e non come quella partitica appunto?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">The Blokes: “Non solo nella musica ma in tutta la tua vita DIY”. Il DIY per me è uno stile di vita, vuoi fare una qualsiasi cosa? Falla e basta, da solo senza aspettare l’aiuto di nessuno che potrebbe non arrivare, perchè a furia di insistere gli obiettivi si raggiungono. L’autoproduzione fa parte di tutti noi, è ci accompagna da una vita, quindi è naturale che i nostri testi specialmente <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.youtube.com/watch?v=uuW--Mj43TM" target="_blank" rel="noreferrer noopener">&#8220;Freedom&#8221;</a></span></strong> facciano riferimento a questo. Non serve far parte di un partito politico per lottare&#8230; lo puoi fare tutti i giorni con gli amici e con chi condivide con te certi valori.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Radio Punk: Come mai la scelta di cantare in inglese? Pensate possa aiutarvi a farvi conoscere fuori dall’Italia o è semplicemente una scelta musicale?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">The Blokes: è solo ed esclusivamente una scelta dettata dal gusto. Inevitabilmente cantare in inglese da un&#8217; impronta diversa e dal momento che ricercavamo un suono che richiamasse l’oi! e il punk inglese fine 70 / inizi 80 abbiamo fatto questa scelta. Se poi questo fosse anche motivo di interesse dall’estero ben venga.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Radio Punk: Raccontateci un po’, in quali band avete suonato, che combinate o avete combinato nella vita, altre passioni che avete… Insomma, momento “domenica in” nel quale ci parlate un po’ di voi…</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">The Blokes: <strong>Gianni:</strong> Dopo le prime band negli anni di scuola, la prima esperienza più significativa fu quella con i Discard of System (me pare 2002-2006) che fu un ottima band Punk/hc romana e che mi fa piacere che qualcuno ancora ricordi. Dopo alcuni anni di nulla per motivi personali, nel 2014 entro nei Raise your Pitch e poco dopo anche nei Lenders. Lascio i Raise Your Pitch 5 anni dopo perché da tempo avevo in mente questo nuovo progetto. Gestisco dei campi di calcetto, ho un bellissimo bambino di 5 anni, vado in palestra, faccio parte di un club di appassionati di subbuteo e dedico anche molto tempo alla lettura.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Maurello</strong>: le prime esperienze risalgono a non so quanti mila anni fa. Marco dei p38punk mi ha coinvolto nel suo progetto e portato dal Teschio (non sapevo neanche quale strumento suonare) e da la ho cominciato&#8230; poi gli anni hardcore dove ho suonato con gli Immaturi di Stefano “er pazzo” e poi i Colonna Infame.. con un un intermezzo tra Bloody Riot, Pissed and Proud di Totore, 80’s. e Tacita. Mi piace studiare la batteria, fare foto e andare allo stadio (che è buona parte integrante della mia vita). Nella vita lavoro nel settore turistico.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Stefano</strong>: dopo le prime esperienze in gruppi alle superiori, nel 2009 ho formato assieme ad un mio vecchio amico i Raise Your Pitch, ai quali dopo qualche anno si è unito anche Gianni. Oltre a parentesi con Bloody Riot e Godog, quando Gianni ha lasciato i Raise Your Pitch ho accettato volentieri di seguirlo anche in questo nuovo gruppo. Lavoro come impiegato nel settore delle biotecnologie. Quindi tra lavoro e due gruppi, l&#8217;unica altra passione che riesco a coltivare è soddisfare il mio lato masochistico seguendo anche allo stadio il Genoa.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Totino</strong>: All&#8217;inizio ci furono un paio di esperienze in sala prove con degli amici, la più significativa delle quali era la band chiamata Disaster (da qualche parte tra Roma e la Sardegna esiste un nostro tape..,.). Poi vennero i DYS, con i quali diedi alla luce un demoCD. Poi i Militia Whisky, altro demoCD e partecipazione con una cover dei Kina in un LP celebrativo dei 25 di punkhc in Italia (Il Loro Odio&#8230;La Nostra Lotta), poi i Malazione (altro demoCD), i Gas Attack, il gruppo col quale ho suonato più a lungo e registrato più cose, e gli Olim Palus per un breve periodo. Così arriviamo ai Blokes, progetto con il quale per la prima volta mi cimento nel genere con cui ho inziato a conoscere il punk “internazionale”. Per tutta la durata della mia permanenza nelle precedenti band ho curato la piccola etichetta Crime For Revenge, con la quale ho partecipato a varie autoproduzioni. Nella vita mando avanti Screamprinting serigrafia, ciò mi porta via grandissima parte del tempo tra laboratorio e partecipazione ad eventi vari, nel restante suono (faccio attualmente parte anche degli Orgia Capitolina) e a volte capita qualche DjSet (djT8ino) in giro tra spazi occupati e locali. E questo è quanto.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Radio Punk: Vi siete affidati subito alla Timebomb Records di Damiano che conoscete da tanto tempo e, ovviamente, siete anche grandi amici. Com’è stato lavorare con lui?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">The Blokes: Ne abbiamo sin da subito notato la grande passione, assolutamente in maniera disinteressata e la grande esperienza nei suggerimenti azzeccati che ci ha dato. Non siamo noi che ci siamo affidati a lui, che sia degno di fiducia è evidente, è lui che ha creduto in noi e non avremmo potuto desiderare di meglio, non finiremo mai di ringraziarlo abbastanza.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Radio Punk: Com’è la scena romana skin &amp; punk? Com’era una volta, com’è cambiata, se c’è ricambio generazionale, cosa c’è di attivo a livello di spazi, etichette, ecc…</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">The Blokes: Siamo angeli con la faccia sporca no? Le vecchie facce ci sono e ci saranno sempre quando serve. Tanti anni fa la scena era diversa, partivi senza sapere a che ora si suonava, senza sapere se si dormiva a casa di amici o sul palco e ci si affidava allo stradario per arrivare sul posto con tutti i disagi che ne conseguivano&#8230;&nbsp; Era tutto più genuino e a volte lasciato anche al caso&#8230;<br>Oggi come oggi c’è il web, strumento e mezzo importante, ma per noi cresciuti senza tutti questi mezzi moderni vale sempre il parlare, lo stare assieme e il confronto diretto senza tastiere.<br>Speriamo che i Blokes potranno dare un piccolo contributo anche ai ragazzi più giovani, perché senza radici e passato non si va da nessuna parte.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Radio Punk: Siamo alla fine e vi ringraziamo moltissimo! Speriamo di avervi fatto conoscere ai nostri lettori e vi chiediamo semplicemente, da band giovane ma con componenti assolutamente esperti, cosa c’è nel vostro futuro, come vi muoverete e cosa ci dobbiamo aspettare dai Blokes dopo questo manifesto di guerra che è “Same Old Stories”</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">The Blokes: Sicuramente, nella consapevolezza che abbiamo altre priorità nella vita data la nostra età, vogliamo metterci nelle condizioni di suonare il più possibile, stare insieme e divertirci. Occasioni di suonare ne abbiamo tantissime ma inevitabilmente non possiamo accertarle tutte cause impegni e famiglie. Grazie a te per lo spazio concesso!</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<h3 class="wp-block-heading">Per supportarci:</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Siamo un progetto autogestito e puoi sostenerci attivamente, se ti va, in due modi:<br>-puoi dare un’occhiata al&nbsp;<strong><a href="https://www.radiopunk.it/25/mailorder/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">nostro catalogo e ordinare</a></strong>&nbsp;eventualmente dischi, cd, libri, spillette o altro ancora.<br>-puoi partecipare alla&nbsp;<strong><a href="https://www.radiopunk.it/25/intenti-azioni-radio-punk-webzine/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">nostra call sempre aperta</a></strong>&nbsp;con un tuo contenuto inedito.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br><strong><br></strong></p>
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		<title>Isolati: la scena skinhead in Sardegna &#8211; parte 2</title>
		<link>https://radiopunk.it/la-scena-skinhead-in-sardegna-parte-2/</link>
		
