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	<title>Approfondimenti Archivi - Radio Punk</title>
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	<title>Approfondimenti Archivi - Radio Punk</title>
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		<title>4xA, A per tutti &#8211; compilation per A/Rivista Anarchica</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Oct 2026 09:35:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Dentro ai favolosi anni Ottanta io c’ero, c’ero con tutti i miei vent’anni addosso. Alle ragazze e ai ragazzi dei vari circoli anarchici, associazioni culturali, piccole librerie indipendenti e centri sociali che mi chiamano oggi a raccontare di me e della scena di quegli anni, proprio a loro cui è stato insegnato da sempre che &#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://radiopunk.it/punx-e-anarchia/">4xA, A per tutti &#8211; compilation per A/Rivista Anarchica</a> proviene da <a href="https://radiopunk.it">Radio Punk</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Dentro ai favolosi anni Ottanta io c’ero, c’ero con tutti i miei vent’anni addosso. Alle ragazze e ai ragazzi dei vari circoli anarchici, associazioni culturali, piccole librerie indipendenti e centri sociali che mi chiamano oggi a raccontare di me e della scena di quegli anni, proprio a loro cui è stato insegnato da sempre che allora tutto era bellissimo e scintillante e plasticoso e frizzante ed eccitante, spiego che non è vero. Non è affatto come dicono alla televisione, come raccontano gli “esperti” e i reduci nei programmi di revival tra un videoclip d&#8217;annata e l&#8217;altro. Perché la vita, la vita quella vera dico &#8211; e ne sono profondamente convinto &#8211; non riusciranno mai a sostituirla con le verità artificiali di internet, né con quelle ufficiali che lo stato diffonde nell&#8217;etere, e neanche con quelle addomesticate e premasticate che stanno dentro ai libri che ti vendono nei supermercati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">E&#8217; chiaro che il mio racconto ai più giovani sembra una specie di fiaba strana: sono abituati a misurare le distanze a spanne tarandole su YouTube, sugli aneddoti dei genitori e degli zii e sulle barzellette degli amici, all&#8217;inizio fanno fatica a credermi e presto gli viene da ridere.<br>E come dargli torto: in effetti, la prima cosa che ti viene da fare quando si parla di quel periodo storico o ti capita di guardare un film di allora, è mettersi a ridere per come ci si vestiva e ci si agghindava. Quelle forme, quei colori, quei materiali: i vestiti degli anni Ottanta erano così eccentrici e bizzarri, erano tutt&#8217;altra cosa dai blue jeans degli anni Sessanta e dalle uniformi grigie e paramilitari che andavano di moda negli anni Settanta. Quelle pettinature esagerate, e il piercing all&#8217;orecchio e il trucco in faccia &#8211; anche parecchi maschi. Apparire, mostrarsi, differenziarsi, distinguersi erano diventate questioni sociali, quando non addirittura politiche, di una certa importanza e rilevanza, e ci si doveva vestire e acconciare di conseguenza. Eppure ricordo bene, e so di non essere il solo, che tra le nostre preoccupazioni di allora non ci fosse poi così tanto posto per vestiti, accessori e pettinature. Erano argomenti di cui non ci si occupava affatto. Tra noi ragazze e ragazzi a nordest, e dico nordest perchè sono nato e cresciuto là, si discuteva di tutt&#8217;altro: delle nostre vite che non prendevano il volo, delle nostre speranze che non riuscivano a sedimentarsi &#8211; tanto per fare un paio di esempi. Stavamo passando disperatamente attraverso il 1984 orwelliano e non ce la passavamo affatto bene.<br><br>Oh sì, il riflusso. I ripensamenti, il richiudersi in casa davanti a una finestra elettronica che immaginavamo aperta sul mondo, il menefreghismo, le tette e i culi e le battute omofobe razziste e sessiste in prima serata: gli anni Ottanta non sono stati <em><strong>solo</strong></em> questo ma sono stati <em><strong>anche</strong></em> questo. Che poi molti avessero smesso di preoccuparsi e di darsi da fare, è pure vero. Chi si era impegnato e aveva deciso di immaginare e provare a costruire una società nuova e diversa, non necessariamente impugnando una P38, appena qualche tempo prima era finito in galera o era fuggito da qualche parte all&#8217;estero per non finirci dentro, o stava in India a salmodiare davanti a un santone, o era semplicemente scomparso oppure era andato a cercare felicità ingrossando le file dei sostenitori entusiasti di un partito politico &#8211; uno qualsiasi. Tanti, e secondo me troppi, si erano incuriositi dell&#8217;eroina e si ritrovavano a gestirne la dipendenza o non ne sono stati capaci e sono finiti presto sottoterra. Ci si apprestava tutte e tutti a succhiare allegramente i frutti della liberazione sessuale del dopo-Sessantotto quando a inizio decade si è cominciato sottovoce a parlare di AIDS: radio giornali e televisioni continuavano a rassicurarci che era una malattia specifica degli omosessuali, quindi noi eterostupidi eravamo convinti non fosse cosa che ci riguardava. Poi però l’attenzione divina si è spostata anche sui tossicodipendenti, sugli emofiliaci, sui donatori di sangue, sui poveri &#8211; e questo aveva cominciato a metterci parecchia paura. A questo disordine, a questa ansia e a tutto questo buio a metà del 1984 si è aggiunta la morte improvvisa di Enrico Berlinguer che ha mandato in frantumi le speranze di milioni di italiane e di italiani.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questo quadro così triste e grigioscuro non so trovare una descrizione sufficientemente accurata per me e per i miei compagni di allora, ma so bene cosa non volevo, cosa non eravamo disposti a fare e cosa non volevamo essere. Non potevamo certo permetterci droga armi prostitute o altri passatempi di lusso, e di una vita così neanche ne avevamo voglia: eravamo degli sfigati, non avevamo soldi né fortuna e ne eravamo ben consapevoli. Parecchi dei miei amici, specie quando avevano bevuto troppo e diventavano tristi e malinconici davanti alla bottiglia vuota, chiamavano “felicità” quelle poche briciole sbattute via dalla tovaglia stesa sulla tavola imbandita del padrone &#8211; roba passeggera, di poca o nulla utilità. Roba effimera, sintetica ed artificiale come quel mondo che stava dentro a Videomusic e nelle réclame della televisione.<br><br></p>



<p class="wp-block-paragraph">Sì, perché era già da un po&#8217; che le televisioni private allungavano i loro tentacoli pubblicitari dentro ogni casa: là dentro a quelle scatole elettroniche, diventate in fretta così ingombranti nelle nostre stanze e nelle nostre vite, mostravano gente ricca così incredibilmente differente da noi che faceva vite che non riconoscevamo affatto come vite possibili. Nelle réclame ti spingevano a conquistare il tuo posto nella società acquistando automobili materassi elettrodomestici mobili pentole qualsiasi cosa in comode rate a interessi minimi, nei programmi bastava rispondere a qualche cagata e si vincevano pacchi di soldi e gettoni d&#8217;oro &#8211; un mondo completamente artificiale, con adeguata colonna sonora. <strong>Tutto falso e insieme anche vero</strong>: c&#8217;era sul serio gente che se ne fotteva di tutto e indossava un sorriso a mille denti per dimostare agli altri la stazza del proprio successo. Di lavoro facevano gli spacciatori, i politici, gli imprenditori, i faccendieri, gli intermediari, i confidenti, le spie. Gente che se ne andava a mangiare fuori nei ristoranti e a sniffare cocaina nei privé in discoteca e si comprava macchine nuove e vestiti nuovi e orologi nuovi e scarpe nuove mostrando al resto del mondo il gonfiore del proprio portafoglio e della propria patta. Ma tra il loro mondo e il nostro sembrava ci fossero anni luce di distanza.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Parlare parlare parlare. Forse in casa tanti no, certi avevano dei genitori davvero impossibili e intrattabili, ma tra di noi si poteva parlare, e si parlava eccome. Ogni tanto ci raccoglievamo in gruppetti a raccontare, a osare, a discutere, a scambiarci impressioni, ed era bellissimo. Era come essere là mentre da una scintilla improvvisa si accendono certi fuochi che poi divampano. Ci si ritrovava attorno alle difficoltà quotidiane del lavoro, che non riuscivamo a trovare se non a termine oppure in nero. Ci si confrontava o ci si scazzava su temi come la repressione in casa e per strada e ovunque, gli spazi da reclamare in città e i controlli di polizia fuori dalla scuola e per strada e ovunque. Cazzo, si parlava per ore senza arrivare da nessuna parte. Ma parlare era la nostra valvola di sfogo, la nostra uscita di sicurezza: era la maniera più semplice ed economica di reagire alla rassegnazione. Parlare, parlare sì. Volevano che obbedissimo e restassimo zitti? Col cazzo che restavamo zitti. Col cazzo che si abbassava la testa. Parlare ancora, parlare, e ancora, naso in su a guardare un po&#8217; dell&#8217;azzurro del cielo, per dar da bere un po&#8217; d&#8217;acqua pulita ai nostri pensieri, per restare a galla, per poter continuare a respirare. Zitti, lo sapevamo tutte e tutti, ci saremmo spenti per sempre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non si poteva proprio restare zitti. Magari non la vedevamo proprio nella stessa maniera, tutti a leggere a sentire a immaginarsi cose differenti a farsi viaggi ma chissenefrega. E mica si perdeva tempo per niente a schierarsi chi coi duranduran e chi con gli spandauballé, chi coi Crass e chi con gli Exploited: avevamo già un sacco di rotture di coglioni e a noi non ce ne fregava assolutamente un cazzo di cose così.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Parlare, tirare fuori, sputare fuori, tossire fuori, condividere, sfogarsi. Parlare e fare rumore per dirsi: ci sono, sono qui. Per dire agli altri: ci sono, sono qui. Ecco i nostri discorsi. Erano fatti di rumore, di aspettative, di niente. Eravamo persi, tante volte sì ma altre volte no. Instabilità, preoccupazioni, precarietà e mancanza di riferimenti erano la nostra normalità di tutti i giorni: il “non futuro” punk era un buco nero di disoccupazione e sfruttamento in cui ci si ritrovava incastrati tutte e tutti. Un’oppressione complessiva e schiacciante, sempre meno luce intorno e sempre meno aria e meno spazio a disposizione. Come in quelle giornate corte d&#8217;inverno, dove il sole è solo una specie di ricordo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>Antimilitarismo, ecologia, repressione, esperienze di autogestione, storia dell&#8217;anarchismo, carceri, nuovi movimenti, femminismo, cinema, liberazione sessuale, anarcosindacalismo: questi sono alcuni dei temi ricorrenti su A/Rivista Anarchica. Fondata nel 1971 in piena campagna contro la “strage di Stato”, A si presenta come una rivista mensile di riflessione sull&#8217;attualità, di analisi delle nuove forme del potere e, per contro, delle tematiche libertarie emergenti. Una voce al di fuori e contro le istituzioni, uno strumento per chi rifiuta la delega e l&#8217;autorità e vuole invece riappropriarsi della propria vita&#8230;”</em><br><br></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Nel 1983 ad Enrico Soresini, un giovane compagno piacentino che frequentava giri punk, venne l&#8217;idea di organizzare un&#8217;iniziativa musicale a sostegno di A/Rivista Anarchica</strong>. Chiese aiuto ad alcuni gruppi attivi all&#8217;epoca, e raccolse le adesioni di quattro: Raw Power (da Poviglio, Reggio Emilia), Rivolta dell&#8217;Odio (Ancona), Rappresaglia (Milano) e Pedago Party (Piacenza) che contribuirono con uno o due pezzi ciascuno. I gruppi partecipanti misero a punto anche una pagina autogestita dell&#8217;allegato stampato al disco, inserendovi testi e grafiche a proprio piacimento. Alla pagina 2 di questo stampato era stata ritagliata e incollata una breve presentazione della A/Rivista di cui ho riportato un estratto poche righe fa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La scelta dei partecipanti era stata secondo me piuttosto azzeccata: solo quattro nomi ma tutti piuttosto in vista nella scena, un misto di voci di città e di provincia, tre del nord e una del centro Italia. Certo, mancava un contributo dal sud e dalle isole maggiori, ma l&#8217;Italia è lunga e larga e non tutto si può e si riesce a fare. Lo stile di ciascun gruppo presente nella raccolta era piuttosto personale: ognuno cercava di distanziarsi dagli stereotipi allora in voga, e anche se i pezzi erano solo un paio offrivano un assaggio caratterizzante e rappresentativo dell&#8217;atmosfera pesa e tesa che i gruppi respiravano a casa propria. Una raccolta fatta bene, con dei ragionamenti dietro e sotto e intorno.</p>



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<iframe title="4 PER A A PER TUTTI  EP 1984" width="1220" height="915" src="https://www.youtube.com/embed/qDP0_qW7XmM?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p class="wp-block-paragraph"><br>Enrico coinvolse nell&#8217;impresa anche dei suoi amici bolognesi, in particolare Jumpy, Laura e Carlo dei Raf Punk, e riuscì a far pubblicare la raccolta in forma di un settepollici dall&#8217;Attack Punk Records per l&#8217;etichetta sorella Totò alle Prese coi Dischi. Il disco venne stampato nel 1984 in un migliaio di copie e messo in vendita nel circuito indipendente e antagonista ad un prezzo massimo imposto di 3,000 lire &#8211; quasi la metà del prezzo richiesto abitualmente nei negozi di allora per un prodotto simile.<br>Le copertine, otto pagine a colori, vennero stampate artigianalmente dai punks bolognesi e fissate alla copertina di carta del disco con un paio di punti metallici. Enrico ed i Raf Punk consegnarono infine alla redazione di A/Rivista Anarchica a Milano un paio di scatoloni di dischi già confezionati, dalla diffusione dei quali la A/Rivista avrebbe potuto trattenere per sé il ricavato.<br><br></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>120 mattonelle sono lo spazio che ci resta<br>le sconfitte sulle spalle<br>è difficile alzare la testa<br>trovate voi il sistema e la giustificazione<br>chi mi ha condannato con la costituzione<br>con la bibbia in mano ed il mitra<br>rafforza le sbarre e la prigione<br>subite anche voi l&#8217;angoscia di non poter urlare<br>il secondino non gradisce, ti potrebbe picchiare<br>non ti resta che creare la tua liberazione<br>ma di speranza si crepa<br>ci vuole decisione<br>lo spazio che ci resta<br>la nostra punizione<br>preparare insieme<br>completa evasione</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">(“Lo spazio che ci resta”, Pedago Party)</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="768" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Pedago-Party-1982-1024x768.png" alt="" class="wp-image-36189" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Pedago-Party-1982-1024x768.png 1024w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Pedago-Party-1982-300x225.png 300w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Pedago-Party-1982-768x576.png 768w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Pedago-Party-1982-1536x1152.png 1536w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Pedago-Party-1982-600x450.png 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Pedago-Party-1982.png 1824w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Pedago Party</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Per una parte della redazione l&#8217;iniziativa era stata una sorpresa gradita: Paolo Finzi, la sua compagna Aurora ed alcune e alcuni altri del giro della A/Rivista erano sinceramente incuriositi dal fermento punk, ma altrettanto sinceramente buona parte della redazione ne era schifata e non voleva saperne un cazzo. <strong>All&#8217;inizio anche gli anarchici avevano liquidato il punk come una moda passeggera e dai tratti fascistoidi, ma lentamente in molti s&#8217;erano accorti che non tutta la merda era merda e che in mezzo al letame erano nati e stavano crescendo parecchi fiori.</strong><br>Certo, con certi anarchici c&#8217;erano alcuni seri problemi di comunicazione. Per noi più giovani per quanto fastidioso era abbastanza normale che a un concerto ci fosse gente che sputava addosso a chi suonava &#8211; ma era una pratica diffusa tra i primi punks, quelli della prima ondata che già in molti dicevano/dicevamo fosse morta, adesso succedeva molto più di rado.<br><br>In confronto alla musica suonata negli anni Sessanta e Settanta, saldamente in mano a professionisti virtuosi e resa sempre più complicata e disumana e distante, il punk aveva piazzato al centro dei discorsi la libertà d&#8217;espressione al suo livello massimo: da fatto impensabile era divenuta faccenda tranquilla e condivisibile che ci fosse qualcuno che prendesse una chitarra in mano senza saperla suonare e facesse uscire del rumore dagli amplificatori. Gente così mica si faceva problemi a salire sopra a un palco, e questa era una cosa che faceva inorridire i più vecchi, educati a tutt&#8217;altro approccio al fatto musicale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con certi anarchici più anziani spesso la distanza anagrafica era minima, spesso anche meno di dieci anni, eppure ai nostri occhi e soprattutto alle nostre orecchie sembrava che il Sessantotto che avevano vissuto fosse stata una rivoluzione lontanissima e con una colonna sonora adesso difficilmente comprensibile e del tutto inservibile. Sembrava proprio che nel giro di poche notti il punk fosse riuscito a costruire un muro insormontabile: restava di là la roba improvvisamente diventata vecchia &#8211; i cantautori, il blues, il prog, i dinosauri. Noi di qua del muro: soli e spaesati, a cercare di inventarci cose, a cercare soluzioni originali ma accontentandoci molto spesso di pallide imitazioni d&#8217;Oltremanica e d&#8217;Oltreoceano.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Ecco l&#8217;idiota viene<br>l&#8217;oceano alle spalle<br>la protesi bianca<br>Il vecchio sorride alla folla che bela<br>U.S.A.!<br>U.S.A.!<br>Pericolo rosso<br>correte vassalli a costruire castelli nucleari<br>per difendere le colonie occidentali<br>ora zio Sam combatti da solo<br>i tuoi feudi in macerie<br>stelle e strisce nella nostra vita<br>yankees sconvolti per la nostra morte.</em><br>(“U.S.A.”, Rappresaglia)</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il punk in Italia, specialmente nelle città maggiori come Milano, Torino e Bologna aveva assunto caratteri distintivi molto espliciti. Se all&#8217;inizio ci si aggregava per affinità di look e di gusti musicali, si veniva molto presto a scoprire che il punk poteva offrire un&#8217;ottima occasione di sfogo creativo, e che la repressione a casa/a scuola/per strada più che un fatto personale spesso era una realtà comune e condivisa. <strong>In fondo, nessuno voleva consumare la propria giovinezza avvelenandosi in una fabbrica, né finire con l&#8217;ubriacarsi o impasticcarsi tutti i giorni, o passare le serate davanti alla televisione e men che meno ritrovarsi con una siringa piantata nel braccio.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>&#8230;Di che tipo è l&#8217;interessamento che avete voi di A per i punk oggi? mi chiede [Fabio]. Innanzitutto &#8211; gli rispondo (preso un po&#8217; in contropiede) &#8211; vorrei che il mio non fosse un interessamento per i punx, ma per delle singole persone. Francamente il primo approccio alla questione è stato di tipo “esterno”: da militante anarchico sono stato colpito, incuriosito ed interessato a questo “fenomeno” di segno libertario. Poiché si tratta però di un fenomeno anche italiano, anche milanese, poiché ci siamo ritrovati insieme in piazza in alcune manifestazioni e iniziative, allora &#8211; aldilà della curiosità verso un movimento nuovo, diverso e di esplicito segno libertario &#8211; c&#8217;è soprattutto la volontà di conoscere degli individui, che vivono in una certa maniera, che fanno più o meno alcune delle cose che faccio io, che vivono con maggiore coerenza alcune cose, con diversa coerenza altre, che non sentono delle cose che sento io (per esempio il discorso della militanza), eccetera. Più che un interesse generico per i punx, c&#8217;è la voglia di conoscersi meglio con quelli che hanno la stessa volontà. Per quanto poi riguarda quest&#8217;intervista, è naturale che come compagni che da una dozzina d&#8217;anni portiamo avanti una delle pubblicazioni anarchiche, ci sia l&#8217;interesse (al caso un po&#8217; tardivo) a dare spazio ad un modo di essere, di pensare di segno libertario qual è appunto il punk. Non solo pensando alla fascia per così dire libertaria dei nostri lettori, ma anche per quegli anarchici che dei punx anarchici sanno poco o niente&#8230;”.<br></em>(Paolo Finzi, dall&#8217;intervista ai punx del Virus pubblicata su A/Rivista Anarchica, ottobre 1983)</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="677" height="969" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/copertina-A113-1.jpg" alt="" class="wp-image-36182" style="aspect-ratio:0.6986673147810588;width:765px;height:auto" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/copertina-A113-1.jpg 677w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/copertina-A113-1-210x300.jpg 210w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/copertina-A113-1-599x858.jpg 599w" sizes="auto, (max-width: 677px) 100vw, 677px" /><figcaption class="wp-element-caption">Copertina di A/Rivista Anarchica dell&#8217;ottobre 1983</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Un giorno quelli di A/Rivista Anarchica avevano chiesto un incontro agli anarcopunks del Virus. Tra anarchici e punks allora quasi neanche ci si parlava e, peggio, che ci fosse un qualche contatto e che si iniziasse a stabilire un qualche dialogo sembrava non gliene fregasse un cazzo a nessuno &#8211; soprattutto ai punks. C&#8217;erano da attraversare mari tempestosi di diffidenza a bordo di zattere improvvisate che avevano un carico di ben poca curiosità reciproca. Se avete voglia di leggere e riflettere, <a href="https://www.arivista.org/?nr=113&amp;pag=113_04.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">fate un salto all&#8217;archivio online di A/Rivista Anarchica e puntate il mouse sul numero 113, ottobre 1983: a pagina 8 c&#8217;è il resoconto sbobinato di quell&#8217;incontro a Milano.</a><br>Si capisce molto presto che, nonostante le parole che uscivano a fiotti e spesso si sovrapponevano, nessuno dei punks aveva davvero voglia di raccontarsi, di parlare veramente di sé, di aprirsi. E&#8217; proprio in questo senso che l&#8217;iniziativa di Enrico, dei gruppi partecipanti e dei punks bolognesi è stata un gesto atipico: veniva a frantumare la logica della contrapposizione. Era una mano da stringere, un sorriso, un abbraccio fra gente che era differente sì e che lo sapeva bene, ma che comunque si considerava anarchica.<br><br>Ricordo le perplessità di Paolo Finzi, che pur felice della temporanea invasione punk della redazione non era abituato a queste pratiche e francamente non se la sentiva di proporre l&#8217;ascolto, figuriamoci l&#8217;acquisto, di quel disco così distante dal suo mondo sonoro ai vecchi compagni che frequentavano il Ponte della Ghisolfa, il Centro Studi Libertari, la sede della A/Rivista ed altri abituali luoghi d&#8217;incontro anarchici allora aperti a Milano. Erano certi vecchi compagni che non andavano più in là di Pietro Gori, dei canti della guerra di Spagna, di Georges Brassens e di Fabrizio de André. Erano certi vecchi compagni che quando ho iniziato a partecipare alle riunioni della redazione alzavano il sopracciglio alla vista delle mie magliette così poco sobrie oppure accorgendosi del mio piercing all&#8217;orecchio, allora una cosa davvero inusuale, e <strong>si mettevano in allarme al sentirmi citare più spesso i Crass che non Errico Malatesta</strong>. Parentesi: negli anni di vecchi compagni così ne ho incontrati a dozzine, e devo dire mi fa un po&#8217; impressione ritrovarmi adesso con quasi settant&#8217;anni addosso quando c&#8217;è qualcuno nato dopo che chiama “vecchio compagno” me, e succede spesso. Chiusa parentesi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>No all&#8217;istituzione<br>Rifiuta ogni legame<br>Non è marcia solo la stanza dei bottoni<br>I maiali sono ovunque<br>Le mura sono forti e le mangiatoie tante<br>Ma anche i maiali muoiono<br>Anche le mura cadono<br>Vendi cara la tua vita<br>Rifiuta ogni legame<br></em>(“Fuck authority”, Raw Power)</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="683" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Raw-Power-foto-di-Marino-Batini-dallarchivio-di-Andrea-Pippo-Penco-1024x683.jpg" alt="" class="wp-image-36185" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Raw-Power-foto-di-Marino-Batini-dallarchivio-di-Andrea-Pippo-Penco-1024x683.jpg 1024w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Raw-Power-foto-di-Marino-Batini-dallarchivio-di-Andrea-Pippo-Penco-768x512.jpg 768w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Raw-Power-foto-di-Marino-Batini-dallarchivio-di-Andrea-Pippo-Penco-300x200.jpg 300w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Raw-Power-foto-di-Marino-Batini-dallarchivio-di-Andrea-Pippo-Penco-600x400.jpg 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Raw-Power-foto-di-Marino-Batini-dallarchivio-di-Andrea-Pippo-Penco.jpg 1200w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Raw Power &#8211; foto di Marino Batini, dall’archivio di Andrea “Pippo” Penco</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Anch&#8217;io come Enrico, come Laura, Jumpy e Carlo dei Raf Punk avevo vent’anni negli anni Settanta/Ottanta del secolo scorso. Ascoltavo anarcopunk, è vero, ma anche molte altre cose: l&#8217;aver frequentato una radio libera e degli anarchici sin da quando ero un teenager mi aveva acceso parecchie curiosità in testa e allargato gli orizzonti. In una parola, a me piaceva ascoltare musica &#8211; preferibilmente senza etichette appiccicate addosso, meglio ancora se ci trovavo dentro dell&#8217;ispirazione e del movimento.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al ritorno dal mio primo viaggio a Londra avevo coinvolto un bel po&#8217; dei miei amici e compagni nel progetto di una fanzine. I nostri sforzi avevano attirato l&#8217;attenzione di Rockerilla, una rivista musicale allora assai influente e diffusa, che aveva proposto a un paio di noi di collaborare.<br>All&#8217;inizio di dicembre 1983 era arrivata a casa mia una lettera di Paolo Finzi: gli erano state segnalate delle cose scritte da me su Rockerilla &#8211; con cui la A/Rivista Anarchica al tempo faceva scambi di spazi pubblicitari. Per conto di quel giornale avevo avvicinato e intervistato gruppi anarcopunk inglesi come Omega Tribe e Poison Girls e gli americani Millions of Dead Cops. Quello che scrivevo lo aveva incuriosito: Paolo voleva conoscermi e mi chiedeva di partecipare a una riunione della redazione che si sarebbe tenuta a Milano prima di natale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Io ero solo un fanzinaro, uno da poco, un emarginato che dalla nascita frequentava periferie e bassifondi: davvero interessavano a un giornale anarchico serio e solido come la A/Rivista le cose che immaginavo e che scrivevo? Ma dai. Non mi sembrava vero: si stava avverando un sogno. Compravo abbastanza regolarmente la A/Rivista già da qualche anno: la vedevo in vetrina quando a Venezia sulla strada da piazzale Roma verso l’università passavo davanti a Utopia2, libreria anarchica per me diventata presto un riparo dal resto del mondo. La A/Rivista era per me una fonte di notizie e informazioni importante, ma i punks e parecchi dei miei compagni invece non la leggevano perché non gliene fregava niente: dai punks più intransigenti era addirittura considerata un “organo di propaganda degli anarchici tradizionalisti”, frase che non sono davvero mai riuscito a tradurre in un qualchecosa a me comprensibile.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br><em>La terra su cui stai camminando<br>La terra su cui stai vivendo<br>Non potrà ancora per molto sopportare il peso della nostra stupidità<br>Il peso di animali morti per capriccio<br>Il peso di centrali imposte per il volere di pochi<br>Il peso dell&#8217;infinito egoismo della superbia umana<br>L&#8217;ultimo sacrificio si sta compiendo sotto i nostri piedi<br>Davanti ai nostri occhi<br>Ma sembra che il lamento di morte della terra sia troppo debole<br>per arrivare a coprire lo sparo di un cacciatore.<br></em>(“La danza del sangue”, Rivolta dell&#8217;Odio)</p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="500" height="261" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Rivolta-dellOdio.jpg" alt="" class="wp-image-36184" style="width:830px;height:auto" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Rivolta-dellOdio.jpg 500w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/Rivolta-dellOdio-300x157.jpg 300w" sizes="auto, (max-width: 500px) 100vw, 500px" /><figcaption class="wp-element-caption">Rivolta Dell&#8217;Odio</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Parto da Mestre la mattina molto presto, arrivo in stazione Centrale e prendo la metro. Mi presento in via Rovetta bello nervoso ma deciso, parliamo a lungo con Paolo e gli spiego il mio sogno: avrei voluto non dico scavalcare, non dico buttare giù, ma almeno provare a fare un buco su quel muro che divideva gli anarchici dai punks. <strong>Desideravo mettere in una qualche comunicazione chi suona e chi ragiona</strong>, accendere una qualche curiosità reciproca, provare a far incontrare e magari cortocircuitare la musica e le idee. In redazione oltre a Paolo c&#8217;erano la sua compagna Aurora Failla, Franco Pasello, Luciano Lanza, Fausta Bizzozzero, Maria Teresa Romiti ed altre ed altri di cui onestamente non ricordo il nome e le facce. Compagne e compagni anarchici tutti più vecchi di me che con i miei giri fatti di sbando e chitarre e amplificatori non avevano nulla a che fare, ma che si mostravano curiosi di me, aperti ai miei ragionamenti storti fatti senza avere quel minimo sindacale di infarinatura storica. In poche parole, erano rispettosi del mio modo di leggere le cose e non mi consideravano un caso da studiare. Erano tutti più cauti nei confronti del mondo e con esperienze dirette di repressione ben più consistenti della mia e di quella dei miei amici: noi avevamo una storia breve di concerti, raduni e sassaiole, loro invece un’esperienza pesante di perquisizioni pretestuose basate sul nulla e minacce di questura, quando non fossero accuse infamanti per attentati mai commessi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Ho imparato molto presto ad amare quelle compagne e quei compagni. Ho collaborato costantemente con la A/Rivista Anarchica da allora fino all’ultima uscita dell’estate 2020 &#8211; per 37 anni. Presentarmi presso una libreria o una sede anarchica mostrando una copia della rivista con dentro qualche cosa scritta da me mi ha aperto porte, procurato affetto e sorrisi, aiutato a trovare cibo e riparo, fatto costruire amicizie stabili.<br>Grazie ad A/Rivista Anarchica ho potuto incontrare tante persone, conoscerle e imparare un sacco di cose. Proprio come Enrico ed i punks bolognesi per sostenere la A/Rivista mi sono improvvisato produttore ed editore discografico, e nei miei deliri ho trascinato amici e compagni, anche gente non anarchica, e con il loro aiuto nel corso degli anni ho rastrellato anche somme consistenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’ero anch’io a Napoli settembre 1991 al concerto di Fabrizio de Andrè a sostegno di A/Rivista Anarchica e Umanità Nova. C&#8217;ero anch&#8217;io ottobre 1984 al Convegno Internazionale anarchico a Venezia. C&#8217;ero anch&#8217;io 2015 alle Cucine del Popolo a Massenzatico a festeggiare l&#8217;uscita del numero 400. C’ero anch’io, con una copia di A/Rivista in mano, ad ascoltare più volte Paolo Finzi parlare del suo amico Faber assieme a Fernanda Pivano, Andrea Gallo, Mauro Pagani, Piero Milesi, Franco Fabbri, Alessio Lega, Dori Ghezzi e cento altre voci ancora &#8211; tutte impegnate a resistere, a opporsi al silenzio, a non dimenticare.<br>A/Rivista Anarchica mi ha dato l’opportunità di aggiungere a queste la mia voce e il mio rumore. Ho manifestato con l’A cerchiata addosso ogni volta che ho potuto e, senza che nessuno vedesse, mi sono disperato quando non potevo esserci.<br>Con la morte di Paolo, oltre che perdere un compagno ed un amico carissimo mi sono improvvisamente ritrovato senza la A/Rivista Anarchica. Neanche provo a raccontarvi del mio smarrimento: è stato come perdere un fratello maggiore e, insieme a lui, la strada per ritrovare il mio posto nel mondo. Anche Aurora, gravemente malata, se n&#8217;è andata l&#8217;anno scorso. Due ferite da cui non sono ancora riuscito, e non so se riuscirò, a guarire. <strong>Però, credetemi, è stato bello passarci attraverso. E&#8217; stato bello esserci dentro. Ve lo dico col cuore stretto tra le mani.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Marco Pandin<br>stella_nera@tin.it</p>



