Marco Pandin ci porta a conoscere il documentario di Brandon Spivey “The Sound Of Free Speech” sui Crass
Il suono della libertà di parola
“…Bene, signori e signore, sono l’ispettore Savage di Scotland Yard e questo è il detective White. Siamo qui oggi per farvi delle domande riguardo ad alcune segnalazioni che abbiamo ricevuto. Io vi farò le domande e il mio collega si appunterà le risposte. Siete consapevoli di aver ricevuto una diffida? Prima di tutto, vorrei che identificaste questo disco…”
(registrazione originale, in “The sound of free speech”)
Dalla metà di dicembre 2025, con il sostegno di Streeen, sto dando una mano al regista Brandon Spivey per far girare nel nostro paese il suo primo lavoro “Crass – The sound of free speech”. Vado a presentarlo in centri sociali, sedi anarchiche e sale gestite da piccole associazioni culturali. A ridosso dell’uscita in Inghilterra e dopo la partecipazione al SeeYouSound Festival il docufilm era stato reso disponibile in streaming presso www.streeen.org (dov’è tuttora reperibile), ma più che un’opera da consumare da soli davanti a uno schermo televisivo trovo possa essere un’ottima occasione per uscire, ritrovarsi insieme e insieme farsi un’idea, e per parlare, per confrontarsi e ragionare. Per poter parlare di persona senza filtri o supporti tecnologici, guardandosi in faccia come si faceva una volta, quando dei Crass uscivano dischi che si faceva fatica a trovare nei negozi e quando i loro concerti (organizzati in forma cauta e poco pubblicizzati, quando non sotto falso nome) si tenevano in posti improbabili o per noi molto difficilmente raggiungibili. Quando non c’erano né telefonini né internet. Nel corso di questi incontri cerco di raccontare come ho avvicinato il gruppo, dapprima tramite lettera e telefono e poi con visite reciproche. Ho chiamato questi incontri “chiacchierate” con il preciso scopo di non offrire delle conferenze quanto piuttosto di organizzare degli scambi – sono convinto di avere ancora molto da imparare. Occupato a costruire tutt’altro che un documento celebrativo sui Crass, nel film il regista si sofferma a raccontare la storia del loro esordio e soprattutto della censura e delle ritorsioni di cui si ritrovarono vittime.
“…Eravamo bambini della classe operaia del nord quando nacque il punk. Non conoscevamo nessun passo della bibbia, ma sapevamo ogni singola parola di “Kill” degli Alberto y Lost Trios Paranoias dall’EP “Snuff rock”… Di punto in bianco uscì un disco che lasciò molti di noi senza parole. La prima volta che ascoltai i Crass, tutto il resto sembrò scomparire. Questo crudo e intransigente insieme di suoni, arte e sonorità rubò la scena. Sentii Steve Ignorant dire: “Per i sovrani del paese siamo tutti solo dei negri”, e smisi di essere carne da macello per il National Front…” (Brandon Spivey, in “The sound of free speech”)
I Crass furono spinti tra le braccia del punk dopo che il diciannovenne Steve Ignorant assistette a uno dei primi concerti dei Clash e ne venne ispirato. Attorno a lui si raccolse una manciata improbabile di non-musicisti, tutti più vecchi di lui, che si ritrovarono presto ad essere gli antagonisti naturali dei gruppi punk “ufficiali” identificati come tali dai mass media, nonché degli “anarchici” Sex Pistols: si erano resi conto che non serviva a niente sbandierare dal palco e dai solchi dei dischi un’anarchia che non fosse stata realmente costruita, praticata e vissuta. Nel periodo dal 1977 al 1984 i Crass sono stati la stella cometa del rock politico più estremo. Difficili da costringere entro definizioni di “genere musicale” (è punk il loro? O è piuttosto musica d’avanguardia?), hanno sempre agito a sorpresa, al di sopra e al di fuori di qualsiasi schema concettuale preesistente caratterizzando la loro attività, più che in senso strettamente musicale, in un più ampio ambito culturale e politico, nuovo e rivoluzionario, anarchico e pacifista. Le loro strategie di diffusione (bassi prezzi di vendita, diffusione militante e creazione di reti solidali, autogestione rigorosa ed assoluta mancanza di compromessi) crearono parecchie difficoltà all’industria musicale ed all’establishment. Nonostante il bando dalla radiotelevisione pubblica e l’impossibilità di accedere al circuito delle sale da concerto, nel corso della loro attività i Crass vendettero centinaia di migliaia di copie dei loro dischi senza mai finire in classifica. Essi condivisero il periodo storico di Clash, Sham 69, Scritti Politti e Jam, gruppi musicali britannici dei quali è ben noto l’impegno politico, ma furono praticamente i soli a ritrovarsi sulla barricata fotografati dalla polizia coi sassi in mano, i soli ad essere sorpresi a lanciare merda verso la bella faccia del primo ministro, i soli a non rassegnarsi al silenzio e a disertare la chiamata alla guerra.