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		<pubDate>Wed, 09 Feb 2022 13:40:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Seconda parte dello speciale sulla scena skinhead in Sardegna con intervista a Marco Rocca (SS20/The Claptrap) Raccontare la storia di un movimento, o di un momento storico localizzato in un determinato contesto cittadino, non è mai cosa facile. Se poi questo movimento è quello Skinhead, e l&#8217;epoca da raccontare sono gli anni 80, si rischi &#8230;</p>
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<h2 class="wp-block-heading" id="seconda-parte-dello-speciale-sulla-scena-skinhead-in-sardegna-con-intervista-a-marco-rocca-ss20-the-claptrap">Seconda parte dello speciale sulla scena skinhead in Sardegna con intervista a Marco Rocca (SS20/The Claptrap)</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Raccontare la storia di un movimento, o di un momento storico localizzato in un determinato contesto cittadino, non è mai cosa facile. Se poi questo movimento è quello Skinhead, e l&#8217;epoca da raccontare sono gli anni 80, si rischi di entrare in un vortice di pettegolezzi e incomprensioni, di racconti distorti nel tempo e di incomprensioni. <strong>Cagliari fu la prima città in Sardegna a conoscere il fenomeno degli Skinheads</strong> e i suoi pionieri possono ritrovarsi in una duplice esperienza musicale che ancora oggi rimane in città una delle più chiacchierate nel circuito: <strong>SS20 e The Claptrap</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Partendo dalla prima parte dello speciale sulla scena skinhead in Sardegna, <strong>che <a href="https://www.radiopunk.it/25/skinhead-in-sardegna-parte-1/"><span style="text-decoration: underline;">trovate qui</span></a></strong>, oggi proseguiamo il racconto pubblicando l&#8217;<strong>intervista integrale ad uno dei suoi protagonisti: Marco Rocca</strong>, musicista e artista poliedrico Cagliaritano.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em><strong>Qual è stato il tuo primo approccio con l&#8217;universo punk e in seguito con la cultura skinhead?</strong></em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>1977-79&nbsp;<br></strong>Sono sempre stato un appassionato di musica e suonavo già da qualche anno prima dell’irruzione del punk… ma, meglio ricordare il contesto di quel periodo. Internet è arrivato 20 anni dopo. Non era facile aggiornarsi, le riviste musicali erano poche e si occupavano soprattutto di pop e rock mainstream. Fuori dal coro c’erano solo <strong>Gong e Muzak</strong> ma purtroppo erano durate poco e bisogna aspettare ancora un po&#8217; di tempo per la diffusione di testate che si occupino di altri generi musicali e nuove tendenze come <strong>Rockerilla, Blow Up o Mucchio Selvaggio</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le informazioni su cosa accadesse nel resto del mondo erano poche e frammentarie. Gli amici un po&#8217; più grandi che tornavano da Londra o da altre capitali europee venivano letteralmente assaltati. Ci facevamo raccontare cosa avevano visto e ascoltavamo avidamente i dischi che riuscivano a portare. In seguito anche noi iniziammo a fare qualche viaggio nel continente, ma spostarsi dalla Sardegna era costoso &#8211; i voli low cost non esistevano &#8211; oltre che problematico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bisognava concentrare in pochi giorni l’acquisto di dischi, di k7 vergini in stock e con un po&#8217; di fortuna vedere qualche concerto interessante nei locali dove, fra una birra e l’altra, a volte si riusciva a scambiare qualche contatto. Poi al ritorno nell’isola venivi sempre sottoposto a una quantità esagerata di controlli doganali che neanche a Check Point Charlie. Non importa se stavi arrivando da Civitavecchia. Alla faccia della continuità territoriale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per il resto avveniva tutto per posta. Ordinavamo alla cieca dischi di gruppi, allora sconosciuti, di cui avevamo sentito parlare o di cui soltanto ci intrigava il nome. La statistica era spesso sfavorevole e se su 10 dischi 3 erano decenti eri anche fortunato. Ci mettevamo d’accordo per gli acquisti e poi gli album migliori venivano ridistribuiti fra di noi riversandoli sulle k7. <strong>Incontrarsi solo per ascoltare i dischi arrivati era un rituale che, ripensandoci, oggi sarebbe improponibile.&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi è iniziato l’interscambio di fanzine in offset: se dovessi indicare uno strumento fondamentale di quel periodo è sicuramente la fotocopiatrice. <strong>Le fanzine ci davano la possibilità di scoprire ed approfondire tante altre realtà ignorate dai grossi media</strong> ma, soprattutto, riportavano su uno stesso piano di comunicazione diretta chi suonava e chi ascoltava. Anche noi avevamo provato a farne qualcuna.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una menzione speciale merita <strong>radio Alter di Cagliari</strong> che, con il suo palinsesto squinternato e le dirette telefoniche con gli ascoltatori, assomigliava più a una fanzine che a una radio. Tantissimi appassionati dei più disparati generi musicali passavano notti intere a raccontare e suonare i loro dischi preferiti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>1980-82<br></strong>Nello specifico della Sardegna c’era un ulteriore gap di ritardo che creava un po&#8217; di confusione e commistione sulla cronologia degli avvenimenti, che spesso si sovrapponevano in modo asincrono. <strong>Quando il punk 77 ha iniziato a diffondersi in Sardegna, in realtà era ormai finito in UK</strong>, e si inseriva in una realtà già postpunk se non addirittura new wave. Mentre gli ultimi punk londinesi facevano fotografare le loro creste variopinte a Piccadilly, era dagli USA che arrivava una declinazione più interessante di quella attitudine.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi era già successo in passato, di tornare a ritroso per ricostruire la genesi di una produzione musicale: per esempio avevo scoperto l’universo del root blues partendo da Jimi Hendrix. In quel periodo invece mentre c’erano già i Devo e i TalkingHeads, scoprivamo i Discharge, i Sex Pistols e gli Exploited, ma anche i B52’s. Mentre Should I Stay Or Should I Go decretava la fine dei Clash, noi ascoltavamo Career Opportunities o la loro versione di Police &amp; Thieves di Lee Perry e Junior Murvin.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mentre usciva il nuovo album di GBH che ormai, da quando erano passati a una major, suonava più heavy metal che punk, venivamo travolti dal punk/hardcore “bay area sound” americano. Black Flag, Circle Jerks, Dead Kennedys, Bad Brains, Fugazi. Qualcuno tornato da New York ci aveva raccontato dei live di Ramones e Television in un piccolo locale nato per il country e diventato invece tempio del punk. Era il leggendario CBGB, ma allora non lo sapevamo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>E poi i Minor Threat, promotori dell’etica DIY e straight edge: sono state le loro teste rasate che ci hanno ricollegato al movimento Oi!/skinhead di matrice britannica</strong> che avevamo già scoperto con le fanzine e i dischi. 4 Skins, Cockney Rejects, Cock Sparrer, Partisans, Infa Riot, Business e tanti altri: un vero ritorno alle radici dirette ed essenziali del punk originario.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel frattempo arriva anche lo Ska/RockSteady revival. La Trojan Records ripubblica i vecchi gruppi skinhead degli anni 60 influenzati dalla musica jamaicana. Nasce la TwoTones &#8211; nome omen simbolizzato dalla famosa scacchiera bianca e nera &#8211; con Specials, Selecter, Bad Manners, Bodysnatcher sino ai Madness. One step Beyond diventa così popolare che ci furono addirittura dei maldestri tentativi di inglobare lo ska nel pop italiano. <strong>Sono soprattutto i gruppi dello ska revival che ci aiutano a mettere meglio a fuoco la storia e il background culturale della scena skinhead</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel decennio precedente, buona parte della musica era diventata molto complessa con lunghi brani a volte finalizzati esclusivamente alla esibizione virtuosistica di musicisti che, spesso, avevano alle spalle una formazione accademica, quindi elitaria. <strong>Col punk tutto questo veniva rovesciato</strong>.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Musicalmente</strong>: le strutture erano semplici, brevi e immediate. <strong>Socialmente</strong>: chiunque poteva suonare senza aver bisogno di un percorso professionale da musicista. Anche, e soprattutto, perché suonare punk era solo uno degli aspetti di una scelta di vita che non era limitata solo alla musica.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Devo dire che quella attitudine, anche se poi ho fatto tante altre cose diverse, non mi ha mai abbandonato da allora. Insieme alla passione per gli anfibi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em><strong>Parlaci un pò degli SS20. Come sono nati, quali erano i componenti e come sono arrivati i primi concerti?</strong></em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>1983-84<br></strong>In tutta la storia di SS20 e Claptrap si sono avvicendate tante persone con innumerevoli cambi di line up. Prima di tutto le voci. È impossibile spiegare a qualcuno come cantare punk Oi! o hardcore. Non si impara. Ma se lo sei, se hai delle motivazioni per esserlo, probabilmente ti uscirà la voce giusta. Ma in Sardegna eravamo ancora in pochi appassionati del genere. Ricordo la particolare difficoltà di trovare batteristi in grado di sostenere il classico cassa rullante TU TA’ – TU TU TA’ senza aggiungere inutili ghirigori di tom e piatti, retaggio del sempre detestato heavy metal. Se poi i BPM superavano i 200 era un disastro totale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oltre a me, che vengo coinvolto per sostituire il precedente chitarrista di SS20, l’unico che è sempre stato presente nei gruppi dall’inizio sino alla fine è stato Raffaele Cuomo al basso. <strong>Prima che io arrivassi, SS20 esisteva già da almeno un anno e aveva partecipato al primo raduno di musica Oi! A Certaldo, in Toscana.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi piaceva il nome del gruppo: era la classificazione USA/NATO con cui venivano denominati gli RSD10 che erano i missili balistici sovietici allestiti contro i Pershin americani. Qualcuno ha voluto dare altri significati a questa sigla, ma a me sembrava efficace che un gruppo punk europeo usasse come metafora il nome di missili che erano puntati proprio contro l’Europa. Un nostro brano, che eravamo andati a suonare in una tv locale, iniziava proprio col suono di un missile.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">In Sardegna esistevano pochi locali dedicati alla musica dal vivo e i concerti all’aperto erano in larga parte riservati ai cosiddetti gruppi da piazza con repertorio di musica tradizionale, liscio o al massimo pop. A parte i festival con ospiti internazionali e a cui comunque era preclusa la partecipazione di band locali come la nostra, passa qualche anno prima che si diffondano le rassegne di musica rock, in senso omnicomprensivo e ancora più tardi iniziano regolari programmazioni live nei locali.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel frattempo le occasioni per suonare in pubblico erano ben poche. Si poteva provare a imbucarsi nelle assemblee musicali dei licei o partecipare a qualche evento organizzato alla casa dello studente. Oppure si poteva fare colletta e affittare una delle tante sale parrocchiali. Ancora oggi non riesco a capire, o forse si, come mai i preti fossero così disponibili a far esibire i gruppi più disparati in quelle sale.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Un’altra possibilità era offerta dalle discoteche</strong>. In effetti, ripensandoci oggi, è stata una caratteristica proprio di quel periodo. I gestori delle discoteche, con l’intento di allargare la cerchia della loro clientela, avevano preso l’abitudine di far aprire le serate a gruppi che suonavano dal vivo senza preoccuparsi troppo di cosa o come suonassero. Per i gruppi e il loro seguito era una occasione di appropriarsi di uno spazio almeno per una sera.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">In realtà la cosa si rivelò presto fallimentare visto che comunque chi era interessato al gruppo se ne andava alla fine del concerto, chi invece era interessato alla discoteca arrivava quando il concerto stava per finire. In quella breve zona di sovrapposizione erano frequenti le situazioni di “tensione”, per usare un eufemismo, generate dalla commistione forzata di gente così diversa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Solo in seguito, con il crollo dell’afflusso nelle discoteche tradizionali, qualcuna, fra le più piccole, si convertirà in luogo dove fare principalmente musica dal vivo. Le più grandi invece oggi sono diventate dei centri commerciali. Ma questa è un&#8217;altra storia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em><strong>Oggi la compilation “Quelli che urlano ancora&#8230;” è diventata un oggetto di culto. Per voi fu un passo importante, ma determinò anche l&#8217;ultimo atto come SS20. Come avvenne questo passaggio?</strong></em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>1985<br></strong>Anche se ancora embrionale, l’interscambio dei contatti cominciava a dare i suoi frutti. <a href="https://www.youtube.com/watch?v=dR3_N3UYTcw&amp;t=12s"><strong><span style="text-decoration: underline;">“Quelli Che Urlano Ancora”</span></strong></a> è stata una bella idea di <strong>Steno (Stefano Cimato) dei Nabat</strong>, un gruppo Oi! di Bologna fra i principali promotori della scena skinhead italiana. I Nabat avevano già realizzato dei dischi con la loro etichetta <strong>CAS records</strong>. Stavolta invece, non a caso, decidono di realizzare una compilation coinvolgendo band Oi! provenienti da tutt’Italia che già conoscevano anche grazie ai raduni musicali che organizzavano. È stata una occasione di confronto e per allargare la rete dei contatti.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per noi è stata anche la prima occasione per realizzare una registrazione decente in uno studio, a parte quelle inascoltabili fatte col radione in sala prove. Il repertorio aveva già da allora solo brani cantati in inglese ma, visto che la compilation era indirizzata soprattutto alla scena italiana, abbiamo registrato un pezzo in italiano. <a href="https://www.youtube.com/watch?v=KS1MnxMZlKU"><strong><span style="text-decoration: underline;">”Non staremo più a sentire</span></strong></a>” è stata l’occasione per provare ad arrangiare un brano con un po&#8217; più di accuratezza. <strong>È stato l’ultimo atto di SS20 e in qualche modo ha indotto la nascita di Claptrap.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Eravamo arrivati in studio di registrazione all’indomani dell’ennesimo cambio di formazione. Dopo il mio ingresso nel gruppo avevamo fatto qualche concerto e il repertorio non ci sembrava tanto soddisfacente. Con Raffaele proviamo a riarrangiare alcuni dei vecchi brani ma molti, alla luce di una analisi più accurata, vengono eliminati. La scaletta si era molto ridotta per cui scrivo e propongo dei nuovi brani da integrare nel repertorio. Insomma: la line up era di nuovo cambiata, il repertorio rinnovato e anche il sound del gruppo era diverso. <strong>Non più solo punk/Oi! ma anche un mix fra hardcore americano da una parte e influenze della cultura skinhead ska/rocksteady dall’altra</strong>. SS20 come era stato non esisteva più e quindi bisognava dare un nuovo nome al progetto.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Così è nato The Claptrap</strong>. Nel senso di portavoce di una classe senza voce che, come noi, viveva le stesse situazioni in ogni parte del mondo. Per questo motivo<strong> i testi erano in inglese: una lingua internazionale per problemi internazionali.</strong> Abbiamo sempre pensato che anche quelle che potevano sembrare delle peculiarità della Sardegna, fossero in realtà delle declinazioni secondarie di problemi più ampi e comuni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ricordo le lunghe discussioni teoriche a fine concerto sull’indipendentismo con Renzo Saporito, che più tardi nel 1989 fondò i Kenze Neke, un gruppo etno-punk sardo, come loro si autodefinivano. In quel periodo gestiva un locale dove organizzava live. Lui sosteneva l’idea di una solidarietà fra le minoranze in lotta per l’indipendenza. Secondo me invece i problemi erano a monte ed era quindi in un contesto più ampio che andava cercata la solidarietà. Focalizzandosi a livello locale, al contrario, si correva il rischio di generare un terreno fertile a derive nazionaliste. Le stesse che oggi vengono definite, con un neologismo criptato, sovranismi.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">In quel periodo invece eravamo in pieno edonismo reaganiano post riflusso, c’era ancora la guerra fredda, la costante angoscia dell’escalation nucleare e il muro di Berlino era ancora in piedi. Non è un caso che la musica mainstream degli anni ottanta con i suoi accoliti, abbia raggiunto uno dei livelli più bassi di tutta la storia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Probabilmente è anche grazie a questo che il DIY e l’autoproduzione inizia a diffondersi. <strong>Le etichette indipendenti si moltiplicano con l’intento di creare una rete musicale alternativa sia di produzione che di distribuzione di gruppi che altrimenti non avrebbero avuto nessuna possibilità</strong>. Alcune di queste, oggi quasi tutte scomparse, sono realmente riuscite per un po&#8217; a creare delle reti indipendenti. Altre invece, col tempo, si sono rivelate soltanto un pretesto per appoggiare i gruppi di testa a entrare nel mainstream. Ma anche questa è un&#8217;altra storia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em><strong>Con l&#8217;inizio del progetto The Claptrap, oltre un nuovo sound arriva anche un primo LP. Come fu registrare un album all&#8217;epoca, che riscontri aveste, e come lo promuoveste a livello live?</strong></em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>1986-87<br></strong>Sulla scia delle tante autoproduzioni, anche noi proviamo a intraprenderne una e così nasce il marchio “<strong>Crossed Hammers</strong>”. Con un budget risicatissimo e molto artigianato riusciamo a produrre un LP di The Claptrap: “This Is The Italian Sound” che, anni dopo, abbiamo scoperto è stato classificato come il primo LP autoprodotto in Sardegna.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La precedente esperienza di registrazione del brano per la compilation di CAS records non era stata delle migliori. Gli studi a Cagliari non erano molti, erano costosi e comunque producevano prevalentemente pop o musica sarda. Così siamo dovuti uscire dall’isola nel posto più vicino: Roma. Dopo un po&#8217; di ricerche abbiamo trovato uno piccolo studio umidissimo sottoterra vicino al Tevere che non costava molto e che, almeno in generale, aveva un’idea di come registrare un disco punk.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Bisognava fare in fretta per non sforare il microbudget ma, fortunatamente, avevamo le idee chiare. Dopo qualche giorno tornammo in Sardegna con una bobina 8 tracce su mezzo pollice. Il mix fu fatto al ritorno a Cagliari e non mi convinceva molto ma, dopo tanti anni, ormai mi sono abituato a sentirlo suonare così.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per il mastering e la stampa ci siamo appoggiati alla Toast Records di Torino. Solo le prime copie avevano anche una busta interna con foto e testi: non potevamo permetterci di farlo per tutte. Con la Toast avevamo concordato anche una distribuzione nazionale del disco non in esclusiva, per poter essere liberi di contattare, tramite il circuito delle fanzine, anche altre etichette e distributori in Europa e in USA.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non so più quante lettere sono state spedite ovunque a tantissime etichette che magari nel frattempo erano sparite o avevano cambiato indirizzo. Ogni giorno avevo il terrore di trovare nella cassetta della posta la busta con il timbro che raffigurava una mano che indica, e la scritta “back to sender”. Con altre invece siamo riusciti a stabilire dei contatti e alcune di queste sono poi anche diventate importanti case di produzione o distribuzione come <strong>WeBiteRecords e Rock_o_Rama in Germania, Roadrunner in Olanda, Oi!/SkaRecords in UK, Mordam Records e Dischord ma soprattutto Alternative Tentacles in USA</strong>.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ricordo ancora la lettera autografa di apprezzamento del nostro disco di Jello Biafra</strong> (in persona) che, oltre a inviarmi l’elenco di tutti i distributori a cui loro si appoggiavano in USA e in Canada, mi spedì anche, per ricambiare il mio invio, delle magliette di Dead Kennedys e di Alternative Tentacles che conservo ancora come delle reliquie. È una emozione difficile da spiegare l’idea che nella collezione personale di dischi di Jello Biafra ci sia anche “This Is The Italian Sound” di Claptrap.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Avevamo anche spedito una copia promozionale del disco a molte delle radio libere ormai diffuse in tutt’Italia. ”Pacchetto Postale” si chiamava il modo più economico di spedire un disco: bisognava avvolgerlo con quella carta marroncina per i pacchi e poi legarlo con lo spago.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una decina d’anni più tardi, un mio amico di ritorno da Berlino mi raccontò di aver trovato “This Is The Italian Sound” in un negozio di dischi, ma c’era qualcosa di strano: la copertina era in bianco e nero. Facciamo un po&#8217; di indagini e <strong>scopriamo che qualcuno aveva “bootlegato”, cioè ristampato a nostra insaputa il nostro disco</strong>. A tutt’oggi non so né chi sia stato e neanche quante copie ne siano state stampate, ma ho visto che compare ancora nei siti di compravendita di vinile anche se con una quotazione più bassa rispetto all’originale.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La distribuzione andò bene e adesso riuscivamo a trovare qualche data anche fuori dalla Sardegna. La line up cambiò di nuovo e io tornai a fare il chitarrista/cantante come nei miei precedenti gruppi: Claptrap adesso era un power trio. Carichiamo gli strumenti su una vecchia Ford Taunus, affrontiamo l’interminabile viaggio in traghetto da Cagliari sino a Genova e poi attraversiamo l’Europa centrale: Svizzera, Germania sino ad Amsterdam. Ma la maggior parte dei contatti ci offriva soprattutto la possibilità di suonare nella rete dei CSOA come El Paso a Torino, L’Indiano a Firenze o il Forte Prenestino a Roma.