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<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="839" height="1024" data-id="36192" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-2-839x1024.jpg" alt="" class="wp-image-36192" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-2-839x1024.jpg 839w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-2-246x300.jpg 246w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-2-768x937.jpg 768w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-2-1258x1536.jpg 1258w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-2-600x732.jpg 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-2.jpg 1401w" sizes="auto, (max-width: 839px) 100vw, 839px" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="296" height="538" data-id="36191" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-3.jpg" alt="" class="wp-image-36191" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-3.jpg 296w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-3-165x300.jpg 165w" sizes="auto, (max-width: 296px) 100vw, 296px" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="752" data-id="36193" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-4-1024x752.jpg" alt="" class="wp-image-36193" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-4-1024x752.jpg 1024w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-4-768x564.jpg 768w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-4-300x220.jpg 300w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-4-1536x1128.jpg 1536w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-4-599x440.jpg 599w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/09/foto-da-A113-4.jpg 1740w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
<figcaption class="blocks-gallery-caption wp-element-caption">Queste foto, come l&#8217;immagine di copertina dell&#8217;articolo sono tratte da A/Rivista Anarchica dell&#8217;ottobre 1983</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Crass &#8211; The Sound Of Free Speech</title>
		<link>https://radiopunk.it/crass-the-sound-of-free-speech/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Miss-I]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 10:59:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Anarcopunk]]></category>
		<category><![CDATA[Crass]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Pandin]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il suono della libertà di parola “&#8230;Bene, signori e signore, sono l&#8217;ispettore Savage di Scotland Yard e questo è il detective White. Siamo qui oggi per farvi delle domande riguardo ad alcune segnalazioni che abbiamo ricevuto. Io vi farò le domande e il mio collega si appunterà le risposte. Siete consapevoli di aver ricevuto una &#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://radiopunk.it/crass-the-sound-of-free-speech/">Crass &#8211; The Sound Of Free Speech</a> proviene da <a href="https://radiopunk.it">Radio Punk</a>.</p>
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<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il suono della libertà di parola</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>&#8230;Bene, signori e signore, sono l&#8217;ispettore Savage di Scotland Yard e questo è il detective White. Siamo qui oggi per farvi delle domande riguardo ad alcune segnalazioni che abbiamo ricevuto. Io vi farò le domande e il mio collega si appunterà le risposte. Siete consapevoli di aver ricevuto una diffida? Prima di tutto, vorrei che identificaste questo disco&#8230;”</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">(registrazione originale, in “The sound of free speech”)</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br><strong>Dalla metà di dicembre 2025, con il sostegno di Streeen, sto dando una mano al regista Brandon Spivey per far girare nel nostro paese il suo primo lavoro “Crass &#8211; The sound of free speech”. Vado a presentarlo in centri sociali, sedi anarchiche e sale gestite da piccole associazioni culturali</strong>. A ridosso dell&#8217;uscita in Inghilterra e dopo la partecipazione al SeeYouSound Festival il docufilm era stato reso disponibile in streaming presso <a href="http://www.streeen.org/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">www.streeen.org</a> (dov&#8217;è tuttora reperibile), ma più che un&#8217;opera da consumare da soli davanti a uno schermo televisivo trovo possa essere un&#8217;ottima occasione per uscire, ritrovarsi insieme e insieme farsi un&#8217;idea, e per parlare, per confrontarsi e ragionare. Per poter parlare di persona senza filtri o supporti tecnologici, guardandosi in faccia come si faceva una volta, quando dei Crass uscivano dischi che si faceva fatica a trovare nei negozi e quando i loro concerti (organizzati in forma cauta e poco pubblicizzati, quando non sotto falso nome) si tenevano in posti improbabili o per noi molto difficilmente raggiungibili. Quando non c&#8217;erano né telefonini né internet.<br><strong>Nel corso di questi incontri cerco di raccontare come ho avvicinato il gruppo, dapprima tramite lettera e telefono e poi con visite reciproche</strong>. Ho chiamato questi incontri “chiacchierate” con il preciso scopo di non offrire delle conferenze quanto piuttosto di organizzare degli scambi &#8211; sono convinto di avere ancora molto da imparare.<br><strong>Occupato a costruire tutt&#8217;altro che un documento celebrativo sui Crass, nel film il regista si sofferma a raccontare la storia del loro esordio e soprattutto della censura e delle ritorsioni di cui si ritrovarono vittime.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>&#8230;Eravamo bambini della classe operaia del nord quando nacque il punk. Non conoscevamo nessun passo della bibbia, ma sapevamo ogni singola parola di &#8220;Kill&#8221; degli Alberto y Lost Trios Paranoias dall&#8217;EP “Snuff rock”&#8230; Di punto in bianco uscì un disco che lasciò molti di noi senza parole. La prima volta che ascoltai i Crass, tutto il resto sembrò scomparire. Questo crudo e intransigente insieme di suoni, arte e sonorità rubò la scena. Sentii Steve Ignorant dire: &#8220;Per i sovrani del paese siamo tutti solo dei negri&#8221;, e smisi di essere carne da macello per il National Front&#8230;”</em><br>(Brandon Spivey, in “The sound of free speech”)</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>I Crass furono spinti tra le braccia del punk dopo che il diciannovenne Steve Ignorant assistette a uno dei primi concerti dei Clash e ne venne ispirato. Attorno a lui si raccolse una manciata improbabile di non-musicisti, tutti più vecchi di lui, che si ritrovarono presto ad essere gli antagonisti naturali dei gruppi punk “ufficiali” identificati come tali dai mass media, nonché degli “anarchici” Sex Pistols: si erano resi conto che non serviva a niente sbandierare dal palco e dai solchi dei dischi un&#8217;anarchia che non fosse stata realmente costruita, praticata e vissuta.</strong><br>Nel periodo dal 1977 al 1984 i Crass sono stati la stella cometa del rock politico più estremo. Difficili da costringere entro definizioni di “genere musicale” (è punk il loro? O è piuttosto musica d’avanguardia?), hanno sempre agito a sorpresa, al di sopra e al di fuori di qualsiasi schema concettuale preesistente caratterizzando la loro attività, più che in senso strettamente musicale, in un più ampio ambito culturale e politico, nuovo e rivoluzionario, anarchico e pacifista. Le loro strategie di diffusione (bassi prezzi di vendita, diffusione militante e creazione di reti solidali, autogestione rigorosa ed assoluta mancanza di compromessi) crearono parecchie difficoltà all&#8217;industria musicale ed all&#8217;establishment. Nonostante il bando dalla radiotelevisione pubblica e l&#8217;impossibilità di accedere al circuito delle sale da concerto, nel corso della loro attività i Crass vendettero centinaia di migliaia di copie dei loro dischi senza mai finire in classifica. Essi condivisero il periodo storico di Clash, Sham 69, Scritti Politti e Jam, gruppi musicali britannici dei quali è ben noto l’impegno politico, ma furono praticamente i soli a ritrovarsi sulla barricata fotografati dalla polizia coi sassi in mano, i soli ad essere sorpresi a lanciare merda verso la bella faccia del primo ministro, i soli a non rassegnarsi al silenzio e a disertare la chiamata alla guerra.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Allora come oggi, a oltre quarant&#8217;anni dallo scioglimento, il gruppo viene considerato come il principale ispiratore dell’anarcopunk e del DIY in Europa, e non solo. Un collettivo senza alcun leader</strong>: non furono solo un semplice gruppo musicale, e furono tutt’altro che un semplice gruppo musicale. Infatti, oltre che nella plastica dei dischi e sui palchi dei concerti &#8211; trasformati costantemente in iniziative a beneficio di progetti a sfondo sociale ed antagonista &#8211; l’opera dei Crass è dentro a numerosi opuscoli e volantini, nelle manifestazioni di protesta spontanee e mai autorizzate, nell’occupazione abusiva degli spazi inutilizzati, nelle clamorose imprese di sabotaggio tecnico ed intellettuale, nell’agitazione senza compromessi e nella protesta improvvisa ed improvvisata, incontrollata ed incontrollabile. I Crass sono stati una fonte di ispirazione per tante ragazze e ragazzi che vivevano i loro vent&#8217;anni sotto la minaccia della guerra nucleare in Europa. Sono stati una delle mille facce del cortocircuito imprevisto ed incendiario tra punk ed anarchia. Un&#8217;altra ne sono io che sto scrivendo di loro qui. Un&#8217;altra sei tu, che stai leggendo adesso.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>Sì, è vero: il punk è morto</em><br><em>Era solo un prodotto a basso prezzo per la testa dei consumatori</em><br><em>Gomme da masticare rock su radioline di plastica</em><br><em>Agitazione scolastica promossa dall’industria del divertimento</em><br><em>La CBS lancia sul mercato i Clash ma non è rivoluzione, è solo per i soldi</em><br><em>Il punk è diventato una moda proprio com’era successo agli hippy</em><br><em>E non ha più niente a che fare con te e con me&#8230;</em><br>(Crass, “Punk is dead”, 1978)</p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Periferia nord di Londra, verso la metà degli anni Sessanta. La storia inizia a Dial House, una ex-centrale telefonica in disuso, un posto abbandonato perso nella campagna inglese e difficilmente raggiungibile dai mezzi pubblici, che alcuni hippies usciti dalla scuola d&#8217;arte avevano preso in affitto e si erano impegnati a ristrutturare. La casa era posta al centro di un piccolo appezzamento verde nei pressi della foresta di Epping, ed era presto stata invasa pacificamente da una piccola folla variabile e colorata. Dieci anni dopo, il vomito punk schizzava sulle pagine dei giornali inglesi col messaggio “fatelo da soli”.</strong><br>Jeremy John Ratter, soprannominato Penny Rimbaud, e Steve “Ignorant” Williams, nonostante i quattordici anni di differenza anagrafica erano accomunati dalla viscerale avversione alla società borghese e dalla curiosità per Johnny Rotten. Il primo, classe 1943, era un poeta hippy che aveva frequentato, invece che la swinging London modaiola, il giro degli emarginati dei free festival di Stonehenge e di Windsor Park. Lui e la sua amica Gee Vaucher avevano visto spegnersi poco prima Philip Russell, conosciuto nel giro hippie come Wally Hope, spirito libero e anche lui co-fondatore di Dial House, suicidato dal trattamento sanitario obbligatorio perché a un controllo di polizia risultò già schedato e gli trovarono addosso tre pastiglie d’acido lisergico &#8211; che con ogni probabilità gli erano state infilate in tasca da un agente.<br>Steve era cresciuto in una famiglia problematica e si trovava in traiettoria d&#8217;uscita da un&#8217;adolescenza sbandata. Un ragazzo carico di inquietudine che si metteva troppe domande e aveva fretta, fame ed urgenza di risposte: gironzolava attorno a Dial House e ogni tanto si fermava a chiacchierare con Penny.<br>Steve aveva assistito a uno dei primissimi concerti dei Clash e ne era rimasto folgorato. Un giorno lui e Penny si ritrovarono l’uno seduto dietro una batteria raccogliticcia a pestare sui tamburi e l’altro a urlare dentro un microfono la rabbia, la frustrazione e la non rassegnazione dei suoi vent’anni scarsi in un gruppo aperto, le cui prove in una stanza lì alla open house erano, citando Penny, delle “riunioni agitate che invariabilmente degradavano a poco più che festini di ubriachi”.<br>I progetti d’allora non erano per certo chiari. Per accompagnare i due nei loro deliri in sala prove, Pete Wright si ritrovò un giorno a staccare il suo vecchio basso elettrico dal chiodo. Nel gruppo vennero coinvolte anche Bronwyn, che abitava nelle vicinanze (cantante, adottò il nome di Eve Libertine) e Joy, anche lei a cantare. Alle chitarre prima Steve Herman, poi Phil Free (il compagno di Joy) e Andy Palmer. Seguirono presto l’americana Annie “Anxiety” Bandez e Mick Duffield, quest’ultimo inizialmente ingaggiato come cantante ma che, più a suo agio ad armeggiare con la telecamera, si dedicò quasi esclusivamente alla produzione di videofilmati. Per l’economia del gruppo fu fondamentale l’apporto di Gee Vaucher (G. Sus), artista visuale dal tratto assai aggressivo, rientrata a Dial House dopo un periodo di lavoro negli Stati Uniti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Fu solo nell’estate del 1977 che i vari membri riuscirono a recuperare, prendere in prestito o rubare un’attrezzatura tecnica sufficiente a potersi realmente definire un gruppo musicale: decisero di chiamarsi Crass (sta per volgare, indecoroso, ignorante) prendendo spunto da una canzone di David Bowie</strong>.<br>Per registrare le loro prime canzoni Penny e Gee ristabilirono i contatti con John Loder, il tecnico del suono per le performance del collettivo Exit di cui entrambi avevano fatto parte tempo prima. John offriva assistenza e consigli utili oltre che registrazioni di elevata qualità ad un prezzo accessibile, e ha dato al suono dei Crass un contributo così determinante che da subito è stato considerato come un membro effettivo del gruppo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Con un repertorio di pochi e brevissimi pezzi i Crass parteciparono all’alba del punk inglese riuscendo da subito ad essere spinti ai margini della scena che si andava formando</strong>: contestarono i bilanci di Rock Against Racism accusando gli organizzatori di truffa (solo una parte del denaro raccolto ai concerti veniva devoluta alle associazioni antirazziste: il grosso veniva spartito tra musicisti ed agenti), e vennero addirittura banditi dall’allora leggendario Roxy Club, uno dei templi londinesi della nuova cultura. Presto si resero conto di essere molto distanti dal culto del “non futuro” propugnato dalle bocche milionarie dei Sex Pistols.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>Ci hanno cacciati dal Roxy</em><br><em>Bene, suonare lì non mi è mai piaciuto granché</em><br><em>Ci hanno detto che lì dentro vogliono solo ragazzi beneducati</em><br><em>Forse credono che le chitarre e i microfoni siano solo degli stupidi giocattoli</em><br><em>Che si fottano</em><br><em>Ho deciso di prendere posizione<br>contro tutto quello che penso sia sbagliato in questo paese</em><br><em>Se ne stanno lì seduti sui loro culi ipernutriti del sudore delle classi più povere</em><br><em>Riescono a conservare il potere solo perché sono loro a tenere il dito sul bottone</em><br><em>Hanno preso il controllo e non ci permettono di dimenticarlo</em><br><em>La loro verità sta sulla parte sbagliata della canna di un fucile&#8230;</em><br><em>Il governo difende i profitti dei ricchi che si chiudono a chiave dentro casa</em><br><em>Hanno paura che la gente gli chieda qualcosa di più della merda che gli danno</em><br><em>Della merda che gli danno<br>Della merda che gli danno…</em><br>(Crass, da “Banned from the Roxy”)</p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>I Crass non erano un gruppo facilmente identificabile per il medio “consumatore punk” di allora</strong>. Oltre che a cantare di cose diverse dagli slogan facili e superficiali, essi si presentavano pubblicamente in maniera del tutto anomala rispetto ai colleghi: per protesta contro il narcisismo della moda punk, si vestivano abitualmente di nero e suonavano su palchi tappezzati di bandiere nere e con i simboli dell’a cerchiata e del CND, Campaign for Nuclear Disarmament (retaggio dell’impegno antinucleare ed antimilitarista e del passato hippie di alcuni di loro) e di striscioni, cioè vecchie lenzuola riciclate con su scritti con lo spray slogans anarchici e pacifisti. Niente luci psichedeliche né light show, ma fari alogeni bianchi e fissi mentre sullo sfondo venivano proiettati i filmati &#8211; montaggi veloci di spezzoni eterogenei, accostabili al nostro “blob” televisivo &#8211; realizzati da Mick e Gee.<br><strong>Data l’effettiva difficoltà di comprensione diretta dei testi, ai concerti essi li distribuivano al pubblico scritti su volantini ciclostilati, e li riportavano per intero sulle copertine dei dischi</strong>.<br>Al loro banchetto ai concerti, accanto a dischi e volantini, non offrivano nessuna spilletta o t-shirt: invitavano i ragazzi a disegnarsele e stamparsele da soli, evitando sdegnosamente quelle commercializzate &#8211; senza alcun loro coinvolgimento né approvazione &#8211; nei negozi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Le loro serate erano organizzate come un evento collettivo: si alternavano sul palco anche altri musicisti e gruppi di ispirazione punk ed anarchica.</strong> Durante il cambio del palco, spesso leggevano al pubblico degli stralci delle loro opere poeti come Simon Stockton o Andy T.<br>Era pratica frequente la condivisione di the e cibo prima e dopo il concerto, così come il restare lì a mescolarsi e chiacchierare con la gente. Per montare e smontare l’amplificazione e ripulire la sala a fine serata si poteva sempre contare su qualche volontario.<strong> Il tutto era volto a sottolineare l’importanza del messaggio, più che a innescare i meccanismi di culto dell’artista propri della società dello spettacolo che essi contestavano radicalmente.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>&#8230;La situazione era proprio scoraggiante, ma di solito ci si divertiva. Nessuno che venisse a seccarti con storie assurde sui tuoi stivali di cuoio, o che si lamentasse se mettevi latte nel tè. Nessuno che volesse sapere come mai anarchia e pace potessero coesistere, nessuno che venisse a rompere i coglioni con lunghi monologhi su Bakunin, che a quel tempo noi si immaginava fosse probabilmente una marca di vodka…”</em> (Crass, da “In which Crass blow their own”)</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nell’estate del 1978 Pete Stennett e sua moglie Mary, proprietari del negozio di dischi londinese Small Wonder e di una piccola etichetta omonima (che contribuì, tra gli altri, agli esordi discografici dei primissimi gruppi punk londinesi come Fatal Microbes e Menace, e di gente divenuta in seguito molto famosa come Cure e Bauhaus), ascoltarono un demotape del gruppo e gli piacque. Presero quindi contatto con Penny e Steve per pubblicare un singolo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ottenuto un prestito da Vi Subversa delle <a href="https://www.radiopunk.it/25/poison-girls-il-controllo-dello-stato-e-il-rocknroll/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Poison Girls</a>, i Crass registrarono in diretta senza sovraincisioni sul quattro tracce a bobine di John Loder tutto il loro repertorio di allora, diciotto canzoni. Siccome non riuscivano a decidersi su quali pezzi utilizzare, li pubblicarono tutti e realizzarono nell’ottobre di quell’anno il primo singolo in assoluto che contenesse così tante canzoni. Nacque così “The feeding of the 5,000”, il loro debutto discografico che costituì anche l’inizio delle rogne che caratterizzarono l’intera attività del gruppo.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>&#8230;Gesù lo strafottente<br>Cristo il becchino, lo scavafosse<br>Le hai scavate tu le tombe di Auschwitz<br>La terra di Treblinka è la tua colpa, il tuo peccato<br>Sei tu che porti lo stendardo dell’oppressione<br>Enola è la tua allegria, i corpi di Hiroshima il tuo diletto<br>I chiodi sono la tua unica trinità<br>Tienteli stretti, nella tua cadaverica scelleratezza<br>L’immagine per la quale ho dovuto soffrire<br>La croce è il corpo vergine della femminilità che tu profani<br>Ti sei inchiodato al tuo stesso peccato<br>Cristo rottinculo che mi chiama sorella<br>Non ci sono parole per il mio disprezzo&#8230;<br>Gesù è morto per i suoi peccati, non per i miei.</em><br>(Crass, da “Asylum”)</p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-5 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" data-id="33985" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/02/Crass-The-feeding-of-the-5000-1979-b.jpg" alt="" class="wp-image-33985"/></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" data-id="33986" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/02/Crass-The-feeding-of-the-5000-1979-f.jpg" alt="" class="wp-image-33986"/></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" data-id="33987" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/02/Crass-The-feeding-of-the-5000-1981.jpg" alt="" class="wp-image-33987"/></figure>
</figure>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nessuno era disposto a stampare il disco con “Asylum” dentro. Il testo della canzone è una rabbiosa invettiva femminista contro l’oppressione religiosa, quindi dopo molte discussioni si decise di toglierla. Il disco uscì per Small Wonder senza quel pezzo &#8211; rimpiazzato da “The sound of free speech”, una traccia completamente silenziosa lunga un paio di minuti &#8211; e venne accolto dalla stampa musicale con recensioni sbrigative e spesso offensive (“Un disco indecente, inutile e meschino&#8230;”, così Tony Parsons sul New Musical Express).<br>Già dal primo ascolto ci si accorge che è un’opera del tutto estranea alla moda giovanile del tempo. Fatto curioso sì, ma non più di tanto per quegli anni di “musicisti” incapaci ma dal formidabile impatto visivo, è che Andy suoni la sua chitarra elettrica in maniera poco ortodossa, utilizzandola più che altro come macchina da rumore per marcare il tempo intrecciandola alla ripetitività marziale di Penny. Pete e Phil erano gli unici del gruppo a sapersela cavare coi loro strumenti. Steve non aveva mai cantato prima in pubblico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Del suono dei Crass colpisce l’originalità dell’intreccio delle parti vocali maschili e femminili ed il contrasto di queste ultime perennemente in movimento tra l’urlo e il sussurro, con il cantato posto in evidenza nel missaggio finale del disco rispetto al magma sonoro degli strumenti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Dedicando estrema attenzione alle parole, i Crass trasformarono già dal loro esordio quello che era la canzone politica e di protesta conosciuta fino ad allora in veri e propri proclami di estrema insofferenza e denuncia</strong>. I loro testi affrontano una costellazione di tematiche di liberazione con un linguaggio sporco e vagando dall’immediatezza (che nel caso dei Crass non fu mai sinonimo di superficialità) all’aggressione verbale. I temi delle canzoni del loro disco d&#8217;esordio spaziano dalla celebrazione del nichilismo e della disillusione (“So what”, “Sucks”, “End result”) all’incitazione alla presa di coscienza (“Reject of society”, “You pay”), alla morte del punk (in “Punk is dead” vengono contestati acidamente Patti Smith, Sex Pistols e Clash per i loro contratti discografici milionari), per giungere allo sputo in faccia agli sfruttatori dell’utopia punk in “Banned from the Roxy”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>Ancora una volta, la violenta maggioranza impone la sua realtà retrograda mettendo a tacere gli altri. &#8220;Asylum&#8221;, una dichiarazione blasfema e femminista, è stata cancellata perché nessuno l&#8217;avrebbe pubblicata se la traccia fosse rimasta inalterata. Abbiamo deciso di inviare le cassette delle prime 5000 copie a chi ne sta facendo richiesta. Abbiamo poi deciso di provare noi stessi a stampare &#8220;Asylum&#8221; e &#8220;Shaved women&#8221;, entrambe con la voce di Eve Libertine. Le metteremo sul mercato il prima possibile e a un prezzo basso, si spera a prezzo di costo. Ci scusiamo per questa situazione del cazzo”.<br>(Crass, comunicato del 1978)</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">A qualche mese dalla pubblicazione di “Feeding”, Penny e compagni ripresero in mano “Asylum”: la riregistrarono il 22 aprile 1979, la ribattezzarono “Reality asylum” e la fecero circolare, complici Small Wonder e poi anche Rough Trade, su un 7” autoprodotto di fattura artigianale (sull’altro lato del disco il delirio sonico di “Shaved women”, scritta da Annie Anxiety) &#8211; copertina serigrafata in casa e confezionata a mano, pubblicato da un’etichetta indipendente appena nata: Crass Records.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-6 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" data-id="33989" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/02/Crass-Reality-asylum-1979.jpg" alt="" class="wp-image-33989"/></figure>



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<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" data-id="33991" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/02/frame-2-1024x576.jpg" alt="" class="wp-image-33991"/></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" data-id="33992" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2026/02/Gee-Vaucher-Reality-asylum-poster-687x1024.jpg" alt="" class="wp-image-33992"/></figure>
</figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Questo sforzo venne premiato dalla visita premurosa di Scotland Yard alla comune di Epping, allertata da alcune denunce per blasfemia. Al negozietto di Small Wonder si era presentata la mattina precedente una squadra della buoncostume. Il reato prevede sanzioni e carcere. Le denunce per vilipendio alla religione erano un fatto piuttosto inusuale e la cosiddetta “vice squad”, più avvezza ad occuparsi di prostituzione e pubblicistica pornografica, probabilmente non sapeva bene come gestire la faccenda. Il gruppo riuscì ad evitare degli strascichi giudiziari solo perché i vari membri, benché già noti all&#8217;autorità, erano ancora incensurati.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I due precedenti processi per il reato di blasfemia erano stati celebrati nel 1843 e nel 1976, quando Denis Lemon, direttore della rivista Gay News, venne trascinato in tribunale e condannato per aver pubblicato la poesia di James Kirkup “L’amore che osa pronunciare il suo nome” &#8211; che descrive l&#8217;amore del centurione romano posto di guardia al sepolcro per il Cristo morto. Nonostante gli sforzi della censura (ad oggi ne è ancora vietata la diffusione a mezzo stampa in Oltremanica), il testo della poesia venne fatto circolare dalla stampa anarchica inglese e nelle performance del Living Theatre. Ne venne pubblicata in Italia una traduzione dal mensile di controcultura gay Lambda nel primo 1978. Si ha notizia di una lettura pubblica di questo testo avvenuta nel 2002 nel corso di una manifestazione di protesta davanti alla chiesa di St. Martin in the Fields a Londra, fatto che non ha avuto però ripercussioni giudiziarie.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La polizia mise Penny e compagni sull&#8217;avviso che così facendo andavano solo in cerca di rogne e gli suggerì di smettere con le provocazioni, ma i Crass decisero di fare di testa loro e di andare avanti comunque</strong>: da lì in poi i loro dischi furono sistematicamente oggetto di censura e boicottaggio. I negozi che esponevano i dischi dei Crass in vetrina ricevevano le visite discrete degli agenti di pubblica sicurezza: dapprima invitavano i gestori a toglierli dagli scaffali e a renderli al distributore, poi si passava a perquisizioni, multe e minacce.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Alcuni negozianti ribelli sono stati denunciati, uno a Manchester e uno a Norwich sono stati addirittura processati e condannati per aver venduto &#8220;materiale osceno&#8221; a minori. Vi lascio immaginare le pressioni dell&#8217;MI5 sugli organizzatori di concerti e sui gestori dei locali, e mi limiterò a citare l’accoglienza a base di sprangate a quei pochi concerti che sono riusciti a organizzare da sé &#8211; stavano sul cazzo proprio a tutti, destra e sinistra, dal National Front fino a Class War e oltre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>&#8230;La canzone suscitò due tipi di reazioni: alcuni inorridivano&#8230; per altri invece segnò un punto di svolta. Molte persone mi dissero che avevo dato voce ai loro pensieri, alle loro sensazioni e altre cose del genere. Esiste una legge non scritta che condanna chi dice queste cose. E noi l&#8217;abbiamo sfidata. È inutile stupirsi, la subiamo tutti. Ma nessuno di noi è mai stato accusato. Questo perché ogni volta che tu avanzi, loro fanno un passo indietro. Ogni volta che questo accade viene abbattuto un preconcetto. Mattone dopo mattone, buttiamo giù il muro che ci separa dalla libertà. E alcuni riescono a intravedere la luce, riescono a vedere attraverso quella piccola crepa. Credo che tra tutte le cose che ho fatto con i Crass, questa è quella che mi rende più orgoglioso. Anche se non mi piace questo termine, rende l&#8217;idea&#8230; Molti giovani erano spaventati e intimiditi dopo aver ascoltato quel pezzo. Segnò una svolta importante e oggi continua a fare rumore&#8230;”.<br></em>(Penny Rimbaud, in “The sound of free speech”)</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una volta interrotta l’attività editoriale di Small Wonder, i Crass ricomprarono i nastri di “Feeding” dagli Stennett e ristamparono nel 1981 l’album nella sua forma originale (quindi con “Asylum” come primo pezzo della prima facciata), per l’etichetta che avevano nel frattempo fondato. Diversa era però la confezione: un’inedita copertina apribile che si poteva usare come poster da una parte, dall’altra un collage di informazioni, testi e scritti vari, formula grafica che caratterizzò grande parte dei titoli da essi prodotti e pubblicati.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>I graffiti con il simbolo del gruppo (un misto stilizzato di croce, segno di divieto e serpenti intrecciati disegnato da Dave King, del collettivo Sleeping Dogs) comparvero sui muri della metropolitana londinese assieme all’a cerchiata degli anarchici e al simbolo pacifista del CND</strong>&#8230; e da lì comincia un&#8217;altra storia che vi ho già raccontato qui per buona parte.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I Crass si ritrovarono a dover combattere per riuscire a sopravvivere nell&#8217;Inghilterra che, tra la fine gli anni Settanta e la prima metà degli anni Ottanta, venne trasformata a forza dai conservatori capeggiati da Margaret Thatcher. Un cambiamento sociale e culturale radicale: al senso di comunità e solidarietà sociale che aveva tenuto insieme la Gran Bretagna dal secondo dopoguerra venne imposta la logica della competizione e dell&#8217;arricchimento a tutti i costi. Fare soldi velocemente divenne l&#8217;equivalente del successo nella vita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Difficile non fare paragoni con la deriva socialista e l&#8217;ascesa del berlusconismo nel nostro paese: forse più lento ma altrettanto letale, vista l&#8217;aria meravigliosa che respiriamo nell&#8217;Italia di oggi, il cambiamento della nostra società si nutrì di terrorismo, mafia, corruzione, deviazioni e informazione manipolata.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Nel documentario sono riportate le testimonianze, tra gli altri, di Steve Ignorant, Gee Vaucher e Penny Rimbaud tutt&#8217;e tre ex-membri dei Crass, di Pete Stennett di Small Wonder, del poeta Andy T e di Annie “Anxiety” Bandez che col gruppo condivisero a lungo avventure e disavventure.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il gruppo si sciolse nel luglio del 1984 dopo un concerto tumultuoso ad Aberdare a sostegno dei minatori gallesi in sciopero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel gennaio 1985, proprio a pochi giorni dalla pubblicazione del loro penultimo disco &#8220;<a href="https://www.radiopunk.it/25/crass-acts-of-love-album/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Acts of love</a>&#8220;, i Crass vennero trascinati in tribunale dove un giudice li considerò &#8220;un’associazione che opera ai margini della legalità&#8221; e definì i loro dischi &#8220;grossolani e volgari, fatti per buona parte di spazzatura ingiuriosa&#8221;, nonché &#8220;roba che nessuno vorrebbe tenersi in casa&#8221;. Il loro terzo album &#8220;Penis envy&#8221; venne giudicato da quella corte &#8220;contrario alla pubblica decenza&#8221; per via dei testi e della copertina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Marco Pandin</p>