Allora come oggi, a oltre quarant’anni dallo scioglimento, il gruppo viene considerato come il principale ispiratore dell’anarcopunk e del DIY in Europa, e non solo. Un collettivo senza alcun leader: non furono solo un semplice gruppo musicale, e furono tutt’altro che un semplice gruppo musicale. Infatti, oltre che nella plastica dei dischi e sui palchi dei concerti – trasformati costantemente in iniziative a beneficio di progetti a sfondo sociale ed antagonista – l’opera dei Crass è dentro a numerosi opuscoli e volantini, nelle manifestazioni di protesta spontanee e mai autorizzate, nell’occupazione abusiva degli spazi inutilizzati, nelle clamorose imprese di sabotaggio tecnico ed intellettuale, nell’agitazione senza compromessi e nella protesta improvvisa ed improvvisata, incontrollata ed incontrollabile. I Crass sono stati una fonte di ispirazione per tante ragazze e ragazzi che vivevano i loro vent’anni sotto la minaccia della guerra nucleare in Europa. Sono stati una delle mille facce del cortocircuito imprevisto ed incendiario tra punk ed anarchia. Un’altra ne sono io che sto scrivendo di loro qui. Un’altra sei tu, che stai leggendo adesso.
Sì, è vero: il punk è morto Era solo un prodotto a basso prezzo per la testa dei consumatori Gomme da masticare rock su radioline di plastica Agitazione scolastica promossa dall’industria del divertimento La CBS lancia sul mercato i Clash ma non è rivoluzione, è solo per i soldi Il punk è diventato una moda proprio com’era successo agli hippy E non ha più niente a che fare con te e con me… (Crass, “Punk is dead”, 1978)
Periferia nord di Londra, verso la metà degli anni Sessanta. La storia inizia a Dial House, una ex-centrale telefonica in disuso, un posto abbandonato perso nella campagna inglese e difficilmente raggiungibile dai mezzi pubblici, che alcuni hippies usciti dalla scuola d’arte avevano preso in affitto e si erano impegnati a ristrutturare. La casa era posta al centro di un piccolo appezzamento verde nei pressi della foresta di Epping, ed era presto stata invasa pacificamente da una piccola folla variabile e colorata. Dieci anni dopo, il vomito punk schizzava sulle pagine dei giornali inglesi col messaggio “fatelo da soli”. Jeremy John Ratter, soprannominato Penny Rimbaud, e Steve “Ignorant” Williams, nonostante i quattordici anni di differenza anagrafica erano accomunati dalla viscerale avversione alla società borghese e dalla curiosità per Johnny Rotten. Il primo, classe 1943, era un poeta hippy che aveva frequentato, invece che la swinging London modaiola, il giro degli emarginati dei free festival di Stonehenge e di Windsor Park. Lui e la sua amica Gee Vaucher avevano visto spegnersi poco prima Philip Russell, conosciuto nel giro hippie come Wally Hope, spirito libero e anche lui co-fondatore di Dial House, suicidato dal trattamento sanitario obbligatorio perché a un controllo di polizia risultò già schedato e gli trovarono addosso tre pastiglie d’acido lisergico – che con ogni probabilità gli erano state infilate in tasca da un