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quell’anno Claptrap arriva tra i 10 finalisti di una selezione di più di 1100 gruppi da tutt’Italia nel concorso Indipendenti 87 “le nuove leve del rock italiano”</strong>. Organizzato dalla rivista Fare Musica e da RaiStereoUno, la serata viene trasmessa in diretta alla radio nazionale dall’auditorium Rai della sede di Torino.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci sentiamo un po&#8217; fuori posto ma anche orgogliosi, pur sentendone la pressione, di avere l’occasione di <strong>rappresentare la scena skinhead italiana in una diffusione così vasta</strong>. In realtà il vero problema era un altro: eravamo di nuovo senza batterista… Richiamo il nostro amico di Roma Luca Mariani, con cui avevamo registrato le tracce del disco. Ci rincontriamo per le prove e partiamo per Torino con una scaletta in perfetto stile Ska/Rocksteady. Grande tensione. Come se non bastasse siamo anche il gruppo che deve aprire la serata. Ma l’inaspettato boato dell’auditorium alla fine del primo pezzo scioglie tutti i nodi e in un attimo siamo già alla fine della scaletta. <em>“…Ska/Reggae del più corrosivo!!!…”</em> commenta nella diretta radiofonica Luca de Gennaro, che paragona il nostro sound a quello di Ruts e Stiff Little Fingers. Ho scoperto solo dopo che questa vasta esposizione di Claptrap sarebbe stato anche uno dei motivi che avrebbe spinto qualcuno a tentare di strumentalizzare il nostro gruppo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em><strong>Tornando al “culto”. Cosa voleva dire in quegli anni essere Skinhead in una città come Cagliari? E quali erano i vostri luoghi di ritrovo?</strong></em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>1980-87</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">In quel periodo in Sardegna c’erano gruppi musicali di ogni tipo. Non è che poi fossero tutti realmente interessati a suonare, in parte era anche un trend del momento come quello dei grafici o dei videomaker. La scena era popolata da molti “poseur” per citare un termine usato allora. Bisogna però considerare che non esistevano i social media e che suonare o andare ai concerti era un modo, nel bene o nel male, per incontrarsi. Realmente, non virtualmente.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">A Cagliari c’erano un paio di locali frequentati un po&#8217; da tutti e poi c’era piazza Repubblica che era una specie di show room a cielo aperto. Io non avevo sempre vissuto a Cagliari, ero arrivato da poco nell’Isola e non potevo fare affidamento su amicizie pregresse. Come negli anni precedenti, in cui avevo vissuto per poco tempo in città diverse, potevo solo cercare di valutare le persone per quello che erano. Suonando, comincio a conoscere un po&#8217; l’ambiente cagliaritano. Avevo notato quasi subito che esistevano delle preclusioni e delle inclusioni a priori basate non tanto su quello che facevi o quello che eri, ma sulla tua cerchia di appartenenza.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Era una cosa che faticavo a comprendere. Andava oltre la normale chiusura in un modello che serve a proteggere la costruzione di una identità nella fase adolescenziale. Erano veri e propri meccanismi di familismo analoghi a quelli che avevo visto solo nel profondo sud dell’Italia e che mi sembrava davvero strano ritrovare in una terra nota per l’individualismo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando uscì il disco andai di persona al giornale locale l’Unione Sarda. Chiesi del redattore che si occupava di musica che rimase stupito quando vide che ad aspettarlo nell’androne c’era uno sconosciuto. Mi confessò che in realtà era sceso solo perché pensava fossi qualcun altro. Mi disse anche nome e cognome di qualcuno che io, a mia volta, ignoravo chi fosse. Allora gli spiegai che facevo parte di un gruppo di Cagliari che aveva fatto un disco e che quindi mi sembrava ovvio portargliene una copia visto che lui curava la pagina della musica. Ovvio. Si: forse in Svezia. Ma eravamo a Cagliari, e io iniziavo a capire il meccanismo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Inutile dire che non uscì mai neanche una riga né sul disco né sul gruppo. Nemmeno una citazione che assolvesse almeno il mero diritto di cronaca. Nulla. Per avere un po’ di riscontro dalla stampa locale abbiamo dovuto aspettare che uscissero le recensioni sulle riviste specializzate.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>MaximumRockNRoll</strong>: <em>“…the stunning punk sound of this band coming from the mediterranean island of Sardinia…”</em>. <strong>Mucchio Selvaggio</strong> (Federico Guglielmi): <em>“…capacità tutt’altro che trascurabili nel dar vita ad un sound trascinante e ben costruito che non mancherà di accendere il vostro entusiasmo…”</em>. <strong>Fare Musica</strong> (Stefano Pistolini): <em>“… una folata di storia dietro questa skinhead band, c’è quell’immancabile energia nei loro pezzi che ti prende per il collo e ti trascina nell’universo ska/punk”</em>.<strong> Rockerilla (Claudio Sorge)</strong>: <em>“…il loro solido punk-rock è decisamente entusiasmante, fresco, suonato bene, persino colto: perchè quella Rangeless Infiltration, dall’evidente struttura ska/sixties, è un piccolo gioiello di archeologia britannica pre-Beatles! Con echi persino di garage, gli assoli sono eccellenti: ascoltate Right to Kill…”.</em>&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella copertina di Mucchio Selvaggio c’era una foto di Prince, ma in quella di Rockerilla, come un segno del destino, campeggiava una maxi foto di Johnny Lydon. Nonostante tutto questo, quando suonavamo dal vivo la stampa sarda ci dedicava al massimo il cosiddetto francobollo: un quadratino che riportava la notizia nell’agenda degli spettacoli. Qualche volta. Neanche sempre. Essere valutato per il proprio lavoro, è una modalità che ho trovato più diffusa all’estero. Al Contrario l’appartenenza e il familismo sono ancora oggi delle discriminanti che caratterizzano profondamente la nostra cultura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Considerando quel contesto cagliaritano, oggi non appare più neanche così strano che non ci sia mai stato un CSOA. La cosa che più gli assomigliava, in senso lato, era quella che per un po&#8217; di tempo diventò la nostra sala prove. <strong>Eravamo riusciti a stabilire un accordo col comitato di quartiere che gestiva a Cagliari una vecchia villa, (Asquer) fatiscente e in rovina, dove già si svolgevano diverse attività</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ma dopo esserci abituati a provare in condizioni assurde (una volta abbiamo anche provato in un box auto con la macchina parcheggiata dentro…) e sempre in posti diversi (perché dopo una prova ci cacciavano… a volte anche durante), villa Asquer con così tanto spazio, nessun limite di orario e nessun vicino che si lamentasse per il volume, ci sembrava una reggia. C’era uno scherzo rituale a cui sottoponevamo tutti i nuovi arrivati. Alla richiesta di dove fosse il bagno, li indirizzavamo alla porta della stanza senza pavimento. Forse era un po&#8217; pericoloso, ma vedere la loro faccia con una mano nella maniglia e un piede nel vuoto era davvero esilarante.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alle nostre prove si incontrava sempre un piccolo gruppo di amici/fans. Qualche volta organizzavamo delle feste portandoci dischi e giradischi da casa e in quelle occasioni la nostra cerchia si allargava.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel frattempo si era anche aggiunta qualche altra band esordiente con cui condividevamo lo spazio. Le nostre prove stavano diventando un punto di riferimento per quelli che erano davvero <strong>i “rejects”, non Cockney, ma cagliaritani</strong>. A qualcuno bastava solo tagliarsi i capelli ma bisognava per forza farsi aiutare. Fino a quando non ne abbiamo procurato una elettrica, la macchinetta a mano era un aggeggio infernale che ti strappava i capelli. Mi ricordo di qualche ragazza che aveva persino azzardato il taglio Chelsea. <strong>Ma anche se non tutti indossavano la “perfetta” divisa skinhead, ne condividevamo la musica ma soprattutto il disagio sociale</strong>: quello che era stato lo spirito originario del movimento prima che si spaccasse in estremizzazioni di matrice politica.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alcuni di noi lavoravano, ma altri non avrebbero potuto permettersi neanche una birra nei presunti locali alternativi, in realtà di tendenza, di Cagliari. Io mi trovavo più a mio agio con queste persone che con la passerella e il circo mediatico di piazza Repubblica. Le uniche due birrerie che allora frequentavamo adesso non esistono più. In una di queste il gestore, che aveva capito i nostri gusti, proiettava i videoclip degli Specials e dei Madness. Night Boat to Cairo aveva anche la pallina che saltava sul testo per cantare in coro a tempo. Nessuno aveva un videoregistratore e le uniche fonti di musica da vedere erano abbastanza mainstream: Videomusic di più, Mister Fantasy un po&#8217; meno.&nbsp;&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>In quel periodo a Cagliari, al di fuori della nostra cerchia, si sapeva ben poco di cosa significasse skinhead, ma allora non era minimamente associato a nazi come successe più tardi</strong>. A questo proposito ricordo un episodio divertente e significativo. Una volta venni fermato a un posto di blocco col mio maggiolino dai Carabinieri. Mi fecero scendere dalla macchina e il militare vedendo la mia testa rasata mi chiese: “…ma è un collega?”. Io stupito risposi: “No. perché?”. E lui: “…vedo che indossa gli stivaletti da lancio!”. Mi aveva preso per un paracadutista! In realtà stava indicando i miei DocMartens rossi a 14 buchi.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Li ordinavo da un negozio di ferramenta di Glasgow dove avevo scoperto che costavano poco perché venivano considerati per quello che erano: scarpe da lavoro di sicurezza. Negli anni 90 poi i DocMartens sono diventati di moda con prezzi esorbitanti e varianti di ogni tipo rispetto agli originari che ormai credo non vengano più neanche prodotti se non nella versione a 8 buchi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In realtà anche nel nostro periodo c’erano già stati dei tentativi di commercializzare la scena. Lo storico Last Resort di Londra, che già vendeva “abbigliamento punk”, si era riciclato e adesso faceva circolare un catalogo tipo postal market dove c’erano, secondo loro, tutti gli abiti “giusti” per vestirsi da skinhead. Come BlueMoon a Berlino, ormai erano diventati delle specie di boutique trendy. Ebbi la netta percezione dell’inizio della fine in un negozio di strumenti musicali. Fra gli effetti per chitarra accanto a uno che si chiamava già “heavy metal” ne era apparso uno nuovo con su scritto: “punk”. Niente più overdrive, distortion o fuzzbox.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em><strong>Se oggi cerchi SS20 e&nbsp; The Claptrap sul web, trovi forum dove venite definiti nazisti, altri dove si dice che eravate apolitici. Quanto c&#8217;è di vero da una parte e dall&#8217;altra? E che peso aveva la politicizzazione in quegli anni nel vostro giro?</strong></em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>1977-87</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nella storia del punk i Sex Pistols sono stati artefici non solo del noto <em>Great Rock’n’Roll Swindle</em> ma anche di un <em>Great Rock’n’Roll “misunderstanding”</em>. La maglietta di Sid Vicious, il brano Bergen was a gas o le fasce nazi che usavano Malcom McLaren e Siouxie dei Banshees, erano ovviamente degli espedienti per scandalizzare la classe politica (allora condotta da Margaret Thatcher) che aveva vissuto la seconda guerra mondiale e che veniva ritenuta responsabile del disastro in cui si trovava l’UK in quel periodo. Appare ancora più evidente quando gli stessi Pistols attribuiscono la condizione di “<em>no future</em>” proprio a quella stessa classe dirigente definita <em>“fascist regime”</em> nel loro brano più famoso God Save The Queen.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tutto questo, che oggi sembra così evidente da rasentare la banalità, in quel periodo in realtà non lo era tanto. Qualcuno aveva equivocato e qualcun altro, approfittando dell’equivoco aveva iniziato a cavalcarlo. <strong>Il brano Nazi Punks Fuck Off che Jello Biafra scrive nell’81, segnala che esisteva già da allora una frangia di questo segno all’interno del movimento punk.</strong>&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">La globalizzazione incombeva e anche il muro di Berlino stava per cadere. In un mondo che si apprestava a diventare sempre più complesso e difficile da interpretare, the Great Rock’n’Roll “misunderstanding” trovava di nuovo un suo spazio con apparenti soluzioni semplici. È quello che oggi viene definito, con un altro neologismo criptato, populismo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Noi non ci siamo mai occupati molto di questo aspetto che all’inizio sembrava un retaggio soprattutto di paesi che, come UK o Germania, culturalmente e storicamente avevano sempre avuto delle inclinazioni nazionaliste. In seguito anche in Italia qualche fanzine comincia a dare spazio a questi aspetti e i giornali riportano qualche azione o manifestazione di gruppi neonazisti di “skinheads”. <strong>La prima volta che i grossi media utilizzano il termine skinhead lo associano subito al neonazismo.</strong> In poco tempo alla fine degli anni 80 ormai skinhead e naziskin vengono considerati da tutti come dei sinonimi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Naturalmente per noi non era così. Pur avendo delle affinità con la cultura skinhead ci eravamo sempre ritenuti dei cani sciolti. Essere adesso addirittura assimilati ai nazi era davvero intollerabile</strong>. Avevamo anche preparato, e fatto circolare su fanzine e giornali, un volantino in cui prendevamo esplicitamente le distanze da tutto questo. Ma servì a ben poco. Riguardando oggi ai fatti di quel periodo, risulta evidente che appiccicarci quella etichetta fosse un modo funzionale che qualcuno ha utilizzato per tentare di tagliarci fuori dalla scena. Un modo per liquidare velocemente e ignorare il riscontro che, nonostante tutto, Claptrap era riuscito a conquistare anche fuori dall’isola.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sarà stato un caso ma proprio in quel periodo un giorno veniamo convocati dai rappresentanti del comitato di quartiere che gestiva villa Asquer. Ci spiegano che non avremo potuto più usufruire dei locali perché erano apparsi dei simboli nazi sui muri della villa e di cui loro ci ritenevano responsabili. A nulla valse tentare di spiegare che non potevamo esserne noi gli artefici visto che questa cosa avrebbe danneggiato noi ancora più che loro. E così dovemmo lasciare la nostra sala prove/rudere che poi, nemesi volle, venne requisita dal comune e rimase chiusa per almeno 10 anni prima di essere restaurata e riaperta.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non so esattamente cosa iniziò a circolare sul nostro conto da allora in poi. Avevo altro di cui occuparmi e avevo smesso di leggere le fanzine che si erano ormai trasformate in mezzi di propaganda politica. Ma immagino siano state scritte e dette un sacco di sciocchezze, visto che anche dopo 40 anni continuano ad avere un peso le chiacchiere fra sedie vuote a discapito di fatti concreti facilmente verificabili superando la crosticina del gossip. Complice è stata poi, anche la rete dove non solo chiunque può pubblicare qualunque cosa, ma qualunque capacità anche minima di analisi è annullata dall’addiction dopaminergica del “like”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per esempio, vent’anni dopo nel 2000, ho trovato per caso su <a href="https://www.discogs.com/it/artist/2321377-The-Claptrap"><strong><span style="text-decoration: underline;">Discogs</span></strong></a>, una delle tante piattaforme on line di compravendita di vinile, la foto di una sedicente intervista, in un disarmante inglese maccheronico, che sarebbe stata fatta al nostro gruppo da una fanzine non meglio identificata. <strong>Non bisogna essere Sherlock Holmes per capire che è un falso grossolano in cui una serie di domande idiote sono scritte in funzione di una serie di risposte altrettanto idiote</strong>. Ma probabilmente il pubblico a cui questo falso faceva riferimento era altrettanto grossolano come il suo autore.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche la pubblicazione del bootleg è misteriosa. Non abbiamo mai scoperto se la produzione fosse finalizzata alla realizzazione di un piccolo business da parte di qualche fan o se fosse un tentativo di strumentalizzare il lavoro del nostro gruppo in un ambito naziskin. Ma mi sembra davvero difficile pensare che si possa distribuire in un ambiente del genere un disco in cui campeggia una tripla striscia checkerboard TwoTones e che nei ringraziamenti cita Desmond Dekker, Simaryp, Clancy Eccles, Laurel Aitken, Baba Brooks e Smith Slim: cioè il gotha della Trojan Records. Tutto questo solo guardando il disco, perché poi ascoltando i brani e leggendo i testi è impossibile avere ancora dei dubbi.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em><strong>Dopo il disco, i tour e le varie esperienze live, come termina il progetto Claptrap?</strong></em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>1987-89</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Non so in che misura, ma non avere più il nostro punto di riferimento a villa Asquer ha contribuito in qualche modo a far perdere di vista il nostro gruppo di amici/fans e le occasioni di incontrarci diradavano. Nel frattempo alcuni di loro erano stati costretti ad emigrare all’estero per trovare un lavoro: degli altri non ho saputo più niente. Inoltre nessuno di noi era mai stato un appassionato di calcio quindi era escluso che potessimo incontrarci allo stadio. In poco tempo la nostra vecchia cerchia si era praticamente dissolta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Intanto con Claptrap ci sono un altro paio di cambi di line-up, proviamo a reinserire un cantante ma non funziona. Decidiamo allora di tornare al power trio ma comunque ci mancava un batterista. Un giorno mi chiama Alberto Sanna che aveva anche lui problemi di organico col suo gruppo: è stato così che gli proposi di venire a suonare la batteria con noi. Sapevo che era stato lo strumento con cui aveva iniziato. All’interno di un ex complesso industriale fuori mano, eravamo riusciti a trovare e ad allestire, quasi come uno studio, una nuova sala prove: ci eravamo riproposti di riarrangiare tutto il repertorio. Lavoravamo molto in quel periodo, trascorrevamo intere giornate a provare, arrangiare e registrare con sessioni interminabili.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ogni tanto ci arrivava voce, o apparivano notizie sui giornali sardi, di qualche azione di nuove formazioni di sedicenti gruppi skinheads che non sapevamo chi fossero, ma che da allora però, per diversi anni, sono sempre stati di matrice nazi.</strong> A causa di questo ci capitava, nostro malgrado, di ricevere periodicamente la visita degli investigatori della Digos per i quali, come ormai per tutti, non c’era alcuna differenza fra skinhead e naziskin: non realizzavano che si trattava di periodi diversi e di persone diverse. Una volta avevamo persino subito un patetico “attacco al palco” da parte di uno di questi gruppi durante uno dei nostri concerti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Tutto questo ha contribuito a farci allontanare dalla scena skinhead: nessuno di noi aveva più voglia di dover dare continuamente spiegazioni</strong>. E comunque la matrice originaria del movimento era stata completamente cancellata da questi nuovi gruppi a favore di una totale strumentalizzazione politica.&nbsp; Più avanti, verso la fine degli anni 90, si è formata anche in Italia una fazione SHARP. <strong>In Sardegna invece, ho scoperto su Facebook, che nel 2015 si è costituita una community di skinheads che si dichiara antifascista e antirazzista.</strong> Ma erano vicende che ormai non ci interessavano più da tempo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Eravamo concentrati sulla nostra musica. Il sound di Claptrap si era spostato sull’hardcore americano: oltre a me, ora cantavano anche Alberto e Raffaele per formare dei cori ispirati alla matrice dei canadesi D.O.A. Un’altra operazione di quell’ultimo periodo era stata di riarrangiare e stravolgere una selezione di classici del rock’n’roll. Raddoppiavamo o addirittura triplicavamo i BPM della versione originale, trasformandola in fast/hardcore. Era una modalità simile a quella con cui i gruppi Trojan usavano riarrangiare in versione ska brani di altri generi musicali. Con questa formazione abbiamo suonato in molti locali, che adesso finalmente avevano quasi tutti una programmazione di musica live, e partecipato a diverse rassegne e festival musicali ormai diffusi in Sardegna, come RockArea o IsolaRock. <strong>Grazie agli ultimi pochi contatti “sani” che avevamo conservato, eravamo riusciti a suonare anche fuori dall’isola</strong>.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quel momento, finalmente con una band rodata e affidabile, che avrebbe dovuto essere un nuovo punto di partenza, in realtà poi segnò la fine di Claptrap. Alberto e Raffaele si fecero coinvolgere in uno di quei gruppi che venivano affiliati alle etichette solo per sostenere il gruppo di testa a entrare nel mainstream per poi essere dimenticati. Per me invece, tutto sommato, ripercorrere la strada del R’n’R era un sentiero che avevo già attraversato molti anni prima tornando indietro sino al blues. Quello che mi attirava di più in quel momento era invece approfondire la direzione ska/reggae e rocksteadybeat: allargare l’organico per poter costruire degli arrangiamenti più articolati, aggiungere voci, keyboards ma soprattutto una sezione di fiati. Un desiderio che sono riuscito poi a realizzare con i miei gruppi successivi… <strong>ma questa è un&#8217;altra storia.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Articolo a cura di Roberto Lai</p>