<p class="wp-block-paragraph">stella_nera@tin.it</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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		<title>Crass &#8211; Acts Of Love</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Nov 2025 11:30:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Anarcopunk]]></category>
		<category><![CDATA[Crass]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Marco Pandin ci porta a conoscere i Crass e il loro album &#8220;Acts Of Love&#8221; Atti d&#8217;amore &#8220;&#8230;Credo che una raccolta come questa sia finalmente in grado di affossare il mito stupido secondo cui il punk non fosse altro che una sciocca e atipica nota stonata sparata in faccia alla musica leggera. Questi pezzi sono &#8230;</p>
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<h2 class="wp-block-heading">Marco Pandin ci porta a conoscere i Crass e il loro album &#8220;Acts Of Love&#8221;<br></h2>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Atti d&#8217;amore</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>&#8220;&#8230;Credo che una raccolta come questa sia finalmente in grado di affossare il mito stupido secondo cui il punk non fosse altro che una sciocca e atipica nota stonata sparata in faccia alla musica leggera. Questi pezzi sono la rappresentazione di un periodo storico durante il quale l&#8217;industria musicale è stata costretta a mollare la presa, un periodo in cui la gente si è riappropriata di ciò che realmente le apparteneva celebrando la propria vittoria per mezzo di musica e suoni. Le multinazionali discografiche hanno imparato velocemente la lezione, e sono riuscite presto a riprendere il controllo: date solo un&#8217;occhiata a cosa c&#8217;è oggi nelle classifiche di &#8220;musica alternativa&#8221; e capirete quanto indietro siamo tornati. Passerà chissà quanto tempo prima che si riesca a localizzare un altro loro punto debole, chissà quanto tempo dovrà passare prima che si riescano a fare registrazioni della stessa natura di queste che abbiamo raccolto in questo disco. E mentre vi divertite ad ascoltarle, ricordate bene che niente di queste musiche è stato fatto per soldi: questa è musica popolare, musica che appartiene alla gente&#8230;&#8221;. </em><strong>(Penny Rimbaud &#8211; dalla presentazione delle raccolte antologiche &#8220;A/Sides&#8221;, aprile 1992)</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Strano il destino di questi hippie anarcopunk: a oltre quarant&#8217;anni dallo scioglimento i Crass non sono affatto diventati ferrovecchio rugginoso né polvere museale come certi altri loro &#8220;colleghi&#8221; di allora. Anzi, penso che possano ancora incuriosire e dare ispirazione a più di un giovane d&#8217;oggi &#8211; o almeno così spero.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Sono uno che ha letto molto più spesso Fabrizio de André e Alessio Lega che non Errico Malatesta. So bene che per certi miei compagni sto bestemmiando, ma confesso che sono arrivato a quella mia visione tutta storta e stravagante dell&#8217;anarchia per buona parte grazie all&#8217;ispirazione che ho potuto trarre, oltre che dal compagno Faber, dai testi delle canzoni dei Crass, delle Poison Girls, dei Flux of Pink Indians, di Franti, Kina e qualche altro, nonché dalla frequentazione loro e di altri gruppi, invece che attraverso percorsi più tradizionali come, che so, la lettura e lo studio di certi scritti di Michail Bakunin.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Ricordo che quando alle riunioni della redazione di A/Rivista Anarchica nei primi anni Ottanta ci si ritrovava a parlare dei Crass in presenza di certi vecchi anarchici, persone senz&#8217;altro meravigliose e degne di rispetto ma rimaste per così dire ottocentesche nello spirito, alcuni alzavano il sopracciglio ed altri arrivavano addirittura a prendersela. Credo che quelli come me gli sembrassero soltanto dei giovinastri ignoranti senza futuro, e invece no. Ma anche i Crass sembravano un gruppo punk del cazzo come tanti altri, e invece no. Sembrava finisse tutto nel 1984, e invece per certi versi con quell&#8217;anno è cominciato tutto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Di come ci ho sbattuto la faccia contro <a href="https://www.radiopunk.it/25/crass-e-diy/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ve l&#8217;avevo già raccontato qui a marzo 2022.</a> Stavolta vorrei soffermarmi sul loro penultimo disco, uscito nel gennaio 1985: in copertina non c&#8217;è traccia del loro nome, solo il titolo &#8220;Acts of love&#8221; &#8211; atti d&#8217;amore. Il gruppo s&#8217;era sciolto sei mesi prima. Del loro ultimo disco “Ten songs on a summer&#8217;s day” magari ne parleremo un&#8217;altra volta.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="CRASS - ACTS OF LOVE (Álbum Completo)" width="1220" height="915" src="https://www.youtube.com/embed/VfB9SLDoM1c?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>Sei tu che ti costruisci il mondo intorno.<br>Il silenzio ti appartiene.<br>Tutte le tue rughe e ogni espressione della tua faccia e dei tuoi occhi<br>raccontano una storia.<br>E quella storia sei tu.<br>Non ci sono cosmetici buoni per nascondere le nostre frustrazioni.<br>Se hai l&#8217;intenzione di costruire sopra alle mie lacrime l&#8217;utopia che sogni<br>sappilo<br>i tuoi pregiudizi meschini ti spingeranno di nuovo nella cattiveria.<br>Al di là della nostra alienazione<br>e delle sue manifestazioni irritanti fatte di violenza ed avidità<br>c&#8217;è un equilibro, un&#8217;armonia.<br>Ma il mondo, non è già di per sé in pace?<br>Io propongo la solidarietà, dichiaro il mio amore e la mia comprensione.<br>Tu<br>trasformerai tutto questo in merce,<br>in un vantaggio, in un qualcosa da possedere?<br>Sei tu che ti costruisci il mondo intorno.<br>Solo tu puoi rispondere.</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">In occasione di quel mio primo post su Radio Punk vi avevo raccontato di quando, estate del 1979, un amico ritornato da un breve viaggio a Londra mi aveva regalato &#8220;Stations of the Crass&#8221;. Era un disco uscito da poco e lui l&#8217;aveva preso attratto dal prezzo imposto incredibilmente basso e incuriosito dalla copertina, ma una volta a casa lo aveva ascoltato e non gli era piaciuto affatto. E invece a me quel disco ha acceso un gran casino dentro in testa e nel cuore. E la mia non era per niente una questione di innamoramento musicale: rispetto ad altri gruppi i Crass suonavano proprio male e non mi veniva granché voglia di ascoltare &#8220;Stations&#8221; rispetto a certi altri dischi di quel periodo &#8211; tipo &#8220;Y&#8221; del Pop Group, &#8220;Fear of music&#8221; dei Talking Heads o i Cure di &#8220;Three imaginary boys&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A me dei Crass e di &#8220;Stations&#8221; avevano colpito molto profondamente due cose. La prima era il suono, così sporco e povero e traballante e approssimativo, circondato da un riverbero che lo faceva assomigliare tantissimo a quello della cantina dove allora suonavo col mio gruppo. Ero convinto che i miei compagni ed io avessimo sviluppato una creatività particolare e uno stile tutto nostro, ma che le nostre capacità fossero scarse e fossimo assolutamente inadatti alla scena e alle correnti nuove &#8211; eppure c&#8217;era gente come i Crass che la propria inadeguatezza tecnica aveva osato documentarla, l&#8217;aveva resa pubblica e ne aveva fatto motivo d&#8217;orgoglio. Era evidente che ritenevano la confezione meno importante del valore intrinseco che attribuivano a ciascun pezzo: questo ragionamento mi aveva steso. In mezz&#8217;ora erano crollati tutti i miei ragionamenti sulla disciplina, sul valore della pratica dello strumento e dell&#8217;esercizio. Tutte le mie convinzioni sulla musica, sul come farla e perché farla erano ridotte in frantumi.<br>Ed ecco l&#8217;altra: mi avevano proprio affascinato i testi delle canzoni, mi avevano come dire illuminato. Li trovavo suggestionanti e strabilianti: uno scrollone, una scarica di adrenalina, uno scatolone di petardi, una sfilza di schiaffi in faccia e di sonori calci nel culo.<br>Per me quei testi erano né più né meno che un manuale di istruzioni per imparare a vivere davvero invece che accontentarsi di sopravvivere: muoviti Marco, hai quasi 22 anni, col cazzo che non c&#8217;è futuro e che non ci sono sogni, se vuoi davvero cambiare la tua vita devi muovere il culo e darti da fare. Non aspettarti che qualcun altro lo faccia per te. Ecco qual è stato il mio primo impatto con l&#8217;anarcopunk.<br><br>L&#8217;anarcopacifismo dei Crass e le loro pratiche di autogestione e di azione diretta (cose che avevo appreso dai testi delle canzoni e da alcuni ciclostilati: assieme al disco il mio amico mi aveva regalato una manciata di volantini stampati da loro che aveva raccolto alla libreria Housmans a King&#8217;s Cross &#8211; un luogo mitico del quale noi giovani lettori agitati della periferia nordestina dell&#8217;impero si favoleggiava) mi avevano molto preso, così dopo un po&#8217; mi sono deciso e gli ho scritto una lettera. Non una cosa tipica da fan ma gli ho raccontato chi ero, di casa mia, dei miei compagni, della radio libera con cui collaboravo, del gruppo in cui suonavo, delle mie sfighe, dei miei casini, delle mie aspirazioni, delle mie difficoltà. Loro, con mia grande sorpresa, dopo qualche settimana hanno risposto: era una lettera vera, scritta a mano e non una circolare. Nella busta c&#8217;erano un paio di volantini, un badge e un invito a mantenere i contatti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo altri scambi di lettere nell&#8217;estate del 1982 sono riuscito ad andare in treno a Londra e una volta lì a fare un salto a Rough Trade, allora meta obbligatoria per tutti gli appassionati di musica indipendente. In negozio incontro Scott Piering, che era il responsabile dell&#8217;ufficio stampa dell&#8217;etichetta: gli lascio un po&#8217; di copie della nostra fanzine veneziana e lui mi dedica tempo ed attenzione. Dice che la fanzine gli piace anche se non la sa leggere, e si sorprende che dentro ci siano delle traduzioni di alcuni testi di Crass e Poison Girls. Le ho fatte io, gli dico. E lui mi fa: aspetta un attimo, prende il telefono e mi organizza un incontro con John Loder &#8211; ci siamo visti lì in negozio un paio di giorni dopo.<br>John è stato molto gentile e disponibile: le nostre fanzine sono piaciute anche a lui, mi ha dato qualche disco in regalo e mi ha scritto su un pezzo di carta il numero di telefono della loro casa comune ad Epping invitandomi a chiamare &#8211; cosa che da allora ho fatto più volte. L&#8217;anno successivo sono riuscito finalmente a far visita a Penny, Gee, Phil, Joy e compagni a Dial House. Nel 1984 ho assistito ad un loro concerto a Nottingham, quando gli ho chiesto se potevo collegare il mio registratore al mixer non hanno sollevato obiezioni &#8211; ne ho tratto dapprima delle cassette poi un cd che ho diffuso a sostegno di A/Rivista Anarchica.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img decoding="async" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/11/IMG-20251112-WA0016.jpg" alt="" class="wp-image-30385"/><figcaption class="wp-element-caption">Frontespizio del volantino distribuito dai Crass al concerto&nbsp;di&nbsp;Nottingham</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><br><br><strong>Ecco un altro frammento da “Acts of love”:</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>Quelle ore sono ombre distanti</em><br><em>Silenziose<br>Il mare agitato tira il vento addosso ad una spiaggia lontana</em><br><em>Tra il silenzio che ci tiene lontani, soltanto un nome</em><br><em>Nome che si impadronisce della propria realtà</em><br><em>Dov&#8217;eri, allora?<br>Ti nascondevi tra i rami carichi di limone ed uva?<br>Ti fai largo tra l&#8217;edera con le tue mani pallide<br>Non mi scorderò mai di te<br>Il silenzio di quelle dita mi acceca<br>Le mie orecchie abbagliate da quel pallore<br>Vieni, vieni qui e passa oltre<br>Aspettami vicino alla sabbia nuda<br>Onde che rotolano felici nel mare<br>Ricordati di me<br>Io sono quella balena enorme che lotta per conquistare aria ed oceani.</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Come per certo saprete se frequentate queste pagine e certi giri, i Crass erano un collettivo di punks inglesi attivi tra la fine degli anni Settanta e il 1984. Un paio di loro, i più vecchi, negli anni Sessanta avevano frequentato a lungo certe frange creative del movimento hippy. Anarchici e pacifisti, non hanno avuto vita facile: sin dall’inizio hanno dovuto lottare duramente per non soccombere al silenzio.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ve la faccio breve, per quanto possibile. Il loro disco d’esordio venne pubblicato dalla minuscola indie londinese Small Wonder nell’ottobre del 1978 con un paio di minuti di silenzio al posto della prima canzone del lato A “Reality asylum”, un&#8217;invettiva femminista contro l&#8217;oppressione religiosa &#8211; i gestori dello stabilimento di stampa del vinile l’avevano ritenuta offensiva e si erano rifiutati di metterlo in lavorazione.<br>L’anno dopo i Crass fondarono un’etichetta discografica omonima, indipendente e autogestita, e riuscirono a ristampare il disco per intero secondo il loro progetto originale, per ritrovarsi presto i funzionari di Scotland Yard in casa allertati da alcune denunce per blasfemia. Questo era un fatto piuttosto inusuale nel loro paese e la buoncostume, più avvezza ad occuparsi di prostituzione e pubblicistica pornografica probabilmente non sapeva bene come gestire la faccenda. Il gruppo riuscì ad evitare degli strascichi giudiziari solo perché i vari membri, benché già noti all&#8217;autorità, erano ancora incensurati. La polizia li mise sull&#8217;avviso che così facendo andavano solo in cerca di rogne e gli suggerì di smettere con le provocazioni, ma i Crass decisero di fare di testa loro e di andare avanti comunque: da lì in poi i loro dischi furono sistematicamente oggetto di censura e boicottaggio. I negozi che esponevano i dischi dei Crass in vetrina ricevevano le visite discrete della polizia: dapprima invitavano i gestori a toglierli dagli scaffali e a renderli al distributore, poi si passava a perquisizioni, multe e minacce. Alcuni negozianti ribelli sono stati denunciati, uno a Manchester e uno a Norwich sono stati addirittura processati e condannati per aver venduto &#8220;materiale osceno&#8221; a minori. Vi lascio immaginare le pressioni dell&#8217;MI5 sugli organizzatori di concerti e sui gestori dei locali, e mi limiterò a citare l’accoglienza a base di sprangate a quei pochi concerti che sono riusciti a organizzare da sé &#8211; stavano sul cazzo proprio a tutti, destra e sinistra, dal National Front fino a Class War e oltre.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra il 1978 e il 1984 i Crass pubblicarono una dozzina di dischi, fra singoli EP ed album, e pure riuscirono a venderne diverse centinaia di migliaia di copie, ma inspiegabilmente non finirono mai in classifica. La stampa musicale inglese stroncò il loro esordio e descrisse abitualmente i loro lavori in termini dispregiativi, accusandoli di volta in volta di essere &#8220;estremisti pericolosi&#8221;, &#8220;patetici tardo-sessantottini che combattono battaglie antiquate&#8221;, &#8220;la personificazione dell’odio&#8221;, &#8220;un gruppo buono solo per farci le spillette&#8221;, &#8220;un disastro per la politica culturale giovanile&#8221;, &#8220;la peggiore spina nel fianco del movimento&#8221; (queste ultime due citazioni le ho tratte da altrettante riviste specializzate italiane).<br>Ci sono dozzine di persone in giro per il mondo che si sono arricchite commercializzando, senza aver chiesto né ottenuto alcuna autorizzazione né licenza, magliette spillette e altro merchandising con il loro nome e logo, e copie contraffatte dei loro dischi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Al tempo del conflitto inglese contro l&#8217;Argentina per le isole Falklands scrissero canzoni feroci e disperate contro la guerra attirando le attenzioni del governo Tory e del primo ministro Margaret Thatcher in persona &#8211; che osarono sbeffeggiare in pubblico e misero in qualche seria difficoltà durante un dibattito radiofonico alla BBC, dove rivelarono in diretta delle informazioni riservate. L’accesso degli anarchici alla radio nazionale venne pesantemente contestato. Nel corso della trasmissione i centralini della BBC furono intasati da centinaia di telefonate di protesta: dissentire pubblicamente su un argomento come la guerra si dimostrava un fatto assolutamente inaccettabile.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In piena guerra i Crass riuscirono a stampare all’estero un flexi-disc trasparente ed anonimo con dentro &#8220;Sheepfarming in the Falklands&#8221;, un loro pezzo pacifista, e lo importarono clandestinamente in patria: con la complicità di alcuni lavoratori di Rough Trade lo diffusero inserendolo dentro alle copertine di altri dischi, ma buona parte ne venne presto intercettata dalla polizia e sequestrata. La pubblicazione di &#8220;Sheepfarming&#8221;, ritenuta da parecchi parlamentari una canzone &#8220;oscena&#8221;, comportò il concentrarsi di ancora maggiori attenzioni da parte della polizia su quelli che oramai erano soltanto dei “traditori della patria”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Appena finita la guerra scoppiò il cosiddetto caso Thatchergate: la registrazione di un falso dialogo telefonico tra Margaret Thatcher e il presidente americano Ronald Reagan venne fatta recapitare in forma anonima alle redazioni delle più importanti testate giornalistiche di tutto il mondo. Nonostante la registrazione fosse evidentemente contraffatta, provocò una serie di incidenti diplomatici: gli Stati Uniti puntarono il dito sul KGB ed i russi sulla CIA e si fu sul punto di far scoppiare un intrigo internazionale. E invece era opera loro&#8230;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il gruppo si sciolse nel luglio del 1984 dopo un concerto tumultuoso ad Aberdare a sostegno dei minatori gallesi in sciopero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>&#8230;Il movimento punk non ha inventato niente: è stato piuttosto la continuazione di un movimento preesistente. Prima c’erano gli hippy, i beat, i bohemién e si potrebbe andare ancora indietro nel tempo fino agli inizi della consapevolezza umana. Il dissenso sociale non è cosa nuova, e bisogna essere in grado di adattarlo ai tempi e renderlo sempre nuovo e radicale per evitare che si rispecchi nella rigidità del sistema a cui si oppone. Ecco la ragione per cui oggi mi fa così schifo il ritorno della moda punk. Lo sappiamo tutti che il sistema fa schifo. Lo sappiamo tutti che volendo lo si riesce a bloccare per un giorno, o magari due. Lo sappiamo tutti che McDonald e la Coca Cola fanno schifo. Lo sappiamo tutti che le guerre uccidono. Quello che proprio non riusciamo a fare è riuscire a smetterla una volta per tutte e cambiare. Trent’anni fa i punk anarchici misero in pratica qualcosa di completamente nuovo, imparando in fretta che le politiche di opposizione tradizionali tendono a non ottenere granché se non il rafforzarsi dell’oppressione&#8230;”</em> <strong>(Penny Rimbaud, dalla presentazione di “The last of the hippies”, 2008)</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel gennaio 1985, proprio a pochi giorni dalla pubblicazione di &#8220;Acts of love&#8221;, i Crass vennero trascinati in tribunale dove un giudice li considerò &#8220;un’associazione che opera ai margini della legalità&#8221; e definì i loro dischi &#8220;grossolani e volgari, fatti per buona parte di spazzatura ingiuriosa&#8221;, nonché &#8220;roba che nessuno vorrebbe tenersi in casa&#8221;. Il loro terzo album &#8220;Penis Envy&#8221; venne giudicato da quella corte &#8220;contrario alla pubblica decenza&#8221; per via dei testi e della copertina. I giudici dichiararono alla stampa che &#8220;avevano inteso dare una condanna esemplare e dare un contributo concreto per il miglioramento dei valori umani, per il risanamento della morale pubblica nell&#8217;interesse di tutti i giovani&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>&#8220;&#8230;Ci sarebbe voluto ben più di una multa per fermarci. Le ragioni per cui ci siamo sciolti sono numerose. Prima di tutto, l’avevamo detto sin dall’inizio: dureremo fino al 1984. Abbiamo numerato a rovescio tutti i nostri dischi proprio per questo motivo. Poi, Andy voleva riprendere a studiare e iscriversi alla scuola d’arte, e non c’era motivo di continuare l’attività senza di lui. Il nostro gruppo funzionava così, non potevamo certo trovare un sostituto, nessuno sarebbe stato d’accordo. Eravamo tutti molto uniti e solidali, ecco il motivo che ci teneva assieme. Se qualcuno avesse deciso di mollare, avremmo mollato tutti. Un altro motivo per cui ci siamo sciolti, e se vogliamo è una ragione positiva, è che molti punks &#8211; specie i più giovani &#8211; si ritrovavano allora completamente immersi in una mentalità di disastro e di morte, stavano dimenticando il perché della loro rabbia, che è una cosa assolutamente sbagliata. E&#8217; per questo che abbiamo pubblicato &#8220;Acts of love&#8221;, penso sia stato molto importante pubblicare quel disco…&#8221;</em> <strong>(Gee Vaucher a Richie Unterberger &#8211; intervista pubblicata da Perfect Sound Forever, 1996)</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">L&#8217;abbiamo ben visto: il sistema si è dimostrato in grado di saper inglobare e riciclare l&#8217;opposizione, compresa quella radicale, e rendere commestibile e addirittura gustoso persino il letame punk &#8211; è bastato metterci sopra qualche zuccherino in forma di vinile ristampato con qualche bonus track grattata via da vecchi nastri di prove in cantina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La cosa però pare non abbia funzionato granché nel caso dei Crass. Il gruppo, come dicevo all&#8217;inizio, non è più attivo in quanto tale da oltre quarant&#8217;anni, anche se una parte degli ex-membri a suo modo ha continuato una certa attività artistica ed i loro vecchi dischi hanno continuato ad essere costantemente richiesti. Grazie a One Little Independent, che ha acquisito il catalogo di Crass Records alla chiusura di Southern avvenuta dopo la morte di John Loder, si continuano a ristampare le loro vecchie cose, e c&#8217;è Steve Ignorant che ogni tanto canta in giro le solite vecchie canzoni davanti a un pubblico di vecchi punks nostalgici che condividono i battiti del cuore e i ritornelli con moltissimi giovani punks curiosi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dei Crass, curato da Gee Vaucher per Exitstencil Press e completamente autoprodotto, lo scorso anno è uscito un librone alto tre dita confezionato benissimo con dentro foto e materiali scritti e grafici, realizzato in maniera orizzontale raccogliendo i contributi di fan e sostenitori in giro per il mondo. Purtroppo, dopo la Brexit, con l&#8217;aggiunta di tasse doganali e spese di spedizione extra-UE sia il libro che i dischi ristampati da One Little Independent da noi vengono a costare un&#8217;esagerazione.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/11/Immagine-WhatsApp-2025-07-14-ore-09.00.17_4bffe945-780x1024.jpg" alt="" class="wp-image-30384"/></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Ed eccomi ad &#8220;Acts of love&#8221;. All&#8217;inizio mi ero fatto più di uno scrupolo: non c&#8217;è qui dentro neanche una chitarra, una strofa urlata o un tamburo pestato forte, neanche un minimo sindacale di suoni distorti e probabilmente per tutto questo potrebbe per me essere imbarazzante giustificarne la presenza dentro a Radio Punk. Ma penso sinceramente che questo sia il posto giusto: rappresenta una strada diversa, e che va in salita, per raccontare certe radici. Penso che sia un tassello importante per aiutare a capire meglio l&#8217;avvicendarsi e lo stratificarsi di eventi e ragionamenti che hanno portato alla formazione dei Crass &#8211; motivazioni tutt&#8217;altro che musicali, economiche o modaiole &#8211; e soprattutto i loro motivi di coesione.<br><br>Alla fine della serie di concerti organizzati nella primavera e nell&#8217;estate del 1984 per sostenere il loro quinto album &#8220;Yes sir, I will&#8221;, e a ridosso dello scioglimento del gruppo, Penny Rimbaud si era buttato a capofitto in un progetto musicale radicalmente diverso da quello portato avanti con i Crass. Aveva ritrovato e raccolto cinquanta brevi poesie che aveva scritto tra il 1968 e il 1973, e immaginava di leggerle mettendogli un qualche sottofondo musicale. Invece che dal punk, l&#8217;ispirazione arrivò da un sintetizzatore Yamaha DX7, la prima tastiera a controllo interamente digitale, messa in commercio da pochissimo e che John Loder aveva subito acquistato per i Southern Studios. Penny si mise a sperimentare affiancato da Paul Ellis, tastierista delle Poison Girls, che aggiunse all&#8217;attrezzatura anche i suoi sintetizzatori polifonici analogici Prophet 5 e Prophet 8.<br>I due lavoravano in studio nei ritagli di tempo libero, e il progetto cominciò presto a prendere forma per completarsi dopo qualche mese. Eve Libertine prestò la sua voce a 49 testi, Steve Ignorant all&#8217;ultimo pezzo del disco.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Eccone un altro frammento:</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>Quando ti sei alzata, questa mattina</em><br><em>il tuo sguardo era duro come la roccia.</em><br><em>I tuoi occhi, come al solito bianchi e azzurri,</em><br><em>erano stranamente cerchiati di nero.</em><br><em>Meglio di così non va, vero?</em><br><em>La tua voce può solo lacerarsi gridando invano.</em><br><em>Devi fare un gran fracasso per poter capire il silenzio.</em><br><em>Hai urlato come un’ossessa tappandoti le orecchie<br>per non ascoltare il silenzio.</em><br><em>Tu puoi vederlo,<br>ma lui non ti può toccare.</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph"><br>&#8220;Acts of love&#8221; venne pubblicato a gennaio del 1985 da Crass Records. Nella confezione del vinile era compreso un libretto in grande formato &#8211; su ciascuna pagina una o due poesie di Penny ognuna accompagnata da un&#8217;illustrazione, opera di Gee Vaucher. Né poesia, né canzoni, ma atti d&#8217;amore: è cosi che sono stati chiamati i frammenti che lo compongono. Quaranta minuti senza tempo né spazio né dimensioni.<br>Per il disco non venne organizzata alcuna campagna pubblicitaria, solo un comunicato breve ripreso anche in un volantino che accompagnava la corrispondenza di allora: &#8220;<em>Sono cinquanta canzoni scritte in ricordo di Wally Hope</em>&#8221; &#8211; scriveva Penny &#8211; &#8220;<em>Canzoni dedicate al mio altro io, un io che esiste, intatto, al di là delle convenzioni sociali che mi attribuiscono un nome, un numero, un’identità ed uno spazio finito nel tempo. Esse descrivono il mio senso profondo di unità, pace ed amore: sono la mia dichiarazione di guerra contro chi vuole profanarlo e distruggerlo. Queste poesie sono l’espressione della mia voglia di rivoluzione, la descrizione di ciò che reputo sia possibile, e proprio per questo sono la ragione della rabbia che provo</em>&#8220;. E proseguiva con una frase importante: &#8220;<em>E&#8217; un tentativo di dimostrare che l&#8217;origine della nostra rabbia non è l&#8217;odio, ma l&#8217;amore</em>&#8220;.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/11/IMG-20251112-WA0022-1024x489.jpg" alt="" class="wp-image-30383"/><figcaption class="wp-element-caption">Phil Russell aka Wally&nbsp;Hope</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Wally Hope era il soprannome di Phil Russell, vecchio e caro amico di Penny e Gee e fra i frequentatori della loro casa comune, Dial House, quando era stata appena aperta. Russell era un anarco/mistico pacifista e visionario, tra gli ideatori ed organizzatori dei primi free festival inglesi la cui morte prematura, risultato della permanenza forzata in un ospedale psichiatrico e del trattamento sanitario obbligatorio cui venne sottoposto, spinse i due futuri Crass a trasformare la filosofia hippy del &#8220;pace e amore&#8221; nella rabbia grezza del punk. Di lui Penny racconta diffusamente in &#8220;The last of the hippies&#8221; (&#8220;L&#8217;ultimo degli hippie&#8221;, traduzione italiana co-ed. Candilita / Silentes / stella*nera) e nel successivo &#8220;Shibboleth&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>&#8230;Wally aveva viaggiato in tutto il mondo e aveva incontrato gente che la pensava come lui ovunque si fosse fermato, ma aveva sempre fatto ritorno in Inghilterra. Wally era in grado di parlare in continuazione per ore. Metà delle cose che diceva sembrava pura fantasia, l’altra metà pura poesia. Al nostro primo incontro, mi raccontò del Windsor Free Festival e degli altri raduni a cui aveva partecipato. Siccome la ressa non mi piace più di tanto avevo sempre cercato di evitare quegli assembramenti, quindi la mia conoscenza in merito era piuttosto limitata. Wally me ne tracciò la storia a grandi linee per poi esporre dettagliatamente le sue idee per il futuro. Continuò poi spiegando quello che per me era un progetto ridicolo. Voleva rivendicare Stonehenge, un luogo che considerava sacro per il popolo e rubato dal governo, per farne un posto in cui organizzare raduni liberi, musica libera, idee libere. Questo almeno era il suo intento, una specie di favola insomma&#8230;” </em><strong>(Penny Rimbaud, da “L&#8217;ultimo degli hippie”)</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Attribuita al solo Penny Rimbaud, di &#8220;Acts of love&#8221; è stata pubblicata nel 2012 una versione a cura di Exitstencil Press che comprende un cd ed un libretto con tutti i testi e le illustrazioni in formato 14&#215;14. Nel cd, oltre alla versione restaurata e digitalizzata delle registrazioni originali, sono presenti una ventina di altri frammenti ed una poesia di Eve Libertine. One Little Independent ha pubblicato nel 2023 un vinile doppio in tiratura limitata di mille copie che raccoglie le registrazioni originali e una rilettura ad opera della pianista e ricercatrice Mikado Koko. Potete trovarne alcune tracce curiose nel canale YouTube di Penny <a href="https://www.youtube.com/@somewhereovertherimbaud6609" target="_blank" rel="noreferrer noopener">raggiungibile qui</a>.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Raccontano i Crass due documentari, entrambi produzioni indipendenti di ottima fattura.<br>Il primo &#8220;There is no authority but yourself&#8221; è opera dell&#8217;olandese Alexander Oey (è uscito nel 2006 &#8211; una versione in bassa risoluzione è <a href="https://www.youtube.com/watch?v=AxZlctQOCkI" target="_blank" rel="noreferrer noopener">visibile su YouTube</a>), l&#8217;altro è &#8220;The sound of free speech&#8221; del regista inglese Brandon Spivey ed è uscito nel 2023 (<a href="https://streeen.org">disponibile in streaming sulla piattaforma Streeen, raggiungibile qui</a>).<br>A distanza di quasi vent&#8217;anni i due registi si sono recati a Dial House a chiedere quasi le stesse cose agli stessi due-tre ex-membri che hanno acconsentito a rispondere &#8211; ed osservo come il silenzio degli altri sia altrettanto significativo. Da entrambi i filmati appare evidente che il gruppo in quanto tale è scomparso: alle domande risponde Penny, risponde Gee, talvolta risponde Steve &#8211; non rispondono i Crass.<br>Quelli che sono stati tra i principali ispiratori del punk si sono dimostrati del tutto inservibili per farne una qualche festa di compleanno, e infatti sono rimasti tagliati fuori dal circo delle celebrazioni mediatiche del ventennale, del trentennale e del quarantennale. Resteranno fuori anche da quelle del cinquantennale, che l&#8217;industria discografica sta già organizzando in grande stile: chissà cosa ci aspetterà nel 2027, di certo non la reunion dei Crass&#8230; Vuoi vedere che con l&#8217;aiuto dell&#8217;AI e coi soldi dell&#8217;industria discografica qualcuno riuscirà a far risorgere e magari esibire in un duetto virtuale Sid Vicious e Joe Strummer?</p>



<p class="wp-block-paragraph">Marco Pandin<br>stella_nera@tin.it</p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-8 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" data-id="30386" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/11/IMG-20251112-WA0018-1024x704.jpg" alt="" class="wp-image-30386"/></figure>



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<figcaption class="blocks-gallery-caption wp-element-caption">Crass dal vivo a Nottingham. 2&nbsp;maggio&nbsp;1984. Foto di Marco Pandin</figcaption></figure>
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		<title>Bob Ostertag &#8211; Musica Politica Gente e Macchine</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Miss-I]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Sep 2025 08:24:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Pandin]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Marco Pandin di Stella Nera Edizioni ci parla di Bob Ostertag e del suo libro &#8220;Musica Politica Gente e Macchine&#8221; “&#8230;La politica, nella sua accezione più convenzionale, riguarda la lotta per gli equilibri di potere che coinvolgono i grandi nodi della rete delle relazioni umane con le sue molteplici diramazioni&#8230; Molte delle attività politiche coinvolgono &#8230;</p>
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<h2 class="wp-block-heading">Marco Pandin di Stella Nera Edizioni ci parla di Bob Ostertag e del suo libro &#8220;Musica Politica Gente e Macchine&#8221;</h2>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>&#8230;La politica, nella sua accezione più convenzionale, riguarda la lotta per gli equilibri di potere che coinvolgono i grandi nodi della rete delle relazioni umane con le sue molteplici diramazioni&#8230; Molte delle attività politiche coinvolgono persone che occupano posizioni forti nella rete e che cercano di difendere la propria posizione&#8230; Ma c&#8217;è un altro tipo di politica che cerca di ristrutturare la rete stessa, in modo da ridistribuire il potere più equamente. Chiamiamo questa politica “insorgente”. La politica insorgente è necessariamente sperimentale, senza regole e dirompente. Esamina, verifica, espande, rompe e ristruttura i fili tra i nodi nella rete. E&#8217; sempre incentrata sulla lotta. Ciò è talmente vicino alla mia estetica artistica che sotto questa luce è difficile per me finanche riconoscere la linea di demarcazione tra arte e politica, poiché tutto il mio lavoro riguarda in qualche modo la lotta contro i limiti sociali e fisici del mondo: verificare, esaminare, estendere, rompere e ristrutturare. Cercare possibilità laddove prima non ce n&#8217;erano, creare nuove connessioni e rompere quelle vecchie. Si riferisce principalmente alla lotta &#8211; lotta contro e dentro il mondo sociale e fisico. Altri possono fare musica pacifica sulla bellezza e la simmetria, e celebrare il mondo così com&#8217;è. Per me la lotta è la radice, la fonte&#8230;” </em><strong>(ritagli da “Musica politica gente e macchine”)</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><br><strong>Bob Ostertag, dunque. Lo so, ve lo state chiedendo tutti: ma chi cazzo è? Risposta frettolosa: un musicista, un giornalista/scrittore e un attivista statunitense. E chi l&#8217;ha mai sentito?</strong> I più informati e appassionati tra voi staranno già scorrendo ciascuno una differente lista mentale di componenti di gruppi-meteora minori e microscopici, liste chilometriche di dischi introvabili e di cassette duplicate in poche copie. Altri si saranno già attrezzati con pc e/o smartphone affidandosi a un motore di ricerca, e avranno trovato presto un Bob Ostertag alto pelato coi baffi e il pizzetto e iperproduttivo (musica, film, libri, informatica, performance, attivismo, insegnamento eccetera) che col punk come lo si conosce qui e adesso magari non c&#8217;entra granché. Ma non è del tutto vero. Tra le note accompagnatorie di un suo album scrive: <em><strong>“&#8230;Io e i miei compagni non ci infilavamo spille da balia né ci facevamo la cresta, ma non sono sicuro che non fossimo dei punk. Eravamo davvero rumorosi e la nostra musica andava benissimo per il CBGB&#8217;s, dove infatti suonavamo spesso&#8230;”.</strong> </em>Diciamo che del punk, specie di quello a stelle-e-strisce della metà/fine anni Settanta Bob è stato un coinquilino di sala prove, un compagno di palco e un fiancheggiatore. Lui conosceva, ascoltava e frequentava la scena, ma faceva tutt&#8217;altro e gli interessava tutt&#8217;altro &#8211; ad esempio i conflitti sociali, la storia, il giornalismo radicale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Penso che Bob Ostertag sia una persona interessante, con parecchie cose da dire e altrettante esperienze da raccontare, e che abbia composto alcune opere notevoli &#8211; e se non sono grossolanamente etichettabili come “punk” tanto meglio. <strong>Un suo libro è stato recentemente tradotto e stampato in Italia</strong>: io l&#8217;avevo letto anni fa in inglese e trovo che chi si è sbattuto (letteralmente per anni) per far arrivare qui in Italia Bob e il suo libro, e le sue intuizioni, le sue riflessioni e la sua lucidità di analisi abbia fatto un grosso favore a me e anche a voi.<br>Ho pensato di parlarne qui perché sono convinto che questo sia un posto dove gira gente attenta e curiosa. Di sicuro non vi inviterò all&#8217;acquisto di niente, ma <strong>spero che leggendo vi si accenda un qualche fuoco dentro in testa e vi venga voglia di investigare, di approfondire e di aprire le orecchie alla sua musica così strana, carica di significati e costruita in maniera così misteriosamente attraente</strong>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>&#8230;I pensieri che occupano le pagine di questo libro hanno inizio a Manhattan, dove mi sono trasferito nel 1978 all&#8217;età di ventuno anni per suonare, e qui finiscono, in un caffé nello stesso isolato dell&#8217;appartamento in cui vivevo. La mia vecchia porta di casa si trova adesso vicinissima alle macerie delle Torri Gemelle, proprio al limitare della zona dove si può accedere senza avere un permesso speciale. I soldati in mimetica affollano il marciapiede di fronte&#8230; Giù nella metropolitana, come spesso succedeva quando abitavo qui sopra, un afroamericano sta suonando un sax soprano. Il suono rimbalza dai muri piastrellati e dai pavimenti di cemento alle travi d&#8217;acciaio, in alto, fino a riempire la stazione&#8230; [Il sassofonista] ha un tono dolce e un bel gusto per l&#8217;ornamentazione melodica, ma invece di suonare i classici della metropolitana di New York come “Take the A train” o un “My favorite things” di ispirazione coltraniana, sta suonando “Onward christian soldiers” e nell&#8217;ascoltarlo la mia schiena viene percorsa da un brivido di freddo. Su, in strada, le bandiere americane sventolano ovunque&#8230;” </em>(<strong>ritagli da “Musica politica gente e macchine”)</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Per raccontarvi di “Musica politica gente e macchine” (era il sottotitolo di “Creative life” nell&#8217;edizione originale americana del 2009) come prima cosa mi era venuto in mente di mettere a confronto gli ambienti in cui Ostertag ed io siamo cresciuti, e tracciare dei paralleli attraverso gli anni della nostra giovinezza ed adolescenza. Certo è che le nostre terre d&#8217;origine e le nostre famiglie sono state entrambe diverse e distanti, così come diverse e distanti sono state le opportunità e le occasioni che ci ha offerto la vita, ma sotto sotto avevo il forte sospetto (o forse la pretesa) che fossimo passati attraverso esperienze e vicissitudini simili o per lo meno accostabili, e potessimo quindi avere dei punti in comune. Mentre mi apprestavo a tessere una qualche rete presumibile di relazioni, mi sono reso conto del rischio incombente di trasformare il tutto in un&#8217;impresa autoreferenziale e velleitaria. Così, molto più semplicemente, sono tornato coi piedi per terra e ho raccolto i miei appunti nella forma che segue.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>&#8230;La mia musica è spesso descritta come &#8220;politica&#8221;, e tuttavia non ho mai cercato di convincere nessuno di qualcosa, non ho mai provato a far pensare gli altri come me né di spingere qualcuno a marciare per qualcosa&#8230; Però utilizzo elementi &#8220;politici&#8221;: una registrazione di un ragazzo salvadoregno che seppellisce it padre (“Sooner or later”), immagini di guerra (“Special forces” e “Yugoslavia Suite”), memorie di amici che sono morti di Aids (“Spiral”), lettere ai capi di stato (“Dear prime minister”), audio di una rivolta queer (“All the rage”, “Burns like fire”) e altri ancora. Non uso questi elementi con l&#8217;intenzione di raggiungere un risultato politico, ma semplicemente perché sono le cose che mi muovono. Sono la mia vita, vissuta in America centrale, a New York, a San Francisco durante l&#8217;epidemia di AIDS, e negli Stati Uniti in un periodo piuttosto bellicoso del suo regno da superpotenza. Li uso perché per me sarebbe impensabile non usarli. Tutti quelli che passano la vita a fare arte hanno una particolare propensione per alcuni aspetti particolari del proprio mestiere. Alcuni pittori sono attratti dal colore, altri dalla forma. Alcuni musicisti hanno un&#8217;affinità istintiva con l&#8217;armonia, altri con la melodia. Per quanto mi riguarda, le relazioni umane in cui vivo e faccio musica sono sempre state il materiale da cui sono attratto e che richiama la mia curiosità&#8230;” </em><strong>(ritagli da “Musica politica gente e macchine”)</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="417" height="1024" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/09/attrezzatura-per-Getting-a-head-417x1024.jpg" alt="" class="wp-image-29421" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/09/attrezzatura-per-Getting-a-head-417x1024.jpg 417w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/09/attrezzatura-per-Getting-a-head-122x300.jpg 122w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/09/attrezzatura-per-Getting-a-head-5x12.jpg 5w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/09/attrezzatura-per-Getting-a-head.jpg 600w" sizes="auto, (max-width: 417px) 100vw, 417px" /><figcaption class="wp-element-caption">Attrezzatura per &#8221;Getting a head&#8221;</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Da tutt&#8217;altra parte del mondo rispetto a Venezia, e cioè nel Colorado, uno stato americano di forma rettangolare posto all&#8217;incirca a metà strada tra la costa est e la costa ovest e all&#8217;incirca a metà strada fra il confine canadese e quello messicano, nasce Bob Ostertag grossomodo quando nasco io, lui in aprile e io in ottobre dello stesso anno. <strong>Era il 1957, e io non ho minimamente sospettato della sua esistenza fino al 1980, quando ho preso un suo disco perché ci suonava dentro Fred Frith</strong> &#8211; un chitarrista inglese che apprezzavo parecchio e che avevo conosciuto personalmente qualche anno prima col suo gruppo di allora, gli Henry Cow. In “Getting a head” la chitarra di Fred, già di per sé suonata in maniera assai poco convenzionale, viene resa praticamente irriconoscibile dal trattamento che le viene riservato. Bob aveva progettato e realizzato un sistema di tre registratori a bobina interconnessi: il passaggio del nastro magnetico sulle testine veniva reso instabile ed irregolare in maniera casuale perché questo veniva fatto scorrere attraverso degli anelli collegati a palloncini gonfi d&#8217;elio lasciati liberi in aria (si riesce a farsene una mezza idea dalla foto che sta sul retro della copertina del disco, e che riporto poco sopra), così come instabile e irregolare era il funzionamento dei registratori stessi &#8211; un aggregato di congegni analogici e meccanici, economici e traballanti. Tutt&#8217;altra cosa rispetto alla precisione matematica e alla resa sonora cristallina dei lussuosi loop progettati e realizzati da Robert Fripp, i cosiddetti “frippertronics”.<br><strong>Ho poi preso il suo album successivo “Voice of America”</strong>, che documenta due performance assai agitate registrate a Londra e a New York in compagnia di Phil Minton e Fred Frith. <strong>Da allora ho poi acquistato molti altri suoi dischi e qualcuno dei suoi libri: Ostertag ne ha scritti parecchi &#8211; “Creative life” è il suo primo e per adesso unico libro tradotto in Italia</strong>, una coproduzione tra i napoletani di <a href="http://www.candilita.it" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Candilita</a> e i milanesi di <a href="http://www.colibriedizioni.it" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Colibrì</a>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>&#8230;“Voice of America” è stato fatto nel 1980 in un momento di svolta, dopo il Vietnam e il presidente Carter, dopo anni di un&#8217;America liberal è arrivato Ronald Reagan che nessuno si aspettava e che è stato l&#8217;inizio di una politica di destra che continua a tutt&#8217;oggi. Io avevo ventitre anni, ero appena tornato dal Nicaragua dove c&#8217;era stata la rivoluzione e mi venni a trovare in una situazione del tutto opposta. Era un weekend particolare, erano stati liberati gli ostaggi americani a Teheran e si sentiva la rinascita di uno spirito nazionalista, e al tempo stesso c&#8217;era il Super Bowl, la finale del football americano, che è un&#8217;altra cosa supernazionalista americana. Ho preso il registratore e ho registrato dalla televisione Reagan e il Super Bowl. La sera dovevamo suonare con Fred Frith e senza dirgli niente ho messo le cassette durante il concerto. Non l&#8217;ho fatto per fare una dichiarazione politica, l&#8217;ho fatto perché ero incazzato. Era musica incazzata, forse inascoltabile, non so, ma sicuramente incazzata&#8230;”</em> <strong>(intervista a cura di Giuseppe Aiello, 2015)</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Nei primi anni Settanta, quando ho cominciato a frequentare le scuole superiori, ero un ragazzino introverso che tendeva a perdersi e confondersi. Ero uno sfigato, ecco. Il quartiere dove vivevo era un posto difficile dove la campagna stava soccombendo velocemente al cemento e all&#8217;asfalto. A casa però ci stavo bene, nel senso che i miei si amavano e si sostenevano l&#8217;un l&#8217;altro e non hanno mai fatto grandinare addosso a me i loro problemi, le loro difficoltà e frustrazioni. Diversamente da quelli di molti miei amici, i miei genitori non rappresentavano una fonte di stress né esercitavano un controllo eccessivo: papà si ammazzava di turni in fabbrica al Petrolchimico, mamma era di salute scarsa e stava spesso in ospedale o era costretta a letto per lunghi periodi, così io già da quando andavo alle scuole medie avevo le mie chiavi di casa ed orari di rientro piuttosto elastici. La situazione difficile, quando non critica, della mia famiglia deve avermi fatto responsabilizzare un po&#8217; prima del tempo. I miei erano una presenza affettuosa e di me si fidavano: non mi hanno mai ricattato esigendo grossi risultati a scuola, non mi hanno mai messo in imbarazzo investigando sulle compagnie che frequentavo né messo in difficoltà chiedendomi di giustificare la presenza nella mia stanza di certi libri, dischi e giornali.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Erano stati anni duri, tutti quei mesi di scioperi e manifestazioni &#8211; papà era stato più volte minacciato di trasferimento da Marghera agli stabilimenti di Priolo in Sicilia e come alcuni dei suoi compagni aveva talvolta rischiato addirittura il licenziamento. Si era appena all&#8217;inizio degli anni Settanta dunque, e l&#8217;effetto delle contestazioni del Sessantotto si sentiva ancora forte nell&#8217;aria: soltanto da poco in Italia ci si era accorti della presenza, dei ragionamenti, delle esigenze e più in generale della cultura di quel soggetto sociale nato dalle proteste &#8211; “i giovani”. <strong>Indossare magliette colorate e farsi crescere i capelli erano diventati i simboli più evidenti e diffusi della contestazione</strong>: succedeva abitualmente che polizia e carabinieri, insospettiti per il tuo look, ti fermassero per strada o davanti alla scuola e ti portassero in questura o in caserma per un controllo e una schedatura, per poi magari convocare i tuoi genitori (allora si diventava maggiorenni a ventuno anni) per strapazzare pure loro e piantargli delle grane.<br>Ma noi ragazze e ragazzi lo sapevamo nel profondo del cuore: non eravamo solo vuoti a perdere al servizio di padri preti mariti e patria, né casalinghe obbedienti e madri obbligate a tacere e fare figli e quei figli poi crescerli, e nemmeno carne sacrificabile nei campi, in caserma, al fronte, nelle officine e in fabbrica, ma <strong>avevamo ciascuno un&#8217;individualità e dei diritti, avevamo una testa e un cuore con dentro delle idee, delle esigenze, delle aspirazioni, delle aspettative.</strong> Ci piaceva certa musica, leggevamo certi libri e certe poesie, amavamo guardare certi film. Tra i desideri, oltre a quello innocente di farci crescere i capelli e indossare magliette multicolori, in tante e tanti avevamo quello di poter studiare e magari quello di poter viaggiare &#8211; un destino generalmente riservato prima soltanto ai figli dei più ricchi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non è poi così complicato farsi un&#8217;idea di quella che potrebbe essere stata la vita da ragazzino di Bob Ostertag. Me lo posso immaginare isolato, disorientato e sotterrato fino al collo nel bel mezzo della campagna americana con intorno centinaia di chilometri di nulla, una vita grama e inesorabilmente piatta come la pianura scandita dai tempi della scuola e del calendario liturgico &#8211; ma le mie sono solo supposizioni mutuate da cinema e letteratura. <strong>Sul suo sito ufficiale (raggiungibile al link <a href="https://bobostertag.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">bobostertag.com</a>) è riportata una biografia lunga neanche quaranta righe che però inizia nel 1978 quando lui ha già 21 anni.</strong> Ma della sua storia personale precedente, anche di quella più profonda ed intima, se ne trovano frammenti e tracce nei suoi libri, in particolare nel suo recente “Encounters with men” (Black Lawrence Press, uscito in America l&#8217;anno scorso).<br>In questo libro, fra le altre che si è ritrovato a dover fronteggiare nel corso della vita, Bob racconta delle sue difficoltà a scuola fra bullismo e insegnanti insidiosi quando non pericolosi, del fatto che i suoi lo abbiano costretto a praticare sport perché così si sarebbe tenuto lontano da quelle che ritenevano fossero cattive compagnie, e dell&#8217;ispirazione e degli stimoli all&#8217;apprendimento che proprio quelle cattive compagnie spesso gli hanno fornito.<br>Riesco a ricostruire così una vita in una famiglia nucleare campagnola come quelle messe in mostra nei telefilm americani che da decenni guardiamo abitualmente anche noi alla televisione. Vista da fuori sembrava una vita semplice e felice, fatta di scuola e palestra e cene iperproteiche e punteggiata di ricorrenze celebrate a forza di tacchini messi nel forno e gite a casa dai parenti nel New Mexico, ma appena sotto la normalità quella vita nascondeva parecchi interrogativi e punti oscuri. Il padre, un prete della chiesa episcopale, che sistematicamente si accanisce su di lui prima a sculacciate e poi a pugni e calci finché Bob non cresce abbastanza per reagire. La madre di Bob, un&#8217;anaffettiva in sintonia obbligatoria col marito, che non così avanti negli anni contrae una malattia renale e decide di porre fine ai suoi giorni rifiutando la dialisi. Solo dopo la morte della moglie ed in preda ad un grave esaurimento nervoso e alla depressione, il padre di Bob confessa ai figli la sua bisessualità e cerca di ricostruirsi una vita che gli rassomigli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>&#8230;Se ci penso adesso, mi sorprende quanto preoccupato fossi di mantenere una certa distanza da mio padre. Meno sapeva della mia vita e del mio orientamento e meglio era&#8230; Adesso so che buona parte dei preti sono omosessuali in segreto, che lo erano i suoi più cari amici&#8230; Ho fatto di tutto per non volerne sapere niente di quella gente. Niente dei loro desideri, niente della loro vergogna, niente delle loro storie. Non volevo confessare loro i miei peccati. Non volevo mangiare il corpo né bere il sangue di Gesù. E non volevo fare il chierichetto e restare da solo con loro in sacrestia, specialmente con mio padre. Eppure, per un periodo, per me questo è stato inevitabile. Ero il figlio del prete, e i ragazzini come me era normale facessero i chierichetti in chiesa&#8230; I chierichetti sono quelli che si vestono come i preti e portano la croce e le candele nelle processioni e servono messa. Uno dei loro compiti è aiutare il prete a svestirsi dei paramenti sacri dopo le funzioni. Il prete se li toglie di dosso uno a uno e te li consegna, borbottando frasi misteriose. Una magia, un incantesimo&#8230; Ho dovuto farlo un sacco di volte con mio padre, sempre secondo il rituale specifico disposto dalla chiesa episcopale. Non era previsto che ci si toccasse o che ci si spogliasse del tutto, eppure se dovessi descrivere quella mia esperienza di ragazzino la definirei senza dubbio una molestia sessuale. Un adulto e un ragazzino completamente soli, nessun altro doveva vederci né sentirci, la svestizione e quella che sarebbe dovuta essere “l&#8217;unione nel corpo di Cristo”&#8230;”</em> <strong>(ritagli da “Encounters with men”).</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="899" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/09/Bob-Ostertag.jpg" alt="" class="wp-image-29422" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/09/Bob-Ostertag.jpg 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/09/Bob-Ostertag-200x300.jpg 200w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/09/Bob-Ostertag-8x12.jpg 8w" sizes="auto, (max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Bob Ostertag</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Rispetto a quelli che avevano dovuto affrontare i miei genitori quando avevano la mia stessa età, tipo sopravvivere attraverso la seconda guerra mondiale, i miei problemi di teenager per fortuna erano diversi e molto meno pesanti e complicati e si concentravano a scuola: all&#8217;ITIS mi insegnavano cose che capivo molto poco o per niente. Me la cavavo benone in italiano e in inglese, ma durante le ore delle altre materie rimanevo seduto al mio banco in stato vegetativo ad accumulare perplessità ed interrogativi dentro in testa fino allo squillare della campanella di fine lezioni. Per il resto della giornata andavo allegramente alla deriva fantasticando di musica pop. Mi nutrivo di briciole da una radio, da una fonovaligia mono e da un registratore a cassette molto economico.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A quel tempo c&#8217;erano categorie grossolane tipo pop, jazz, rock, classica: il punk, il metal e le altre varie etichette divisorie in campo musicale non erano ancora state inventate. Oppure quelle etichette forse già c’erano, ma noi non lo sapevamo. Per “noi” intendo io e un pugno di miei amici e compagni di scuola e di quartiere, ragazzini un po’ così a cui la musica aveva occupato una zona strategica dentro in testa e che passavano mezzi pomeriggi ad ascoltarla e a praticarla più o meno clandestinamente invece di studiare. Non eravamo in tanti &#8211; meno di quanto ci sarebbe piaciuto, ma comunque troppi secondo i gusti della gente intorno. Certi insegnanti a scuola scuotevano la testa pensando che fossimo proprio nati storti e cresciuti sbagliati, e siccome non frequentavamo la parrocchia certi genitori pensavano anche di peggio e pretendevano che i loro figli e le loro figlie si tenessero alla larga da quelli come me.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quelli come me abitavano nei cosiddetti “condomini di cartone” e nei casermoni disposti lungo le traverse della statale 245 Castellana, allora si era già alla periferia di Mestre in quello che solo entro qualche anno si sarebbe trasformato in un quartiere a rischio. Eravamo tutti figli di operai delle fabbriche di Marghera, cresciuti in famiglie povere. A metà mese nel giorno di paga papà e mamma si sedevano al tavolo in cucina e, tolte le spese per affitto e cibo e per quel paio di viaggi in autobus o in motonave fino al paese, si rassegnavano a constatare che non restava granché per fare festa. Succedeva press&#8217;a poco lo stesso anche a casa delle mie amiche e dei miei amici. Alla povertà eravamo abituati, e comunque a noi ragazzini bastava davvero poco: un paio di jeans smessi da qualche cugino più grande e una giacchetta presa all&#8217;American Strasse (da notare il doppio senso, comprensibile solo a chi parla veneto: era il soprannome di un banco al mercato che vendeva roba usata recuperata chissà dove e spesso pulciosa), una vecchia borsa militare a tracolla per ficcarci dentro libri quaderni cassette e dischi, d&#8217;inverno qualcuno il basco altri una caciòa da pescatore, però tutti affamatissimi di parole, suoni, visioni, suggestioni &#8211; una fame che spegnevamo a forza di sognare. <strong>Sognare era bellissimo e gratuito ma per continuare a sognare bisognava continuare a dormire. E così, un bel giorno succede che io e un paio di miei amici ci siamo svegliati.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">In tutto il quartiere c&#8217;era solo un altro ragazzo che come me amava la musica più di qualsiasi altra cosa: Mauro abitava proprio dietro casa mia in un altro “condominio di cartone”. Aveva quasi un anno meno di me e durante le medie aveva cominciato a studiare il flauto traverso per poi iscriversi al conservatorio a Venezia. Come me, neanche lui frequentava l&#8217;oratorio. Si era procurato chissà dove un&#8217;eco a nastro Binson strausato e, nel garage di casa mia trasformato una volta alla settimana in sala prove per la gioia del vicinato, lo usava per modificare, stratificare e straniare la voce del suo flauto. Un microfono lo avevamo rubato a un concerto. Assieme a Roberto, un mio compagno di scuola di un paio d&#8217;anni più grande, avevamo messo in piedi un nostro trio cui s&#8217;era presto aggregato un batterista e una lista chilometrica di chitarristi che generalmente duravano molto poco nel gruppo &#8211; un pomeriggio, qualche settimana, qualche mese. Roberto era già in quarta e studiava elettronica: aveva progettato e costruito un complicato generatore di suoni, ingombrante il giusto e completo di cavetti, entrate e uscite, manopole e pulsanti vari &#8211; più di qualche led colorato intermittente serviva solo a fare scena. Una vera e propria macchina da rumore: eravamo l&#8217;unico gruppo in città con un&#8217;attrezzatura simile &#8211; a parte Toni Pagliuca delle Orme e Claudio Ambrosini degli Arid Land, che avevano un sintetizzatore vero, anzi forse più d&#8217;uno.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Dario ci aveva visti e sentiti suonare a un concerto collettivo nell&#8217;aula magna della sua scuola. Abitava in campagna appena a un paio di chilometri più avanti sulla statale, studiava elettrotecnica e frequentava la quinta. Ci incontravamo abitualmente sull&#8217;autobus e un giorno è venuto con la sua borsa dei ferri a casa mia: ha dato una sistemata al potenziometro del volume del mio basso elettrico scalcagnato e una messa a punto complessiva al mio amplificatore. Una volta che sono andato a trovarlo a casa sua, probabilmente per scambiarci dei dischi, mi ha regalato un paio di distorsori pazzeschi su cui non so come aveva messo le mani e che aveva poi modificato. Ogni volta che schiacciavo il pulsante col piede e facevo passare il mio basso attraverso quei fuzz mi si rizzavano i peli sulla schiena e mi succedeva qualcosa di bizzarro alle parti basse.<br>Al nostro casino aggiungevamo quello prodotto da un paio di vecchi lettori di cassette modificati sempre da Dario con dei pulsanti aggiuntivi che servivano ad accelerare o rallentare la lettura del nastro. Con vecchie cassette smontate e riassemblate, nastro adesivo e lamette Roberto ed io avevamo costruito dei brevi loop con registrazioni spazzatura quali frequenze radio, spezzoni di quelli che a me parevano notiziari in lingua straniera, latrati di cani, rumori di traffico registrati sulla statale e il passaggio dei treni sulla ferrovia dietro casa.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I nostri rarissimi concerti facevano discutere parecchio. Non so se il nostro fosse coraggio, stupidità, sfrontatezza o faccia tosta: forse era un misto di tutto questo. Neanche serve dire che facevamo schifo, ma non era importante: suonare ci teneva occupati e lontani dai pericoli. <strong>Immaginare e fare musica ci manteneva vivi</strong>. Allora, prima metà degli anni Settanta, cose come il “circuit bending” e la “tape manipulation” neanche si sapeva cosa fossero, o volendo essere più precisi i miei compagni ed io non ne eravamo affatto consapevoli, persi com&#8217;eravamo nel nulla della provincia nordestina. Lo si faceva e basta. A quanto pare, però, a queste pratiche in giro già ci si stava pensando: si lavoricchiava di tentativi col saldatore a stagno in chissà quante piccole officine elettrotecniche clandestine e abusive come quelle che Dario e Roberto avevano ritagliato a casa loro in fondo a uno scantinato e a una rimessa.<br></p>