agente. Steve era cresciuto in una famiglia problematica e si trovava in traiettoria d’uscita da un’adolescenza sbandata. Un ragazzo carico di inquietudine che si metteva troppe domande e aveva fretta, fame ed urgenza di risposte: gironzolava attorno a Dial House e ogni tanto si fermava a chiacchierare con Penny. Steve aveva assistito a uno dei primissimi concerti dei Clash e ne era rimasto folgorato. Un giorno lui e Penny si ritrovarono l’uno seduto dietro una batteria raccogliticcia a pestare sui tamburi e l’altro a urlare dentro un microfono la rabbia, la frustrazione e la non rassegnazione dei suoi vent’anni scarsi in un gruppo aperto, le cui prove in una stanza lì alla open house erano, citando Penny, delle “riunioni agitate che invariabilmente degradavano a poco più che festini di ubriachi”. I progetti d’allora non erano per certo chiari. Per accompagnare i due nei loro deliri in sala prove, Pete Wright si ritrovò un giorno a staccare il suo vecchio basso elettrico dal chiodo. Nel gruppo vennero coinvolte anche Bronwyn, che abitava nelle vicinanze (cantante, adottò il nome di Eve Libertine) e Joy, anche lei a cantare. Alle chitarre prima Steve Herman, poi Phil Free (il compagno di Joy) e Andy Palmer. Seguirono presto l’americana Annie “Anxiety” Bandez e Mick Duffield, quest’ultimo inizialmente ingaggiato come cantante ma che, più a suo agio ad armeggiare con la telecamera, si dedicò quasi esclusivamente alla produzione di videofilmati. Per l’economia del gruppo fu fondamentale l’apporto di Gee Vaucher (G. Sus), artista visuale dal tratto assai aggressivo, rientrata a Dial House dopo un periodo di lavoro negli Stati Uniti.
Fu solo nell’estate del 1977 che i vari membri riuscirono a recuperare, prendere in prestito o rubare un’attrezzatura tecnica sufficiente a potersi realmente definire un gruppo musicale: decisero di chiamarsi Crass (sta per volgare, indecoroso, ignorante) prendendo spunto da una canzone di David Bowie. Per registrare le loro prime canzoni Penny e Gee ristabilirono i contatti con John Loder, il tecnico del suono per le performance del collettivo Exit di cui entrambi avevano fatto parte tempo prima. John offriva assistenza e consigli utili oltre che registrazioni di elevata qualità ad un prezzo accessibile, e ha dato al suono dei Crass un contributo così determinante che da subito è stato considerato come un membro effettivo del gruppo.
Con un repertorio di pochi e brevissimi pezzi i Crass parteciparono all’alba del punk inglese riuscendo da subito ad essere spinti ai margini della scena che si andava formando: contestarono i bilanci di Rock Against Racism accusando gli organizzatori di truffa (solo una parte del denaro raccolto ai concerti veniva devoluta alle associazioni antirazziste: il grosso veniva spartito tra musicisti ed agenti), e vennero addirittura banditi dall’allora leggendario Roxy Club, uno dei templi londinesi della nuova cultura. Presto si resero conto di essere molto distanti dal culto del “non futuro” propugnato dalle bocche milionarie dei Sex Pistols.