<p class="wp-block-paragraph">Foto live dei Claptrap e copertine dei dischi gentilmente concesse dall&#8217;archivio di Marco Rocca</p>



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<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Isolati: la scena Skinhead in Sardegna &#8211; parte 1</title>
		<link>https://radiopunk.it/skinhead-in-sardegna-parte-1/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Miss-I]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Feb 2022 11:54:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Prima parte dello speciale sulla scena skinhead in Sardegna dagli anni &#8217;80 alla metà degli anni &#8217;10 È il 1985. La C.A.S. Records, storica etichetta dei Nabat, dà alle stampe la compilation “Quelli che urlano ancora&#8230;”. Nella tracklist dell&#8217;LP, che negli anni diverrà un vero e proprio pezzo di culto per i kids di tutta &#8230;</p>
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<h2 class="wp-block-heading" id="prima-parte-dello-speciale-sulla-scena-skinhead-in-sardegna-dagli-anni-80-alla-meta-degli-anni-10">Prima parte dello speciale sulla scena skinhead in Sardegna dagli anni &#8217;80 alla metà degli anni &#8217;10</h2>



<p class="wp-block-paragraph">È il 1985. La <strong>C.A.S. Records</strong>, storica etichetta dei <strong>Nabat</strong>, dà alle stampe la compilation <strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.youtube.com/watch?v=dR3_N3UYTcw" target="_blank" rel="noreferrer noopener sponsored nofollow">“Quelli che urlano ancora&#8230;”</a></span></strong>. Nella tracklist dell&#8217;LP, che negli anni diverrà un vero e proprio pezzo di culto per i kids di tutta italia, compare un nome, <strong>SS20</strong>. Per la prima volta su un disco, la bandiera coi 4 mori viene messa sulla mappa nella scena Skinhead.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per scoprire cosa e chi erano gli SS20 però, dobbiamo tornare indietro di qualche anno, nella Cagliari di fine anni 70.</p>



<h3 class="wp-block-heading" id="anni-80-dagli-ss20-ai-claptrap">Anni 80 – Dagli SS20 ai Claptrap</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Internet non era nemmeno un lontano miraggio, riviste come <strong>Rockerilla</strong> o <strong>Mucchio Selvaggio</strong> erano solo in procinto di nascere, e per la loro diffusione di massa ci vorrà ancora qualche anno.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per poter sentire nuova musica, diversa dal mainstream delle radio, si era costretti a viaggiare, o ad ordinare alla cieca dischi per posta, da cataloghi che venivano scambiati tra giovani. Non esistevano voli low cost ne lo streaming. Tutto quello che si riusciva a recuperare, si rigettava su cassette che diventavano subito dei piccoli tesori.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“se dovessi indicare uno strumento fondamentale di quel periodo sarebbe sicuramente la fotocopiatrice. Le fanzine ci davano la possibilità di scoprire ed approfondire tante altre realtà ignorate dai grossi media ma, soprattutto, riportavano su uno stesso piano di comunicazione diretta chi suonava e chi ascoltava. “</em> Marco Rocca (Claptrap)</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se l&#8217;Italia in quegli anni fatica a recepire il nuovo sound del punk che arriva come una sberla dalla Gran Bretagna, la Sardegna viaggia a velocità ancora inferiore. Il risultato fu che quando la cultura punk iniziò a diffondersi nell&#8217;isola nei primi anni 80, in UK la prima ondata era già bella che finita. I giovani punk Sardi si ritrovarono a fare un percorso a ritroso, per riscoprire quelle che erano le radici del movimento, l&#8217;estetica e la cultura. Tutto è da riscoprire, tutto è ancora da creare.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“Qualcuno tornato da New York ci aveva raccontato dei live di Ramones e Television in un piccolo locale nato per il country e diventato invece tempio del punk. Era il leggendario CBGB, ma allora non lo sapevamo. (&#8230;) e poi i Minor Threat, promotori dell’etica DIY e straight edge: sono state le loro teste rasate che ci hanno ricollegato al movimento Oi!/skinhead di matrice britannica che avevamo già scoperto con le fanzine e i dischi. 4 Skins, Cockney Rejects, Cock Sparrer, Partisans, Infa Riot, Business e tanti altri.”</em> Marco Rocca&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da questa riscoperta nascono intorno all&#8217;82 gli SS20. Il nome rappresentava la classificazione USA/NATO con cui venivano denominati gli RSD10, ovvero i missili balistici sovietici puntati contro il blocco occidentale. In una Cagliari fatta di balli di gruppo e liscio, gli spazi per suonare si trovano a stento. Mentre il Virus di Milano da l&#8217;avvio alla stagione di occupazioni che avrebbero interessato buona parte della scena punk italiana, a Cagliari si tentano le imbucate negli ambienti più disparati: <strong>dalle assemblee studentesche, alle pre-serate in discoteca, fino ad arrivare ai saloni parrocchiali di qualche chiesa</strong>. Nonostante ciò, e nonostante una formazione con continui cambi, gli SS20 riescono a costruirsi un nome nell&#8217;ambiente musicale alternativo dell&#8217;isola, fino a conquistare in qualche modo anche lo stivale, arrivando a suonare (con un giovanissimo <strong>Joe Perrino</strong> alla voce) al ben noto <strong>raduno OI! di Certaldo del 1983</strong>.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="360" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2022/01/ss20.jpg" alt="" class="wp-image-18816" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2022/01/ss20.jpg 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2022/01/ss20-300x180.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption>SS 20 </figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“Le nostre prove stavano diventando un punto di riferimento per quelli che erano davvero i “rejects”, non Cockney, ma cagliaritani. A qualcuno bastava solo tagliarsi i capelli ma bisognava per forza farsi aiutare. Fino a quando non ne abbiamo procurato una elettrica, la macchinetta a mano era un aggeggio infernale che ti strappava i capelli. Mi ricordo di qualche ragazza che aveva persino azzardato il taglio </em><em>Chelsea.</em><em> Ma anche se non tutti indossavano la “perfetta” divisa skinhead, ne condividevamo la musica ma soprattutto il disagio sociale: quello che era stato lo spirito originario del movimento prima che si spaccasse in estremizzazioni di matrice politica.” </em>Marco Rocca</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Casteddu (Cagliari) dei primi anni ottanta cominciava con molte difficoltà ad assorbire quello che era il nuovo spirito derivante dalle sottoculuture nord-europee. <strong>Piazza Repubblica</strong> rappresenta il primo approdo per quei giovani che non si ricono nelle masse e che necessitano di un punto di ritrovo tutto loro. La diffusione delle fanzine è ormai capillare nel “giro”, i contatti si fanno più stretti, nascono alcuni locali di musica live nell&#8217;isola e iniziano a diffondersi le prime rassegne per band dai generi più disparati.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo frangente arriva il contatto con Steno. La partecipazione a una compilation come “Quelli che urlano ancora&#8230;” è un&#8217;occasione per confrontarsi e per allargare la cerchia dei contatti. Nonostante gli SS20 già al tempo cantassero esclusivamente in inglese, decidono di rielaborare il testo della loro <strong>“Take one decision”</strong> e proporne una versione in italiano, per potersi rivolgere in maniera più diretta ai kids dello stivale. <strong>“Non staremo più a sentire”</strong> è l&#8217;unica testimonianza in studio che gli SS20 producono, oltre una demo registrata in saletta divenuta ormai introvabile. Quella partecipazione segna anche l&#8217;ultimo atto della band come SS20. Con l&#8217;ennesimo cambio di formazione, e la rielaborazione del sound della band, si decide di dare una svolta al gruppo e di rinominarlo <strong>“The Claptrap”</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



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<iframe loading="lazy" title="Ss20 - &quot;Non staremo piu&amp;apos; a sentire&quot;" width="1220" height="915" src="https://www.youtube.com/embed/KS1MnxMZlKU?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“Claptrap era portavoce di una classe senza voce che, come noi, viveva le stesse situazioni in ogni parte del mondo. Per questo motivo i testi erano in inglese: una lingua internazionale per problemi internazionali&#8230; Ricordo le lunghe discussioni teoriche a fine concerto sull’indipendentismo con Renzo Saporito, che più tardi nel 1989 fondò i Kenze Neke. Lui sosteneva l’idea di una solidarietà fra le minoranze in lotta per l’indipendenza. Secondo me invece i problemi erano a monte ed era quindi in un contesto più ampio che andava cercata la solidarietà.”</em> Marco Rocca.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con i The Claptrap il sound muta. Oltre al punk e all&#8217;OI!, entrano le influenze HC di matrice americana, e il sound ska/rocksteady delle origini skinheads. Parlare di una scena punk in Sardegna è ancora prematuro, e il confronto rimane quello dei palchi di rock misto isolani. In questo quadro, lo sviluppo dell&#8217;autoproduzione e le tante etichette indipendenti che nascono in quegli anni riusciranno a creare una rete di contatti che permetteranno alla band di allargare gli orizzonti al di fuori dell&#8217;isola.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sulla scia di questi sviluppi, il gruppo decide che i tempi sono maturi per fare il salto di qualità e produrre un album. Scottati dalla cattiva esperienza di studio in Sardegna, e con una formazione traballante, i Claptrap partono a Roma e registrano quello che sarà classificato come il primo LP autoprodotto in Sardegna, <strong>“This is the italian sound”</strong>. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="1020" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2022/01/04-claptrap-_album_back-1986-1024x1020.jpg" alt="" class="wp-image-18818" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2022/01/04-claptrap-_album_back-1986-1024x1020.jpg 1024w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2022/01/04-claptrap-_album_back-1986-300x300.jpg 300w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2022/01/04-claptrap-_album_back-1986-150x150.jpg 150w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2022/01/04-claptrap-_album_back-1986-768x765.jpg 768w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2022/01/04-claptrap-_album_back-1986-1536x1531.jpg 1536w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2022/01/04-claptrap-_album_back-1986-2048x2041.jpg 2048w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2022/01/04-claptrap-_album_back-1986-600x598.jpg 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2022/01/04-claptrap-_album_back-1986-100x100.jpg 100w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Retro di &#8220;This is the Italian Sound&#8221;</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">In pieno stile DIY viene creato il marchio <strong>“Crossed Hammers”</strong> per la produzione del disco, mentre la distribuzione in Italia viene affidata alla <strong>Toast Records</strong> di Torino.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“Non so più quante lettere sono state spedite ovunque a tantissime etichette che magari nel frattempo erano sparite o avevano cambiato indirizzo. Ogni giorno avevo il terrore di trovare nella cassetta della posta la busta con il timbro che raffigurava una mano che indica, e la scritta “back to sender”. Con altre invece siamo riusciti a stabilire dei contatti e alcune di queste sono poi anche diventate importanti case di produzione o distribuzione come WeBiteRecords e Rock_o_Rama in Germania, Roadrunner in Olanda, Oi!/SkaRecords in UK, Mordam Records e Dischord ma soprattutto Alternative Tentacles in USA. Ricordo ancora la lettera autografa di apprezzamento del nostro disco di Jello Biafra in persona che, oltre a inviarmi l’elenco di tutti i distributori a cui loro si appoggiavano in USA e in Canada, mi spedì anche, per ricambiare il mio invio, delle magliette di Dead Kennedys e di Alternative Tentacles che conservo ancora come delle reliquie.”</em> Marco Rocca</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli anni a seguire per i Claptrap e per quel piccolo nucleo di Skins Sardi si alternarono fra gioie e dolori. Se da una parte l&#8217;uscita del disco permette alla band di intraprendere <strong>un tour che attraversa il nord Italia, segnando tappe poi in Svizzera, Germania e Olanda</strong>, dall&#8217;altra l&#8217;ambiguità all&#8217;interno del movimento skinheads e il tamtam mediatico sul fenomeno dei &#8220;nazi-skins&#8221; creano spaccature anche all&#8217;interno degli ambienti isolani. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Già dai primi anni le provocazioni della band avevano attirato critiche e illazioni, e che a Cagliari e in Sardegna ci fossero skins con forti tendenze a destra non era un mistero. Ma se a inizio anni 80 la parola skinhead rimaneva sconosciuta ai più nell&#8217;isola, e avere la testa rasata e i Dr. Martens potevano far pensare all&#8217;appartenzenza a un corpo dell&#8217;arma più che ad una subcultura giovanile, qualche anno più tardi erano le stesse fanzine a puntare il dito contro la minaccia nazi-skin e gli “apolitici”. Alcuni contatti si perdono, la band viene cacciata dalla sala prove autogestita in cui suonava da anni. Ad oggi sono ancora diffuse le voci che vedrebbero il percorso SS20/Claptrap come quello di una realtà di estrema destra.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“Pur avendo delle affinità con la cultura skinhead ci eravamo sempre ritenuti dei cani sciolti. Essere adesso addirittura assimilati ai nazi era davvero intollerabile. Avevamo anche preparato, e fatto circolare su fanzine e giornali, un volantino in cui prendevamo esplicitamente le distanze da tutto questo. Ma servì a ben poco. (&#8230;) vent’anni dopo nel 2000, ho trovato per caso su Discogs, la foto di una sedicente intervista, in un disarmante inglese maccheronico, che sarebbe stata fatta al nostro gruppo da una fanzine non meglio identificata. Non bisogna essere Sherlock Holmes per capire che è un falso grossolano in cui una serie di domande idiote sono scritte in funzione di una serie di risposte altrettanto idiote.”</em> Marco Rocca</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Tutto ciò porta inesorabilmente la band ad un drastico allontanamento dalla scena</strong>, e a intraprendere un percorso individuale che darà comunque buoni frutti. “This is the italian sound” riscuote un buon successo. Diverse riviste di settore scrivono recensioni entusiaste, la band inizia una fitta attività live che si protrarrà fino alla fine degli anni 80. Tuttavia nel 1989 qualcosa si rompe. Due dei tre elementi lasciano il gruppo che si scioglie e si disperde. <strong>È la fine della prima e unica band skinhead isolana degli anni &#8217;80</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.youtube.com/watch?v=fZak4akf5e0" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><span style="text-decoration: underline;">Qui potete vedere i Claptrap dal vivo</span></strong></a></p>