<p class="wp-block-paragraph">Pure Ostertag aveva fatto parecchia fatica a farsi degli amici lì in paese, ma un giorno era finalmente riuscito a trovare un paio di tipi strani con cui aveva legato: erano Jerry e George, che frequentavano la sua stessa scuola superiore. Presto avevano cominciato a suonare insieme &#8211; Jerry alla batteria, George al basso e Bob alla chitarra passavano mezze giornate a spremersi fuori lunghissime improvvisazioni e canzoni sghembe.<br>Jerry era figlio di contadini e viveva fuori città con due genitori problematici, un fratello ritardato e un altro iperattivo e prevaricatore. George era stato preso in affido familiare da una coppia di cristiani devoti e praticanti. Gli doveva praticamente la vita, ma non si sentiva affatto credente così cercava di spegnere rimorso e tristezza ascoltando Frank Zappa e lasciandosi crescere i capelli lunghi fino al culo. Tutt&#8217;e tre ci davano parecchio dentro con l&#8217;LSD.<br>La storia del trio anche se a intermittenza durò fino alla fine delle superiori: George era sempre più depresso e non riusciva ad applicarsi neanche al basso elettrico, andava male a scuola e non poté permettersi l&#8217;accesso al college, così decise di impiccarsi. Jerry semplicemente un giorno sparì dalla circolazione, Bob lo incontrò casualmente molti anni dopo su un autobus a San Francisco &#8211; sarebbe morto di AIDS di lì a breve. In “Encounters with men” Bob riflette a posteriori sul fatto che tutt&#8217;e tre fossero giovani omosessuali, ma senza però rendersene conto. C&#8217;erano già stati qualche anno prima i moti di Stonewall a New York, a San Francisco si erano già organizzate e stabilite diverse organizzazioni e associazioni collegate alla comunità LGBT, ma loro non ne avevano saputo assolutamente niente. <strong>Erano solo dei ragazzini disorientati e del tutto inconsapevoli di sé cresciuti nel mezzo del nulla e isolati dal resto del mondo. In quel posto lontano da tutto certe informazioni ci mettevano tanto tempo ad arrivare &#8211; sempre che riuscissero ad arrivare.</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="674" height="685" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/09/Bob-Ostertag-foto-di-Krzysztof-Serafin.png" alt="" class="wp-image-29425" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/09/Bob-Ostertag-foto-di-Krzysztof-Serafin.png 674w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/09/Bob-Ostertag-foto-di-Krzysztof-Serafin-600x610.png 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/09/Bob-Ostertag-foto-di-Krzysztof-Serafin-295x300.png 295w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/09/Bob-Ostertag-foto-di-Krzysztof-Serafin-12x12.png 12w" sizes="auto, (max-width: 674px) 100vw, 674px" /><figcaption class="wp-element-caption">Foto di Krzysztof Serafin</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Coi miei compagni suonavamo musica pop. Pop era un nome come un altro, nel senso che non erano cose su cui valesse la pena perdere dell&#8217;energia e del tempo a discutere: non c’era affatto l’esigenza di contrassegnare specialisticamente il nostro suono preferito. Eravamo soltanto dei ragazzini, eravamo così marginali che il mercato non si era ancora accorto di noi per trasformarci in consumatori, né noi sfigati e spiantati ci eravamo ancora accorti del mercato. Piano piano però mi accorgo che le cose intorno stanno cambiando. Quando prima facevo fatica a trovare una qualche informazione attendibile (mai fidarsi di riviste come Giovani e Ciao2001 che ti spingevano a comprare dischi sempre nuovi da portare su di un&#8217;isola deserta), adesso escono in edicola delle riviste come Muzak e Gong fatte molto bene, critiche e riflessive e quindi utili. Sugli scaffali della libreria Moderna in piazza Ferretto espongono dei libretti pop semplici e accessibili e libri pop più grossi e più fighi, addirittura delle enciclopedie pop. Mi piacerebbe mettere le mani su certi libri coi testi di Bob Dylan e Joan Baez: non costano tanto ma è comunque troppo e non riesco a comprarli. Ecco che il mercato si accorge di me, ed ecco che io mi accorgo del mercato: da adesso in avanti la musica si paga. Non si trovano più in giro dei dischi a noleggio così ripiego su cassette riciclate e dischi usati, perché quelli nuovi costano troppo. Per gli spettacoli al teatro La Fenice c&#8217;erano tariffe ridotte per gli studenti e spesso si poteva entrare anche gratis, ma ai concerti di musica pop e jazz negli altri teatri e al palasport chiedono biglietti che non so come pagare: se non hai soldi resti chiuso fuori. Io non ne ho, e resto chiuso fuori. Non ho coraggio a sufficienza per rubare i dischi e i libri che vorrei ascoltare e leggere, e resto chiuso fuori. Imparo presto a farmi qualche scrupolo in meno, e anche a smettere di farmeli: non avrei mai pensato che fosse così facile prendere un paio di dischi o di libri dagli scaffali dei negozi, nasconderli sotto l&#8217;eskimo e uscire senza fretta e senza dare nell&#8217;occhio.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br><em>“&#8230;Nel 1976 lasciai la cittadina in cui vivevo per andare a studiare all&#8217;Oberlin College and Conservatory in Ohio&#8230; Ero iscritto al corso di improvvisazione del conservatorio&#8230; Passai il primo anno in estasi per essere riuscito a fuggire dal mio paesino in Colorado e aver trovato una comunità di persone della mia età con interessi simili ai miei. Il secondo anno lo passai a sbattere la testa contro il muro. Tutto quello che imparai lì lo appresi da altri studenti e da un unico insegnante, un compositore fantastico al quale, quando passai al secondo anno, venne tolto l&#8217;incarico&#8230;”</em> <strong>(ritagli da “Musica politica gente e macchine”)</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>Già alla metà del diciannovesimo secolo Oberlin era un importante centro dell&#8217;abolizionismo: gli schiavi fuggiaschi erano relativamente in salvo nel raggiungere, approfittando della linea ferroviaria, le vicinanze della città, da cui poi per via d&#8217;acqua verso il lago Erie avrebbero potuto raggiungere il Canada occidentale e quindi la libertà. L&#8217;università cittadina fu una delle prime negli Stati Uniti ad accogliere iscrizioni di studenti afroamericani, e la prima ad accogliere delle studentesse &#8211; ma queste sono tutte informazioni che potete trovare ed approfondire in rete.<br><strong>Dunque, a vent&#8217;anni Bob riesce ad andarsene via dal paese: si iscrive al conservatorio e lì forma presto un trio con due suoi compagni di corso</strong>: Jim Katzin al violino e Ned Rothenberg ai fiati, lui a smanopolare su un sintetizzatore usato acquistato dopo essersi sbarazzato della vecchia chitarra elettrica. Si chiamano Fall Mountain e, appena un paio d&#8217;anni più tardi, i tre registreranno a NYC il loro primo ed unico album “Early fall” per la Parachute di Eugene Chadbourne.<br>Nonostante fosse un&#8217;istituzione bianca e conservatrice, l&#8217;università di Oberlin era eccezionalmente aperta agli scambi culturali: nel 1977 invita nientemeno che Anthony Braxton, un sassofonista e compositore nero radicale ed una superstar del jazz, per un laboratorio di musica improvvisata. Bob si iscrive subito, e partecipa portando con sé il suo sintetizzatore Serge comprato per corrispondenza ed autoassemblato &#8211; una scatola con manopole bottoni e cavi ingarbugliati, e senza tastiera. In Italia, al tempo, ne aveva uno simile Paolo Tofani degli Area: l&#8217;aveva preso dietro consiglio di John Cage, per poi utilizzarlo in “Maledetti”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>&#8230;Il laboratorio di Anthony [Braxton] fu una rivelazione. Mentre la maggior parte dei professori del conservatorio erano abilissimi nel trasmettere nei corsi il proprio senso di noia, dall&#8217;istante stesso in cui lui entrò in classe si sprigionò un&#8217;elettricità completamente aliena rispetto a qualsiasi altra esperienza scolastica. Imparai più cose nella prima ora con lui che in due anni di corsi&#8230; Fu subito chiaro che si aspettava di fare grande musica, in quel momento e in quel luogo preciso. Il suo modo di comportarsi non sarebbe stato diverso se si fosse trovato in una sala piena di virtuosi di livello internazionale invece che di studenti in difficoltà&#8230; Da Anthony ho imparato che cosa significa essere un musicista impegnato. Come concentrare la tua vita su questo. Come la musica debba assorbirti. Come tu debba entrare in ogni situazione musicale con l&#8217;aspettativa che sia sublime. E come condividere questo tipo di coinvolgimento con le persone che ti stanno accanto&#8230; Tutto il resto lo devi imparare da te&#8230;” </em><strong>(ritagli da “Musica politica gente e macchine”)</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="647" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/09/Bob-Ostertag-primi-anni-90.jpg" alt="" class="wp-image-29424" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/09/Bob-Ostertag-primi-anni-90.jpg 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/09/Bob-Ostertag-primi-anni-90-278x300.jpg 278w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/09/Bob-Ostertag-primi-anni-90-11x12.jpg 11w" sizes="auto, (max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Bob Ostertag (primi anni &#8217;90)</figcaption></figure>



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<p class="wp-block-paragraph">Pochi soldi, dischi comprati nuovi pochi / trovati usati di più / rubati tanti, cassette casalinghe autogestite ma soprattutto: musica dalla radio. <strong>Per fortuna era iniziata l’epoca delle radio libere e per fortuna mi ci sono ritrovato in mezzo</strong>: <strong>sono stato uno dei collaboratori più giovani di Radio Mestre 103, una delle primissime in Italia.</strong><br>In radio bazzicavano degli anarchici: mi hanno fatto da sorelle e fratelli maggiori, da maestri, da guida, da riparo, da fendinebbia, da ispirazione e da esempio. Ero curioso e cercavo di partecipare a quante più potevo delle occasioni che mi capitavano a tiro: con la scusa dei servizi e delle interviste per la radio talvolta riuscivo a intrufolarmi ai concerti già dal primo pomeriggio a chiedere cose ai musicisti approfittando delle pause del soundcheck. E se non ci riuscivo mi aggregavo ai gruppi di ragazzi più vecchi di me che protestavano per il prezzo eccessivo dei biglietti d’ingresso e sfondavano. Non me ne importava niente se dentro al teatro o al palasport suonassero jazz o rock o robaccia: volevo riprendermi qualcosa che sentivo mi era stato stato portato via, e riprendermi la musica &#8211; qualsiasi essa fosse &#8211; è stato un tentativo come un altro per tentare di riprendermi la vita, un pezzetto alla volta. Come mi piaceva fare casino, ritrovarmici in mezzo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tra le bestie varie che frequentavano la radio c&#8217;era una coppia di hippies che avevano almeno quindici/vent&#8217;anni più di me. Non so di preciso cosa facessero per mantenersi e non escludo che magari spacciassero, fatto sta che erano sorridenti e pacifici, sempre vestiti alla moda e profumati di patchouli e perennemente in viaggio preferibilmente nel nord Europa. Da lì ogni tanto tornavano con degli scatoloni pieni di dischi mai visti fatti da musicisti mai sentiti, che poi rivendevano a basso prezzo alla redazione della radio e a noi collaboratori. E&#8217; da loro che prendo l&#8217;album dei System Tandem su Japo che influenzerà molto pesantemente lo stile del nostro gruppo, e anche “Afric pepperbird” e “Sart” dell&#8217;allora sconosciuto sassofonista norvegese Jan Garbarek. I due mi propongono qualche vinile di John Fahey, un chitarrista americano che mi fa saltare le valvole. Una volta mi regalano un ellepì dei Brainticket (c&#8217;era appiccicato sopra un adesivo delirante: “Dopo che gli avrai fatto ascoltare questo disco i tuoi amici non ne vorranno più sapere di te”) e “Children at play” di Tom Van der Geld, non vogliono niente perché hanno la copertina un po&#8217; rovinata.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;era un tipo magro magro capelli lunghi che veniva da fuori con un furgone che puzzava terribilmente di benzina e di guarnizioni bruciate e che sembrava sempre sul punto di esalare l&#8217;ultimo respiro là sul ciglio della strada. Si piazzava con una bancarella autocostruita di libri e magliette fuori dai concerti, lo avevano soprannominato Agonia, immagino perché sembrava davvero messo male di salute &#8211; come il furgone. Quando gli chiedevi qualcosa gli ci voleva un po&#8217; di tempo per riflettere e rispondere tra i colpi di tosse. Ogni tanto Agonia mi regala un libro troppo sporco e rovinato per poterlo vendere: aveva disposti a mucchi sopra il banco un sacco di stampati semiclandestini a basso costo, ciclostilati con poesie e fumetti hippy oppure con i testi tradotti di cantautori tipo Neil Young e di gruppi stranieri tipo Jefferson Airplane, cronache di contestazioni ai concerti, volantini, testi dove si criticavano le case discografiche maggiori e certa editoria borghese &#8211; è tutta roba molto economica, autoprodotta, pubblicata oppure diffusa da Stampa Alternativa. Neanche sapevo esistessero cose simili: è là che imparo che esistono i padroni della musica e che gente come me è arruolata nella guerriglia per combatterli.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>&#8230;Il secondo giorno del laboratorio Anthony mi chiese se volessi unirmi al suo ensemble per un tour in Europa. Ero esterrefatto. Poche settimane dopo mi trovavo a New York a provare in una big band di quattordici elementi con virtuosi come George Lewis, Kenny Wheeler, Marilyn Crispell e molti altri. Per un ragazzino di una cittadina del Colorado il solo fatto di trovarsi a New York era una specie di assalto sensoriale totale&#8230; Quando arrivai al primo giorno di prove Anthony mi accolse, mi diede le mie parti e poi se ne andò ad occuparsi del caos che lo circondava&#8230; Fissai le carte che mi aveva dato e mi si fermò il cuore. Parti per tastiera! Io non sapevo suonare le tastiere. Il mio sintetizzatore neanche ce l&#8217;aveva una tastiera&#8230; Lo si suonava utilizzando dei cavetti colorati per collegare ingressi e uscite in modi diversi, ascoltando i suoni che venivano fuori e modificandoli variando i parametri con delle manopole. Che cosa dovevo fare? Ero assolutamente convinto che non avrei dovuto essere lì. Un ragazzo di campagna nella metropoli. Un ragazzino tra adulti (avevo compiuto ventun anni la settimana prima). Un bianco in una stanza piena di neri. Uno studente tra insegnanti, e soprattutto: con lo strumento sbagliato&#8230; Cosa ci faceva un ragazzino bianco con un carillon automatico che faceva bliip e bluup elettronici senza un particolare ritmo o chiave su un palco con un gruppo di grandi jazzisti che ci davano dentro?” </em><strong>(ritagli da “Musica politica gente e macchine”)</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Qualche giorno dopo le prove Ostertag e gli altri della Creative Orchestra sono in volo verso la Germania, destinazione Colonia. Si radunano tutti nell&#8217;enorme sala da concerti della Westdeutscher Rundfunk, l&#8217;emittente radio nazionale che aveva commissionato grandi lavori a compositori come Karlheinz Stockhausen e John Cage &#8211; la punta di diamante della musica d&#8217;avanguardia. Seguono due settimane difficilmente descrivibili, che Bob riassume così: <em>“&#8230;Anthony [Braxton] mi ha insegnato come interiorizzare nella musica un senso di lotta&#8230; Una celebre frase di Frederick Douglass recita: se non c&#8217;è lotta, non ci può essere progresso. Per Anthony se non c&#8217;è lotta non ci può essere musica&#8230;”.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo quel tour europeo Bob decide di non ritornare al conservatorio. La maggior parte dei componenti dell&#8217;ensemble di Braxton viveva a New York, così anche lui si ritrova a affittare un buco nell&#8217;East Village e presto stringe amicizia con musicisti come Fred Frith, sbarcato in America da Londra poco tempo prima, Tom Cora, Eugene Chadbourne e John Zorn che abitavano nelle immediate vicinanze. <strong>Non avevano soldi, nessun sussidio, nessun finanziamento e scarsissima attenzione da parte della critica</strong>. Ma vivevano di niente, suonavano in posti da niente e non dovevano rendere conto a commissioni culturali né fare code di attesa agli sportelli negli uffici per la concessione di finanziamenti in sostegno alle arti. Siccome nessun locale li voleva, spesso Zorn organizzava concerti casalinghi a cui potevano assistere solo cinque/sei persone. Suonare al CBGB&#8217;s era il massimo a cui potessero aspirare. Quando nel 1979 venne organizzato il New Music New York Festival, che in teoria avrebbe dovuto rappresentare ampiamente la scena cittadina, compresa quella alternativa, nessuno li invitò. Così, Zorn e Chadbourne organizzarono in velocità un controfestival di tre giorni con tutti concerti di piccole formazioni e musicisti snobbati dal festival ufficiale: venne poca gente, e nessuno ne scrisse.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il mio sogno di ragazzo volava attorno a quattro grosse corde. Quando frequentavo la prima superiore, risparmiando anche sull’aria che respiravo sono riuscito ad acquistare il mio primo basso elettrico &#8211; un rottame usatissimo senza marca. Le corde erano disastrate e andavano sostituite ma l&#8217;odore della mia povertà deve aver fatto impietosire la vedova del maestro di musica, rimasta sola a gestire il negozio che, invece che darmi le spalle e l’occasione di rubare ha preferito regalarmi un ricambio completo. Mi ha regalato anche qualche plettro, che non ho però mai utilizzato: mi piaceva usare le dita.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Allora mi portava via il modo di suonare di Mauro Periotto dell’OMCI: forse è stato il primo bassista a cui avrei voluto somigliare come stile, ma non gli sono mai arrivato neanche vicino. In quegli anni ho assistito a numerosi concerti degli Area, rimanendo inesorabilmente impigliato nella vertigine intessuta dalle dita di Ares Tavolazzi. Quando nell’ottobre 1980 ho avuto la fortuna di avvicinarlo per due concerti consecutivi con i Weather Report, sono rimasto sbalordito dalla disponibilità, dalla meravigliosa allegria e dal sorriso di Jaco Pastorius, così come mi ha avvilito e ferito profondamente la sua fine.<br><strong>Ho continuato per anni a tentare di far volare alto quel mio vecchio basso elettrico, senza davvero mai riuscirci.</strong> Mi sono ritrovato mille volte ad ascoltare un disco dove avrei voluto leggere anche il mio nome scritto in copertina, dove mi immaginavo di essere lì dentro a suonare mentre nella stanza accanto c’è qualcuno che registra, io che sto a guardare gli altri del mio gruppo che mi guardano e gli viene da ridere e poi viene da ridere pure a me e ci si ritrova a tirarsi addosso manciate di note col flauto e la chitarra e la batteria come fossero palle di neve, a impazzire di felicità e volare, dissolverti, scomparire, bruciare, diventare luce.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="792" height="1024" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/09/Bob-Ostertag-foto-di-Krzysztof-Serafin-1-792x1024.jpg" alt="" class="wp-image-29427" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/09/Bob-Ostertag-foto-di-Krzysztof-Serafin-1-792x1024.jpg 792w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/09/Bob-Ostertag-foto-di-Krzysztof-Serafin-1-600x776.jpg 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/09/Bob-Ostertag-foto-di-Krzysztof-Serafin-1-232x300.jpg 232w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/09/Bob-Ostertag-foto-di-Krzysztof-Serafin-1-768x993.jpg 768w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/09/Bob-Ostertag-foto-di-Krzysztof-Serafin-1-1188x1536.jpg 1188w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/09/Bob-Ostertag-foto-di-Krzysztof-Serafin-1-1584x2048.jpg 1584w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/09/Bob-Ostertag-foto-di-Krzysztof-Serafin-1-9x12.jpg 9w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/09/Bob-Ostertag-foto-di-Krzysztof-Serafin-1.jpg 1588w" sizes="auto, (max-width: 792px) 100vw, 792px" /><figcaption class="wp-element-caption">Foto di Krzysztof Serafin</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>&#8230;La nostra cittadina del Colorado era bianca come la neve, a meno che non si andasse oltre i binari della ferrovia dove vivevano i latinos che lavoravano nelle fattorie. Ma un giorno, quando andavo alle scuole superiori, si materializzò dal nulla un&#8217;apparizione. Aveva la pelle nera come il carbone. Gli attraversava la faccia un sorriso bianchissimo e perfetto. Era altissimo, forse due metri o anche di più. Ed era magrissimo&#8230; Ma c&#8217;era di più: suonava la chitarra elettrica e usava il pedale wah-wah proprio come Jimi Hendrix. Aveva dei vestiti bizzarri, girava in città con un berretto color argento e gli occhiali con la montatura viola. E infine era bellissimo, non avevo incontrato mai un altro uomo così bello. Aveva una ragazza nera come lui e altrettanto alta e bella, che parlava con un accento francese. Splendida&#8230; Non ho mai capito come quei due fossero capitati in un posto come da noi, come non ho la più pallida idea di quello che avessero fatto o chi fossero prima di incontrarli&#8230; Ed ecco la parte migliore della storia: gli piacevo. A tutt&#8217;e due. Gli piaceva che stessi con loro. Avevano una casa tutta loro, senza genitori a intralciare, e io ero il benvenuto! Al tempo mi dedicavo allo studio della chitarra elettrica, lui ed io eravamo press&#8217;a poco allo stesso livello, e a tutt&#8217;e due piaceva da impazzire Jimi Hendrix. E quindi abbiamo cominciato a suonare insieme&#8230; Una sera avevano organizzato una festa a casa loro, c&#8217;erano tutti i loro amici. Non so per quale motivo, ma io non ci sono potuto andare. A un certo punto la polizia butta giù la porta ed entra in casa puntandogli addosso i fucili&#8230; La nostra era una cittadina di campagna e la polizia in paese di solito non tirava mai fuori le pistole dalla fondina. Io frequentavo drogati e spacciatori, qualche volta pisciavamo fuori del boccale ma stavamo ben attenti a non avere a che fare con gli sbirri. Ci siamo andati parecchio vicini, ma non è mai successo che ci puntassero contro le pistole. Mai. Quelle due bellissime persone non avevano fatto niente, eppure la polizia gli aveva buttato giù la porta di casa ed era entrata con le armi spianate. Il giorno dopo erano spariti tutt&#8217;e due. Nessuno sa che fine abbiano fatto&#8230;”</em><strong><em> </em>(ritagli da “Encounters with men”).</strong></p>