Ci hanno cacciati dal Roxy Bene, suonare lì non mi è mai piaciuto granché Ci hanno detto che lì dentro vogliono solo ragazzi beneducati Forse credono che le chitarre e i microfoni siano solo degli stupidi giocattoli Che si fottano Ho deciso di prendere posizione contro tutto quello che penso sia sbagliato in questo paese Se ne stanno lì seduti sui loro culi ipernutriti del sudore delle classi più povere Riescono a conservare il potere solo perché sono loro a tenere il dito sul bottone Hanno preso il controllo e non ci permettono di dimenticarlo La loro verità sta sulla parte sbagliata della canna di un fucile… Il governo difende i profitti dei ricchi che si chiudono a chiave dentro casa Hanno paura che la gente gli chieda qualcosa di più della merda che gli danno Della merda che gli danno Della merda che gli danno… (Crass, da “Banned from the Roxy”)
I Crass non erano un gruppo facilmente identificabile per il medio “consumatore punk” di allora. Oltre che a cantare di cose diverse dagli slogan facili e superficiali, essi si presentavano pubblicamente in maniera del tutto anomala rispetto ai colleghi: per protesta contro il narcisismo della moda punk, si vestivano abitualmente di nero e suonavano su palchi tappezzati di bandiere nere e con i simboli dell’a cerchiata e del CND, Campaign for Nuclear Disarmament (retaggio dell’impegno antinucleare ed antimilitarista e del passato hippie di alcuni di loro) e di striscioni, cioè vecchie lenzuola riciclate con su scritti con lo spray slogans anarchici e pacifisti. Niente luci psichedeliche né light show, ma fari alogeni bianchi e fissi mentre sullo sfondo venivano proiettati i filmati – montaggi veloci di spezzoni eterogenei, accostabili al nostro “blob” televisivo – realizzati da Mick e Gee. Data l’effettiva difficoltà di comprensione diretta dei testi, ai concerti essi li distribuivano al pubblico scritti su volantini ciclostilati, e li riportavano per intero sulle copertine dei dischi. Al loro banchetto ai concerti, accanto a dischi e volantini, non offrivano nessuna spilletta o t-shirt: invitavano i ragazzi a disegnarsele e stamparsele da soli, evitando sdegnosamente quelle commercializzate – senza alcun loro coinvolgimento né approvazione – nei negozi.
Le loro serate erano organizzate come un evento collettivo: si alternavano sul palco anche altri musicisti e gruppi di ispirazione punk ed anarchica. Durante il cambio del palco, spesso leggevano al pubblico degli stralci delle loro opere poeti come Simon Stockton o Andy T. Era pratica frequente la condivisione di the e cibo prima e dopo il concerto, così come il restare lì a mescolarsi e chiacchierare con la gente. Per montare e smontare l’amplificazione e ripulire la sala a fine serata si poteva sempre contare su qualche volontario. Il tutto era volto a sottolineare l’importanza del messaggio, più che a innescare i meccanismi di culto dell’artista propri della società dello spettacolo che essi contestavano radicalmente.
“…La situazione era proprio scoraggiante, ma di solito ci si divertiva. Nessuno che venisse a seccarti con storie assurde sui tuoi stivali di cuoio, o che si lamentasse se mettevi latte nel tè. Nessuno che volesse sapere come mai anarchia e pace potessero coesistere, nessuno che venisse a rompere i coglioni con lunghi monologhi su Bakunin, che a quel tempo noi si immaginava fosse probabilmente una marca di vodka…” (Crass, da “In which Crass blow their own”)
Nell’estate del 1978 Pete Stennett e sua moglie Mary, proprietari del negozio di dischi londinese Small Wonder e di una piccola etichetta omonima (che contribuì, tra gli altri, agli esordi discografici dei primissimi gruppi punk londinesi come Fatal Microbes e Menace, e di gente divenuta in seguito molto famosa come Cure e Bauhaus), ascoltarono un demotape del gruppo e gli piacque. Presero quindi contatto con Penny e Steve per pubblicare un singolo.
Ottenuto un prestito da Vi Subversa delle Poison Girls, i Crass registrarono in diretta senza sovraincisioni sul quattro tracce a bobine di John Loder tutto il loro repertorio di allora, diciotto canzoni. Siccome non riuscivano a decidersi su quali pezzi utilizzare, li pubblicarono tutti e realizzarono nell’ottobre di quell’anno il primo singolo in assoluto che contenesse così tante canzoni. Nacque così “The feeding of the 5,000”, il loro debutto discografico che costituì anche l’inizio delle rogne che caratterizzarono l’intera attività del gruppo.