<h3 class="wp-block-heading" id="anni-90-la-scena">Anni 90 – La scena</h3>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“Io ho avuto il culo di avere dei fratelli più grandi. Loro suonavano garage-revivol, quindi in mezzo alla musica mi ci son trovato sin da piccolino. Poi a 11 anni ho visto il film dei Sex Pistols e non ci ho capito più un cazzo. Ho iniziato ad ascoltare punk, ero molto influenzato dai Ramones, il mio stile era quello li, con tanto di caschetto e maglietta a righe. Con la mia prima band, i Nitro Somones, facevamo cover dei Cockney Rejects o dei Stiff little fingers. Non vedevo una reale differenza tra punk e Oi!. Poi succede che muore Tiziano Ansaldi. I Nabat organizzano un concerto di reunion assieme a Klasse Kriminale e Ghetto 84. Io e altri 2 amici decidiamo di imbarcarci per Bologna ed andarci. Da quel concerto sono rimasto fulminato. Ho visto una scena che era ciò che per me il punk rappresentava totalmente. Perciò al ritorno ho fatto contento il mio barbiere, e ho rasato via il caschetto.” </em>Alessandro Rizzu (Non Idonei)</p>



<p class="wp-block-paragraph">La spaccatura di matrice politica che ha travolto il movimento Skinhead un pò ovunque, lasciò in Sardegna terra bruciata. Tanti furono coloro che si allontanarono definitivamente dalla cultura, talvolta rinnegando il percorso stesso compiuto tra quelle file. Tra la fine degli anni 80 e inizi 90, in particolar modo a Cagliari, le file degli Skins isolani erano occupate quasi totalmente da elementi di destra, grazie anche all&#8217;avvicinamento al mondo dello stadio con l&#8217;ormai disciolto gruppo ultras <strong>Bunker Skins</strong>.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="960" height="651" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2022/01/cricca_cagliari-1.jpg" alt="" class="wp-image-18821" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2022/01/cricca_cagliari-1.jpg 960w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2022/01/cricca_cagliari-1-300x203.jpg 300w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2022/01/cricca_cagliari-1-768x521.jpg 768w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2022/01/cricca_cagliari-1-220x150.jpg 220w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2022/01/cricca_cagliari-1-600x407.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 960px) 100vw, 960px" /><figcaption>Skins e punx a Cagliari &#8211; anni &#8217;90</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Le nuove generazioni di punk che rivolgevano lo sguardo all&#8217;OI!, si ritrovavano a dover sbrogliare una matassa di incomprensioni e confusioni in tempi in cui ancora la fruibilità dei mezzi di comunicazione era lontana anni luce dallo stile d&#8217;oggi giorno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per semplificare, tanti skins si erano fatti da parte, altri avevano preso strade del cazzo. In due parole: mancava continuità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>Io mi sono trasferito a Cagliari nel 90 per studiare, e da lì ho iniziato a suonare prima grindcore e poi death metal. A quel tempo piazza repubblica era divisa in due semi piazze, una dei metallari, l&#8217;altra dei punk. Io facevo sponda da una parte all&#8217;altra, così ho conosciuto un po&#8217; di gente del giro. Poi, uscito dagli Hell church, mi trovai in saletta con un po&#8217; di amici che stavano mettendo su un nuovo gruppo, e mi chiesero di suonare la chitarra. Fu così che mi accostai al mondo skin/punk, e che formammo i Non idonei.</em>” Fabrizio Tedde (Ciurma Skins/Antiruggine/Generacion Rebelde/New Blood)</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo contesto, se da una parte le nuove leve si ritrovavano orfane di riferimenti isolani concreti e di strutture già ben rodate, dall&#8217;altra c&#8217;era ampio spazio per costruire una scena tutta nuova, libera da paternalismi o gabbie ideologiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“C&#8217;erano persone di una certa età che magari ascoltavano punk, ma nell&#8217;abbigliamento erano normalissime. Era difficile capire le differenze tra oi! e il resto. A volte poteva essere un articolo di qualche rivista, a volte una canzone, vedevi delle foto e piano piano capivi, ti prendevi gli anfibi e via dicendo. In ogni caso è stato un passaggio abbastanza graduale, mischiavamo molto.”</em> Daniele Diana (Ciurma Skins/New Blood)</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dal tumulto musicale isolano di quegli anni, in ambito skinhead, nascono nel 1994 a Cagliari i <strong>Non idonei</strong>, e nemmeno un anno dopo a Sassari si formano gli <strong>Adunata</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Isolamento, marginalità e abbandono a se stessi sono i temi che emergono in maniera più netta dai testi dei ragazzi sardi. Pezzi come <strong>“Stessi volti”</strong> o <strong>“Figli di nessuno”</strong> raccontano una quotidianità fatta di monotonia e soprusi, affrontata però a muso duro, senza nessuna resa.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2022/01/Split_nonidonei_adunata-1-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-18823" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2022/01/Split_nonidonei_adunata-1-1024x768.jpg 1024w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2022/01/Split_nonidonei_adunata-1-300x225.jpg 300w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2022/01/Split_nonidonei_adunata-1-768x576.jpg 768w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2022/01/Split_nonidonei_adunata-1-1536x1152.jpg 1536w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2022/01/Split_nonidonei_adunata-1-600x450.jpg 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2022/01/Split_nonidonei_adunata-1.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Split 1999 7&#8243; tra Non Idonei e Adunata</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La neonata asse Casteddu/Tàttari (Cagliari/Sassari), dal 95 in poi sarà il nucleo vivo di un&#8217;intera esperienza punk che animerà la Sardegna fino alla fine degli anni 10 del 2000</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&#8220;<em>Abbiamo iniziato col black metal. Suoni durissimi e capelli lunghi quasi fino al culo. Io al tempo già facevo le stagioni in zona di Arzachena. Quando tornai dalla stagione chiamai Mauro, il nostro chitarrista, per organizzarci e andare in saletta. Arrivato in sala prove trovai Daniele rasato. Mi disse che con due suoi amici, coi quali poi fondò gli Adunata, quell&#8217;estate avevano scoperto la SHARP</em>&#8221; Tonino Piras (Roll Call)</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante qualche precedente, il punk in Sardegna non era mai realmente riuscito ad attecchire nel circuito musicale isolano. Anfibi e testa rasata erano un ulteriore ostacolo. Salette, locali, contatti. Era tutto da inventare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se a Cagliari esistevano già locali come il <em>&#8220;Tempio dei faraoni&#8221;</em> o il <em>&#8220;Jazzino&#8221;</em> che davano la possibilità a tutti i giovani musicisti di suonare o organizzare concerti, Sassari viveva una realtà più provinciale.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>&#8220;Si suonava nei bar e nei circoli. Il problema è che su 30 persone magari 20 erano tagliagole, la peggio feccia della città. Quando ti vedevano con gli strumenti ti chiedevano se potevi suonare folk sassarese. Era molto facile che partisse &#8220;l&#8217;effetto skinhead&#8221; e che tutto finisse in caos&#8221; </em>Tonino Piras</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il pregiudizio verso il movimento skinhead inoltre era una vera e propria croce da trascinare in ogni situazione quotidiana</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>&#8220;Quando abbiamo fondato la SHARP Sardegna eravamo pochissimi. Tutto è nato da un mio amico che viveva a Perugia. Frequentava gli ambienti dell&#8217;ex Cim: Five boots e tutta quella gente lì. Io avevo iniziato a partire spesso per concerti, e vedendo quel mondo avevo pensato di portare anche in Sardegna l&#8217;esperienza della SHARP. Solo che eravamo davvero pochi, e chi per lavoro, chi per studio, eravamo spesso ognuno per i fatti suoi. A volte mi capitava di uscire da solo con la mia ragazza e venire comunque inquadrato. Più volte ho rischiato di farmi ammazzare in giro&#8221;</em> Alessandro Rizzu</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nonostante ciò, i kids isolani iniziano a macinare contatti e ad organizzare concerti, prevalentemente tra Sassari e Cagliari. Corrispondenza postale, Schede per le cabine telefoniche, collette: ancora una volta grazie allo spirito DIY di quegli anni, la Sardegna inizia a diventare meta per band OI!, HC e punk dall&#8217;italia e dall&#8217;Europa. Dall&#8217;esperienza di quegli anni verrà fuori un iconico <strong>7 pollici, split Adunata/Non idonei del 1999</strong>, edito da un tentativo di etichetta che avrà vita breve<strong> &#8220;Krikk&#8217;e Kasteddu records&#8221;</strong>. Questo Ep segnerà però la fine della band di Cagliari.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La fine degli anni 90 e l&#8217;inizio degli anni 2000 segna una svolta positiva all&#8217;interno della comunità punk/skin. Negli anni si è costruita una rete di contatti e conoscenze ormai consolidati, gli spazi per i concerti si allargano, come il numero degli appassionati al genere. Nascono nuove band: nel 1998 si formano i <strong>Generacion Rebelde</strong> a Cagliari, e l&#8217;anno successivo a Carbonia un gruppo di skins locali dà vita agli <strong>Antiruggine</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sarà però Sassari all&#8217;alba del nuovo millennio a conoscere una nuova vivacità della propria scena. Skins, mods e rude boys della costa nord Sardegna, da 3-4 elementi iniziale,&nbsp; arriveranno a contarsi a decine, figli di una scena nata dal nulla in una città che in quegli anni <em>“sembrava un film di guerra”</em>. Diverse saranno le band che andranno a formarsi e sciogliersi in quell&#8217;ambiente.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“Tutti suonavamo con tutti, si trovava sempre qualcuno pronto a prendere in mano il basso o la chitarra al posto di un altro</em>” Tonino Piras</p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;allargamento della scena comporterà anche le prime esperienze oltremare per le band Sarde. Genova, Bologna, Reggio Emilia, Roma. I contatti presi durante i concerti&nbsp; nelle città italiane, gli skins sardi emigrati e lo scambio di date, sono i nodi che permetteranno alla scena sarda di creare un interscambio continuo con band, crew e etichette dello stivale.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono anche anni di produzioni importanti. Dopo una prima demo nel 1999, esce nel 2001 il primo album dei Generation Rebelde <strong>“<a href="https://www.youtube.com/watch?v=shXxTUH26lg" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><span style="text-decoration: underline;">Condannati</span></a>”</strong>, seguito due anni dopo da uno split CD edito dalla <strong>KOB records</strong> con i <strong>Vampires</strong>. Sempre nel 2003 gli Antiruggine presentano la loro demo <strong><a href="https://www.youtube.com/watch?v=f11fSyzNVAk" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><span style="text-decoration: underline;">“Ci siamo anche n&#8217;OI!”</span></a></strong>, ripresa in parte nello split uscito l&#8217;anno successivo assieme agli Adunata, prodotto dalla<strong> Anfibio records</strong>. <strong>Questo lavoro, “Da costa a costa” rappresenta uno dei dischi di culto per la scena dell&#8217;epoca.</strong></p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Adunata - I Ragazzi In Scarponi" width="1220" height="915" src="https://www.youtube.com/embed/mewsJIHjqFQ?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Ancora, sempre dalla crew Sassarese esce online nel 2003 la demo <strong><a href="https://www.youtube.com/playlist?list=PLwXdRWVlvkW-okWK4YpsqA1GWG_44A2Lf" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><span style="text-decoration: underline;">“Isolati”</span></a></strong> dei 4 moors, una fotografia micidiale sulle teste della costa nord sarda. Nel 2002 invece entrano nella scena i <strong>Sezione ribalta</strong>, prima band del genere a cantare integralmente in limba sarda, e che daranno alle stampe la loro prima demo <span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.youtube.com/watch?v=6HwNQvnk-dU" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>“Di po di”</strong></a></span> (giorno per giorno) nel 2005.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sono anni di spontaneità, di concerti tra amici, sbronze e risse. La sigla <strong>RASH Sardegna</strong> inizia a comparire sulle autoproduzioni, nei concerti e in alcuni cortei.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Anche se il numero di teste rasate rimane limitato, l&#8217;ambiente è largo e vivo:</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“Non eravamo tanti, ma i concerti erano frequentati. La gente veniva a vederci anche se non sapeva niente di OI!, e così facevamo noi agli altri concerti. Oggi se organizzi un concerto HC, ci ritrovi solo quelli che ascoltano hard core, e anche di quel determinato tipo.”</em> Fabrizio Tedde&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="300" height="419" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2022/01/Raduno-OI-3.jpg" alt="" class="wp-image-18832" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2022/01/Raduno-OI-3.jpg 300w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2022/01/Raduno-OI-3-215x300.jpg 215w" sizes="auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px" /><figcaption>Concerto del 2003 tra diverse band oi! sarde</figcaption></figure>