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<p class="wp-block-paragraph">Il tempo passa, è il 1977. Sono cresciuto, non sono più il ragazzino che arranca all&#8217;ITIS ma mi sono diplomato e mi sono iscritto all&#8217;università. E&#8217; già da un paio d&#8217;anni che sto rosicchiando lavoro precario e amaro come ragazzo-di-bottega fattorino magazziniere cameriere aiutante novantista manovale commesso sfruttato stagionale part-time tuttofare. Ho anche avuto i miei primi scontri frontali col sistema: licenziato in tronco perché obiettore di coscienza al servizio di leva militare quando ancora non si poteva dire no. Mesi e mesi di rogne in questura, in capitaneria di porto, all&#8217;ufficio leva e all&#8217;ufficio collocamento. <strong>Sono tempi pericolosi. Se alzi la voce per protestare o anche solo per farti sentire rischi la vita: la polizia e i carabinieri e i fascisti ammazzano ogni giorno per strada ragazze e ragazzi come me</strong>. <strong>Nel giro di pochi anni ammazzano Franco Serantini, Claudio Varalli, Giannino Zibecchi, Alceste Campanile, Francesco Lorusso, Roberto Franceschi, Giorgiana Masi, Walter Rossi, Fausto Tinelli, Lorenzo Iannucci e tante altre e tanti altri</strong>. <strong>Una lista di morti lunga come l&#8217;Italia. Erano tutti colpevoli di essere giovani e non rassegnati. </strong>Forse per voi sono solo parole distanti, gente che non conoscete, nomi senza faccia che raccontano poco o niente, ma per me ognuno è un taglio di traverso sul cuore che in cinquant&#8217;anni non si è rimarginato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quell&#8217;autunno e quell&#8217;inverno all&#8217;università è tutto tranquillo, più che altro perché parecchi insegnanti ci scavalcavano a sinistra: dietro le cattedre c&#8217;erano staffette partigiane e gente che la Resistenza l&#8217;aveva vissuta e costruita, sperimentatori, scrittori e traduttori di poeti, artisti e frequentatori di artisti. A Venezia non è come a Roma, come a Milano, come a Bologna: qualche assemblea sì, ma niente bottiglie molotov né passamontagna, niente sindacalisti venuti da fuori a rimproverarci da un palco e niente carri armati a caccia di sovversivi tra le gondole e i turisti. A Venezia c&#8217;è la nebbia, e la città viene smantellata in silenzio mattone dopo mattone. Decido di mollare l&#8217;università all&#8217;inizio del secondo anno &#8211; per via della dichiarazione di obiezione di coscienza ero stato premurosamente avvisato in questura che non avrei mai potuto insegnare a scuola. Prima di tornare a casa mi fermo all&#8217;ufficio collocamento, e accetto un posto da manovale alla Montedison offerto da una ditta di manutenzioni in subappalto. Mio padre si incazza di brutto, manca tanto così che mi metta le mani addosso: lui dentro in fabbrica non mi ci vuole. Mi urla che vuole per me un futuro diverso dal suo, e mi stringe a sé disperato bagnandomi delle sue lacrime.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I miei vent&#8217;anni hanno un colore grigio scuro e sporco, una puzza chimica asfissiante e una colonna sonora fatta di rumore a volume insostenibile. Ogni giorno mi ritrovo a dover scegliere per forza tra disoccupazione e lavoro nero, tra bandiere rosse e indiani metropolitani, tra le prime canne fatte con l&#8217;erba cresciuta di nascosto dietro casa e gli spacciatori che ti danno la prima dose gratis (ma solo la prima) e girano coi motorini truccati e le tasche gonfie di soldi, tra un comizio in piazza e i posti di blocco sulla statale, tra pacifismo e autonomia operaia, tra raccolta differenziata ecologica e aria inquinata, tra scappare via o restare a casa.<br>Il nostro gruppo va in frantumi quando consegnano la cartolina precetto a Roberto, lui ce lo viene a dire solo il giorno prima di partire. Dopo un lungo silenzio veniamo a sapere che l&#8217;hanno ricoverato in ospedale militare a Padova. Poi lo rimandano a casa, ma non sembra più lui: tu gli parli e lui se ne sta zitto e guarda lontano attraverso i muri. La sua macchina da rumore l&#8217;ha smantellata. Mauro ed io cerchiamo di tenere insieme il gruppo per un po&#8217;, ma lui un giorno decide di concentrarsi sui suoi studi. Con l&#8217;aiuto di un mio amico che piuttosto maldestramente si ingegna a costruire chitarre, assemblo (corpo, manico, meccaniche e pickup da quattro diverse provenienze) un basso elettrico senza tasti e trovo presto posto in un altro gruppo già praticamente formato, loro sono simpatici e molto bravi. I nostri pezzi sono complicati e bizzarri, ma il suono complessivo è un po&#8217; troppo morbido e prog per i miei gusti. <strong>Ma chissenefrega, Marco, chissenefrega: dacci dentro con quelle quattro corde.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Stando al telegiornale c&#8217;era una nuova guerra mondiale in corso: il punk</strong>. E stando alla faccia scandalizzata del conduttore, “chissenefrega” del punk sarebbe dovuta essere la parola d’ordine. Di questa nuova guerra noi a Mestre e a Marghera non ne sappiamo niente: il punk non passa per la stampa di movimento e non passa attraverso le radio libere. Johnny Rotten e quegli altri deficienti a fare gli sberleffi dalle pagine dei giornali, erano proprio ridicoli: di delinquenza e teppismo e disgrazie e malessere e ribellione e disagio e bestemmie ne avevamo ognuno una ricca e lunga esperienza diretta. <strong>Mica c&#8217;era bisogno di quegli stupidi punks inglesi per sapere come si sta male.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Avevo comprato i primi dischi di Patti Smith perché mi sembrava che ci fosse una mia sorella a cantarci dentro. Avevo fregato in radio un settepollici dei <a href="https://www.radiopunk.it/25/television-marque-moon/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Television</a> e poi preso anche il loro primo album, perché quel Tom che ci suonava dentro mi sembrava un fratello da cui ero stato separato alla nascita. Il primo disco dei Clash arriva come una cometa alta nel cielo quando io sono e tutti siamo dentro alla merda fino al collo. Non sono più abituato a guardare in alto, così non ne so niente fino a quando un ragazzino che frequenta la radio osa mettere in onda “God save the queen” e “White riot”, due canzoni del cazzo tratte da due dischi del cazzo che gli aveva regalato una zia dopo un breve viaggio a Londra. I compagni in redazione gli piantano un casino che metà basta: è musica fascista che deve restare fuori dalle nostre onde, sentenziano. E io che pensavo che quel nero fosse tutt&#8217;altro nero.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il tempo passa veloce e sempre grigio scuro e sporco, è già arrivato il 1979 e io ho tanto tanto tanto tanto bisogno di respirare e di sognare e di sfogarmi e di aria e di cielo e di musica e di andarmene via. Sono fra quelli che sfondano al palasport di Mestre per vedere Fabrizio de André con la PFM, ma ne esco deluso. Ho bisogno di trovare un mio posto nel mondo, fosse a Londra, a Parigi, Berlino, New York. Magari domani. Domani, dai. Sogno tutte le notti di comprarmi un Fender Jazz Bass nero e poi scavalcare i reticolati della tangenziale e mettermi a fare l&#8217;autostop per andare a suonare chissà dove in culo al mondo. E invece decido di restare a casa ad assistere i miei genitori che di salute stanno sempre peggio. Quell&#8217;estate un amico di ritorno da un viaggio a Londra mi regala un disco dei <a href="https://www.radiopunk.it/25/crass-e-diy/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Crass</a> e porcodio nel giro di mezz&#8217;ora tutte le mie convinzioni sulla musica, sul come farla e perché farla erano ridotte in frantumi. Vado al concerto di <a href="https://www.radiopunk.it/25/patti-smith-per-i-peccati-di-qualcuno/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Patti Smith</a> a Bologna, sguscio dentro tra la calca senza che nessuno all&#8217;ingresso mi chieda un biglietto. Trovo un lavoro fisso, e non in fabbrica. <strong>Compio ventidue anni. Dopo neanche sei mesi decido di smettere di suonare.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>&#8230;Con l&#8217;andar del tempo mi sono pareccio riavvicinato a mio padre. Era lui che adesso aveva bisogno di me e non io di lui, così mi è stato possibile costruire una certa familiarità tra di noi. Ha avuto bisogno di assistenza per anni, di assistenza sempre maggiore&#8230; Sono riuscito a mantenere comunque una certa distanza: ha passato anni dentro e fuori una clinica psichiatrica per la depressione che era difficile capire se quando gli parlavi ti seguiva o se la conversazione l&#8217;avrebbe portato sull&#8217;orlo di un&#8217;altra crisi di nervi. Un giorno suona il telefono, era lui, chiamava dall&#8217;ospedale dopo un&#8217;operazione. “Bob, ho avuto tanto tempo per pensarci sopra, penso di doverti chiedere scusa”. “Davvero? E perché?”. “Ti ho sculacciato troppo forte, è una cosa che mi è rimasta impressa in testa. Ti ho picchiato troppo forte”. “Non preoccuparti, papà. Non è più un problema tuo. E&#8217; un problema mio, adesso”&#8230;</em> <strong>(ritagli da “Encounters with men”).</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><br><strong>Direi di tagliare qui, penso che vi siate potuti costruire un quadro generale sufficiente per affrontare la lettura di “Musica politica gente e macchine”</strong>. Pensando di fare cosa utile, avevo tradotto anche degli altri stralci di interviste anche recenti, ma sono convinto che non aggiungano granché a questi appunti. Il libro raccoglie scritti di Bob Ostertag per buona parte già pubblicati su riviste americane comunque del tutto inediti in Italia. <strong>Il libro sprigiona calore umano ed attrazione: </strong>ci sono un&#8217;interessante scritto su “Arte e politica dopo l&#8217;11 settembre” perfettamente chiaro e comprensibile anche a noi europei, un resoconto sull&#8217;attività giornalistica di Ostertag in centro America al tempo della rivoluzione sandinista (quando l&#8217;unico commento giunto allora nella nostra parte del mondo sono state quelle due/tre righe su “Washington bullets” dei Clash &#8211; fatto su cui mi sono parecchio soffermato a riflettere), e un estratto del diario del suo viaggio in Europa dell&#8217;Est al tempo della guerra nei Balcani. Il quarto ed ultimo capitolo del libro è ricco di considerazioni e spunti di discussione sul rapporto tra musica e macchine.<br>Molto spesso, se non sempre, Bob scrive col cuore stretto tra le mani. Le sue riflessioni sono illuminanti e condivisibili: si fa presto a rendersi conto che non sono scritti teorici pallosi e distanti, quanto suggerimenti per aprire gli occhi e mettersi finalmente a ragionare, per accorgerci delle connessioni nascoste quando non delle strategie esplicite e di quelle sottilissime che il potere mette in atto per mantenersi in vita e schiacciarci.<strong> Mi viene da dire che questo è un manuale utilissimo per avventurarsi a vedere il mondo in profondità senza accontentarsi di galleggiare sulla superficie.</strong><br></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>&#8230;Non sono uno di quegli artisti che si eccitano con la tecnologia. Non penso che i computer ci renderanno liberi&#8230; La uso, ne sono attratto, ma non mi metto lì ad adorarla&#8230; La tecnologia è ambigua, porta con sé molti aspetti negativi e molti aspetti positivi. Ma più che altro la tecnologia è dappertutto&#8230; E&#8217; diventata un po&#8217; come l&#8217;aria che respiriamo&#8230; Penso che con la tecnologia ci si ritrovi costretti a confrontarsi, è diventata parte della vita quotidiana di tutti. Questo succede negli Stati Uniti, certo, ma penso che con le nuove tecnologie vi stiate confrontando anche qui in Yugoslavia, anche se in maniera diversa. Le nuove tecnologie qui ve le ritrovate sotto forma di nuove armi da guerra&#8230; La mia intenzione non era certo quella di fare l&#8217;americano arrogante che viene nei Balcani convinto di avere capito tutto&#8230; Mi ha spinto a comporre questo pezzo il capire che guardare la guerra attraverso uno schermo grazie alla tecnologia la rende del tutto priva di contatto e comunicazione. I soldati sui due fronti sono distantissimi, sono in volo a diecimila metri d&#8217;altezza oppure imbarcati su una nave chissà dove a schiacciare dei pulsanti e neanche si vedono tra loro&#8230; Con il mio pezzo non voglio dare la colpa a nessuno per quello che è successo, non è un pezzo scritto per convincere che c&#8217;è qualcuno che ha ragione e qualcun altro che ha torto. E&#8217; un pezzo che denuncia il fatto terribile che la tecnologia americana ha raggiunto il punto per cui fare la guerra è come mettersi a giocare coi videogiochi&#8230; So di rischiare grosso perché uso delle immagini della guerra che sono convinto siano percepite qui in maniera completamente diversa dalla nostra, noi in America la guerra l&#8217;abbiamo solo guardata alla televisione&#8230; ma sono convinto che sia giusto far ascoltare questa musica e soprattutto farla ascoltare proprio qui&#8230;”</em> <strong>(intervista a Radio FreeB92, Belgrado 1999)</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="499" height="1024" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/09/Immagine-WhatsApp-2025-09-20-ore-10.39.05_19f961a2-499x1024.jpg" alt="" class="wp-image-29447" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/09/Immagine-WhatsApp-2025-09-20-ore-10.39.05_19f961a2-499x1024.jpg 499w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/09/Immagine-WhatsApp-2025-09-20-ore-10.39.05_19f961a2-600x1231.jpg 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/09/Immagine-WhatsApp-2025-09-20-ore-10.39.05_19f961a2-146x300.jpg 146w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/09/Immagine-WhatsApp-2025-09-20-ore-10.39.05_19f961a2-768x1576.jpg 768w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/09/Immagine-WhatsApp-2025-09-20-ore-10.39.05_19f961a2-749x1536.jpg 749w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/09/Immagine-WhatsApp-2025-09-20-ore-10.39.05_19f961a2-6x12.jpg 6w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/09/Immagine-WhatsApp-2025-09-20-ore-10.39.05_19f961a2.jpg 998w" sizes="auto, (max-width: 499px) 100vw, 499px" /><figcaption class="wp-element-caption">Marco Pandin con i dischi &#8220;Voice Of America&#8221; e &#8220;Getting A Head&#8221; </figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Marco Pandin<br>stella_nera@tin.it</strong><br></p>
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		<title>Inni Della Rivolta &#8211; Quando l&#8217;anarkia verrà</title>
		<link>https://radiopunk.it/inni-della-rivolta/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Miss-I]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 May 2025 10:07:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Anarchia]]></category>
		<category><![CDATA[Anarcopunk]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Pandin]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Marco Pandin di Stella Nera Edizioni ci parla della compilation Inni Della Rivolta Quando l&#8217;anarkia verrà “…Ritengo che le canzoni popolari, sia tradizionali che contemporanee, siano espressione della storia, segno di come la gente comune vive quegli eventi che spesso ci coinvolgono profondamente. Sono le cose che succedono attorno a noi e che ci vedono &#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://radiopunk.it/inni-della-rivolta/">Inni Della Rivolta &#8211; Quando l&#8217;anarkia verrà</a> proviene da <a href="https://radiopunk.it">Radio Punk</a>.</p>
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<h2 class="wp-block-heading">Marco Pandin di Stella Nera Edizioni ci parla della compilation Inni Della Rivolta</h2>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quando l&#8217;anarkia verrà</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“…<em>Ritengo che le canzoni popolari, sia tradizionali che contemporanee, siano espressione della storia, segno di come la gente comune vive quegli eventi che spesso ci coinvolgono profondamente. Sono le cose che succedono attorno a noi e che ci vedono come spettatori o magari come vittime, incapaci di intervenire. Alcuni di noi si esprimono scrivendo e cantando, ed è in questo senso che la canzone popolare si fa portatrice della storia: è la storia raccontata da quelli che c’erano, dai testimoni diretti. Le canzoni popolari portano in sé i racconti della gente ed offrono una visione alternativa del mondo: il mondo lo vedono dal di dentro. E queste canzoni o le si mantiene vive, o saranno perdute…”.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph">E&#8217; il vecchio cantastorie socialista inglese Roy Bailey che parla. Le sue sono parole giuste, anche se difficili da ascoltare e ritrovarsi a dover gestire (appena a pochi istanti di distanza Bailey dice anche: <em>“&#8230;Chi deve salvaguardare questa cultura sono le istituzioni, e chi comanda dentro a queste istituzioni ha un potere enorme sulle nostre vite&#8230;”</em> &#8211; un argomento spinoso).<br><br><strong>Mi chiedo: ma come fa la gente a raccontare il suo tempo? A raccontare le piazze, la città, la campagna, il lavoro, la guerra? E come fare per tenerlo stretto questo tempo, per raccontarlo ai figli?</strong> Tanti tengono dei diari. Alcuni, come Vincenzo Rabito, ne hanno scritti di meravigliosi: scritture private che sono divenute un caso letterario perché, come aveva fatto Carl Hamblin con la benda della Giustizia, hanno strappato la maschera rivelando la vera faccia della guerra e della storia ufficiale.<br>Ma tanti sono convinti di non avere testa, non avere tempo. Altri se ne vergognano delle loro storie, vuoi per la miseria che le abita, vuoi per la troppa tristezza, per le troppe lacrime versate. Oppure non hanno sufficiente stima di sé &#8211; pensano sia tempo perso, che le proprie siano vicende banali oppure troppo piccole. <strong>Penso che un enorme tesoro di impressioni e di esperienze vada perso perché si è convinti che non valga la pena raccontare.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’unico modo che resta è cantare, fare delle canzoni inventandole tutt’attorno alla vita, attorno alle piazze, alla città e alla campagna, al lavoro e alla guerra.</strong><br>Cantare, tutti cantano. Tutti cantiamo. Purtroppo, anche di grande parte delle canzoni fatte così non rimane traccia. Sono un&#8217;eredità importante che si diffonde per via orale e non viene trascritta né documentata ma raccontata e cantata da una generazione all&#8217;altra. Sono canzoni che spesso non ci si cura di trascrivere: viene disperso un repertorio fatto come di vento che non si trova negli spartiti, nei negozi, dentro ai dischi, in internet. Canzoni che, quando va bene, finiscono dentro a una vecchia cassetta che di questi tempi digitali non si può più leggere. Sono pacchi di vecchi fogli scritti a mano o a macchina, fotocopie che finiscono nella differenziata, filmini girati con una vecchia cinepresa in bianco e nero, videocassette smagnetizzate: dentro ci sono canzoni anarchiche e bastarde, canzoni che restano sospese nell&#8217;aria come fanno gli uccelli, e che così facendo scappano via lontano dalla memoria obbligatoria, dai veglioni di stato, dalla retorica che accompagna le celebrazioni ufficiali e le ricorrenze delle guerre.<br><strong>Le canzoni popolari non abitano nella bocca di chi vince le elezioni, e quando chi comanda se ne appropria le avvelena: diventano nere, diventano amare, muoiono</strong>. Appartengono alla gente senza avere neanche un padrone. Sono canzoni popolari, e si tengono a distanza di sicurezza da tutta quella catasta di spiegazioni e giustificazioni storiche ingombranti, di analisi di mercato e cifre che nessuno riesce ad ascoltare fino in fondo figuriamoci a interiorizzare, da tutte quelle feste adorne di corone di fiori che puzzano di ipocrisia e di cimitero e da quelle fanfare che in segreto ciascuno (tranne chi ama indossare una divisa militare) trova ridicole e insopportabili.<br>Sono canzoni che non si mostrano in televisione né si ascoltano nelle radio che una volta chiamavamo libere e invece da un bel po&#8217; si chiamano private, non vanno a Sanremo né all&#8217;Eurovision, non entrano nelle classifiche di nessun genere e di nessun paese. Se si ha la fortuna che entrino nelle orecchie, queste canzoni si mettono a volare dentro in testa e vi fanno il nido. Spesso non se ne vanno più via.<br><br>Negli anni Settanta ho avuto la fortuna di incontrare Luisa Ronchini. Era venuta da Bergamo fino a Venezia con un registratore e un blocco per gli appunti per raccogliere le canzoni che cantavano i vecchi. Noi ragazzini la chiamavamo “la signora”: era una maniera per mostrarle rispetto e soprattutto gratitudine per l&#8217;attenzione e la buonamaniera che aveva per i nostri nonni e per le loro storie. Raccontavano a lei certe storie che sapevano da sempre e avevano raccontato anche a noi piccoli, storie che spesso ci venivano offerte sbriciolate e confuse, forse troppo lontane nel tempo per essere avvicinate e comprese in tutta la nostra fretta e agitazione di bambini. Era venuta anche a Chioggia. Girava a piedi per le calli e per le isole, la signora, e si fermava a salutare tutte e tutti e a chiacchierare con tutte e tutti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A meno che non fosse inverno, noi mica si viveva dentro le case, allora: non c&#8217;erano automobili in giro per il paese e noi bambini restavamo randagi in giro fino a quando non faceva buio o sentivamo la fame. I nostri papà erano via per buona parte della giornata a fare i turni in fabbrica o a lavorare per mare. Mamme, zie e nonne fatte le pulizie e le spese e inviato il mangiare per mezzogiorno e sera, appena la stagione lo permetteva si portavano ciascuna una sedia fuori in calle o in corte, a passare mezze giornate insieme a chi abitava dietro la porta accanto, tutte a recuperare maglie di lana vecchie sciogliendone la trama per farle diventare maglie nuove, berretti, ciabatte o quadrati che poi si cucivano insieme e diventavano coperte. O a lavorare a ferri e a uncinetto. Oppure a ricamare le reti &#8211; due nodi ogni centimetro, tre nodi ogni centimetro le più brave. E quante storie, e quante ciaccole, e quante canzoni.<br></p>



<p class="wp-block-paragraph">La mia nonna materna si chiamava Nina, e lei e le sue sorelle ne sapevano tantissime di storie e di canzoni. Sembrava che avessero attraversato oceani di avventure, sempre insieme. Alcune delle loro storie per noi bambini erano inverosimili, così strane e incomprensibili. Altre erano come fiabe. Ricordo che a volte davanti al microfono della signora si emozionavano e si confondevano e non riuscivano a ricordare una canzone per intero: mettevano insieme dei pezzetti uno la nonna un altro la zia oppure osava intromettersi il nonno, lui che non parlava mai, e discutevano ridendo sulle parole giuste. Era così e così. No, era così e così invece, e giù tutti a ridere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Nina sembrava divertirsi anche quando raccontava le storie del tempo di guerra, accadute quando il nonno e la nonna erano ancora giovani, la mia mamma e le sue sorelle erano ancora piccole e io e i miei cugini non eravamo ancora nati. Spesso raccontava di quando in paese spadroneggiavano i fascisti e non si poteva pensare a voce alta, e non sempre erano storie tristi: anche nelle occasioni più nere sembrava fosse successo un imprevisto che trasformava le tragedie in comiche. Tipo quella volta che alla visita di non so quale gerarca, appena iniziato il comizio i cavalli si sono messi tutti insieme a fare la cacca in piazza proprio davanti al palco, neanche si fossero messi d&#8217;accordo, scatenando le risate di tutto il paese. Beh, di quasi tutto il paese. Lo facessero oggi ad un comizio di un qualsiasi nuovo padrone, finirebbero al galoppo in una macelleria equina.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Io ascoltavo, ma facevo fatica a entrare dentro a quelle storie: riconoscevo i personaggi, ma mi era davvero impossibile farmi largo nella trama. La nonna mi raccontava un mondo completamente differente, più buio, più polveroso, più triste e per me incomprensibile. Il fascismo per me è quel buio, quella polvere nera che rende amara, avvelena e soffoca la vita. Una notte i tedeschi hanno buttato giù la porta di casa e portato via con loro il nonno Dante, lui un giorno dopo tanto tempo è tornato a casa a piedi dall&#8217;Austria, da Klagenfurt, pelle e ossa e tutti i capelli bianchi che nessuno lo ha riconosciuto &#8211; ma questa è un&#8217;altra storia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La Nina e le sue sorelle, ogni volta che potevano e come potevano, aiutavano di nascosto i ragazzi che disertavano e i partigiani. Mia mamma mi ha raccontato spesso dei suoi incontri di bambina con dei ragazzi terrorizzati in fuga, con gente disperata cui la guerra aveva portato via tutto, coi partigiani silenziosi &#8211; ricordava una carezza dolce sulla testa, una stella appuntata sul bavero, il fucile strappato via ai fascisti. E quella volta che la polenta avanzata era sparita, un biglietto con scritto sopra “grazie” poggiato sotto un sasso sullo scalino della porta d’ingresso una mattina, ogni tanto un fagotto con dentro una pentola di minestra lasciato sull&#8217;arzene. <strong>I racconti che ho ascoltato in casa mi descrivevano una faccia della guerra diversa da quella che mi veniva mostrata nei libri di scuola.</strong><br><br>Dopo poco che sono nato a mio papà è stato offerto un lavoro come operaio turnista in una fabbrica a Marghera. I miei genitori, cinquant&#8217;anni in due, si sono trasferiti in un buco in affitto a Mestre &#8211; camara e cusina in un condominio de carton, chiamavamo così casa nostra.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il quartiere così come lo si riconosce oggi allora non c&#8217;era: la Cipressina era solo un tratto della strada statale 245 Castellana compreso tra il passaggio a livello dei Quattro Cantoni e quello di Zelarino. Niente chiesa né scuole. C&#8217;erano un negozio di generi alimentari, un panificio, una macelleria, un bar/trattoria, un paio di fermate dell&#8217;autobus e qualche condominio da sei/nove appartamenti addosso alla statale. Il resto era tutta campagna, ma lo sarebbe rimasto ancora per poco: nel giro di pochi mesi sono stati costruiti velocemente tantissimi condomini de carton supereconomici, sempre più grandi dodici sedici venti ventiquattro appartamenti via via che le traverse si allontanavano dalla statale, che si sono riempiti subito di famiglie come la nostra, tutti immigrati per il lavoro a Marghera.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Da ogni finestra uscivano odori di cibi diversi dal nostro, voci con accenti e parole strane e straniere spesso difficilmente traducibili e canzoni fatte in maniera completamente differente da quelle che ero abituato a sentire in strada e per casa.<br>Si faceva presto amicizia con gli altri bambini, le prime cose che si imparavano erano le parolacce: mannaggia minchia e marò loro a noi, tamorticani e magnasborae noi a loro. Ogni gruppo di strade del quartiere aveva una banda di piccoli straccioni, un gruppo contro un altro a battagliare senza bisogno di una ragione precisa. Tranne qualche singola antipatia che si prolungava, generalmente si finiva presto a giocare insieme quando non a scambiarsi le figurine doppie dei calciatori: go go go manca. Oppure ci si aggregava armati di bastoni e fionde in spedizioni avventurose tipo Cipressina contro Gazzera, quartieri di immigrati e povertà diffusa separati solo da qualche campo rimasto incolto intorno ai binari.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quando sento qualcuno alla radio o al telegiornale che afferma che la mia generazione non ha attraversato guerre, mi viene sempre da pensare che siamo stati comunque capaci di trovare maniere diverse per ammazzarci l&#8217;un l&#8217;altro.<br></strong>Noi piccoli siamo cresciuti, in tanti siamo riusciti ad andare a scuola, i più fortunati a diplomarsi e qualcuno anche ad arrivare alla laurea. In città siamo stati testimoni abituali di proteste e scioperi, manifestazioni, sassaiole, cariche di polizia, posti di blocco, incidenti sul lavoro, mogli e figli picchiati, spaccio di eroina, tossicodipendenza, disoccupazione, alcolismo, degrado, discariche, avvelenamenti, chemioterapie e morte <strong>e mentre tutto questo succedeva abbiamo ascoltato imparato e cantato altre canzoni e altre storie che si sono sostituite a quelle che ci avevano cantato i nostri nonni e i nostri genitori.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">La Luisa Ronchini, la signora di cui raccontavo all&#8217;inizio, l&#8217;ho poi incontrata altre volte e l&#8217;ho vista a qualche concerto anche con Gualtiero Bertelli e Alberto d&#8217;Amico. Nei primissimi anni Ottanta avevo accompagnato dei miei compagni di Murano a registrare un demo all&#8217;Odhecaton di Ermanno Velludo, proprio lo stesso studio dove in quei giorni stava registrando lei, a Venezia appena dietro l&#8217;Accademia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ermanno era un tecnico strabiliante: sapeva catturare il suono e imprigionarlo nel nastro magnetico per poi riprodurlo perfettamente, oppure lo manipolava rendendolo diverso e a volte irriconoscibile ma sempre assai attraente &#8211; non importava che fosse un quartetto barocco, o la voce di Luisa Ronchini, o le nostre seghe punk.<br>Noi aspettavamo il nostro turno in silenzio, nella stanza in penombra dove Ermanno faceva i miracoli, ad ascoltare ogni respiro della signora con grande rispetto. Non sono mai riuscito però a capacitarmi del fatto che i nostri inni anarcopunk, nonostante tutto il nostro impegno e sbattimento, non riuscissero a spiccare il volo, mentre le sue versioni così scarne voce-e-chitarra de “Le quattro stagioni” e del canto a Sante Caserio finivano a conficcarsi nella parte più profonda di me.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Molte canzoni come quelle, le canzoni anarchiche di una volta, a tanti piace ascoltarle e riascoltarle, ma ritengo che negli ultimi anni nonostante internet, nonostante la velocità, nonostante il “progresso” oppure forse proprio a causa di quelle virgolette che adesso ci ho messo intorno, siano rimaste a riverberare chiuse dentro le teste, nelle stanze delle case, tra le mura dei centri sociali, nel perimetro delimitato/autorizzato delle manifestazioni. In zone circoscritte, quindi, rese quasi impermeabili al resto del mondo.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Potrebbe essere proprio l&#8217;idea della guerra, resa abitudine come fosse una caratteristica del nostro paesaggio da anni di piombo e soprattutto di televisione, che ci ha cacciati sotto, dentro, in cerca di riparo</strong>. Pensiamo al volume: dove una volta l&#8217;impatto sonoro era parte integrante del messaggio (non so voi, io la musica amo ascoltarla con lo stomaco) adesso il suono è costretto tra le cuffiette, compresso per gli altoparlantini degli smartphone o dei microimpianti hi-fi casalinghi. Le piazze, i prati, le aree aperte sono state sottratte alla collettività e rimpiazzate da spazi ridotti, transennati, casalinghi, limitati all&#8217;uso personale. È successo lo stesso ad altre fonti di piacere, di ispirazione, di acculturazione: un affare tra te e uno schermo digitale, tra te e il tuo smartphone. Condivisione è diventata una parola diversa: era un accadimento unico e difficilmente ripetibile in serie nel quale ci si ritrovava coinvolti io e te e cento e mille e diecimila altri &#8211; adesso sta a raccontare quel mucchietto di uni e di zeri che passa dal mio computer al tuo e viceversa.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Eppure sono convinto che canzoni anarchiche se ne scrivano ogni giorno</strong>. Prendono forme diverse, suonano differenti, fanno giri strani ma per arrivare prima o poi arrivano e vanno dritte al cuore. Potrebbe succedere ancora: tra la fine degli anni Settanta e la prima metà degli anni Ottanta il punk, un&#8217;espressione musicale/culturale libera e popolare, è riuscita ad aprire falle significative nel tessuto sociale che sono state ben presto rabberciate da un sistema che dal punk si era sentito minacciato. Quest&#8217;ultima frase ha senso compiuto anche sostituendo la parola “mercato” a “tessuto sociale”.<br><br><strong>Ogni tanto tendo a soffermarmi a ragionare su questo radicale cambiamento della fruizione del fatto musicale</strong>. Se di dibattito si può parlare, mettendoci intorno parecchie virgolette, è in questa forma che prosegue nei discorsi spiccioli al banchetto di stella*nera quando vado in giro a presentare un libro o un disco, in quelle due-tre parole scambiate con la scusa di prendere qualcosa da leggere o da ascoltare, ben consapevoli tutti d&#8217;essere stati nutriti dall&#8217;ideologia del mercato obbligatorio ed avvelenati dalla cultura dominante, eppure assolutamente determinati a non soccombere, a non mollare, a non restare zitti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>&#8230;Sì, è proprio “quella” cassetta. Ma aspettate un momento prima di girare pagina o di saltare alla prossima segnalazione. Innanzitutto, due parole per chi (e immagino siano tanti) non sa con precisione di che cosa si tratta. La cassetta “Inni della rivolta” è una compilation uscita da poco e diffusa in maniera sotterranea che ha già fatto s/parlare di sé più che altro per i suoi contenuti sonori, ritenuti da molti “discutibili” come “discutibile” è stata definita l&#8217;operazione nel suo complesso. Si tratta di una dozzina di canti anarchici rivisitati (oppure “massacrati&#8221;, sempre secondo i detrattori) da altrettanti gruppi musicali italiani non a scopo di lucro ma a fin di benefit per l&#8217;<a href="https://www.anarcopedia.org/index.php/Animal_Liberation_Front" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ALF</a>. Sono convinto che spesso si sia parlato e criticato senza però prima ascoltare: se n&#8217;è discusso solo perché si tratta di rivisitazioni in chiave punk, ritenute derisorie o quantomeno inadatte, di pezzi di Storia. (…) La cassetta è uscita in poche copie e costa una miseria quindi non sarebbe poi così drammatico sorvolare sulle perplessità e contribuire ad una giusta causa&#8230;”</em> (da A/Rivista Anarchica, ricostruzione della segnalazione originale)</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Trent&#8217;anni fa circa i Barboncini Punx, piccolo ma agguerrito gruppo anarcopunk piemontese, avevano immaginato e realizzato una raccolta di canti anarchici</strong>. Avevano chiesto nel giro e messo insieme una decina di versioni per così dire “personali” di inni storici, canti della tradizione e della Resistenza nonché un paio di contributi originali a cura del cantautore anarcoscettico romano <a href="https://umanitanova.org/alfredo-salerni/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Alfredo Salerni</a>, venuto purtroppo a mancare due anni fa, e delle Officine Schwartz.<br><strong>A ridosso dell&#8217;uscita della cassetta, diffusa nella scena underground in poche copie e a un prezzo irrisorio, era serpeggiato parecchio malumore tra i compagni anarchici più vecchi, e anche tra certi non così vecchi,</strong> piuttosto risentiti quando non addirittura profondamente offesi per il fatto che dei giovinastri avessero osato stravolgere, cioé cantare a modo loro, delle canzoni sacre che consideravano né più né meno che intoccabili.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Various ‎Artists – Inni Della Rivolta (1994)" width="1220" height="686" src="https://www.youtube.com/embed/fGsO44-DPuw?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">La reazione negativa dei vecchi anarchici, come quella dei punk senzafuturo spesso menefreghisti e le alzate di spalle dei punk senzapassato altrettanto spesso occupati altrove, erano state senz&#8217;altro prevedibili e i promotori dell&#8217;iniziativa il problema se l&#8217;erano senz&#8217;altro posto: la presentazione dell&#8217;iniziativa nel libretto allegato alla cassetta è un&#8217;incredibile passeggiata in equilibrio precario sul filo della paraculaggine. Capisco un certo bisogno di spiegare e di spiegarsi, così come la necessità di giustificarsi politicamente tipica di certa scena punk di allora, ma forse era meglio se non scrivevano niente &#8211; però queste sono cose di cui ci si accorge col tempo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>&#8230;Eravamo un gruppo punk che soleva definirsi anarchico. Per noi questo significava cercare di portare avanti nella vita le idee professate nei testi. Niente di estremo, per carità, però non vedevamo troppo favorevolmente quei gruppi hardcore che esaurivano la loro azione nei dischi e tour europei a catena. Avevamo un piccolo collettivo a Pinerolo, la nostra città, una distro e ci organizzavamo i nostri concerti, rigorosamente autogestiti, con molti sbattimenti. Avevamo autoprodotto la nostra cassetta, organizzato feste, stampato magliette e cassette benefit per buone cause e prodotto la nostra fanzine. Come altri all&#8217;interno della scena, stanchi del ripetersi di logori cliché musicali nel punk, volevamo ampliare i nostri orizzonti, cercare altre forme di espressione musicale che avessero la stessa sincerità, energia e immediatezza del punk. Ci fu chi vide queste potenzialità nella musica industriale, nel noise, altri nella techno, altri ancora nell&#8217;hip hop. A quell&#8217;epoca scoprivo molte inaspettate affinità del punk con la canzone popolare: lo stesso disprezzo/indifferenza verso il protagonismo e le star, musiche senza autori né copyright a disposizione di tutti per essere interpretate e reinventate, il ballo spontaneo e collettivo nell&#8217;aia come il pogo, testi che parlano sì di sesso e amore ma spesso e volentieri di ingiustizie e lotte politiche. Ci avvicinammo quindi, per affinità, ai canti anarchici. Dall&#8217;ascoltarli al volerli suonare il passo è breve. (…) </em><em>Rivista Anarchica la stroncò come opera di scarponi lo-fi ma per il resto vennero distribuite tutte le copie. (…) Presi dall&#8217;entusiasmo reinvestimmo gli introiti nella produzione del volume due, ne stampammo anche il libretto però poi, a causa di vari distributori morosi, la distro andò in bancarotta. Il collettivo si sfaldò e del volume due non se ne sentì più parlare&#8230; fino ad ora che lo avete qui, insieme al primo&#8230;” </em>(dalla presentazione del cd)</p>