<h3 class="wp-block-heading" id="2005-06-la-seconda-fase">2005-06 – La seconda fase</h3>



<p class="wp-block-paragraph">La nuova fiammata internazionale del punk e dei suoi sottogeneri degli anni 2000, causata in parte anche dall&#8217;ingresso nel mainstream del tanto odiato “pop punk”, porta una nuova generazione di giovanissimi ad avvicinarsi allo street punk in maniera totalmente autonoma. Se da una parte in Sardegna la scena anni 90 compiva ampi passi verso il consolidamento di una esperienza più che positiva, dalla disgregazione geografica della Sardegna, nascono tante piccole realtà, in alcuni casi relegate a paesini piccolissimi, che però riescono a produrre materiale ed entrare in contatto con band della vecchia guardia.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“Eravamo fan dei lagwagon e dei pennywise. Gli skinhead da ragazzini li associavamo al classico nazi rasato a pelle. Ivo invece era un bootboy più all&#8217;inglese, coi capelli all&#8217;indietro e uno stile un po&#8217; più particolare. È lui che ci ha introdotto a quel mondo” </em>Fabrizio Pilloni (Sezione Ribalta)</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nei paesini più dispersi e isolati nascono piccole bande di punk, in cui si conta la presenza di alcuni skins o comunque appassionati di OI!, che anche grazie all&#8217;avvento del digitale, riusciranno a lasciare testimonianza delle loro prime esperienze.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra i lavori più iconici di quegli anni, sicuramente da citare <strong>“Radio Sardigna”</strong> dei <strong><a href="https://www.youtube.com/watch?v=PkeGCQBjyaU" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><span style="text-decoration: underline;">Keret Korria</span></a></strong>. Band Siniscolese non proprio della nuova scuola, capitanata dallo storico boot boy Skakallo, che agli inizi del 2000 rilascerà il loro primo e unico album dalle forti influenze clashane.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A Cagliari, nascono invece i <strong>Controllo a Distanza</strong>, band street punk tiratissima che produce nel 2006 il loro primo lavoro in studio <strong>“Il disagio non è un reato”</strong>.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Controllo a distanza - Il disagio non è un reato" width="1220" height="915" src="https://www.youtube.com/embed/wxVqpRMVYT0?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Nella provincia Oristanese si formano i <strong><a href="https://www.youtube.com/watch?v=18ngktvmIgM" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><span style="text-decoration: underline;">Rebels actions</span></a></strong>, che producono la loro prima demo nel 2007 <strong>“Politicante”</strong> e i C4, che escono nel 2009 con la prima demo, ripresa in seguito nell&#8217;album <strong><a href="https://www.youtube.com/watch?v=vsRgQIPISnY&amp;t=87s" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><span style="text-decoration: underline;">“Congestione mentale”</span></a></strong>.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nasceranno inoltre realtà rimaste più nell&#8217;ombra o durate molto poco, come i <strong><a href="https://www.youtube.com/watch?v=2zXWE_4TmGI" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><span style="text-decoration: underline;">Combat boots</span></a></strong> della Maddalena, o i <strong><a href="https://www.youtube.com/watch?v=eDgRqmJbdXU" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><span style="text-decoration: underline;">Disagio urbano</span></a></strong> di Oristano.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>A fare da traino rimane comunque la già citata asse Casteddu-Tàttari</strong>, realtà ormai rodata e simbolo di questa controcultura nell&#8217;isola. Accanto ad essa, cresce il fermento in un nuovo centro, San sperate, dove i già citati Sezione Ribalta e l&#8217;etichetta <strong>Kattive Maniere records</strong>, riusciranno a costruire un vero e proprio polo attivo per la scena punk Sarda.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“Nel 2001 conosco i Bad manners ed esco di testa. Comincio a scrivere KattiveManiere dappertutto con la K, ero ragazzino, ero punk. Avevo già il catalogo Vacation House di Rudy Medea da cui ordinavamo i Cd con gli amici, e poi entrai in contatto con Carlo della Brutus records. Così iniziai a farmi un catalogo tutto mio e a creare la distro KM”</em> Fabrizio Pilloni</p>



<p class="wp-block-paragraph">In quegli anni apre inoltre a Selargius, nell&#8217;hinterland cagliaritano, un nuovo locale di musica live, il <strong>Titty Twister</strong>. Un luogo che avrà un ruolo cardine per l&#8217;underground sardo, e che sarà la principale casa delle sottoculture punk e HC isolane.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="480" height="324" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2022/01/SzRibalta_live_TittyTwister-4.jpg" alt="" class="wp-image-18828" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2022/01/SzRibalta_live_TittyTwister-4.jpg 480w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2022/01/SzRibalta_live_TittyTwister-4-300x203.jpg 300w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2022/01/SzRibalta_live_TittyTwister-4-220x150.jpg 220w" sizes="auto, (max-width: 480px) 100vw, 480px" /><figcaption>Concerto metà anni 2000 al Titty Twister di Selargius (CA)</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Proprio al Titty twister, nel 2007 i Sz. Ribalta presenteranno il loro primo album in studio, <strong><a href="https://www.youtube.com/watch?v=wJwNttMagGc" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><span style="text-decoration: underline;">“Fai su ki deppis fai”</span></a></strong> (fai ciò che devi), album di street rock n&#8217;roll micidiale: testi totalmente in Sardo campidanese dai sapori stradaioli e riff freschi con un continuo richiamo alla vecchia scuola. I Sezione raccontano storie di paese e di disagio, senza il timore di apparire provinciali o ripetitivi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Grazie a quest&#8217;album inizieranno una intensa attività live dentro e fuori dalla Sardegna.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“La demo e il primo disco uscirono completamente in spirito DIY. Kattive Maniere e Shardana records, che era l&#8217;etichetta di Ivo, erano più dei marchi che mettevamo per simbolismo, come a dire “Ehy, qui ci siamo anche noi, anche questo posto è vivo”, un po&#8217; con quella mentalità da stadio che ci ha sempre accompagnato. Ma alla fine i soldi uscivano sempre dalla stessa parte.”</em> Fabrizio Pilloni</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un altro carattere che differenzia questa nuova ondata, è il passo di continuità. I rapporti tra nuove e vecchie leve si saldano sin da subito con collaborazioni e scambi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“Carbonia è sempre stato un posto che ho reputato casa, fin dalle prime volte che ci sono andato. Appena conosciuti, gli Antiruggine ci hanno organizzato un concerto al Vertigo, e da li è stato un continuo. Facevamo la spola alla fine. Chiamavamo un gruppo a San Sperate, e aveva la seconda data nel sulcis assicurata, e viceversa”</em> Fabrizio Pilloni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nello stesso periodo, un&#8217;evoluzione nell&#8217;ambiente e nella scena dell&#8217;isola, porta a nuovi sviluppi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“Ci ritrovammo con le principali band del movimento ferme: Antiruggine sciolti, 4 moors sciolti, Adunata parcheggiati. In quel tempo stava arrivando un vento nuovo di destra in Sardegna, e dovevamo capire come gestire la cosa”</em> Tonino Piras</p>



<p class="wp-block-paragraph">Si decide sin da subito che la controffensiva non dovesse essere una manovra meramente antifascista, bensì un reale contributo alla scena, un passo avanti, che facesse da aggregante e che permettesse di creare un movimento forte e strutturato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nasce così un nuovo dibattito, che porta alla creazione dell&#8217;etichetta <strong>Hammers of Sardinia. </strong>La nuova label, si pone l&#8217;obiettivo di unire trasversalmente skins dal nord al sud della Sardegna, e si propone come centro di connessione per le realtà punk dell&#8217;isola.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La prima produzione arriva già nel 2007, ed esce in collaborazione con un&#8217;etichetta tedesca. Dalle ceneri degli Antiruggine nascono i <strong>Ciurma Skins</strong>, che debuttano con il loro <a href="https://www.youtube.com/watch?v=vpbCVkbOVv4" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><span style="text-decoration: underline;">primo album omonimo</span></strong></a>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sound classico ma mai banale, riff cattivissimi e cori da <em>sing along</em>, l&#8217;album è un disco fatto da Skinheads per Skinheads. Pochi fronzoli e veri e propri anthem, come <strong>“Siamo della stessa classe”</strong> o l&#8217;omonima <strong>“Ciurma Skins”</strong>.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Ciurma Skins - Titty Twister Selargius 16/05/2009" width="1220" height="915" src="https://www.youtube.com/embed/_4plTWikFoE?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph">La Hammers of Sardinia diventa la struttura che mancava ad una scena fatta di piccole crew.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Le produzioni coinvolgeranno non solo band del circuito, come gli stessi Sezione ribalta, che usciranno nel 2009 con uno <a href="https://www.youtube.com/watch?v=zR1C42wu5x8" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong><span style="text-decoration: underline;">split</span></strong></a> assieme ai portoghesi <strong>Violent Cops</strong> proprio sotto la HOS, ma anche gruppi della scena HC isolana come i <strong>K&#8217;e-k&#8217;e-m</strong> o i <strong>To Ed Gein</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“Eravamo riusciti a creare una rete che passava da Sassari, Carbonia, Cagliari e Olbia, e che permetteva ai gruppi che stavano nel nostro circuito di poter girare tra queste città e nelle zone limitrofe, e poter produrre e portare in giro la propria musica”</em> Tonino Piras</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sempre nel 2009 la HOS da alle stampe un altro disco destinato a rimanere impresso nelle orecchie degli skins Sardi. Le vecchie glorie Sassaresi danno vita al progetto <strong>Roll Call</strong>, e pubblicano l&#8217;album <strong><a href="https://www.youtube.com/watch?v=hwNtM3N2eZc&amp;t=13s" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><span style="text-decoration: underline;">“Sotto il suo cielo”</span></a></strong>.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="449" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2022/01/RollCall_Live-1.jpg" alt="" class="wp-image-18835" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2022/01/RollCall_Live-1.jpg 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2022/01/RollCall_Live-1-300x225.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption>Roll Call live </figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Disillusione e rabbia, ma anche uno sconfinato amore per la propria terra e la propria città. I sassaresi mantengono altissimo il livello e sfornano un disco crudo e vero, in cui raccontano una quotidianità grigia e noiosa, a cui opporsi coi denti stretti e la guardia alta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da questo periodo escono probabilmente le produzioni più mature e incisive nella scena, e che segneranno una nuova fase d&#8217;oro per il movimento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli Skins sardi avevano costruito una realtà vivace, capace di confrontarsi anche coi grossi centri italiani ed europei. Tour, distribuzioni e scambi date ormai passano per canali agevoli, anche se il problema logistico del mare pone sempre un problema di costi e tempistiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“Non per presunzione o cosa, ma penso che le band sarde di quegli anni, erano veramente OI! nel senso più puro del termine. Eravamo incazzati, affamati. La roba dell&#8217;essere skinhead non era tanto il fatto di avere la testa rasata e gli scarponi, quanto quella di fare banda e di salvarci da un posto dimenticato e abbandonato da tutti.”</em> Fabrizio Pilloni</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questa macchina ben oliata funzionerà fino ai primi anni 10 del duemila. L&#8217;avanzamento dell&#8217;età e l&#8217;evolversi dell&#8217;ambiente musicale, porteranno a una frenata di quel fermento che aveva animato i locali e i bar di mezza isola.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“Non si ruppe niente e non litigammo con nessuno. Semplicemente avevamo dato quel che c&#8217;era da dare. Alcuni locali chiusero, altri persero interesse. Inoltre l&#8217;arrivo dello streaming imponeva di mettersi al passo col digitale, e noi non ne avevamo minimamente voglia”</em> Tonino Piras</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Hammers of Sardinia interrompe le sue pubblicazioni. I Ciurma Skins, i Roll Call e i Sezione Ribalta si sciolgono. I principali attori che fino a questo punto avevano animato la scena si fanno in buona sostanza da parte:</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>“Non abbiamo mai smesso di suonare, prima con le vecchie band, ora coi New Blood, ma si può dire che da qualche anno abbiamo tirato i remi in barca. Il nostro l&#8217;abbiamo dato” </em>Fabrizio Tedde</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il resto è storia nota, o comunque facilmente ricostruibile sui social. Questo articolo si poneva l&#8217;obiettivo di ricostruire i pezzi di una storia che rischiava di andare dispersa, confusa tra le produzioni indipendenti impossibile da mettere assieme, tra i racconti da bar distorti dai mille passaparola, tra le voci di corridoio e le narrazioni di parte. Per quanto ridotta all&#8217;osso, e sicuramente non priva di errori o dimenticanze, questa è la storia di una scena nata dal nulla, con i suoi errori e i suoi scazzi, le sue battaglie vinte e perse, e le mille notti di gloria impresse nella memoria dei tanti che sono passati sopra e sotto i palchi di quei concerti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Oggi rimangono realtà come la Kattive Maniere che tengono botta, organizzano, si sbattono e proseguono in quel percorso tracciato anni fa. Gruppi con vecchi e nuovi skins e punks continuano a produrre e suonare, come <strong>Coru&amp;Figau</strong>, <strong>New Blood</strong>, <strong><a href="https://www.radiopunk.it/25/tales-from-the-distro-c4/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><span style="text-decoration: underline;">C4</span></a></strong>, <strong>Malepeggio</strong>. Nuove leve sono arrivate ed arriveranno, fedeli al vecchio grido:</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>L&#8217;OI! non morirà! L&#8217;OI! non morirà mai!</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Si ringraziano per l&#8217;enorme contributo: Marco Rocca, Fabrizio Tedde, Daniele Diana, Alessandro Rizzu, Tonino Piras, Fabrizio Pilloni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Articolo a cura di Roberto Lai</p>



<h3 class="wp-block-heading" id="uscite-street-punk-oi-sardegna">Uscite street punk/OI! Sardegna:</h3>



<p class="wp-block-paragraph">4 Moors – Sassari</p>



<ul class="wp-block-list"><li>Isolati&nbsp;</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">Adunata – Sassari</p>



<ul class="wp-block-list"><li>Demo – 1996&nbsp;</li><li>Split Adunata/Non Idonei – 1999&nbsp;</li><li>Da costa a costa – split/Antiruggine 2004</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">Antiruggine – Carbonia</p>



<ul class="wp-block-list"><li>Ci siamo anche noi – demo 2003</li><li>Da costa a costa – split/Adunata 2004</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">Astio notturno – Cagliari&nbsp;</p>



<ul class="wp-block-list"><li>De sa ruga, po sa ruga – 2019</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">Band of brothers – Villarios</p>



<ul class="wp-block-list"><li>Colabrothers??? &#8211; 2005</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">C4 – Silì</p>



<ul class="wp-block-list"><li>Demo – 2009</li><li>Congestione Mentale – 2012</li><li>Odio – EP 2018</li><li>Disterru e catenas – 2019</li><li>La provincia odia &#8211; 2021</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">Ciurma Skins – Carbonia/Cagliari</p>



<ul class="wp-block-list"><li>Ciurma Skins – 2007&nbsp;</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">Combat boots – La Maddalena</p>



<ul class="wp-block-list"><li>Split Combat Boots/Skatenio &#8211; 2004</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">Controllo a distanza – Cagliari</p>



<ul class="wp-block-list"><li>Il disagio non è un reato – 2006</li><li>Inediti – 2008</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">Coru&amp;figau – Cagliari</p>



<ul class="wp-block-list"><li>Benvenuti nel mondo reale – 2016</li><li>From Sardinna to Bologna/Contus de maris e montis &#8211; 2017</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">Disagio urbano – Oristano</p>



<ul class="wp-block-list"><li>Demo – 2007</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">Generacion Rebelde – Cagliari&nbsp;</p>



<ul class="wp-block-list"><li>Resistenza umana – demo 1999</li><li>Condannati – 2001</li><li>Skins &amp; punx new generetion – split/Vampires 2003</li><li>Fino a quando – EP 2005</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">Keret Korria – Siniscola</p>



<ul class="wp-block-list"><li>Radio Sardigna</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">Malepeggio – Cagliari</p>



<ul class="wp-block-list"><li>Di male&#8230; in peggio – 2016</li><li>Randagi bastardi – 2017</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">New blood – Carbonia</p>



<ul class="wp-block-list"><li>As sand in the wind – 2015</li><li>Split New blood/Dead end street &#8211; 2016</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">Non Idonei &#8211; Cagliari</p>



<ul class="wp-block-list"><li>Demo &#8217;97 &#8211; 1997</li><li>split 1999 Adunata/Non Idonei &#8211; 1999</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">Roll Call – Sassari</p>



<ul class="wp-block-list"><li>Sotto il suo cielo – 2009</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">Sezione Ribalta – San Sperate</p>



<ul class="wp-block-list"><li>Di po di – demo 2005</li><li>Fai su chi deppis fai – 2007</li><li>Street rock band – split/Violent cops 2009</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">SS 20 – Cagliari</p>



<ul class="wp-block-list"><li>Disillusion not solution – demo 1984</li><li>Non staremo più a sentire – singolo/compil 1985</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">The Claptrap</p>



<ul class="wp-block-list"><li>This is the Italian sound &#8211; 1986</li></ul>



<p class="wp-block-paragraph">Various </p>



<ul class="wp-block-list"><li>We Don&#8217;t Like You (con 4 Moors e Adunata) &#8211; 2004</li></ul>
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		<title>WHISKY &#038; PROUST &#8211; Un racconto di vita precaria</title>
		<link>https://radiopunk.it/whisky-proust-un-racconto-di-vita-precaria/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Zoe]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Nov 2021 13:55:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Bologna]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
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		<category><![CDATA[Skinhead]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;WHISKY &#38; PROUST&#8221; il racconto di vita quotidiana e oppressione del lavoro a cura di Davide degli Zeman Arrivato terzo al concorso nazionale letterario Bukowski, questo racconto autobiografico parla dell&#8217;oppressione del lavoro e di semplici momenti della vita quotidiana tratti dal periodo in cui l&#8217;autore faceva molti lavori saltuari con contratti di breve durata. Questo &#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://radiopunk.it/whisky-proust-un-racconto-di-vita-precaria/">WHISKY &#038; PROUST &#8211; Un racconto di vita precaria</a> proviene da <a href="https://radiopunk.it">Radio Punk</a>.</p>
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<h2 class="wp-block-heading">&#8220;WHISKY &amp; PROUST&#8221; il racconto di vita quotidiana e oppressione del lavoro a cura di Davide degli Zeman</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Arrivato<strong> terzo al concorso nazionale letterario Bukowski</strong>, questo racconto autobiografico parla dell&#8217;<strong>oppressione del lavoro</strong> e di semplici momenti della vita quotidiana tratti dal periodo in cui l&#8217;autore faceva molti lavori saltuari con contratti di breve durata. Questo racconto si inserisce in un progetto più ampio di scrittura di un romanzo, in parte autobiografico, basato sempre sulle vicende di una vita alle prese con le ristrettezze del lavoro salariato e del conformismo della società attuale. </p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Avevo da poco finito un altro lavoro, il contratto era scaduto e per fortuna non l’avevano rinnovato. Erano giorni che non facevo nulla se non leggere Proust bere whisky e svegliarmi alle quattro del pomeriggio, ma Proust era duro da mandar giù, peggio del whisky, avevo bisogno di qualcosa che potesse salvarmi la vita, così, decisi di rimettermi a scrivere. Negli ultimi anni di lavoro non avevo buttato giù una sola pagina, non si può giocare alla roulette come Aleksej Ivanovic senza Polina, così come non si può stare in piedi bendato di fronte al plotone d’esecuzione senza che arrivi l’ordine del generale, non sono mica Dostoevskij: uscivo la mattina alle sette e tornavo la sera alle otto, mangiavo un panino guidando da una città all’altra, lavoravo nella grande distribuzione organizzata, montavo espositori, allestivo scaffali, facevo fare un sacco di soldi a qualcun’altro. Sulla via di ritorno per casa sognavo di Long Island trasparenti dentro porte girevoli degli anni trenta serviti da baristi neri pronti a pulire con un panno scamosciato il bancone umido del bar, e ragazze attente ad incrociare il mio sguardo solo per farsi offrire degli anonimi Cosmopolitan. Io, tuttavia, non avevo neanche mezzora libera per bere una birra chiara da 33 sulla panchina del parco. Alla sera, provato dalle ore passate a caricare lattine nei supermercati, leggevo Foscolo e desideravo anche io la mia Teresa, volevo farla finita con un pugnale nel cuore per smettere di piangere le nostre sciagure e la nostra infamia, però non mi andava di essere disgiunto nel nulla, nell’incomprensibile eternità.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Rimettersi a scrivere quindi, ma rimettersi a scrivere cosa? Dopo che mi ebbero in sostanza licenziato mi ritrovai con un bel po’ di tempo libero, come non mi capitava da tempo. Pensai. Riflettei. Rilessi quello che avevo scritto negli anni passati, perlopiù sonetti o poesie di nessuna importanza. Avevo bisogno di altro. Il whisky e gli scrittori francesi facevano la loro parte. Ma non mi bastava. Dovevo dare forma a quell’angoscia che mi assaliva ogni domenica sera, od ogni lunedì mattina, al suono della prima sveglia. Avevo bisogno di pagine pesanti come macigni, di storie, di racconti, di prigioni ed evasioni della vita quotidiana. Decisi allora, prima di essere definitivamente risucchiato dalla <em>Recherche</em> e dal tempo perso, che avrei scritto un grande libro contro il lavoro. Quello onesto. Quello rispettabile. Quello che nobilita l’uomo e che fa metter su famiglia, mentre i sogni di gioventù vanno a farsi fottere nelle file ai distributori automatici.<em> Arbeit macht frei</em> recitava la scritta sulle nostre teste, eppure nessuno sembrava farci caso. Guardavano dritto. Al fine settimana sul divano, alla spesa nel centro commerciale, ad acquisti online del tutto inutili. Il lavoro consiste in qualsiasi cosa il corpo sia obbligato a fare. Avrei scritto per quelli che si svegliavano alle sei per guidare due ore nel traffico prima di arrivare in ufficio, in un magazzino o in una squallida caffetteria gestita da cinesi svogliate che scorrevano la home del telefono con unghie finte di zecca. L’avrei fatto per quelli che avevano troppa paura di perdere un impiego che non volevano, per quelli che odiavano la vita loro e degli altri, per gli scappati di casa, per i reietti, per gli alcolizzati, per quelli con i carichi pendenti in cerca di un’occupazione che non fosse ammazzarsi, o fingere di farlo, mentre compravano malinconici liquori in buste di cartone da discount semivuoti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Avrei scritto per non dover più ricevere ordini da giacche e cravatte con occhi, orecchie, nasi, bocche, totalmente ripugnanti. Mi sarebbe bastato il giusto per non morire di fame, un biscotto al giorno, un biscotto classico Clov per il maledetto fornicatore. La forma. Il contenuto. Nessuno dei due. O entrambi. Joyce, Beckett, Leopardi, Maradona, Dante. Avrei mentito e avrei riso alle loro battute solo per pagarmi l’affitto, avrei scritto un’opera teatrale che non avrebbe capito nessuno e novant’anni dopo, se fosse sopravvissuta, sarebbe stata inserita in un qualche manuale fotocopiato per aspiranti drammaturghi da quattro soldi. Sarei vissuto in piccole camere ammobiliate in cima alle scale, come Arturo Bandini, orgoglio d’Italia e d’America, e a sessant’anni suonati, se non fossi morto di ulcera perforante, sarebbero venuti da me impavidi studenti mantenuti da impiegate oneste a farmi domande per le loro tesi. Avrei giocato contro il sistema e avrei vinto. Con il sei per cento di possibilità, con una quota da venti a uno, con un risultato esatto di quattro a quattro, avrei vinto io.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per scrivere ci vuole vita. E la vita si sa, si trova nel mondo. E il mio mondo in quel periodo era il giro dei bar notturni del centro. Per fortuna avevo scoperto un bar a 500 metri da casa che stava aperto dalla sera alla mattina, e dalla mattina alla sera, senza chiudere mai. Si trovava nella parte occidentale della città, quella da cui si può vedere San Luca da vicino, tra la fine del Pratello e via Andrea Costa, appena prima dei viali. Finivo lì le mie serate, o le iniziavo, dipendeva dall’ora, e quella che sto per raccontare, era una serata che stava decisamente per finire. Il sole appena desto iniziava a stagliarsi nel cielo in quell’effimero scorcio di martedì mattina, ricordo l’odore della pioggia di novembre entrare sibillino dalla porta socchiusa, il vuoto familiare avvolgere ogni angolo del locale ed una placida sensazione di solitudine, come se tutt’intorno il mondo si fosse girato dall’altra parte, lasciandomi finalmente in pace con l’universo. Ero rimasto solo, non ne avevo mai abbastanza, dovevo rimanere fino all’ultimo per bere l’ultimo bicchiere, come Giulio Cesare che non può fermarsi prima del Rubicone, come Ulisse che non può rimanere a casa nel caldo letto di Penelope, ma deve prendere il mare e spingersi oltre le colonne d’Ercole per morire a un passo dal Purgatorio, fatti non foste a viver come?</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>I compagni miei erano andati via da un pezzo, rimanevamo io, il barista, e la grossa proprietaria che dormiva in una stanzetta nel retrobottega. Fuori le macchine iniziavano il loro frastuono quotidiano, gli operai spegnevano le proprie sveglie per sognare altri cinque minuti di sonno in posti lontani, lontano dalle mogli che non amavano, che non scopavano, con cui non parlavano se non per lamentarsi del tempo o delle bollette da pagare. La vita sa essere profondamente ingiusta, satura di gesti insignificanti come allacciarsi le scarpe e lavarsi i denti, fare la fila alla cassa, stare otto ore al torchio delle macchine e guidare verso casa passando dalla seconda alla terza, dalla terza alla seconda, e poi di nuovo alla prima. Facce uguali al retro di una scatola di fiammiferi si stagliavano dietro finestrini appannati, pance flaccide con diritto di voto e parola imbevute di sadismo e social network, senza musica, senza arte, senza preludi, davano in pegno la propria libertà per le rate di una casa a due piani o per un giradischi ad alta fedeltà. Non c’era traccia di umanità in quei disperati che espiavano la colpa originaria in azioni frenetiche e statiche su di cui non avevano più nessun controllo. La speranza come il desiderio erano spenti. I giorni le ore i mattini le feste che li separavano dalla sera, dalla pensione, dalla bara, erano ormai colmi di amaro e noia, sembrava che per loro il fato non avesse riservato che la morte, o stanche domeniche in turbe di negozi sportivi. Quei cari inganni. Il mondo era il<br>fango su cui strisciavano dalla culla alla tomba. Infinito, vano, tutto. Erano davvero sicuri di decidere loro dove andare e dove fermarsi? Dove pisciare, cosa mangiare, con chi parlare e su cosa masturbarsi? <br>Io lo sapevo. O almeno ne ero convinto.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>E per questo stavo in quel bar dove non c’era nessuno, dove nessuno si sarebbe sognato d’entrare alle sei di martedì mattina per sedere al bacone e ordinare una birra alla spina. Percepivo un assegno di disoccupazione da 800 euro al mese, avevo compilato tutte le pratiche possibili del centro dell’impiego per risultare disponibile a qualsiasi offerta,<br>così da non avere problemi con i pagamenti. In realtà, non cercavo alcun tipo di lavoro. Mi facevo bastare quello che mi passava lo stato per l’affitto le spese ed il bere. Non potevo permettermi nient’altro. Il futuro non esisteva. Quello di cui m’importava era stare tutto il giorno su di uno sgabello con i gomiti appoggiati al bancone e trovare un pretesto per prendere a schiaffi qualcuno. A volte si vince. A volte si perde. L’importante è stare sopra il 50 per cento. I bar, come la fortuna, vanno a periodi, e quello era il periodo del bar di Porta Sant’Isaia aperto tutta la notte. 24 ore non stop. Gestito da una rumena cintura nera di full-contact, e da un barista con problemi di insonnia a cui avevano diagnosticato per sbaglio un tumore al cervello dandogli tre mesi di vita. Raccontava sempre la stessa storia, di come il cancro lo avesse riavvicinato al padre che viveva in America, della causa milionaria intentata contro l’ospedale, degli ultimi desideri di un uomo che muore solo. Ogni volta ascoltavo interessato ogni racconto, sperando in un rabbocco omaggio del bicchiere o in una porzione extra di salatini. In media ogni due giorni arrivava la polizia per dei marocchini che brandivano cocci di bottiglia cercando di accaparrarsi i soldi che sputavano fuori le macchinette, con precisione svizzera si dileguavano tutti un attimo prima che piombassero le guardie, io rimanevo impassibile come Epicuro, immune da ira e benevolenza, pronto a ritornare a bere come se nulla fosse accaduto. Da un giorno all’altro il bar chiuse ed io non rividi più né la padrona né il barista. Ora in Porta Sant’Isaia al posto del Jojò, così si faceva chiamare la matrona, c’è una catena di fast food che fa delle pizze americane con sopra il ketchup. <em>Das Kapital</em>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Passo spesso di fronte a quel posto. Ripenso a quelle notti senza termine e senza meta, e soprattutto, ripenso a quel martedì mattina. Avevo quasi finito la media che tenevo in mano, gli occhi la bocca e la faccia erano dentro la birra, il gomito faceva un angolo di quarantacinque gradi con il bancone, sul fondo riuscivo già a vedere la schiuma che si rarefaceva, come la nebbia che si schiude in pianura ai primi raggi del sole. Avevo già vissuto quella scena, un migliaio di volte forse, cercare la risposta fra i gorgoglii dell’alcol che scavano il bicchiere come il letto del Reno, ma quell’istante faceva riaffiorare dalla mente un preciso scorcio della mia vita,<em> memento mori</em> comandante. Non sono mai riuscito a ricordare volutamente qualcosa che fosse realmente vero nella sua pienezza. I momenti riemersi dai meandri del mio vissuto mi hanno sempre preso di soprassalto. Inaspettati e fortuiti come un profumo sentito per strada, essi sono flashback fulgidi di istantanee dell’esistenza che svelano l’essenza stessa dell’essere. Il brodo primordiale da cui affiorano i concetti, le idee, i ragionamenti, le convinzioni, amalgamati tra loro da ogni libro letto, ogni film visto, ogni melodia ascoltata e suonata, plasmati dagli sguardi, dalle battute, dalle parole dette e taciute che segnano, anno per anno, la mia e nostra estenuante farsa.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Benché vivifici sono anime sopite che sostengono l’immenso edificio della memoria, Benché innocenti sono ricordi colpevoli della gioia e del dolore, nella buona e nella cattiva sorte. Spiriti dormienti in attesa di essere risvegliati dal tatto di una roccia liscia sulla quale ci si era coricati in fanciullezza, o dallo scorrere della sabbia tra le dita come in una clessidra, che rimanda alla notte in cui per la prima volta si conobbe l’amore. Così capita di ricordare il sapore del the versato in una casa lontana nel tempo, e quello di una <em>madeleine</em>, quando ancora infelicità e felicità non esistevano, al riparo dalla tragedia della vita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Trasalii quando vidi le bolle biancastre sul fondo del boccale, mi rimandavano indietro nel tempo ad una sensazione di stordimento e lucida consapevolezza che ben impressa era nella mia mente. La coscienza della futilità del divenire e di ogni momento di euforia stupefacente destinati a svanire come il sorriso che muta in sbadiglio, come un villaggio che si risveglia per lavorare dopo la sera del dì di festa, come il mal di testa, la nausea, i crampi dell<em>’hangover</em>, come Dante eccitato che scorge il volto illuminato di Beatrice dietro il velo sull’Eden, e finisce redarguito come un ragazzino che ha sbirciato dal buco della serratura.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Gli scaffali con le bottiglie in rovina, gli uomini alle slot-machine, il barista, le auto degli operai, Bologna stessa, scomparvero alla mia vista. Ero in Spagna, molti anni addietro, ventenne o poco meno, ricordavo il caldo, il sudore sulla pelle, i vestiti corti, le musiche scadenti come i drink annacquati, e il viaggio al termine della notte che si accingeva all’alba in una balera agghindata da discoteca traboccante di turisti, baccanali e spacciatori. Di fianco a me vi era una ragazza spagnola con cui parlavo un inglese da gita scolastica, in realtà facevo solo domande e qualche breve affermazione, non ascoltavo in nessun modo quello che diceva. Come avrei potuto. Ero già al sesto vodka-lemon, e in più tutte quelle birre e il whisky al pomeriggio bevuti con la consapevolezza di chi negli anni avvenire avrebbe dovuto gettare al vento il proprio destino. Cancellavamo secoli e secoli di filosofia occidentale con semplici parole pronunciate a stento, era la fine della res cogitans, era la morte di Cartesio, ci impiccheremo domani, a meno che Godot non venga, e se viene? Saremo salvati, allora andiamo? Andiamo, e non si muovono. Nell’aria vi era un forte effluvio dolciastro, non ricordo la sua faccia, probabilmente non la vidi neanche allora. Poco importava. Stavo per finire il drink che avevo in mano, ero in piedi, inclinai leggermente la testa all’indietro e portai il bicchiere alla bocca, feci un sorso leggero, gli occhi caddero sul fondo della vodka, le bolle gassate della limonata si dissiparono sul vetro trasparente non lasciando niente, avevo bevuto l’ultima goccia di quello che era rimasto del tempo, picchia contro il muro con la nocca di un dito, Senti? Mattoni vuoti, picchia ancora, è tutto vuoto.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Le incertezze che avevo dentro la morsa che mi opprimeva lo stomaco la mattina appena desto, e la notte poco prima di addormentarmi,svanirono come i fumi dell’alcol in quel bicchiere vitreo. Osservai uno per uno tutti gli avventori di quel posto beffardo. Intravidi i risvegli la mattina dopo, i giorni che li separavano dalla partenza, gentile concessione del loro titolare d’azienda, e poi l’addio ad un luogo che avrebbero ricordato con forza, tristezza o malinconia. E di nuovo l’incedere incerto nell’eterno meccanismo ben oliato di distruzione e consunzione di ogni uomo e donna alle prese con una casa troppo costosa, con l’ultimo del mese che non arriva mai, con gli attimi strappati alle serate finite troppo presto rincasando con l’occhio alle lancette, poiché l’indomani l’orario avrebbe recitato otto-diciassette, otto-diciotto, sei-diciannove. La mia illuminazione di <em>Vencennes</em> in uno stupido postribolo spagnolo, ogni epoca ha<br>quello che si merita. I personaggi della storia appaiono tutti due volte, una come farsa, l’altra come tragedia ha dimenticato di dire Hegel. Tutte le mie piccole passioni soffocate dalla consapevolezza dell’impossibilità. Pochi comandavano molti ubbidivano, tutti lavoravano pochi se la spassavano, con le loro case al mare, con i mercoledì mattina liberi in montagna, figli di industriali, nipoti di politici, mogli di assessori.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Mio padre ha fatto per quasi tutta la sua vita il rappresentante, usciva la mattina e tornava la sera tardi, vendeva patatine, cioccolati, bibite, sapeva di dover essere grato al padrone, poiché nella sua misericordia, Egli, aveva dato a mio padre di che vivere. Non vi era altra scelta. Anche il padrone era grato a mio padre: grazie a quelli come lui<br>poteva permettersi una barca da quaranta metri, una villa a Montecarlo, una a Bruxelles, una in Lussemburgo, una o più Ferrari, vacanze negli Stati Uniti, business class per tutta la famiglia. Mio padre invece era riuscito a comperare la casa in cui viveva a cinquant’anni e passa con un mutuo a tasso variabile, dopo un’intera vita di privazioni e piccole soddisfazioni, il capolavoro delle classi dominanti. Mia madre si alzava alle sei per caricare merendine su uno scaffale, veniva pagata cinque euro e diciotto centesimi l’ora con un contratto stipulato da un’agenzia interinale. Niente ferie pagate, niente malattie, niente riposi, nessuna certezza. Aveva tre figli che aveva mantenuto in un quartiere di periferia di una piccola città del nord Sardegna, dove le “prospettive di crescita”, come direbbero tutte le facce che mi hanno giudicato ai colloqui, sono il cantiere, il call center, e una vasta scelta professionale fra i reparti ortofrutticolo, fai-da-te, sport, e alimentari.<br>Ero un proletario.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Tutto quello che potevo fare per scappare era infilare una pallottola nel tamburo, farlo girare alla russa, puntare la canna alle tempie, premere il grilletto, e sperare che la sorte fosse dalla mia parte, almeno per una volta. Non c’era più partito che reggesse, dove erano i ribelli sopra le montagne che combattevano per noi disgraziati, e i ribelli delle città, in fuga su macchine rubate sparando all’impazzata tra la folla con la refurtiva sul sedile, dove erano gli indomiti oratori che aizzavano le masse contro gli sfruttatori, i corrotti, i responsabili del disfacimento dei giorni nostri sulle catene della fabbrica o sulle corsie di un supermercato aperto a ferragosto, dov’erano? Non c’era più nessuno, li avevano spazzati via, quelli dall’altra parte, quelli che odiavo fin da quando fui costretto ad odiare. Erano morti tutti. Ed io mi trovavo sulla loro tomba, ma non avevo fiori da porgergli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Rimasi non so per quanto a fissare le bottiglie dei liquori impolverate sulle mensole dietro il bancone, mi interrogai a lungo, per interi giorni e notti imbecilli, sul perché avessi ricordato quella sera in Spagna mentre osservavo il fondo di un bicchiere vuoto. Forse fu proprio da quel momento che iniziai ad immaginare la mia vita come un susseguirsi di stupide mansioni a scadenze fisse, uno due tre quattro mesi di contratto, una marionetta nelle mani del caso, il buffone della sorte, triste Pierrot. Per quanto mi sarebbe stato possibile, tuttavia, avrei venduto il mio tempo gelosamente, come una escort languida, avrei cercato di dare il minino per ottenere il massimo, che per me significava dormire sotto un tetto e non morire di fame.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Aprii la porta del bar, il sole era alto in cielo, cercai di camminare verso casa seguendo una linea retta ma non ci riuscivo, ogni quattro passi sbandavo, mi appoggiavo alle macchine, sedevo sul bordo dei marciapiedi, volevo vomitare ma non ne avevo voglia. Alcune persone alla fermata dell’autobus mi osservavano, aspettavano di andare a lavorare in uno stupido negozio di biancheria intima o in una casa per anziani per asciugare la bava a qualche ricco vecchio misogino, li mandai a fare in culo. Speravo in una catastrofe naturale, o in una guerra termonucleare, così da andare a vivere sui colli in baracche di legno, senza dover più contare gli spiccioli per comprare birre da quattro gradi e nove, senza essere costretto ad arrabattarmi per non sembrare un deficiente. Vidi un pakistano alzare la serranda del suo market, capii che non sarebbe accaduto nulla, da lì fino almeno a sera. Mi diressi verso il portone di casa, sotto i portici, infilai la chiave nella toppa, entrai in camera mia, prima di dormire sputai un paio di volte a terra, sarei potuto finire come Bon Scott, ma non ero abbastanza duro. Avrei cominciato a scrivere da qui. Presi il telefono, guardai l’ora, disattivai la sveglia, dormii.</p>