<p class="wp-block-paragraph">Del giro dei Barboncini avevo incontrato una prima volta in redazione della A/Rivista Anarchica e poi ad alcune riunioni e concerti Carlo “Karenza” Decanale: era parecchio più giovane di me e la sua simpatia e la sua allegria erano contagiose. <strong>Avendo compreso che l&#8217;intento suo e dei suoi compagni era tutt&#8217;altro che blasfemo, ed essendo convinto anch&#8217;io che cantare oggi le canzoni di ieri serva in qualche modo a mantenerle vive, avevo scritto di questo lavoro sulla A/Rivista in una maniera ritenuta però eccessivamente positiva da buona parte della redazione.</strong><br>Per evitare polemiche avevo suggerito di lasciar perdere del tutto quella segnalazione, ma con mia sorpresa a qualche mese di distanza il pezzo è stato pubblicato (con ogni probabilità perché avevo scritto poco e serviva per arrivare a fine della pagina invece che mettere un disegno o una foto) ma in forma ridotta e modificata &#8211; è stata l&#8217;unica volta in cui sono incorso in un incidente in 37 anni di collaborazione. Va anche detto, per onestà e completezza, che di lì a poco mi sono state fatte le scuse per l&#8217;accaduto.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-10 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="716" height="1024" data-id="28321" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/copertina-cassetta-1-716x1024.jpg" alt="" class="wp-image-28321" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/copertina-cassetta-1-716x1024.jpg 716w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/copertina-cassetta-1-600x858.jpg 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/copertina-cassetta-1-210x300.jpg 210w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/copertina-cassetta-1-768x1098.jpg 768w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/copertina-cassetta-1-1074x1536.jpg 1074w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/copertina-cassetta-1-8x12.jpg 8w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/copertina-cassetta-1.jpg 1223w" sizes="auto, (max-width: 716px) 100vw, 716px" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="986" height="1024" data-id="28322" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/retrocopertina-cassetta-1-986x1024.jpg" alt="" class="wp-image-28322" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/retrocopertina-cassetta-1-986x1024.jpg 986w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/retrocopertina-cassetta-1-600x623.jpg 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/retrocopertina-cassetta-1-289x300.jpg 289w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/retrocopertina-cassetta-1-768x798.jpg 768w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/retrocopertina-cassetta-1-12x12.jpg 12w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/retrocopertina-cassetta-1.jpg 1081w" sizes="auto, (max-width: 986px) 100vw, 986px" /></figure>
</figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>&#8230;L&#8217;idea di una compilation di canti anarchici suonati da gruppi di oggi non ha convinto diverse persone: sia quelle abituate a pensare a queste canzoni come a qualcosa di antiquato, sia quelle che, conoscendole e venerandole in versioni precedenti e circostanze più serie, considerano questa operazione “blasfema” o quantomeno irrisoria nei confronti di questi “oggetti di culto”. Esiste infatti una certa concezione della tradizione anarchica quasi religiosa, con i suoi martiri, i suoi santi, i suoi episodi mistici, i suoi luoghi sacri, un suo aldilà e la sua liturgia, di cui questi canti fanno parte. In realtà non è nostra intenzione creare qualcosa di stupefacente, né riteniamo che i canti, così come li abbiamo conosciuti, fossero un vecchiume da rinnovare; quando li abbiamo “scoperti” ci siamo resi conto che sono una componente fondamentale della nostra storia e della nostra lotta. Inoltre, non hanno un semplice valore di “documento storico”, ma esprimono idee e sentimenti che condividiamo e fanno parte della nostra cultura. Non abbiamo inteso far rivivere qualcosa di morto, proprio perché la musica popolare, per definizione, vive in quanto continua ad essere reinterpretata e riproposta diversamente a seconda delle condizioni storiche, geografiche, sociali e culturali. I canti di lotta esistono finché esiste l&#8217;esigenza della lotta: se si modificano nel tempo non perdono il loro valore, anzi acquistano una forza che non avrebbero se ne rimanesse una versione definitiva scritta sui libri o incisa sui dischi: questo sarebbe il vero stravolgimento del loro significato e anche delle intenzioni degli autori delle gesta celebrative. A noi non interessa santificare il passato sminuendo le nostre potenzialità nel presente, ma utilizzare criticamente queste esperienze traendone spunto per le nostre attività&#8230;”</em> (dalla presentazione della cassetta, 1993)</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>C&#8217;era stato una ventina d&#8217;anni prima un caso press&#8217;a poco simile.</strong> Prendendo spunto dall&#8217;inno a stelle-e-strisce intriso del suono delle incursioni aeree e dei bombardamenti in Vietnam fatto risuonare a Woodstock da Jimi Hendrix, <strong>nel 1974 gli Area proposero una loro personale rilettura de “L&#8217;Internazionale”. Anche in quel caso si gridò allo scandalo</strong> &#8211; non fra vecchi anarchici brontoloni ma sulle pagine dei giornali nazionali e nelle sezioni del PCI, del PSI e nelle sedi della sinistra extraparlamentare e dei sindacati di tutta Italia. S&#8217;era stracciato pubblicamente le vesti ed aveva tuonato a lungo persino Nicolae Ceauşescu, padrone della Romania: ci fosse stato il Risiko che conosciamo oggi, avrebbe attaccato l&#8217;Italia con sei.<br>Si tratta però di due diversi casi che mi riesce difficile mettere a confronto: per tutto un complesso di fattori tecnici e storici gli anni Settanta erano davvero molto diversi dagli anni Novanta.<br>Come la cassetta punk, anche quella degli Area era un&#8217;iniziativa di beneficenza (si raccolsero fondi per le spese legali sostenute dall&#8217;anarchico Giovanni Marini, accusato d&#8217;omicidio per essersi difeso da un&#8217;aggressione fascista). <strong>Ma una differenza importante è che la cassetta di inni anarchici in salsa punk era un&#8217;autoproduzione dal basso, mentre con e per gli Area si muoveva un&#8217;etichetta discografica di dimensioni considerevoli gestita da brillanti e scafati pubblicitari e specialisti di comunicazione</strong>. Al di là dell&#8217;innegabile talento e delle intuizioni profetiche dei musicisti, tutt&#8217;attorno alle opere del gruppo, soprattutto le più azzardate, era stato costruito dagli addetti all&#8217;ufficio stampa della Cramps un certo spessore controculturale e rivoluzionario, controcultura e rivoluzione che allora influivano fortemente sull&#8217;orientamento di vasti settori dell&#8217;espressione artistica, come anche sul mercato.<br>Allora poteva avere senz&#8217;altro un senso, e artistico e politico, scagliarsi contro il monolite. Qui, diciamocelo, si tratta di una serie di episodi inoffensivi suonati da gruppi della scena marginale spolverati (non tutti) di inconsistente spirito provocatorio. <strong>Resto comunque dell&#8217;opinione che l&#8217;idea che sta alla base del progetto dei Barboncini Punx sia geniale.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Questa la lista completa dei partecipanti e dei relativi pezzi:</strong></p>



<ul class="wp-block-list">
<li>R.A.M.A. &#8211; Inno della rivolta</li>



<li>Waka Waka &#8211; Sacco e Vanzetti</li>



<li>Teatro Quotidiano &#8211; Canto a Caserio</li>



<li>Cruelty Free Core &#8211; Amor ribelle</li>



<li>Dr. Domopak &#8211; Figli dell&#8217;officina</li>



<li>Officine Schwartz &#8211; Trauermarsch</li>



<li>Barboncini Punx &#8211; Stornelli d&#8217;esilio</li>



<li>Alfredo Salerni e i Folk Simile &#8211; Il Si bemolle</li>



<li>Contrasto &#8211; Né servi né padroni</li>



<li>Dice Die &#8211; Su mano alla bomba</li>



<li>Lupus In Fabula &#8211; Dai monti di Sarzana</li>



<li>CCC CNC NCN &#8211; Il galeone</li>



<li>Panico &#8211; L&#8217;estate dei poveri</li>



<li>Stige &#8211; Inno individualista</li>



<li>Ishi &#8211; Il disertore</li>



<li>D.D.I. &#8211; Inno individualista</li>



<li>Biafra &#8211; Addio Lugano bella</li>



<li>Digos SS &#8211; Evviva Pietro Gori e il suo ideale</li>



<li>Barboncini Punx &#8211; Puente de los Frances</li>



<li>Cupiazzi &#8211; Gli anarchici noi siamo di Milano</li>



<li>Boloboloquique &#8211; Siam del popolo gli Arditi</li>



<li>Fuck Simile &#8211; L&#8217;Interrogatorio di Caserio</li>



<li>Soda Kaustika &#8211; Quando l&#8217;anarchia verrà</li>



<li>Frammenti &#8211; La ballata di Pinelli.</li>
</ul>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="1022" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/copertina-cd-1024x1022.jpg" alt="" class="wp-image-28319" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/copertina-cd-1024x1022.jpg 1024w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/copertina-cd-300x300.jpg 300w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/copertina-cd-100x100.jpg 100w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/copertina-cd-600x599.jpg 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/copertina-cd-150x150.jpg 150w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/copertina-cd-768x766.jpg 768w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/copertina-cd-12x12.jpg 12w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/05/copertina-cd.jpg 1413w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Copertina del CD</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Restaurate come e quando possibile le registrazioni di allora, l&#8217;anno scorso queste sono state raccolte in un cd stampato da Pinetasound Autoproduzioni e diffuso dall&#8217;indipendente Tadca Records di Cuneo</strong> (<a href="http://www.tadcarecords.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">www.tadcarecords.org</a>, <a href="mailto:info@tadcarecords.org" target="_blank" rel="noreferrer noopener">info@tadcarecords.org</a>, raggiungibile anche su <a href="https://tadcarecords.bandcamp.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">bandcamp</a> e <a href="https://www.facebook.com/tadcarecords" target="_blank" rel="noreferrer noopener">facebook</a>).<br>Come avete visto dalla lista che ho riportato qualche riga fa, sono stati aggiunti altri dodici pezzi di impostazione simile destinati a quel secondo volume pianificato al tempo dai Barboncini e però mai portato a termine e realizzato. Un pezzo è addirittura andato perso.<br>Chi c&#8217;era allora, nell&#8217;ascoltare, avendo inalato il puzzo delle cantine e di buona parte dei luoghi di ritrovo clandestini, potrà riconoscere presto la precarietà ed il contorno sfocato tipici dei suoni catturati su vecchie audiocassette e, chissà, magari riassaporare con gusto la polvere del tempo. Altri ascoltatori più giovani, con ogni probabilità abituati ad altri approcci e ad altre sonorità, potrebbero sorridere della generale mediocrità tecnica e creativa. Pur distinguendosi i contributi delle Officine Schwartz e dei CCC CNC NCN, ciascuna canzone purtroppo scivola via lasciando impigliato solo poco di sé nel filo spinato della memoria: a distanza di anni ci si accorge presto di quanto poco queste versioni siano consistenti, ancor meno offensive e per niente dissacranti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Come la cassetta, anche il cd costa una miseria. Ascoltarlo mette addosso un misto curioso di ilarità ed imbarazzo: insomma, le vecchie canzoni anarchiche resistono orgogliosamente ed alla grande al maldestro make up punk che gli è stato dipinto in faccia</strong>. Ed è proprio per questa ragione che la raccolta potrebbe, secondo me, offrire ottimi spunti di meditazione e riflessione. Certo, viene da sorridere davanti a tanta sfrontatezza spinta avanti a fare un po&#8217; di fumogeno intorno all&#8217;inadeguatezza, ma così funzionava allora, quando ci si trovava arrivati appena dopo di quelli che ridevano addosso a tutto, a tutti e soprattutto a sé stessi, e appena prima dell&#8217;avvento di quei punk integralisti predicatori che si prendevano così esageratamente sul serio da riuscire a velocizzare il disfacimento della scena. Ripetere l&#8217;esperimento oggi, chiamando a raccolta un po&#8217; di gente che suona adesso, potrebbe rivelarsi davvero interessante.<br><strong>Per concludere, mi viene da pensare che, mentre noi stiamo qui a sbatterci fra brontolii e commenti, Carlo “Karenza”, scomparso improvvisamente nel maggio 2022, se la starà ridendo felice in buona compagnia di vecchi anarchici come</strong> <strong>Pietro Gori, Caterina Bueno, Belgrado Pedrini e Paola Nicolazzi. Magari stanno ridendo con loro pure Fabrizio de André e Paolo Finzi della A/Rivista Anarchica.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Marco Pandin<br>stella_nera@tin.it</p>
<p>L'articolo <a href="https://radiopunk.it/inni-della-rivolta/">Inni Della Rivolta &#8211; Quando l&#8217;anarkia verrà</a> proviene da <a href="https://radiopunk.it">Radio Punk</a>.</p>
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		<title>Detriti &#8211; Una storia fatta di disastri e di montagne abbandonate</title>
		<link>https://radiopunk.it/detriti-band/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Miss-I]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Mar 2025 09:46:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Anarchia]]></category>
		<category><![CDATA[Anarcopunk]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Pandin]]></category>
		<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://radiopunk.it/?p=27035</guid>

					<description><![CDATA[<p>Marco Pandin di Stella Nera Edizioni ci parla della band Detriti e del loro album omonimo La diga del Vajont in copertina. Il rumore dentro. Forte, schiacciante, compresso, amplificato, distorto, insostenibile. Con ogni probabilità la parola Vajont a una parte di voi non dirà granché: è il nome di una diga della Società Adriatica di &#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://radiopunk.it/detriti-band/">Detriti &#8211; Una storia fatta di disastri e di montagne abbandonate</a> proviene da <a href="https://radiopunk.it">Radio Punk</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Marco Pandin di Stella Nera Edizioni ci parla della band Detriti e del loro album omonimo</h2>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>La diga del Vajont in copertina. Il rumore dentro. Forte, schiacciante, compresso, amplificato, distorto, insostenibile.</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Con ogni probabilità la parola Vajont a una parte di voi non dirà granché: è il nome di una diga della Società Adriatica di Elettricità (in seguito incorporata nell&#8217;Enel), piazzata da cent&#8217;anni in una zona persa tra il Veneto e il Friuli.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>E&#8217; là che è successa una vecchia disgrazia</strong>: voi che siete nati dopo non ne saprete praticamente niente e mica è colpa vostra, ma se ne ricorderanno senz&#8217;altro i vostri nonni e genitori. <strong>Se cercate su internet si chiama così anche un libro di Tina Merlin,</strong> partigiana e giornalista dell&#8217;Unità che si impegnò a indagare a fondo sull&#8217;accaduto e che i carabinieri per conto dei padroni si adoperarono a zittire, ma senza riuscire nell&#8217;intento. <strong>Tra le occorrenze restituite dal motore di ricerca troverete senz&#8217;altro anche uno spettacolo di teatro civile impressionante ed intensissimo di Marco Paolini e Gabriele Vacis</strong> che magari avrete visto in televisione quando ancora certe cose le trasmettevano &#8211; se non l&#8217;avete fatto, vi invito a procurarvene una copia in qualche modo e a guardarlo tutto, con tutta l&#8217;attenzione di cui siete capaci: è un ottimo punto di partenza per costruirsi un&#8217;opinione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dietro al nome Vajont c&#8217;è una brutta storia accaduta quando ero bambino, allora avevo solo sei anni: <strong>nell&#8217;ottobre 1963 è franato il fianco di una montagna nel bacino artificiale formato dalla diga, un’inondazione che ha causato quasi duemila morti.</strong> Vittime del progresso e della sfortuna s&#8217;era detto, ma non era vero.<br>Quella del Vajont è stata una catastrofe annunciata da segnali premonitori gravemente ignorati dai vertici dell&#8217;azienda costruttrice e del tutto inconsistenti alle orecchie della politica che avrebbe dovuto sorvegliare, e per un motivo soltanto: <strong>il rumore dei soldi era molto più forte</strong>. Ovvio poi, come successo per il Petrolchimico a Marghera e per mille altre storie accadute ovunque in cui gli interessi di pochi hanno più valore degli interessi di tutti, che secondo il tribunale non sia stata colpa di nessuno.<br>Mi ricordo i discorsi a frammenti e a voce bassa dei miei genitori. Mi ricordo che nei giorni subito dopo il disastro non c&#8217;era scuola perché la maestra dicevano si fosse precipitata quella notte a Longarone per cercare di vedere cos&#8217;era rimasto del suo paese, della sua casa e della sua famiglia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Mi ricordo di un amico di mio papà che lavorava in ospedale ed era partito subito come volontario sul Piave. Andava “a dare una mano con le pertiche”: avevo sentito dire così i miei mentre si cenava, ma solo dopo anni ho capito che le pertiche le usavano giù dai ponti da Vittorio Veneto fino a Conegliano come denti di pettine sopra il fiume per cercare di fermare i cadaveri portati in braccio dalla corrente. Mi ricordo che a scuola dopo qualche giorno la maestra è tornata, ma era come invecchiata e non sorrideva più.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Questi sono due frammenti, estratti rispettivamente da “<a href="https://www.youtube.com/watch?v=2J5-FHJYX24" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Coprire tutto</a>” e da “<a href="https://www.youtube.com/watch?v=sge5pnx3hn0" target="_blank" rel="noreferrer noopener">E allora</a>”, due canzoni dei Detriti. Ma faccio fatica a chiamarle canzoni, somigliano di più ai pezzi di vetro incandescente che stanno per terra nelle fornaci di Murano &#8211; sembrano innocui, ti chini a raccoglierli e ti mordono le dita. Oppure le chiamerei schegge, pallottole, spine, lamette, aghi &#8211; non canzoni. Leggeteveli, ne parliamo dopo:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>Sangue rappreso nel deserto umano</em><br><em>sabbia che vive.</em><br><em>Aspetto la marea</em><br><em>per coprire tutto.</em></p>
</blockquote>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>In un mare di cocci di vetro</em><br><em>trovo le mani sporche di fango.</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Vi ho già raccontato a <a href="https://www.radiopunk.it/25/kina-se-ho-vinto-se-ho-perso/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">settembre del 2023 dei Kina</a>, punks anarchici montanari del nordovest. <strong>Stavolta vi racconto la storia di cinque ventenni da Feltre, Belluno, Cadore: una manciata di montanari del nordest</strong>. Ragazzi di provincia, bizzarri e problematici se vogliamo, ciascuno storto a suo modo e senza uno stile preconfezionato.<br><strong>Siamo a metà/fine anni Ottanta e il punk c&#8217;entra, ma solo fino a un certo punto</strong>. Succede ogni tanto che i ragazzi crescano malamente. Che siano, come dire, strani. Che vengano su storti, un po&#8217; spostati rispetto al branco. Quei ragazzi lo erano: desideravano e sognavano cose che la scuola non gli insegnava. Insomma, cercavano di immaginarsi e costruirsi una specie di futuro cavandosela da soli senza fidarsi del parroco e dell&#8217;insegnante di religione, né dei deejay radiofonici né di Mister Fantasy, e provavano ad andare avanti a tentoni nel loro presente pagando cari, e spesso sulla propria pelle, quegli errori di valutazione ed interpretazione del confine sottile che separa il sognare e lo sragionare.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/CPA-Firenze-1024x758.jpeg" alt="" class="wp-image-27039"/><figcaption class="wp-element-caption">Detriti al CPA di Firenze</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Per loro il mondo conosciuto e mappato e sperimentato finiva con l&#8217;ultima casa del paese giù in fondo alla valle, eppure l&#8217;istinto gli diceva che c&#8217;era un qualchecosa lì fuori da esplorare oltre il bordo delle montagne. I contatti con quel qualchecosa che rombombava forte lì fuori, oltre che con la telepatia, si mantenevano via lettera, con l&#8217;autobus e il treno e appena possibile grazie a un&#8217;auto usata stracarica, lanciati in spedizioni avventurose con destinazione Mestre, Padova, Milano o Bologna con la scusa dei concerti. Da non sottovalutare l&#8217;apprendimento attraverso certi giornali musicali e riviste anarchiche in abbonamento postale &#8211; carta buona per far prendere velocemente fuoco a certe idee e a certi deliri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C&#8217;è stata di recente un po&#8217; di ressa mediatica attorno a piste di bob miliardarie che il resto del mondo ritiene inutili, ma di solito del Bellunese non si parla in giro. Nonostante Cortina è e resta una zona povera, cioè no dico meglio impoverita nel giro di questi ultimi cinquanta/sessant&#8217;anni &#8211; un po&#8217; come il Polesine, altra zona di cui si parla poco in giro. Tutt&#8217;e due territori in parte abbandonati da tempo dai loro abitanti emigrati altrove in cerca di lavoro e fortuna e, mi verrebbe da aggiungere, divenuti poco adatti ad essere sfruttati dall&#8217;amministrazione regionale come serbatoio elettorale. Se nelle province ricche tutt&#8217;intorno sventola garrulo il serenissimo gonfalone, Belluno e Rovigo somigliano a due tesserine messe fuori posto nel puzzle di quel nordest che nella pubblicità e nelle cronache dei telegiornali regionali appare paese a solida maggioranza neroverde con un gradevole sottofondo reggae addomesticato (o, a scelta, simil-rondòveneziano come quando si è inchiodati in attesa al call center dell&#8217;Asl per prenotare una visita).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Un borgo dei borghi fatto di muri alti e inferiae attraverso cui l&#8217;aria passa e arrugginisce, le piazze pulite senza immigrati sfaccendati in giro perché a servizio 24/7, ricco di casse piene de schei opportunamente nascoste nei sottoscala delle ville giuste e nei caveau delle banche &#8211; quelle non ancora fallite e chiuse. Un panorama fatto di prosecco e cicchetti da cui, se capita la sfortuna di nascere dalla parte sbagliata, si è completamente tagliati fuori: <strong>il nordest che gli sfigati come me conoscono dalla nascita è paese nonconsumabile di cartongesso e senza n maiuscola, un alternarsi di periferie e discariche e zone artigianali/industriali di capannoni tutti brutti uguali, gonfio di stazioni ferroviarie in disarmo ma con un&#8217;ampia scelta di outlet, ipermercati e discount a ogni rotonda.</strong><br>Nelle zone sorvegliate dalle nottole abitate dai padroni-a-casa-loro il nordest è perennemente affaccendato a tagliare nastri e fette di sopressa per l&#8217;inaugurazione di una qualsiasi cosa. Brillantinato e vestito da morto, il nordest sorride eternamente a noi poareti come una réclame del turismo odontoiatrico. Pfas, glifosato, discariche abusive e rifiuti tossici? Mai visti né coverti: tutta cattiveria e disinformassiòn messa in giro dai comunisti e dai comitati. Avete presente quelli che: una bella dormita e passa tutto, anche il cancro. Eccoli, i padroni-a-casa-loro. Specialisti a far eleggere ladruncoli e sceriffi deboli d&#8217;udito come sindaci, ad armare tanki finti e piantare reticolati veri, a controllare il vicinato aggregati in ronde nere e addestrare cani da morsego.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>“Svanito” è il primo pezzo della prima facciata. Un calcio in faccia:</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>Svanito in uno degli ultimi giorni</em><br><em>qualche volta (qualche volta)</em><br><em>la precarietà<br>affonda in me e mi divide a metà</em><br><em>così la tortura è possesso</em><br><em>così il rispetto è vergogna</em><br><em>il ricordo sale risucchiato dalle scale (dalle scale).</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Quella dei Detriti è una storia fatta per buona parte di catastrofi e abbandoni</strong>. Tornando per un momento ai discorsi che facevo all&#8217;inizio, hanno sbattuto in copertina una foto da vertigine della diga scattata da Vito Vecellio, ma le loro canzoni non raccontano esplicitamente del Vajont. <strong>Eppure la musica che offrono a volerla analizzare e giustificare è risultato diretto di quel disastro, anzi di quei disastri, e del loro isolamento &#8211; e geografico e psicologico.</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="931" height="1024" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Rovereto-931x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-27042" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Rovereto-931x1024.jpeg 931w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Rovereto-600x660.jpeg 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Rovereto-273x300.jpeg 273w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Rovereto-768x845.jpeg 768w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Rovereto-1396x1536.jpeg 1396w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Rovereto-11x12.jpeg 11w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Rovereto.jpeg 1476w" sizes="auto, (max-width: 931px) 100vw, 931px" /><figcaption class="wp-element-caption">Detriti a Rovereto (TN)</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph">Musica che è inservibile e inutilizzabile: non offre nulla di divertente, niente di commestibile, non offre sorrisi, né riscaldamento, né pace. Porta con sé frane, smottamenti, notti lunghe, inverno, brividi. E&#8217; il rumore dell’orizzonte allacciato troppo stretto attorno al collo, delle prospettive che non ci sono, della trappola perversa del domani uguale all’oggi e dell’oggi uguale a ieri.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il gruppo è attivo tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, e dire “attivo” è un&#8217;esagerazione: hanno fatto solo pochi concerti perché non li chiamava quasi nessuno.<br>Il perché? Erano difficili anzi impossibili da consumare &#8211; prova un po&#8217; a finire il tuo spritz mentre quelli sul palco ti mordono i coglioni.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il disco lo mettevi su e ti aggrediva subito un misto di inquietudine e paranoia che ti spingeva a interrompere l&#8217;ascolto e a togliere in fretta quel vinile del cazzo dal piatto. Bastava un pezzo, ma anche mezzo e poi non si riusciva più a levarsi via di dosso quel malessere pesante. Era come un odore chimico corrosivo che ti invade casa e in un attimo ti entra dentro dalle orecchie, dal naso e dal buco del culo. Puzza di stabilimento e ciminiere, di fosso autunnale, di malattia cronica, di cella d&#8217;isolamento e manicomio, di corridoio di ospedale, di acqua ferma dentro ai vasi di fiori in cimitero.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ecco “Queste parole”. </strong>Come accade per i frammenti riportati poco prima, leggere questi testi dà solo un&#8217;idea superficiale e deficitaria del frastuono che li percorre. Leggendoli e basta si viene a perderne l&#8217;elettricità, il rombo sordo del terremoto che nascondono e il riverbero metallico che lo segue, così come se ne perdono gli scoppi, i lampi, il buio, la dinamica e la devastazione che ne sono parte integrante:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>Queste parole sono</em><br><em>come il tuo bicchier d’acqua</em><br><em>come la tua preghiera</em><br><em>scritte nel sonno</em><br><em>quando una carezza ti sfiora.</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">I Detriti nascono con Tomaj Mauro e Marioerba come trio voce/batteria/basso e proseguono Tomaj e Mauro come duo voce/batteria fino a fine 1989 quando entra Hector come bassista. Pochi mesi dopo registrano una prima versione di “E allora” per la <a href="https://www.discogs.com/it/release/1749681-Various-Shabab" target="_blank" rel="noreferrer noopener">compilation benefit pro-Palestina “Shabab”</a>, prodotta da Blu Bus. Il loro covo è la sala prove della Cayenna, il centro sociale autogestito di Feltre. <strong>Nell&#8217;estate 1991 si uniscono Belfa ed Egle, ed è questo il gruppo che mette insieme i pezzi per l&#8217;album d&#8217;esordio omonimo, uscito nel 1993 come coproduzione tra Blu Bus e Mister X</strong>. E&#8217; l&#8217;unico disco tutto loro che sono riusciti a portare a termine.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="770" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Cayenna-1024x770.jpeg" alt="" class="wp-image-27040" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Cayenna-1024x770.jpeg 1024w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Cayenna-600x451.jpeg 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Cayenna-300x226.jpeg 300w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Cayenna-768x578.jpeg 768w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Cayenna-1536x1155.jpeg 1536w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Cayenna-16x12.jpeg 16w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Cayenna.jpeg 1915w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Detriti al Cayenna di Feltre (BL)</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Belfa, Egle, Hector, Mauro e Tomaj &#8211; con tutti i loro nodi, le loro difficoltà, i loro chiodi piantati addosso &#8211; avevano a disposizione un sax, una chitarra elettrica, un basso e un set di tamburi e hanno trasformato il tutto in armi improprie. Beh, dovevano pur difendersi. Come benzina anni di fantasie sbagliate e letture sbagliate e visioni sbagliate e sogni sbagliati e ascolti sbagliati stratificati. Come pallottole la voce di Tomaj, addestrata all&#8217;ululato, al ringhio e allo sputo da Phil Minton, Sainkho Namtchylak, David Moss ed altri terroristi sonici internazionali. Piuttosto significativo, secondo me, che il loro suono sia stato costruito anche con le mani e la testa di Marco Milanesio &#8211; uno abituato a maneggiare elettronica e sperimentazione pesante senza indossare protezioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ogni volta che ascolto “Odia e ama” nella mia testa vedo un Caravaggio con dentro Belfa piedi staccati da terra che guarda attraverso un varco nel soffitto verso le nuvole e il cielo, gli altri dietro intenti a fare cose e Tomaj il ladro del fuoco che si dispera in un angolo</strong>:<br></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>Con tutto questo falso allarmismo</em><br><em>nascondere disorientare</em><br><em>obbedire e &#8230;rubare</em><br><em>cercare e &#8230;riprodursi</em><br><em>cosa sta succedendo?</em><br><em>elettricità (nei miei occhi)</em><br><em>nei miei occhi tanta nostalgia di verde.</em></p>
</blockquote>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="762" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Tomaj-1024x762.jpeg" alt="" class="wp-image-27043" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Tomaj-1024x762.jpeg 1024w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Tomaj-600x447.jpeg 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Tomaj-300x223.jpeg 300w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Tomaj-768x572.jpeg 768w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Tomaj-1536x1144.jpeg 1536w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Tomaj-16x12.jpeg 16w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Tomaj.jpeg 2000w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Tomaj</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Le montagne. Le montagne, ecco. Dietro a ciascun pezzo dei Detriti ci stavano (e ci stanno, anche oggi dopo migliaia di anni) le montagne</strong>. <strong>Montagne fatte di ragionamenti, di strade sterrate, torrenti, crepacci, sentieri, massi, punti interrogativi. Sta tutto lì, immobile.</strong> Anche oggi, anche adesso che il disco ha trent&#8217;anni e si trova in giro solo su Discogs a prezzi di merda più spese di spedizione. Sono tutte copie near mint: chi l&#8217;ha preso pensava fosse tutt&#8217;altro e ha smesso subito di ascoltarlo, vuole disfarsene e non ci riesce.</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il disco frigge di insofferenza e ustiona la pelle al primo contatto. E&#8217; violento, tossico, delirante, ispido e sfuggente come una bestia selvatica.</strong> E&#8217; un disco caotico, sporco, disperato, estremo sì, e mi ha conquistato da praticamente subito. Uno di quei pochi dischi che mi hanno buttato giù la porta a calci appena al secondo o terzo giro (un altro era stato “Rock bottom” di Robert Wyatt, e la facciata dei Franti nello split coi Contrazione, e “Arbeit macht frei” degli Area, e anche “Stations” dei Crass) &#8211; e io che cerco sempre di chiudermi il cuore a chiave. L&#8217;ho ascoltato decine di volte, trovandoci dentro sempre sorprese artigli spine, e addosso uno spavento nuovo, ematomi, segni di morsi, graffi e tagli sulle braccia e sui polsi.<br><strong>All’uscita, citando addirittura gli Henry Cow e il Cantico dei cantici, scrissi su A/Rivista Anarchica che era un disco “bello come la luna e terribile come un esercito schierato”. Non ho cambiato idea.</strong> Forse è il più geniale e stupendo disco di free music fatto in Italia in quegli anni, e anche dopo: è musica libera da schemi, regole, imposizioni, stili, remore. Ogni tanto non è musica: sono pallottole al cuore del perbenismo musicale. Ogni tanto non sono canzoni: è un cane rabbioso che morde il silenzio. Indimenticabile come un incubo, e irrinunciabile come l’aria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>&#8230;Se ascoltate bene questo primo lavoro del gruppo Detriti potete sentire una campana che ritmicamente annuncia i signori in stazione dell’arrivo imminente di un treno. Questa musica è scomoda. Ferisce come il vetro nascosto nell’erba malata delle stazioni di benzina. Scomoda perché ci ricorda che il treno non è arrivato, non è mai arrivato. Il treno delle grandi attese, del futuro più giusto è deragliato molte stagioni fa, carico di ideologie, riformatori, sogni barattati, compatibilità. Viviamo l’inizio di un’epoca dove i futuri sono finiti: la planetarizzazione dei modelli di sfruttamento e dei modelli culturali ad essi collegati parla la lingua del nuovo ordine mondiale, di cogestione dei mercati, di luminose esistenze come clienti di merchandise, di data banks, di know-how, di teleutenti del virtuale. Ma è una lingua vecchia, dal vocabolario misero come la vita che implica: dominio, lavoro, guerra, nazione, razza, religione&#8230;”</em> (Stefano Giaccone, dalle note di copertina del disco).</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Detriti - Svanito - Circus 14" width="1220" height="686" src="https://www.youtube.com/embed/KfLykYlr324?list=PL8fQx3aJtQxrQ1zHbh4Rrkj0TzYjXFALb&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Come dicevo prima l&#8217;album era stato registrato e missato vorticosamente tra maggio e settembre 1993 da Marco Milanesio al suo studio Acqualuce in provincia di Torino. Il master poi è andato perso. A distanza di tempo ne è stato ritrovato un multipista analogico, da cui è stato ricostruito a Montepulciano un accurato alternate mix &#8211; poi messo da parte, poi parzialmente ripreso.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Grazie sempre a Marco Milanesio ne è stata ricostruita e restaurata una versione digitale che suona meglio (o peggio, secondo i punti di vista e di ascolto) di prima, e che è stata approvata dai membri del gruppo &#8211; ed è quella che per grande parte è stata poi stampata su cd da stella*nera nel 2007. Egle, Hector, Mauro e Tomaj l&#8217;hanno dedicato a Belfa, che nel frattempo se n&#8217;è andato via dalle montagne e dal nordest e dal mondo per sempre.</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/03/Belfa-728x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-27041"/><figcaption class="wp-element-caption">Belfa</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Marco Pandin<br>stella_nera@tin.it</p>
<p>L'articolo <a href="https://radiopunk.it/detriti-band/">Detriti &#8211; Una storia fatta di disastri e di montagne abbandonate</a> proviene da <a href="https://radiopunk.it">Radio Punk</a>.</p>
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		<title>PUNK RADAR: Flamingo Records Store &#8211; Genova</title>
		<link>https://radiopunk.it/punk-radar-flamingo-records-genova/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Miss-I]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Feb 2025 09:40:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[genova]]></category>
		<category><![CDATA[Punk rock]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In “Punk Radar”, la nostra guida ai luoghi dell’underground, vi portiamo a scoprire Genova e il negozio Flamingo Records&#160; Questo che state per leggere è il primo capitolo di “Punk Radar” la nostra nuova rubrica che ha l’obiettivo di scovare in giro per l’italia (e non solo) i luoghi e progetti simbolo della nostra sottocultura &#8230;</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">In “Punk Radar”, la nostra guida ai luoghi dell’underground, vi portiamo a scoprire Genova e il negozio Flamingo Records&nbsp;</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Questo che state per leggere è il <strong>primo capitolo di “Punk Radar”</strong> la nostra nuova rubrica che ha l’obiettivo di scovare in giro per l’italia (e non solo) i luoghi e progetti simbolo della nostra sottocultura e affini al mondo del DIY.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’intento è sia di far conoscere il progetto scelto per l’articolo, sia di dare qualche informazione sulla città che lo ospita in modo da creare un quadro il più completo possibile sulla scena punk e diy di quel territorio, tra spazi autogestiti, negozi di dischi, baretti di compagnx e altro ancora</strong>. Non mancheranno curiosità musicali, un po’ di storia e anche qualche consiglio su cosa non perdere in città.&nbsp;In fondo all&#8217;articolo trovate un elenco di contatti utili legati a Genova.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una rubrica <em>for the punx by the punx</em> per chi come noi vagabonda in giro per il mondo alla ricerca di posti marci dove bere una birra e luoghi pieni di adesivi che spaventano i turisti! &nbsp;</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>E’ il 2017 quando Alberto e Emanuela aprono un negozio di dischi in una zona un po’ nascosta della città di Genova</strong>. <strong>Qualche tempo dopo si aggiunge alla ciurma anche Massimo dando così forma a Flamingo Records</strong>, una delle realtà punk più attive in Italia e nel territorio ligure. <strong>Nell’ottobre del 2024 il fenicottero rosa si sposta in Via Luccoli 17r</strong>, in una location più grande e centrale che permette l’organizzazione di piccoli eventi e soprattutto di avere più spazio quindi più scelta musicale. <strong>Flamingo Records però non è un normale negozio di dischi, ma un polo culturale della città</strong>, dove la gente può entrare, scambiare informazioni sui concerti, parlare di musica, portare le proprie produzioni o ammirare gratuitamente la mostra di Fabrizio Barile esposta all’interno del negozio. Noi andiamo pazzi per questo progetto e per le persone che ne fanno parte, quindi siamo molto contenti di iniziare questa nuova rubrica ibrida in compagnia del fenicottero genovese!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Lasciamo spazio alla domande!</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Radio Punk: Ciao Alberto, Ciao Maso! Ben ritornati nella nostra ‘zine! Raccontateci un po’: come nasce il negozio Flamingo Records e come mai il fenicottero come animale guida?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Flamingo Records: Il negozio è nato da Albe e Emi come negozio di abbigliamento e dischi solo punk, ovviamente abbiamo fatto la fame perché non ci sono abbastanza punk in città per sostenere una roba del genere, in più si trovava in una zona in cui solo i temerari si inoltravano. Qualche anno dopo abbiamo integrato Maso nella ciurma e abbiamo deciso di diventare un negozio di dischi a tutti gli effetti ma sempre incentrato sulla musica più molesta, dall’oi! ai droni, a suonatrici di organo norvegesi allo ska, solo roba che fa cagare ai più insomma. Il fenicottero ha la faccia da scemo, quindi lo amiamo.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Radio Punk: Nel nuovo negozio sappiamo che avete allestito una mostra molto particolare, in cosa consiste? Avete in cantiere anche altri eventi o progetti per il negozio?</strong>&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Flamingo Records: Un nostro caro amico, Fabrizio Barile, è uno dei più grandi collezionisti di materiale sulla cultura punk in Italia.&nbsp; Da anni organizza mostre per condividere perle rarissime (ha un’intera mostra pronta sul punk in Svizzera, per dire.) Con lui abbiamo pensato di allestire una mostra permanente in negozio e di variare il tema ogni tre mesi circa. La prima è stata su materiale firmato (dischi, foto promozionali, press kit). In questo momento scrivo davanti alle firme dei Ramones, Dead Kennedys, Blondie, Sham 69, giusto per citarne alcuni. L’idea è sempre quella di dare una scusa alle persone per venire in negozio anche solo per guardare la mostra e fare due chiacchiere. Sulla parete opposta invece abbiamo appena iniziato ad esporre le fantastiche serigrafie di Jessica Rassi aka JJ Farfante, che negli anni ha lavorato con band di altissimo livello come Mudhoney, Melvins, Boris, Yob e tanti altri. Le serigrafie sono acquistabili ma come detto prima, qui si può entrare senza l’ansia dell’acquisto anche solo per godere dell’aria che si respira in un negozio di dischi. In questi primi due mesi abbiamo fatto suonare svariati artisti in negozio, abbiamo presentato tre libri, non abbiamo voglia di fermarci, ogni idea è buona per aprire questo spazio alle persone.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-gallery has-nested-images columns-default is-cropped wp-block-gallery-12 is-layout-flex wp-block-gallery-is-layout-flex">
<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="768" data-id="26791" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/02/450644773_1897800164026984_4402639555052350727_n-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-26791" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/02/450644773_1897800164026984_4402639555052350727_n-1024x768.jpg 1024w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/02/450644773_1897800164026984_4402639555052350727_n-600x450.jpg 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/02/450644773_1897800164026984_4402639555052350727_n-300x225.jpg 300w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/02/450644773_1897800164026984_4402639555052350727_n-768x576.jpg 768w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/02/450644773_1897800164026984_4402639555052350727_n-1536x1152.jpg 1536w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/02/450644773_1897800164026984_4402639555052350727_n-16x12.jpg 16w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/02/450644773_1897800164026984_4402639555052350727_n.jpg 2048w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="768" data-id="26790" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/02/461939095_1963401910800142_1189282494915224253_n-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-26790" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/02/461939095_1963401910800142_1189282494915224253_n-1024x768.jpg 1024w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/02/461939095_1963401910800142_1189282494915224253_n-600x450.jpg 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/02/461939095_1963401910800142_1189282494915224253_n-300x225.jpg 300w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/02/461939095_1963401910800142_1189282494915224253_n-768x576.jpg 768w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/02/461939095_1963401910800142_1189282494915224253_n-1536x1152.jpg 1536w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/02/461939095_1963401910800142_1189282494915224253_n-16x12.jpg 16w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2025/02/461939095_1963401910800142_1189282494915224253_n.jpg 2000w" sizes="auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
<figcaption class="blocks-gallery-caption wp-element-caption">A sinistra il primo negozio, a destra quello attuale in via Luccoli 17r</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Radio Punk: Da luogo di aggregazione importantissimo per la città, vi va di consigliare altri posti underground/punk/diy di Genova in cui incontrare altra gentaglia malvestita e dai dubbi gusti musicali come noi?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Flamingo Records:&nbsp; escludendo gli spazi occupati, non ci sono luoghi di aggregazione strettamente punk, ma locali come Fitz, Kowalski, Mescite e Neat sono importanti spazi di aggregazione serale dove vengono anche promossi eventi validissimi. Esistono poi tante associazioni che promuovono cultura sotto ogni forma come Disorder, Drama, Metrodora, Adescite e tanti altri. Spesso mi viene chiesto dai turisti dov’è un locale dove si beve ascoltando musica punk, beh non c’è, se qualcuno dei lettori volesse lanciare un business fallimentare…<br>Per i concerti vi direi, oltre a Zapata e Pinelli, Villa Rossi, Cinemino Ad Astra, Luzzati. A Genova manca un locale come il Raindogs di Savona, il top per quanto riguarda la programmazione musicale in Liguria.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Radio Punk: Sappiamo benissimo quanto non amiate il turismo selvaggio, tuttavia, se qualcunx del nostro giro passa a Genova, dove può trovare la miglior focaccia? Consigliateci cosa e dove mangiare e bere senza finire spennati. Infine, domanda culturale: cosa consigliate di andare a vedere nella vostra città o nei dintorni che non sia una turistata?&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Flamingo Records: In centro è un bel delirio trovare della focaccia decente, il turismo selvaggio ha abbassato la qualità, vi consiglio di prenderla in periferia. Per me la migliore focaccia di Genova è quella di Marinetta a Voltri, c’è chi non la pensa così ma sono persone senza senso del gusto.<br>Per me la cosa migliore da fare è una giornata a perdersi nei vicoli, mezza giornata in Villa Pallavicini a Pegli&nbsp;e se avanza tempo prendere una macchina, fare il passo del Faiallo e guardare il panorama dai monti.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Radio Punk: Negli ultimi anni hanno sgomberato diversi spazi sociali, tra cui il Buridda, Utopia, il TDN e lo Zapata che oltre a rivestire un importante ruolo politico e culturale, sono stati importanti per le sottoculture. Com’è cambiata la scena punk cittadina rispetto a qualche anno fa? Che cosa continua a resistere oggi?&nbsp;</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Flamingo Records: la musica underground a Genova ha sempre avuto nei centri sociali il suo spazio naturale. I recenti sviluppi politici ci hanno portato via la maggior parte dei luoghi di aggregazione, anche se Zapata e Pinelli resistono, sono tempi duri. Al riguardo vorrei dire che, nonostante io sia un negoziante e quindi in teoria più tutelato da una politica di destra (nella teoria, ovviamente è un’idea idiota), i centri sociali mi hanno sempre supportato molto di più di quanto mi sarei aspettato, capendo sin da subito quale fosse il mio progetto e quali fossero i miei ideali. D’altronde questa è una città piena di contraddizioni, sapevate che nel nostro porto arrivano migliaia di container di merce dalla Cina ma nelle zone del centro storico più chic non si possono vendere le cosiddette cineserie?&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph">Comunque la scena punk è in ottima salute nonostante tutto e ci sono tanti giovani ai concerti.&nbsp;</p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="CHE L&amp;apos;INSE - Ep1 - La scena punk genovese e i suoi spazi sociali" width="1220" height="686" src="https://www.youtube.com/embed/dT4VF7-PS1o?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Radio Punk: …E invece come Flamingo Records, vi sentite la responsabilità di trasmettere controcultura e aiutare il ricambio generazionale? E nella pratica come si può fare?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Flamingo Records: Io penso che la spinta verso una sottocultura sia qualcosa di personale che ognuno matura in solitaria. Diciamocelo chiaramente, il punk o il metallaro della classe sono degli stramboidi solitari, non c’era nessun punk nel mio quartiere, nessuno che ascoltasse la mia stessa musica, che volesse andare a un concerto, eppure ho sentito una spinta irrefrenabile verso questa cosa. Gli amici li ho trovati attraverso il punk crescendo ma ascolterei questa musica anche se fossi l’ultimo uomo sulla terra. Quindi no, non sento nessuna responsabilità né particolare desiderio di tramandare ai giovani; ho voglia di promuovere buona musica e un certo tipo di etica e se uno è interessato può avere 12 come 70 anni. Comunque, per farvi ridere, qualche giorno fa è entrato in negozio un nanerottolo pazzesco con cappello borsalino e scarpe lucide, mi ha chiesto dove fossero i 45 giri beat…era un Mod di 9 anni!</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Radio Punk: Chiudiamo ringraziandovi e facendovi una domanda come se fossimo dei clienti del vostro negozio: ci consigliate qualche band di Genova</strong> <strong>da ascoltare assolutamente?</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Flamingo Records: C’è l’imbarazzo della scelta e mi posso vantare del fatto che le band buone sono tutte sotto Flamingo records, quindi andate sul nostro bandcamp e avrete una panoramica del punk genovese. Vi consiglio per il futuro di segnarvi il nome Demo Dum, pischelli veramente avanti.</p>



<h3 class="wp-block-heading">CONTATTI UTILI GENOVA:</h3>



<ul class="wp-block-list">
<li>Promotori culturali: <a href="https://www.facebook.com/adescitefest" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Adescite Crew</a>, <a href="https://www.facebook.com/disorderDrama" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Disorder Drama</a>, <a href="https://www.facebook.com/wetmaryproduction" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Wet Mary</a>, <a href="https://www.facebook.com/cane.genova" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Cane</a>, <a href="https://www.facebook.com/Metrodora" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Associazione Culturale Metrodora</a></li>



<li>Altri negozi di dischi: Disco Club, Black Widow Records </li>



<li>Centri sociali:&nbsp;<a href="https://www.facebook.com/centrosocialezapata" target="_blank" rel="noreferrer noopener">CS Zapata</a>,&nbsp;<a href="https://www.facebook.com/csoa.pinelli" target="_blank" rel="noreferrer noopener">CSOA Pinelli</a></li>



<li>Altri luoghi per suonare: <a href="https://www.facebook.com/profile.php?id=100090738027522" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Trinità</a>, <a href="https://www.facebook.com/viapersantavittoria121" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Circolo Matteotti</a>, <a href="https://www.facebook.com/circoloarci.perugina" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Arci Perugina</a>, <a href="https://www.facebook.com/cineminoadastra" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Cinemino ad Astra</a>, <a href="https://www.facebook.com/GiardiniLuzzati" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Giardini Luzzati</a>, <a href="https://www.facebook.com/raindogs.house" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Raindogs </a>(SV). </li>



<li>Etichette e distro: Lanterna Pirata, Taxi Driver, Marsiglia Records, Brucia Records, Blood Rock</li>



<li>Fanzine: Noisext, <a href="https://www.facebook.com/uprivista/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Up Zine</a></li>



<li>Studi di registrazione: <a href="https://www.facebook.com/greenfog.studio.genova" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Greenfog studio</a>, Studio&nbsp;K</li>



<li>Laboratori: <a href="https://www.facebook.com/pepitaramone" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Pepita Ramone</a>, Disorder Drama</li>
</ul>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Questo articolo è un episodio pilota della rubrica Punk Radar, per consigli, proposte di modifiche e aggiunte ai contatti utili non esitate a scriverci a <a href="mailto:info@radiopunk.it" target="_blank" rel="noreferrer noopener">info@radiopunk.it</a></strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://radiopunk.it/punk-radar-flamingo-records-genova/">PUNK RADAR: Flamingo Records Store &#8211; Genova</a> proviene da <a href="https://radiopunk.it">Radio Punk</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Punk in UK &#038; Irlanda: 10 band attuali da non perdere</title>
		<link>https://radiopunk.it/punk-in-uk-e-irlanda/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Miss-I]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Feb 2025 17:14:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[hardcore punk]]></category>
		<category><![CDATA[Irlanda]]></category>
		<category><![CDATA[Oi!]]></category>
		<category><![CDATA[Punk rock]]></category>
		<category><![CDATA[Uk]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://radiopunk.it/?p=26479</guid>

					<description><![CDATA[<p>Demis di Profilo Basso Fanzine ci porta in Irlanda e Regno Unito a conoscere 10 band tra punk,&#160;oi!&#160;e&#160;hardcore Da sempre gran appassionato ed attento osservatore della scena Punk made in UK, mi son preso la briga di segnalarvi una decina di band che meritano di essere conosciute. Disclaimer: Questo articolo non ha la pretesa di &#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://radiopunk.it/punk-in-uk-e-irlanda/">Punk in UK &amp; Irlanda: 10 band attuali da non perdere</a> proviene da <a href="https://radiopunk.it">Radio Punk</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Demis di Profilo Basso Fanzine ci porta in Irlanda e Regno Unito a conoscere 10 band tra punk,&nbsp;oi!&nbsp;e&nbsp;hardcore</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Da sempre gran appassionato ed attento osservatore della scena Punk made in UK, mi son preso la briga di segnalarvi una decina di band che meritano di essere conosciute.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Disclaimer: Questo articolo non ha la pretesa di essere né un’enciclopedia né un archivio del punk in UK e in Irlanda, bensì è un viaggio che rispecchia i gusti e le preferenze personali. Se secondo te manca qualcosa, non esitare a dircelo! (contattaci via mail oppure scrivici sui nostri social)</strong></p>



<h3 class="wp-block-heading">Chubby and the Gang: West London</h3>



<p class="wp-block-paragraph">I Chubby and the Gang sono una band formatasi nel 2019 dall&#8217;unione di diversi gruppi hardcore-punk del Regno Unito. La band è composta dal cantante Charlie &#8220;Chubby Charles&#8221; Manning-Walker, dai chitarristi Ethan Stahl e Tom &#8220;Razor&#8221; Hardwick, dal bassista Maegan Brooks Mills e dal batterista Joe McMahon.</p>



<p class="wp-block-paragraph">L’album di debutto <em><a href="https://chubbyandthegang.bandcamp.com/album/speed-kills" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Speed Kills</a></em> è stato pubblicato dalla Static Shock Records dopo la prima tournée negli Stati Uniti e successivamente ristampato tramite Partisan Records. Risale al 2021 il secondo disco <em><a href="https://chubbyandthegang.bandcamp.com/album/the-mutts-nuts" target="_blank" rel="noreferrer noopener">The Mutt’s Nuts</a></em> dove troviamo la celebre “Coming Up Tough” traccia che mi ha fatto avvicinare alla band. Tra cambi di formazione, concerti e una fama sempre in crescita è uscito qualche mese fa l’ultimo lavoro <em><a href="https://flatspotrecords.bandcamp.com/album/fsr77-and-then-there-was" target="_blank" rel="noreferrer noopener">And Then There Was…</a></em> un disco che ho letteralmente consumato. Ho avuto la fortuna di vederli dal vivo lo scorso mese a Manchester. Mezz’ora (!) tiratissima senza pause ma con una gran carica.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f517.png" alt="🔗" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> <a href="https://chubbyandthegang.bandcamp.com/music" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Qui il profilo bandcamp</a></p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Chubby and the Gang // Coming Up Tough (Official Video)" width="1220" height="686" src="https://www.youtube.com/embed/y8x2knYCpLc?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<h3 class="wp-block-heading">The Chisel: Londra</h3>



<p class="wp-block-paragraph">I Chisel sono una punk band formatasi nel 2020 a Londra e hanno avuto origine dall&#8217;incontro tra il cantante Nicholas Sarnella e Cal Graham. Successivamente la coppia ha reclutato il chitarrista Charlie &#8220;Chubby Charles&#8221; Manning-Walker. Questo trio ha registrato l’EP <em><a href="https://thechisel.bandcamp.com/album/deconstructive-surgery" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Deconstructive Surgery</a></em> con Manning-Walker alla chitarra, Sarnella alla batteria e Graham alla voce, prima di assumere il bassista Tom Ellis e il chitarrista aggiuntivo Luke Younger. Si sono poi susseguiti due EP <a href="https://thechisel.bandcamp.com/album/come-see-me-not-the-only-one" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>Come See Me / Not The Only One</em></a> e <em><a href="https://thechisel.bandcamp.com/album/enough-said" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Enough Said</a> </em>prima del loro album di debutto <em><a href="https://thechisel.bandcamp.com/album/retaliation" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Retaliation</a></em> uscito per La Vida Es un Mus fino ad arrivare all’ultimo lavoro <em>What A Fucking Nightmare </em>rilasciato oramai un anno fa dalla Pure Noise. Da segnalare anche, tra la miriade di live uno <a href="https://mendekudiskak.bandcamp.com/album/032-mess-the-chisel-split-7" target="_blank" rel="noreferrer noopener">split EP</a> con la band messicana street-punk Mess. La loro musica è spesso veloce e aggressiva, ma anche melodica con la voce di Graham che mette in mostra il suo accento del Lancashire. Segnalo che il quintetto sarà nuovamente in Italia, a Milano in marzo. Ho avuto la fortuna di vederli quasi due anni fa a Bologna ed è stato un live devastante.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f517.png" alt="🔗" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> <a href="https://thechisel.bandcamp.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Qui la loro discografia</a></p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<h3 class="wp-block-heading">Fulmine: / Around</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Fulmine è una band di cinque elementi, composta da Luca, Sarny, Alex, Joe ed il nostro &#8220;amico&#8221; Charlie “Chubby Charles”. Il 7” di debutto <em>Randagio</em> è stato registrato da Ben Spence presso Fuzzbrain Studios. Sembra che la band abbia sfornato queste sei tracce in altrettante ore senza una sola prova. Il suono è molto essenziale, ruvido e intenso, con testi molto incendiari. La cosa che sorprende è che i testi sono tutti in italiano e si rifanno a sonorità Oi! tipicamente anni ’80. Al momento dalla band trapela veramente poco, sembra più un qualcosa fatto per divertimento. Ma fatto veramente bene.</p>



<iframe style="border: 0; width: 400px; height: 373px;" src="https://bandcamp.com/EmbeddedPlayer/album=2812998226/size=large/bgcol=ffffff/linkcol=0687f5/artwork=small/transparent=true/" seamless><a href="https://lavidaesunmus.bandcamp.com/album/randagio">Randagio by Fulmine</a></iframe>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<h3 class="wp-block-heading">Rifle: Londra</h3>



<p class="wp-block-paragraph">I Rifle sono un gruppo punk britannico di Londra noto per il suo sound crudo e diretto. La band, formatasi a Camden è composta dai membri Max, Ross, Cam, Flynn e Alb ed al momento hanno all’attivo tre EP: <em><a href="https://rifleldn.bandcamp.com/album/holloway-demos" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Holloway Demos</a></em> del 2022, <em><a href="https://rifleldn.bandcamp.com/album/under-two-flags" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Under Two Flags</a></em> del 2023 composto da cinque tracce e <em><a href="https://rifleldn.bandcamp.com/album/pack-mentality" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Pack Mentality</a></em> uscito a dicembre 2024. Sono influenzati da gruppi punk come Chubby and the Gang e The Chisel, con un suono melodico ma aggressivo che combina il punk britannico degli anni Settanta con l&#8217;energia dell&#8217;hardcore statunitense degli anni Ottanta. Ultimamente sono molto attivi con vari live nel Regno Unito e possono vantare di aver diviso il palco con band del calibro degli High Vis, DIZ, Crocodiles ecc.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f517.png" alt="🔗" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> <a href="https://rifleldn.bandcamp.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Qui la loro discografia</a></p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity"/>



<h3 class="wp-block-heading">Clobber: Londra</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Ennesimo gruppo hardcore punk di Londra, che tengo d’occhio da diverso tempo. I Clobber hanno fatto il loro debutto su No Echo all&#8217;inizio del 2022 quando hanno pubblicato il primo EP <em><a href="https://clobberuk.bandcamp.com/album/tribal-rites-of-the-new-friday-night" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Tribal Rites of the New Friday Night</a></em>. Il loro sound duro e selvaggio ha fatto furore nei club di tutto il Regno Unito, condividendo il cartellone con leggende dell&#8217;hardcore come i Madball.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Sotto contratto con la Venn Records hanno prodotto nel 2023 il loro secondo EP <em><a href="https://clobberuk.bandcamp.com/album/yesterdays-heroes-tomorrows-snide" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Yesterday&#8217;s Heroes, Tomorrow&#8217;s Snide</a></em> denotando le mancanze del governo nel sostenere i lavoratori, denunciando la corruzione della polizia e sottolineando l&#8217;effetto negativo che i social hanno sui giovani. Sempre nel 2023 è uscito il loro primo album <em><a href="https://clobberuk.bandcamp.com/album/violent-back-beat-noise" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Violent Back Beat Noise</a></em> composto da otto tracce e rilasciato in edizione limitata. Attualmente sono impegnati in diversi live in Europa e saranno presenti al Rebellion Festival di Blackpool in agosto.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f517.png" alt="🔗" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> <a href="https://clobberuk.bandcamp.com/music" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Qui la loro discografia</a></p>



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<h3 class="wp-block-heading">Lambrini Girls: Brighton</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Le Lambrini Girls provengono dalla sempre fervida scena musicale di Brighton. Il duo è composto da Phoebe Lunny (voce, chitarra) e Lilly Macieira (basso) e sono attive da un paio d’anni. Nel 2023 è uscito il loro primo EP <em><a href="https://bsmrocks.bandcamp.com/album/youre-welcome" target="_blank" rel="noreferrer noopener">You’re Welcome</a></em> per la Big Scary Monsters e qualche settimana fa è uscito il loro primo album <em><a href="https://lambrinigirlsband.bandcamp.com/album/who-let-the-dogs-out" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Who Let The Dogs Out</a></em> per la City Slang.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Canzoni critiche nei confronti della società, violenza e abusi cantati con rabbia attraverso ritmi punk, chitarre graffianti e un drumming molto aggressivo</strong>. Da tenerle d’occhio.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f517.png" alt="🔗" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> <a href="https://lambrinigirlsband.bandcamp.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Qui il loro profilo bandcamp</a></p>



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<h3 class="wp-block-heading">Kid Kapichi: Hastings</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Kid Kapichi è un gruppo punk rock inglese formatosi nel 2013 a <a href="https://en-m-wikipedia-org.translate.goog/wiki/Hastings?_x_tr_sl=auto&amp;_x_tr_tl=it&amp;_x_tr_hl=it&amp;_x_tr_pto=wapp">Hastings</a>, cittadina dell’East Sussex. Il gruppo è composto dai cantanti e chitarristi Jack Wilson e Ben Beetham, dal bassista Eddie Lewis e dal batterista George Macdonald. Un quartetto ruvido che sfida apertamente l’establishment.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fattisi le ossa in varie esibizioni nella loro città la band ha pubblicato diversi singoli ed EP prima di andare in tournée in Europa nel 2019. <em><a href="https://kidkapichiband.bandcamp.com/album/this-time-next-year" target="_blank" rel="noreferrer noopener">This Time Next Year</a></em> è il loro album di debutto del 2021. Il 26 marzo 2022, la band ha aperto per Liam Gallagher alla Royal Albert Hall di Londra. Gallagher ha invitato personalmente la band dopo aver ascoltato ed elogiato la loro canzone &#8220;New England”.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Nel giugno 2022, i Kid Kapichi hanno firmato per la Spinefarm Records e sempre nello stesso anno, hanno pubblicato il loro secondo album in studio, <em><a href="https://kidkapichiband.bandcamp.com/album/heres-what-you-could-have-won" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Here’s What You Could Have Won</a></em>. Il loro terzo album in studio, <em><a href="https://kidkapichiband.bandcamp.com/album/there-goes-the-neighbourhood" target="_blank" rel="noreferrer noopener">There Goes The Neighborhood</a></em> è stato pubblicato il 15 marzo 2024. L&#8217;uscita dell&#8217;album è stata seguita da un tour da headliner in Europa. Una band che tramite i loro pezzi racconta la quotidianità delle cittadine di provincia, l’impatto della politica nella vita delle persone comuni, la vita da pub, le serate insieme ma anche la voglia di combattere contro un sistema marcio e che tende a far affievolire ogni forza di ribellione.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Kid Kapichi ft. Bob Vylan - New England (Official Video)" width="1220" height="686" src="https://www.youtube.com/embed/omMN8o2UDlU?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<h3 class="wp-block-heading">Soap Box: Glasgow</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Formata nella primavera del 2022, la band, composta da quattro membri, ha trascorso del tempo prezioso affinando il proprio sound e creando una serie di brani che li rappresentassero come gruppo, prima di presentarsi al pubblico. Da allora, hanno costruito un piccolo ma leale seguito, grazie a vari concerti nel Regno Unito. All’attivo diversi singoli ed un Ep <em><a href="https://soapboxgla.bandcamp.com/album/hawd-that" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Hawd That</a></em> uscito lo scorso anno. Si sono esibiti dal vivo il 31 gennaio al Covo Club di Bologna assieme ai Lightinf. ed il 1 febbraio all’Arci Bellezza di Milano. Nei prossimi mesi apriranno il tour di Kid Kapichi.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f517.png" alt="🔗" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> <a href="https://soapboxgla.bandcamp.com/music" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Qui il loro profilo bandcamp</a></p>



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<h3 class="wp-block-heading">Meryl Streek: Dublino</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Dietro lo pseudonimo di Meryl Streek si nasconde in realtà l’ambizioso progetto di un produttore 32enne irlandese, nato e cresciuto a Dublino. Ho avuto modo di conoscerlo personalmente a Dublino due anni fa quando in occasione del suo secondo live presentò anche la sua prima fatica: <em><a href="https://merylstreek.bandcamp.com/album/796" target="_blank" rel="noreferrer noopener">796</a></em> uno strepitoso album di debutto, il cui titolo è un riferimento ad un brutto fatto di cronaca: la notizia diffusasi nel 2014 riguardo al ritrovamento dei resti di 796 bambini sepolti in una fossa comune nella contea di Galway, in una struttura gestita da suore. Dopo un paio di singoli ed una miriade di live in giro per il Regno Unito qualche mese fa è uscito <em><a href="https://merylstreek.bandcamp.com/album/songs-for-the-deceased" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Songs for the Deceased</a></em> sempre per la Venn Records. Canzoni che sono dei veri e propri manifesti politici trasformati in musica, il tutto cantati con una voce rabbiosa. Molteplici sono le tematiche affrontate nei testi come gli abusi della chiesa cattolica, i suicidi, l’alcolismo, una politica alla deriva e tanto altro. Per la prima volta in Italia, sarà presente il 22 marzo al Covo Club di Bologna ed il 23 marzo all’Astro Club di Fontanafredda (PN) ad aprire i The Meffs.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f517.png" alt="🔗" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> <a href="https://merylstreek.bandcamp.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Qui il profilo bandcamp</a></p>



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<h3 class="wp-block-heading">The Dogs: Galles</h3>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo un paio di tracce digitali, la band gallese debutta su vinile tramite la Mendeku Diskak con un 12” di dieci brani dal titolo <em><a href="https://thedogspunk.bandcamp.com/album/total-dog-shit" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Total Dog Shit</a></em> in un miscuglio di Oi! e punk semplice ma efficace pieno di insolenza e disprezzo per la stupidità umana. Il terzetto sarà impegnato in una serie di live nei prossimi mesi dopo essersi fatti conoscere aprendo i The Chisel nelle date di Londra e Blackpool di dicembre.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/17.0.2/72x72/1f517.png" alt="🔗" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /> <a href="https://thedogspunk.bandcamp.com/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Qui il profilo bandcamp</a></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Articolo a cura di <a href="https://www.instagram.com/demis_trieste/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Demis Trieste</a></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Questo articolo è un inedito scritto da Demis per Radio Punk. La sua condivisone è libera ma se lo vuoi ripubblicare o citare scrivici a info@radiopunk.it<br></strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
<p>L'articolo <a href="https://radiopunk.it/punk-in-uk-e-irlanda/">Punk in UK &amp; Irlanda: 10 band attuali da non perdere</a> proviene da <a href="https://radiopunk.it">Radio Punk</a>.</p>
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		<title>Radio Punk Editoriale 6 – Dicembre 2024: Perchè non faremo sconti natalizi?</title>
		<link>https://radiopunk.it/radio-punk-editoriale-6-sconti-natalizi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Miss-I]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Dec 2024 12:56:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[sconti]]></category>
		<category><![CDATA[shop]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Radio Punk editoriale 6: vi spieghiamo in 5 punti perchè non faremo sconti di Natale sul nostro catalogo Spesso Natale è sinonimo di offerte incredibili e all&#8217;apparenza irrinunciabili. Noi, dopo una lunga riflessione, abbiamo invece deciso di non fare sconti natalizi e le motivazioni della scelta le trovate nell&#8217;editoriale che segue. Abbiamo deciso di mantenere &#8230;</p>
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<h2 class="wp-block-heading">Radio Punk editoriale 6: vi spieghiamo in 5 punti perchè non faremo sconti di Natale sul nostro catalogo</h2>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Spesso Natale è sinonimo di offerte incredibili e all&#8217;apparenza irrinunciabili. Noi, dopo una lunga riflessione, abbiamo invece deciso di non fare sconti natalizi e le motivazioni della scelta le trovate nell&#8217;editoriale che segue.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Abbiamo deciso di mantenere tutto l’anno prezzi in linea di massima accessibili in modo da consentire l’acquisto a più persone possibili. Inoltre spesso veniamo incontro alle esigenze di chi non ha molta disponibilità economica con piccoli sconti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il nostro è un progetto autogestito e il materiale online è totalmente gratuito. Dietro agli <a href="https://www.radiopunk.it/25/category/articoli/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">articoli</a>, alle <a href="https://www.radiopunk.it/25/category/articoli/interviste-it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">interviste</a>, al <a href="https://www.radiopunk.it/25/events/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">calendario concerti</a> (che trovate sul sito senza pubblicità), al post eventi settimanale e a tutti i gli altri contenuti social c’è un notevole dispendio di tempo ed economico che autofinanziamo con i <a href="https://docs.google.com/document/d/1o8jT5sBYcmWztePvZ53R0WwJcOugPLxx/edit?tab=t.0" target="_blank" rel="noreferrer noopener">dischi e le spille</a>.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dato il periodo molto intenso per chi lavora nella logistica, vogliamo stimolarvi a fare ordini collettivi in modo da sovraccaricare meno chi lavora in questo settore. Inoltre, in questo modo potete risparmiare i costi di spedizioni dividendoli fra di voi o usufruendo del fatto che superata una certa cifra regaliamo la spedizione.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Legato al motivo precedente, vogliamo incentivare la consegna a mano. Settimanalmente vi comunicheremo sempre i concerti a cui andremo e le zone in cui potrete trovarci. Siamo sempre disponibili ad accordarci in privato in base alle vostre esigenze. E poi, ci conosciamo di persona e scambiamo delle chiacchiere!</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ultimo motivo ma non meno importante, vogliamo disincentivare gli acquisti compulsivi dettati dagli sconti, incoraggiando solo quelli che derivano da un reale desiderio. <a href="https://www.radiopunk.it/25/shop/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Quindi regalatevi o regalate pure un disco, libro o spille perché è bellissimo</a>, ma fatelo con consapevolezza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">–&nbsp;<a href="https://www.radiopunk.it/25/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Radio Punk</a>&nbsp;Crew<br><br></p>
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		<title>Flux of Pink Indians: Lottare per sopravvivere causando meno sofferenza possibile</title>
		<link>https://radiopunk.it/flux-of-pink-indians/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Miss-I]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 Nov 2024 10:46:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Anarchia]]></category>
		<category><![CDATA[Anarcopunk]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Pandin]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Marco Pandin di Stella Nera Edizioni ci parla della band anarchopunk Flux Of Pink Indians e del loro disco &#8220;Uncarved Block&#8221; Sin da ragazzino ho dovuto affrontare e gestire la mia insofferenza alle leggi del branco. Ho dovuto imparare a conviverci con quell&#8217;inquietudine, e a elaborarla, a coltivarla e ogni volta che mi sono ritrovato &#8230;</p>
<p>L'articolo <a href="https://radiopunk.it/flux-of-pink-indians/">Flux of Pink Indians: Lottare per sopravvivere causando meno sofferenza possibile</a> proviene da <a href="https://radiopunk.it">Radio Punk</a>.</p>
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<h2 class="wp-block-heading">Marco Pandin di Stella Nera Edizioni ci parla della band anarchopunk Flux Of Pink Indians e del loro disco &#8220;Uncarved Block&#8221;</h2>



<p class="wp-block-paragraph">Sin da ragazzino ho dovuto affrontare e gestire la mia insofferenza alle leggi del branco. Ho dovuto imparare a conviverci con quell&#8217;inquietudine, e a elaborarla, a coltivarla e ogni volta che mi sono ritrovato con le spalle al muro l&#8217;ho dovuta trasformare in un&#8217;arma per potermi difendere. Ritrovarsi ad essere il diverso-per-forza, la pecora nera o il bastiancontrario era una gran rottura di coglioni: significava essenzialmente essere un bersaglio facile per derisione ed emarginazione a scuola e in quartiere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ve l&#8217;ho già raccontato: da piccolo tendevo a starmene per i cazzi miei e leggevo, leggevo sempre. E ascoltavo la radio. La musica e le letture mi hanno indotto a immaginare, a sviluppare la fantasia. <strong>Leggere mi ha aiutato a salvare il culo dalle prepotenze delle bande: sapevo più parole di loro, e questo mi ero accorto finiva col mettere a disagio i capibranco.</strong><br>I miei erano in pensiero perché sembrava fossi attratto da tutto quello che più c&#8217;era di strano e storto e insolito, ma ero fatto così e in fondo mi andava anche bene: avevo cominciato ad apprezzare quel tenermi fuori dai soliti giri, quel sentirmi profondamente differente dal resto, tutte quelle domande che mi si affollavano dentro in testa, quei dubbi e quei ripensamenti. <strong>Crescendo mi sono ritrovato ad amare quelle letture sbagliate e quelle musiche sbagliate che tutt’intorno erano considerate roba più adatta alle discariche e ai manicomi.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Si era alla metà degli anni Settanta, ormai frequentavo le scuole superiori. Era un periodo di grande chiasso e agitazione, e ricordo distintamente gli spintoni e gli strattoni incazzati dei compagni più vecchi alle manifestazioni in piazza, dove tutti urlavano po-te-re-ope-ra-io e io invece po-te-re-a-nes-su-no, con tutti pezzetti di voce e di coraggio che riuscivo a raccogliere. Sono stato minacciato spesso, ma tranne qualche scapaccione non mi è mai successo niente di grave: solo, sembrava che tutti intorno avessero delle certezze inossidabili, che fosse stata rivelata loro una qualche verità fondamentale &#8211; e invece a me no. Da preti e democristi mi tenevo prudentemente alla larga e i fascisti mi facevano schifo come topi di fogna, ma restavo inspiegabilmente indifferente al fascino delle bandiere rosse sventolanti e trionfanti. E sul potere operaio, forse proprio perché figlio di un operaio che quando mi parlava non mi dava degli ordini né ne dava mai a sua moglie, avevo dei dubbi, e tanti. <strong>Sono stati i dubbi che mi hanno accompagnato costantemente nella crescita e che si sono poi trasformati in fari di costa</strong> &#8211; mi hanno aiutato a imparare bene cosa non sono e cosa non voglio. Perché cosa sono e cosa voglio sono cose che oggi sto ancora lentamente imparando, e ogni giorno hanno una sfumatura un po&#8217; diversa e nuova.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Negli anni ho incontrato spesso dei compagni di strada che hanno cercato come me di dare una certa piega storta alla loro vita, e che si sono impegnati a trasmettere una certa educazione ai figli. Oddio, forse educazione è la parola sbagliata: in casa ho cercato di mostrare, di discutere, di fare. Ho cercato di spiegare a mia figlia Marta l’anarchia dal mio punto di vista &#8211; perché lo sapete vero, non è che c’è un libretto di istruzioni o un tutorial su YouTube… N<strong>on è che un giorno uno si sveglia e mentre si lava i denti decide e zap! diventa anarchico: è un qualche cosa di strano che ti abita da sempre nel cuore, è uno spaesamento costante.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">E’ accorgersi che non ti piace comandare né essere comandato, che le ingiustizie (tutte) ti feriscono e ti fanno riflettere. Che non sei come gli altri, insomma &#8211; hai questa specie di superpotere stronzo che ti tiene lontano dal gregge, e tu che resti lì allibito a bocca aperta mentre tutti vanno rassegnati al macello dietro al capobranco e pensi: possibile che non capiscano, possibile che non se ne accorgano.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Per me anarchia significa anche incuriosirsi: </strong>è avere voglia di conoscere, di imparare, di spingersi dove gli altri preferiscono non andare perché si accontentano di quel che c&#8217;è. Anarchia è provare a vedere cosa c&#8217;è dietro una porta chiusa, è fare un passo o due al di là del reticolato che tutti temono oltrepassare, osare oltre il limite che tutti rispettano. E&#8217; quel senso di insoddisfazione che annusi quando ti fermi alla superficie delle cose, quella mano che ti spinge dolcemente ad approfondire senza accontentarti di spiegazioni frettolose. Anarchia è fuoco, è rumore, è disobbedienza, è contestazione ma è anche voglia di avere intorno dei mondi nuovi tutti da esplorare. Anarchia è rifiuto della verticalità dei rapporti e delle gerarchie, ma è anche inclusione, è un abbraccio tenero e caloroso. E&#8217; avere cura, attenzione e affetto per la diversità e le diversità.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una delle maestre alla scuola elementare di Marta, per motivi tutti suoi (ve ne scrivo qui uno soltanto: mia figlia non era stata battezzata e non frequentava la parrocchia né le ore di religione) era convinta che fossi un pessimo padre, e quando si è premurata di farmelo sapere mi sono sentito davvero orgoglioso di essere quello che sono e come sono. E le ho riso in faccia, di cuore, e l’ho abbracciata felice perché mi ha fatto uno dei più bei regali che potessi ricevere. <strong>Essere considerato un cattivo maestro, ed essere riconosciuto come tale, è stato per me un traguardo importante</strong> <strong>&#8211; mi viene da dire pensando a Claudia Vio, a Paolo Finzi, a Claudio Venza e a tutti i miei amati cattivi maestri anarchici, che mi hanno regalato tutta la loro libertà senza chiedermi mai nulla in cambio.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">Quella che siamo riusciti a mettere e tenere insieme Lucia ed io non è mai stata una di quelle famiglie cosiddette “normali”. Per i nostri vicini e dirimpettai siamo sempre stati quelli strani, quelli vestiti un po&#8217; così, quelli che rincasavano a ore strane e non si sapeva bene che lavoro facessero né cosa mangiassero né cosa pensassero. Quelli con la casa troppo piena di libri, di musica, di piante, di risate, di gente che andava e veniva. Per loro erano stranieri, erano extracomunitari, erano omosessuali ma per noi erano amici carissimi a cui abbiamo sempre dato volentieri le chiavi di casa nostra perché sapevamo che serviva un po&#8217; di casa anche a loro.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Con Lucia pensavamo che portare con noi Marta ai concerti fosse una bella maniera di stare insieme. <strong>L&#8217;abbiamo fatto dapprima per cose più adatte alla sua età, ma col tempo anche per certi appuntamenti complicati</strong> &#8211; la big band di Carla Bley (secondo noi sarebbe stato formativo farle vedere quella donna eccezionale alle prese con una banda di venti/trenta musicisti maschi imbizzarriti), i Masada Electric di John Zorn con Mike Patton oppure l&#8217;Hilliard Ensemble con le musiche vorticose di Carlo Gesualdo da Venosa e lei non si è ammazzata né ha ammazzato me o sua madre, ed è sopravvissuta benone a queste esposizioni radioattive nonostante nel suo lettore di mp3 girasse tutt’altro genere di cose, cose da ragazzini tipo Linkin Park e Suicide Silence per dire.</p>