<h3 class="wp-block-heading">Racconto di Davide degli <a href="https://www.radiopunk.it/25/recensione-zeman-sunday-boys/">Zeman</a></h3>



<h3 class="wp-block-heading">REMINDER:</h3>



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		<title>Con il Pallone Tra i Piedi e La Musica a Cannone: racconti contro il calcio moderno</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Apr 2021 09:39:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[calcio]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Vi parliamo del libro &#8220;Con il Pallone Tra i Piedi e La Musica a Cannone&#8221; di Nicolò Rondinelli e Andrea Vecchio Anche se non siete dei lettori incalliti come il sottoscritto questa raccolta di racconti scritta da Nicolò Rondinelli e Andrea Vecchio ve la divorerete in massimo un paio di giorni; infatti questo libro edito &#8230;</p>
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<h2 class="wp-block-heading">Vi parliamo del libro &#8220;Con il Pallone Tra i Piedi e La Musica a Cannone&#8221; di Nicolò Rondinelli e Andrea Vecchio</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Anche se non siete dei lettori incalliti come il sottoscritto questa raccolta di racconti scritta da Nicolò Rondinelli e Andrea Vecchio ve la divorerete in massimo un paio di giorni; <strong>infatti questo libro edito da <a href="https://www.facebook.com/libriredstar/"><span style="text-decoration: underline;">Hellnation</span></a> è una sorta di rappresentazione su carta di un pezzo Oi!: breve, deciso e che và dritto al nocciolo senza tanti fronzoli.</strong>&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Come si intuisce dal roboante titolo, qua sono il calcio e la musica a far da collante ai racconti dei due punk/blogger/footbalmaniaci, e <strong>il teatro di queste vicende è la nebbiosa provincia novarese con i suoi campetti che ben poco hanno a che vedere con i patinati stadi moderni</strong>, pieni di giocatori “popstar” in scarpini rosa e tattoo di dubbio gusto. </p>



<p class="wp-block-paragraph">Si parte dall’infanzia, dalle partite con i compagni di quartiere in campi molto poco regolari in asfalto o terra battuta, passando per le disfide in località di vacanza montanare fra ragazzini del luogo e villeggianti e arrivando all’adolescenza, con le sue trasferte in macchina ammirando le risaie piemontesi dal finestrino. <strong>Accanto al pallone, fonte di gioie e dolori, non manca però la musica</strong> (non solo quella punk Oi!) ad accompagnare i riscaldamenti pre partita, i già citati viaggi in trasferta e le serate nei pub di paese dove fra un match e l’altro ci si concede molto volentieri ad un buon boccale di “bionda”. </p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ogni racconto è associato ad una canzone come ricordo di quel particolare momento </strong>e la playlist cartacea spazia dai Fine Before You Came ai Beastie Boys passando immancabilmente per l’Oi! da curva di Bull Brigade e Booze and Glory. <strong>Una rigenerante lettura alla faccia del calcio moderno!</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Articolo di Riccardo Santi</p>



<p class="wp-block-paragraph"><a href="https://www.facebook.com/conilpallonetraipiedielamusicaacannone"><strong><span style="text-decoration: underline;">&#8220;Con il Pallone Tra i Piedi e La Musica a Cannone: racconti contro il calcio moderno&#8221;</span></strong></a> è uscito per&nbsp;<a href="https://www.facebook.com/libriredstar/"><strong>Hellnation Libri – Red star Press</strong></a>&nbsp;nel 2021 ed è scritto da Nicolò Rondinelli e Andrea Vecchio. Introduzione di Davide Ravan e postfazione di Francesco Berlingieri. Pagine: 134.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Due parole sugli autori&nbsp;tratte dal sito di</strong> <a href="https://www.redstarpress.it/"><strong><span style="text-decoration: underline;">Red Star Press</span></strong></a>:</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Nicolò Rondinelli</strong>: <em>“Nato a Milano nel 1982, vive a Novara, dove lavora come educatore professionale con adolescenti e ragazzi diversamente abili. Tra le sue pubblicazioni, il saggio “Ribelli, sociali e romantici. FC St. Pauli tra calcio e resistenza” (2015), oltre ai racconti scritti per le antologie “@Ultras. Parole e suoni dalle Curve” (2017), “Combatti la paura” (2018) e “Odio la Juve” (2018) e gli articoli apparsi su «Uno-Due», «Linea Mediana», «Sport alla rovescia», «Sport People» e «Sport Popolare». Suona la chitarra nel gruppo punk-Oi! Sempre Peggio, gioca a calcio nell’Outsiders FC e ha una brutta malattia per il FC Inter 1908.”</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Andrea Vecchio</strong>: <em>&#8220;Novarese, classe 1981, scrive fanzines dal 2000 e, per più di dieci anni, ha gestito l’etichetta musicale&nbsp;<a class="" href="https://bittenbytherestrecords.tumblr.com/">Bittenbytherest Records</a>, grazie alla quale ha dato spazio a numerosi gruppi emergenti della scena punk hardcore italiana. Collabora con la webzine «Impatto Sonoro» e, dal 2016, cura il blog calcistico&nbsp;<a class="" href="https://ufficiosinistri.tumblr.com/">«Ufﬁcio Sinistri»</a>. Gioca a calcio nell’Outsiders FC e tifa Novara dai tempi di Guatteo e Armanetti.&#8221;</em></p>



<h3 class="wp-block-heading">Reminder</h3>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Abbiamo disponibile qualche copia di questo libro. Se ti interessa questo libro o ti interessa dare un occhio al nostro catalogo di libri, dischi, CD e spillette autoprodotte contattaci via pagina&nbsp;</strong><a href="https://it-it.facebook.com/RADIOPUNX/"><strong>facebook</strong></a><strong>,&nbsp;<a href="https://www.instagram.com/radiopunk.it/?hl=it">instagram</a>&nbsp;o via mail a info@radiopunk.it</strong></p>



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