<p class="wp-block-paragraph">In famiglia abbiamo continuato, per quanto possibile, a mantenere certe cattive abitudini: Lucia ha lavorato a lungo in un club e poi in un centro culturale e siamo stati coinvolti nell’organizzazione di numerosi concerti. A casa nostra abbiamo spesso ospitato amici e compagni musicisti, così Marta si è ritrovata sin da piccola a contatto in maniera naturale, pacifica e molto spontanea alle nostre frequentazioni, oltre che ai nostri ascolti. Altro che lo Zecchino d&#8217;Oro: quand&#8217;era piccola la sua preferita durante i nostri viaggi in macchina era una cassetta antologica di canzoni di Fabrizio de André &#8211; dai Marco, mettiamola ancora&#8230; l&#8217;abbiamo ascoltata a sfinimento.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>A neanche sei anni Marta era perdutamente innamorata di Martin Wilson, il batterista dei Flux of Pink Indians:</strong> sono convinto l&#8217;avrebbe seguito ovunque, e che in caso di sfortuna o di emergenza lui e Susie, la sua meravigliosa moglie, come genitori sarebbero stati nostri ottimi sostituti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Martin non era il primo batterista del gruppo, a dirla tutta la formazione è sempre stata parecchio instabile. Prima di lui dietro i tamburi c’erano stati altri, tra cui Sid Truelove (che contemporaneamente suonava anche nei Rubella Ballet, e dopo un po&#8217; se n&#8217;è andato via con loro) e anche, per un periodo breve, Dave Ellesmere (era soprannominato Bambi, aveva suonato coi Discharge). Martin è entrato nei Flux of Pink Indians poco dopo che era uscito il loro settepollici d&#8217;esordio e ci è rimasto dentro fino alla fine e anche dopo. Sì perché nel novembre 2007 lui, Colin Latter, Kevin Hunter e Ian Glasper (al posto di Derek Birkett) rimettono insieme i Flux e partecipano al concerto collettivo organizzato al Shepherd&#8217;s Bush Empire di Londra da Steve Ignorant per festeggiare i trent’anni passati dall&#8217;uscita di &#8220;The feeding of the 5,000&#8221;.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Ma per raccontare questa storia devo partire dall&#8217;inizio e fare un bel salto all&#8217;indietro, da quattro teenager dell&#8217;Hertfordshire (la zona a nord di Londra, tutta campagna e villaggi sparsi ma con parecchi insediamenti industriali) che avevano messo in piedi un gruppo punk, gli Epileptics &#8211; proprio uno dei primi, era il 1977</strong>. Quando avevo vent&#8217;anni anch&#8217;io.<br>Al tempo formare un gruppo punk in un paese della provincia inglese significava solo andare in cerca di guai: spesso era sufficiente indossare un badge per esporsi alla derisione, oppure bastava comprare un disco strano o essere spettinati per inciampare in una qualche rogna. Se ti azzardavi a decorare il tuo giubbotto con scritte e toppe o ti spingevi a colorarti i capelli, potevi rischiare di essere bersaglio di aggressioni a schiaffi e pedate, quando non vittima di pestaggi anche seri se avevi la sfiga di passare di fronte al pub sbagliato.</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="720" height="703" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/Epileptics-Last-bus-to-Debden.jpg" alt="" class="wp-image-25534" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/Epileptics-Last-bus-to-Debden.jpg 720w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/Epileptics-Last-bus-to-Debden-600x586.jpg 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/Epileptics-Last-bus-to-Debden-300x293.jpg 300w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/Epileptics-Last-bus-to-Debden-12x12.jpg 12w" sizes="auto, (max-width: 720px) 100vw, 720px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">La sala prove degli Epileptics era la cameretta di uno del gruppo. Non erano granché capaci di suonare ma gli sarebbe piaciuto imparare, e comunque non avevano l&#8217;intenzione di accontentarsi di fare delle canzoni e basta: erano curiosi e contestatori, erano attratti dalle istanze anarchiche e dal pacifismo ma non gli dispiaceva confrontarsi anche spingendosi ad essere rissosi, gli piaceva leggere e informarsi, un paio di loro avevano deciso di diventare vegetariani. <strong>Erano dei ragazzi convinti di avere delle cose da dire e da far sapere in giro.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Pare che il loro primo incontro con i Crass sia stato piuttosto uno scontro:</strong> a una delle primissime esibizioni dal vivo di questi, a Bishop’s Stortford nell&#8217;agosto 1978, il logo croce/serpenti/divieto e tutto quel nero sul palco e sui vestiti avevano fatto fraintendere ai quattro che i Crass fossero una qualche formazione neofascista, così che li contestarono aspramente prima e all&#8217;inizio del concerto.<br><strong>L’equivoco venne per fortuna chiarito la sera stessa, e nacque un&#8217;amicizia destinata a durare</strong>: di lì a poche settimane gli Epileptics aprivano il concerto dei Crass al Basement di Covent Garden. Al pomeriggio durante il soundcheck si fecero vedere in sala solo un paio di curiosi, che poi però non ritornarono la sera: gli Epileptics ebbero come pubblico i Crass, e i Crass gli Epileptics.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>Amo gli incidenti in metropolitana<br>Voglio sposare un incidente in metropolitana<br>Ne voglio uno proprio come l’ultimo che c&#8217;è stato<br>Vivo per i disastri in metropolitana</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Prendi velocità e non chiudere gli occhi</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Assicurati che muoiano tutti nel treno</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Non si vince niente e non c’è tempo per i saluti<br>Dimenticati dei freni e va&#8217; a sbattere contro il muro<br>Sorridi perché stasera sarai di sicuro in televisione.</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Nel giro di pochi mesi il gruppo cambiò più volte formazione e nome &#8211; da Epileptics a Epi-X a the Licks</strong> (ebbero acidamente a dichiarare ad una fanzine: <em>“…Abbiamo deciso di cambiare nome perché non c’era nessuna A da poter cerchiare”</em>). <strong>Colin, il cantante, era piuttosto preso da letture sui popoli nativi nordamericani e un giorno propose di chiamare il gruppo Tribe of Pink Indians, che venne presto trasformato in Flux of Pink Indians e adottato all&#8217;unanimità.</strong><br><strong>Realizzarono con questo nome l’EP “Neu smell”, avvalendosi della produzione di Penny Rimbaud e dell&#8217;apporto tecnico di John Loder ai Southern Studios, pubblicandolo per Crass Records nel luglio 1981. </strong>Il disco schizzò subito in testa alla classifica indipendente inglese (oltre 40,000 copie vendute, un&#8217;enormità per un disco autoprodotto e distribuito ai margini del circuito indipendente) per via di “Tube disaster”, rifacimento di un pezzo sguaiato degli Epileptics ispirato da un grave fatto di cronaca che in questa nuova versione ottenne un imprevisto successo &#8211; penso sia il loro pezzo più conosciuto.<br><strong>Il gruppo, oltre che la curiosità e un certo sostegno di John Peel, che trasmise più volte “Tube disaster” nel suo programma radiofonico alla BBC, raccolse una certa popolarità nei giri punk, anarchici, pacifisti, animalisti e ambientalisti, ma si guadagnò presto anche le attenzioni della polizia</strong>, che cominciò a seguirli discretamente ma regolarmente ai concerti e negli spostamenti, e dei servizi segreti britannici, che misero sotto controllo i loro telefoni di casa.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-4-3 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe loading="lazy" title="Flux Of Pink Indians - Neu Smell EP (1981)" width="1220" height="915" src="https://www.youtube.com/embed/kPeyT6bPuPI?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Come spesso accadeva nell&#8217;Inghilterra di allora, i vari gruppi musicali fondavano delle etichette discografiche per essere in grado di gestire in totale autonomia la produzione dei propri lavori (che così facendo rimanevano di proprietà dei musicisti), e per poter stabilire degli accordi commerciali con i distributori nei negozi di dischi.<br>Quelli di Small Wonder, una delle primissime indie londinesi che aveva aperto le braccia al punk, avevano incontrato serie difficoltà per stampare il disco d&#8217;esordio dei Crass (i lavoratori del vinilificio si erano rifiutati di stampare un disco che consideravano blasfemo) e per pubblicarlo erano stati costretti a toglierne una canzone.<br>Per riuscire a pubblicare la versione originale di quel disco e stampare quelli successivi i Crass avevano deciso di fondare una loro etichetta omonima, distribuita da Rough Trade.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Avevano fatto così anche Robert Smith dei Cure, che dopo un primo singolo sempre su Small Wonder aveva fondato la label Fiction, e Siouxsie Sioux che aveva fondato la propria etichetta Wonderland &#8211; proprio per garantirsi quell&#8217;autonomia che ritenevano necessaria alla produzione artistica dei propri lavori.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>I Flux of Pink Indians misero in piedi Spiderleg, etichetta discografica di cui si occupava prevalentemente Derek, il bassista del gruppo, e firmarono un contratto di distribuzione con Rough Trade.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il successo di “Neu smell” permise a Spiderleg di pubblicare nel giro di qualche mese due settepollici con dei vecchi pezzi degli Epileptics</strong>: il primo, intitolato <a href="https://www.youtube.com/watch?v=B9gWbNSNto4" target="_blank" rel="noreferrer noopener">“1970s have been made in Hong Kong”</a>, contiene tre canzoni che risalgono a quando si chiamavano the Licks (erano stati fregati dall&#8217;editore e derubati del master, così i pezzi vennero riregistrati con Penny Rimbaud alla batteria), l&#8217;altro è “<a href="https://www.youtube.com/watch?v=KO_a7lDRc14" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Last bus to Debden</a>” con altre quattro canzoni appena successive (tra cui una early version di “Tube disaster”).</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>A distanza di pochi mesi da “Neu smell” il gruppo registrò e autoprodusse l’album di debutto “Strive to survive causing least suffering possible”, pubblicandolo stavolta non su label Crass ma sulla propria etichetta Spiderleg all&#8217;inizio del 1982.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph">“…<em>Libertà di parola un cazzo! Quando stavamo preparando il materiale per la copertina di questo disco siamo rimasti sconvolti da quanta poca libertà ci sia realmente nel nostro paese. La buona vecchia giustizia inglese, la buona vecchia libertà di parola… non è vero un cazzo. Siamo andati ad Halvedon Hatch nell’Essex dove c’è un rifugio antiatomico, per fare delle foto per la copertina di questo disco. Mentre ce ne stavamo lì fuori siamo stati avvicinati da una guardia del servizio di sicurezza che ci ha fatto sapere che né lì fuori né attorno era gradita la presenza di nessun “lurido idiota del CND” e che tra l’altro “gente come noi avrebbe ceduto volentieri le Falklands al primo coglione che fosse sbarcato sulle isole”. Dopo un’ora o quasi di prediche nazionalistiche era ormai ovvio che non ci sarebbe stato permesso di avvicinarci al rifugio né di restare nelle vicinanze, neanche per “renderci conto di persona delle opere che il nostro governo fa coi nostri soldi per la nostra protezione”, così abbiamo deciso di tornarcene a casa. Poco dopo siamo stati fermati a un posto di blocco della polizia: ci hanno intimato di scendere e siamo stati perquisiti sia noi che la macchina. Ci hanno poi chiesto degli striscioni che tenevamo nel bagagliaio, che volevamo utilizzare come soggetto delle nostre fotografie con lo sfondo del rifugio antiatomico. Dopo essersi accertati via radio che non facevamo parte né dei Crass né delle Poison Girls hanno preso i nostri nomi e indirizzi, e alla fine ci hanno lasciati andare intimandoci di “non fare altre stronzate” e “stare più attenti in futuro”. Le foto del rifugio di Halvedon Hatch le abbiamo scattate di nascosto durante un nostro giro successivo. (…) Non possiamo crederci: viviamo in uno stato di polizia. Esci fuori dal limite, e loro ti rimetteranno a posto subito. La nostra posta adesso viene aperta e controllata, non sappiamo da chi. Ehi, fa’ attenzione: penso che adesso stiano controllando anche te&#8230;”</em> <strong>[dalle note di copertina di “Strive to survive”]</strong></p>



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<iframe loading="lazy" title="Flux Of Pink Indians ‎– Strive To Survive Causing Least Suffering Possible LP (1982) [VINYL RIP]" width="1220" height="915" src="https://www.youtube.com/embed/CJ9wg4gFixA?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’album contiene tutto il mondo anarcopunk di allora, o almeno ce la mette tutta a trattenerlo tra le braccia:</strong> dalle rivendicazioni alle proteste, dalle urla ai gemiti, dichiarazioni vegetariane ed animaliste, volantini scritti in fretta e vere e proprie poesie, rabbia insofferenza e introspezione, assalti al cielo e profondità marine.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dove le <a href="https://www.radiopunk.it/25/poison-girls-state-control/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Poison Girls</a> e i <a href="https://www.radiopunk.it/25/crass-e-diy/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Crass</a> (gruppi i cui componenti avevano mediamente un&#8217;età molto maggiore rispetto a quella del proprio pubblico) puntavano ad accendere la consapevolezza, a smuovere le coscienze e a far aprire gli occhi e le menti, il suono dei Flux Of Pink Indians, tutti con poco più di vent&#8217;anni addosso, va a grattare ferocemente le croste dell’indifferenza giovanile e getta benzina sui fuochi di ribellione: <strong>ciascuna canzone è scritta secondo una prospettiva orizzontale ed è un invito esplicito ad osare, a muovere il culo e sbattersi per cambiare la propria vita senza aspettarsi che il cambiamento arrivi grazie a qualcun altro.</strong><br><br>Questa è “Some of us scream, some of us shout”:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>Si spendono miliardi per distruggere la terra<br>mentre milioni di persone muoiono di fame.<br>Dove abbiamo sbagliato?<br>Forse voi non pensate che tutto questo sia sbagliato.<br>Noi diciamo tutti insieme: date da mangiare a chi muore di fame.<br>Affanculo le bombe.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Per tutta la nostra vita veniamo spintonati.<br>Alcuni urlano, altri gridano<br>ma pochi si lamentano e protestano, mentre tutti gli altri sorridono felici.<br>Perché accettare una vita così?<br>I nostri corpi passati al setaccio<br>veniamo costretti al nostro posto, spazzolati e pettinati per bene.<br>Alcuni ci stanno, altri non sono d’accordo.<br>Alcuni rifiutano questo modo di vivere<br>e pagano il prezzo per vivere come vogliono.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>E tu chi sei? Cosa sai?<br>Cosa fai? Cosa stai facendo adesso?<br>Perché lo fai?</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il gruppo prese la decisione di non promuovere “Strive to survive” (niente pubblicità sulla stampa musicale né copie promozionali ai giornalisti e alle radio), affidandosi al passaparola, alla diffusione militante oltre a quella tramite Rough Trade, e al sostegno attivo dei fan</strong>. Per come funzionava l&#8217;ambiente discografico britannico sembrava una decisione suicida, e invece si rivelò una strategia vincente: <strong>il disco vendette ventimila copie in pochi giorni.</strong><br>Il gruppo si era guadagnato un seguito molto solido, e la piccola Spiderleg stava ottenendo un buon successo commerciale: anche “Strive to survive” conquistò il primo posto delle classifiche indipendenti e le uscite successive dell&#8217;etichetta (i dischi di Subhumans, the System, Amebix, Alternative etc.) si piazzarono tutte tra i top 20.<br>Erano dischi tenuti insieme da un certo tipo di ragionamenti, oltre che dalla voglia di fare musica, e i fan se n&#8217;erano per certo accorti e dimostravano di apprezzare.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>I Flux of Pink Indians realizzarono nel marzo 1984 il loro disco successivo, il doppio “The fucking cunts treat us like pricks”, per grande parte incentrato sulla violenza sessuale subita da una loro compagna e fortemente critico del maschilismo e del sessismo.</strong><br>Il suono di questo loro secondo album è completamente diverso dal precedente: le canzoni punk di protesta così pestone, sbeffeggianti ed agguerrite che li avevano fatti conoscere ed apprezzare lasciano il posto a feedback, sovraincisioni e dissonanze disposte intorno a testi laceranti. E&#8217; un lavoro intriso di rabbia, sofferenza e disperazione: leggendo certe interviste sulle fanzine pare quasi che i Flux si fossero convinti che a nessuno ormai fregasse qualcosa dei testi delle canzoni, così da spingere la gente a concentrarsi sulle parole rendendo la musica praticamente inascoltabile. Malgrado la difficile fruibilità il disco ebbe un buon successo di vendite, ma si alzò altrettanto presto di fronte e tutt’intorno al gruppo un muro di aperta ostilità.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
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</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Questa è “Desire”:</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>Mi fa schifo chi dice apertamente<br>che l’aggressione sessuale fa parte della nostra natura più profonda,<br>che tutti sognamo di venire stuprati.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>E’ un inganno, una scusa per chi è confuso.<br>Non sono cose che ci si sogna la notte.<br>Ti hanno cacciato a forza in gola questa merda, questo spettacolo schifoso<br>finché non riuscirai più a vedere coi tuoi occhi.<br>Ti hanno dato merda da mangiare ad ogni pasto.<br>E mentre ci instupidiamo ci sentiamo a nostro agio fra le oscenità.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Bene, vi dico che ne ho abbastanza.<br>Tenete la gente ipnotizzata con le vostre bugie, con oscenità e maltrattamenti<br>così la gente non potrà mai rendersi conto che nella vita c’è molto di più.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><em>Che la vita non è raspare per terra<br>in cerca di nuovi scherzi, di nuova merda, di nuove tette.<br>Quelle fighe di merda ci trattano come cazzi.<br>Quei cazzi di merda ci trattano come fighe.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><br><strong>E questo è un estratto da “Blood lust rite”:</strong></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">“<em>&#8230;777 fra civili e militari inglesi sono stati feriti durante il conflitto delle Falklands. A questi vanno aggiunti 255 morti. I dati del ministero della difesa riassumono 4 casi di perdite di braccia, 16 di perdite di gambe, 9 amputazioni del piede, 1 amputazione parziale del piede, 13 feriti agli occhi, 12 casi di danni permanenti all&#8217;udito, 120 ustionati, 59 feriti al cranio, 58 fratture, 72 ferite d&#8217;arma da fuoco, 195 ferite diverse e lacerazioni, 109 menomazioni da congelamento, 17 casi di danni psicologici considerati gravi, 13 avvelenamenti da inalazione di gas, 39 slogature e distorsioni, 39 feriti di gravità minore. Dei 120 ustionati, 17 presentano ustioni su più del 20% dell&#8217;epidermide. Due dei feriti agli occhi sono rimasti ciechi &#8211; uno da entrambi gli occhi, l&#8217;altro da un occhio. Occhio per occhio, occhio per occhio&#8230;&#8221;.</em></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’album esce che il rumore della guerra delle Falklands è ancora forte nell’aria, e il governo Thatcher è alle prese con una campagna moralizzatrice che ha il preciso intento di mettere a tacere gli avversari politici.</strong> Con il pretesto di ripulire i negozi di dischi e le librerie dalle pubblicazioni ritenute “oscene” e “pornografiche” la polizia ha già fatto chiudere o ha compromesso seriamente l&#8217;attività di parecchi piccoli editori e distributori indipendenti.<br><strong>Con questo disco i Flux Of Pink Indians scelgono esplicitamente da che parte stare: osceno è lo stupro di una ragazzina, pornografica è la conta dei morti e dei feriti. Oscenità è la guerra, pornografia è la violenza del potere.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Il titolo, i testi espliciti delle canzoni e i disegni in copertina (opera di Andy Palmer, chitarrista dei Crass) costarono a “The fucking cunts” il bando delle grosse catene nonché di grande parte dei negozi di dischi in tutto il Regno Unito.</strong><br>In una loro lettera, raccontandomi delle varie peripezie attraversate per pubblicare l&#8217;album, i Flux mi avevano rivelato che <em>“&#8230;la copertina è una versione di ripiego. Il progetto originale prevedeva fotografie con soggetti simili agli attuali disegni, ma non è stata accettata da nessun stabilimento tipografico. Hanno acconsentito a stampare la versione coi disegni perché li abbiamo convinti che sono schizzi di un artista famoso&#8230;”</em>.<br></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="1000" height="1000" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/Flux-of-Pink-Indians-The-fucking-cunts-treat-us-like-pricks.jpg" alt="" class="wp-image-25549" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/Flux-of-Pink-Indians-The-fucking-cunts-treat-us-like-pricks.jpg 1000w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/Flux-of-Pink-Indians-The-fucking-cunts-treat-us-like-pricks-300x300.jpg 300w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/Flux-of-Pink-Indians-The-fucking-cunts-treat-us-like-pricks-100x100.jpg 100w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/Flux-of-Pink-Indians-The-fucking-cunts-treat-us-like-pricks-600x600.jpg 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/Flux-of-Pink-Indians-The-fucking-cunts-treat-us-like-pricks-150x150.jpg 150w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/Flux-of-Pink-Indians-The-fucking-cunts-treat-us-like-pricks-768x768.jpg 768w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/Flux-of-Pink-Indians-The-fucking-cunts-treat-us-like-pricks-12x12.jpg 12w" sizes="auto, (max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">Il proprietario di Spectrum, un negozio di dischi di Northwich, ricevette un giorno la visita inaspettata della buoncostume: la polizia lo denunciò per aver esposto “materiale contrario alla pubblica decenza” in vetrina e sequestrò tutte le copie disponibili in negozio delle compilation “Bullshit detector” e dei dischi di MDC, Crucifix, Dirt, Icons of Filth, Crass e Dead Kennedys. Lui al processo se la cavò con una grossa multa, ma dei dischi incriminati venne disposta la sospensione della distribuzione commerciale in attesa che la corte si pronunciasse &#8211; si dibattè a lungo sull&#8217;uso e sull&#8217;abuso della parola “fuck” nei testi.<br>Peggio accadde al proprietario di Eastern Bloc, un negozio di Manchester, reo di aver esposto “The fucking cunts” in vetrina assieme ad altri dischi di Dead Kennedys e Crass e di essersi rifiutato di sbarazzarsene come intimatogli dagli agenti di polizia: venne incriminato, processato e condannato per commercio di “materiale osceno” a minori.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>I Flux Of Pink Indians si ritrovarono coinvolti in un processo per pornografia dal quale uscirono indenni per un soffio, ma solo qualche tempo dopo un giudice condannò i Crass e il loro album “Penis envy” per via della copertina e dei testi espliciti.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Nell’agosto del 1984 il gruppo si impegnò nella raccolta di fondi a sostegno dei minatori in sciopero da marzo</strong>, in una serie di serate collettive assieme a Chumbawamba, D&amp;V, agli islandesi Kukl (il gruppo in cui cantava Bjork, ben prima dei Sugarcubes) ed altri.<br><strong>A far accanire Margaret Thatcher contro i minatori non furono solo dei motivi economici, ma precise scelte politiche</strong>: l’obiettivo del governo conservatore era lo smantellamento del settore pubblico, da realizzarsi sopprimendo le aziende nazionalizzate &#8211; tra cui il settore minerario &#8211; che non garantivano grossi profitti, e aprendo al capitale privato quelle che invece rendevano. <strong>Uno scontro tra due diverse maniere di intendere la società e la vita: l’idea di comunità e solidarietà opposta al “no society” della Thatcher, all’ognuno per sé.</strong><br><br>L’azione dello stato non ebbe a limitarsi alla repressione poliziesca: multe e confische di beni colpirono tutte le organizzazioni sindacali che organizzarono o appoggiarono i picchetti. Alcuni tribunali del paese dichiararono addirittura “illegali” gli scioperi e trascinarono in giudizio i sindacalisti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Se vi mettete a curiosare su YouTube tra i documenti indipendenti disponibili a proposito degli scioperi di allora (la BBC al tempo era stata accusata più volte di offrire versioni addomesticate e parziali degli scontri), potrete trovare testimonianza di cariche feroci di polizia contro i manifestanti, di scorrerie di agenti a cavallo che manganellano donne e anziani e gli sguinzagliano contro i cani.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><br>L&#8217;aria che si respirava in Inghilterra stava dunque cambiando in fretta ed anche la scena artistica alternativa ed antagonista inglese si ritrovò a soffrirne e a doversi confrontare con difficoltà che si stavano facendo sempre più pesanti.<strong> Il disco successivo dei Flux of Pink Indians, l&#8217;EP “Taking a liberty”, ebbe riscontri di vendita deludenti, fatto che portò ad alcuni attriti tra i componenti ed allo scioglimento del gruppo</strong>, e che di lì a poco spinse Derek alla chiusura di Spiderleg e alla creazione di una nuova etichetta discografica.</p>



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<iframe loading="lazy" title="Flux of Pink Indians - Taking a liberty (7 inch single)" width="1220" height="915" src="https://www.youtube.com/embed/69b4UUzzQ10?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Tagliato più corto il nome in Flux, nel giro di pochi mesi il gruppo si riformò e si consolidò attorno a Colin Latter (voce), Derek Birkett (basso), Kevin Hunter (già chitarrista degli Epileptics) e Martin Wilson (batteria). Questa è la formazione che realizzò nell&#8217;agosto 1986 il terzo album “Uncarved block”, la prima uscita della neonata label One Little Indian.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph">L’album è registrato e prodotto da Adrian Sherwood e ci suonano dentro, tra gli altri, due suoi storici sodali come Bonjo Iyabinghi Noah degli African Head Charge e Lincoln “Style” Scott dei Dub Syndicate. C&#8217;è dentro persino Ray Shulman dei Gentle Giant &#8211; un notevole gruppo prog attivo negli anni Settanta e piuttosto noto in Italia. Oltre che farsi un nome in ambito dub/reggae con parecchie produzioni visionarie, Sherwood aveva lavorato con gente come Mark E. Smith dei Fall, le Slits e il Pop Group, e aveva già frequentato sia i Crass che i Southern Studios di John Loder per via del lavoro con Annie Anxiety.</p>



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<iframe loading="lazy" title="Flux - Uncarved Block(1986)(Experimental)(Post-Punk)(Dub)(Tribal)" width="1220" height="686" src="https://www.youtube.com/embed/3663KB6M3ck?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
</div></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>La scena indipendente anarcopunk si era ingrossata parecchio, il signor padrone se n&#8217;era accorto ed era passato al contrattacco: è stato così che l’A cerchiata, spesso a sproposito e per bieca strategia pubblicitaria, si è ritrovata a marchiare numerose produzioni discografiche della metà degli anni Ottanta. </strong>Bisognava stare attenti a chi e cosa si comprava: i palchi dei concerti erano pieni di gente che inneggiava al sabotaggio e all&#8217;insurrezione contro lo stato restando col culo bene al caldo di un editore multinazionale e protetta da un servizio di sicurezza, gli scaffali dei negozi erano carichi di dischi di sedicenti gruppi punk anarchici con l&#8217;A cerchiata posta bene in vista sulla copertina &#8230;ma stampati da etichette tutt&#8217;altro che indipendenti e tutt&#8217;altro che anarchiche.</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>L’anarchia veniva offerta e commercializzata come atteggiamento moderno e menefreghista in contrapposizione all’impegno laburista e al rigore socialista</strong> come pure al vecchiume ideologico conservatore, anarchia come segno grafico innovativo per chi desiderava distinguersi dalla massa, anarchia come strategia pubblicitaria per vendere l’invendibile (e se pensate che io stia esagerando, provate a dare un&#8217;occhiata a quante magliette portachiavi borse tazze accessori e cento altre cazzate inutili marchiate col l&#8217;A cerchiata si possano acquistare oggi in rete con un click).</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Questa è “Children who know”:</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>Gli stessi bambini che giocano alla rivoluzione nel parco<br>Le stesse vecchie idee che brancolano nel buio<br>Gli stessi due bastoncini strofinati per creare una scintilla<br>La stessa gente rimasta in piedi da sola e nuda<br>E io mi aggrappo disperatamente a quelle due idee che mi sono rimaste<br>Prima di tutto, io non credo a niente e in niente<br>Poi, credo a tutto e in tutto<br>E&#8217; insieme che tento di mantenere la rotta ma intorno tutto si rifiuta di cambiare<br>E il mondo no<br>Qualsiasi espressione del mio amore ferisce<br>e il martirio non serve a niente.</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Questo è un breve estratto da “Footprints in the snow” che fa riflettere parecchio:</strong></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p class="wp-block-paragraph"><em>Cammino sotto il sole e cammino mentre cade la neve<br>Penso in fretta e ragiono lentamente<br>Le mie idee vanno e vengono come onde che si infrangono sulla spiaggia<br>come desideri che crescono e vogliono sempre di più<br>In un campo lontano un contadino che semina<br>In un campo lontano un&#8217;altra bomba che cade<br>Sopra di me un gabbiano in volo<br>Sopra di me il rombo di un aereo da caccia<br>Un altro soldato che si prepara a morire</em><br><em>Da piccole sorgenti nascono grandi fiumi<br>Da pensieri semplici nascono grandi idee<br>Ho provato sulla mia pelle<br>come si possano raffreddare le cose in cui credo<br>spingendomi a ritirarmi prima di diventare vecchio.</em></p>
</blockquote>



<p class="wp-block-paragraph">Dopo la guerra delle Falklands e la rielezione di Margaret Thatcher, dopo lo sciopero dei minatori, dopo i processi per oscenità e dopo lo scioglimento dei Crass, secondo me <strong>i Flux si erano resi conto che l&#8217;anarcopunk era stato stritolato dal mercato e spogliato del suo carattere ribelle per divenire un “genere musicale” sotto cui catalogare i dischi nei negozi, cioè merce e niente più, e avevano deciso di provare una nuova strada espressiva tentando di rimanere quanto più possibile fedeli a sé stessi.</strong></p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>“Uncarved block” è decisamente distante dal suono hardcore punk tipico della metà degli anni Ottanta:</strong> è magmatico e rimbombante di percussioni e suoni sfuggenti ed offre musiche dai contorni mai ben definiti, ricchi di ombre ed evoluzioni. L&#8217;album è un nuovo spazio sonoro e, secondo me, rappresenta un notevole salto di qualità complessiva della loro offerta, e musicale e poetica.<br>Una differenza evidente rispetto alla produzione precedente è che il disco è “cantato” invece che “urlato”, il pezzo conclusivo “The stonecutter” è addirittura sussurrato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Niente più canzoni costruite intorno a due/tre accordi, niente più dissonanze disperate ma stratificazioni complesse assai suggestive: s<strong>e ascoltate con attenzione, vi ritroverete i semi di certe soluzioni sonore innovative che si sarebbero ascoltate solo a distanza di anni</strong>, dentro a certi dischi incendiari considerati tra le pietre miliari dell&#8217;ultima parte del millennio.<br><br>Per concludere, <strong>è l&#8217;album dei Flux che più amo &#8211; è un lavoro profondamente anarchico finalmente libero da condizionamenti e forzature stilistiche ed ideologiche, un lavoro tridimensionale anzi multidimensionale in un panorama anarcopunk ormai appiattito e frammentato quando non polverizzato.</strong><br>E&#8217; un&#8217;esplosione di creatività in mezzo a un mare nero in tempesta che però disorienta i sostenitori storici e l&#8217;intera scena, o meglio quello che ne resta: i detrattori si contano a centinaia, fra questi anche il chitarrista Kevin Hunter, che in “The day the country died” dichiara senza mezzi termini a Ian Glasper che questo è <em>“un disco di merda”</em> che <em>“non c&#8217;entra niente col punk, un disco disarmato e senza coglioni. (&#8230;) Comunque alla gente non gliene fregava più niente di noi, voleva ascoltare The Jesus and Mary Chain&#8230;”.</em><br><strong>Malgrado la buona accoglienza della critica “Uncarved block” non vende granché e il gruppo, deluso, si scioglie nel 1987</strong>. Peccato: di cose da dire e da offrire, secondo me, ne avrebbero avute ancora parecchie.<br><br><strong>One Little Indian in tempi recenti ha cambiato nome in One Little Independent</strong>. <strong>Nel frattempo è divenuta un&#8217;etichetta discografica assai importante</strong>, che vende milioni di copie di artisti tipo Sugarcubes, Shamen, Chumbawamba, Skunk Anansie, Bjork, Test Dept. o Cody Chesnutt. <strong>Il successo planetario pare non aver minato le basi di indipendenza e apertura mentale dei fondatori</strong>: accanto ai best seller OLI mantiene in catalogo anche i vecchi dischi della Crass Records adeguatamente restaurati (sono tutti da qualche tempo in progressiva ristampa, e resi disponibili sia in vinile che in formato liquido e, alcuni, su compact disc), come pure le vecchie registrazioni dei Flux.<br></p>



<p class="wp-block-paragraph">Marco Pandin<br>stella_nera@tin.it</p>



<p class="wp-block-paragraph"><strong>Foto di copertina: Flux a Nottingham, maggio 1984. Foto di Marco Pandin</strong></p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="600" height="618" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/retro-copertina-Epileptics-1.jpg" alt="" class="wp-image-25566" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/retro-copertina-Epileptics-1.jpg 600w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/retro-copertina-Epileptics-1-291x300.jpg 291w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/retro-copertina-Epileptics-1-12x12.jpg 12w" sizes="auto, (max-width: 600px) 100vw, 600px" /><figcaption class="wp-element-caption">Retro copertina di Epileptics</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="532" height="751" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/Flux-volantino-fronte-1.jpg" alt="" class="wp-image-25567" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/Flux-volantino-fronte-1.jpg 532w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/Flux-volantino-fronte-1-213x300.jpg 213w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/Flux-volantino-fronte-1-9x12.jpg 9w" sizes="auto, (max-width: 532px) 100vw, 532px" /><figcaption class="wp-element-caption">Flux &#8211; volantino (Fronte)</figcaption></figure>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="530" height="750" src="https://www.radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/Flux-volantino-retro-1.jpg" alt="" class="wp-image-25568" srcset="https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/Flux-volantino-retro-1.jpg 530w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/Flux-volantino-retro-1-212x300.jpg 212w, https://radiopunk.it/25/wp-content/uploads/2024/11/Flux-volantino-retro-1-8x12.jpg 8w" sizes="auto, (max-width: 530px) 100vw, 530px" /><figcaption class="wp-element-caption">Flux &#8211; volantino (retro)</figcaption></figure>



<p class="wp-block-paragraph"></p>
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