…Gesù lo strafottente Cristo il becchino, lo scavafosse Le hai scavate tu le tombe di Auschwitz La terra di Treblinka è la tua colpa, il tuo peccato Sei tu che porti lo stendardo dell’oppressione Enola è la tua allegria, i corpi di Hiroshima il tuo diletto I chiodi sono la tua unica trinità Tienteli stretti, nella tua cadaverica scelleratezza L’immagine per la quale ho dovuto soffrire La croce è il corpo vergine della femminilità che tu profani Ti sei inchiodato al tuo stesso peccato Cristo rottinculo che mi chiama sorella Non ci sono parole per il mio disprezzo… Gesù è morto per i suoi peccati, non per i miei. (Crass, da “Asylum”)
Nessuno era disposto a stampare il disco con “Asylum” dentro. Il testo della canzone è una rabbiosa invettiva femminista contro l’oppressione religiosa, quindi dopo molte discussioni si decise di toglierla. Il disco uscì per Small Wonder senza quel pezzo – rimpiazzato da “The sound of free speech”, una traccia completamente silenziosa lunga un paio di minuti – e venne accolto dalla stampa musicale con recensioni sbrigative e spesso offensive (“Un disco indecente, inutile e meschino…”, così Tony Parsons sul New Musical Express). Già dal primo ascolto ci si accorge che è un’opera del tutto estranea alla moda giovanile del tempo. Fatto curioso sì, ma non più di tanto per quegli anni di “musicisti” incapaci ma dal formidabile impatto visivo, è che Andy suoni la sua chitarra elettrica in maniera poco ortodossa, utilizzandola più che altro come macchina da rumore per marcare il tempo intrecciandola alla ripetitività marziale di Penny. Pete e Phil erano gli unici del gruppo a sapersela cavare coi loro strumenti. Steve non aveva mai cantato prima in pubblico.
Del suono dei Crass colpisce l’originalità dell’intreccio delle parti vocali maschili e femminili ed il contrasto di queste ultime perennemente in movimento tra l’urlo e il sussurro, con il cantato posto in evidenza nel missaggio finale del disco rispetto al magma sonoro degli strumenti.
Dedicando estrema attenzione alle parole, i Crass trasformarono già dal loro esordio quello che era la canzone politica e di protesta conosciuta fino ad allora in veri e propri proclami di estrema insofferenza e denuncia. I loro testi affrontano una costellazione di tematiche di liberazione con un linguaggio sporco e vagando dall’immediatezza (che nel caso dei Crass non fu mai sinonimo di superficialità) all’aggressione verbale. I temi delle canzoni del loro disco d’esordio spaziano dalla celebrazione del nichilismo e della disillusione (“So what”, “Sucks”, “End result”) all’incitazione alla presa di coscienza (“Reject of society”, “You pay”), alla morte del punk (in “Punk is dead” vengono contestati acidamente Patti Smith, Sex Pistols e Clash per i loro contratti discografici milionari), per giungere allo sputo in faccia agli sfruttatori dell’utopia punk in “Banned from the Roxy”.
“Ancora una volta, la violenta maggioranza impone la sua realtà retrograda mettendo a tacere gli altri. “Asylum”, una dichiarazione blasfema e femminista, è stata cancellata perché nessuno l’avrebbe pubblicata se la traccia fosse rimasta inalterata. Abbiamo deciso di inviare le cassette delle prime 5000 copie a chi ne sta facendo richiesta. Abbiamo poi deciso di provare noi stessi a stampare “Asylum” e “Shaved women”, entrambe con la voce di Eve Libertine. Le metteremo sul mercato il prima possibile e a un prezzo basso, si spera a prezzo di costo. Ci scusiamo per questa situazione del cazzo”. (Crass, comunicato del 1978)
A qualche mese dalla pubblicazione di “Feeding”, Penny e compagni ripresero in mano “Asylum”: la riregistrarono il 22 aprile 1979, la ribattezzarono “Reality asylum” e la fecero circolare, complici Small Wonder e poi anche Rough Trade, su un 7” autoprodotto di fattura artigianale (sull’altro lato del disco il delirio sonico di “Shaved women”, scritta da Annie Anxiety) – copertina serigrafata in casa e confezionata a mano, pubblicato da un’etichetta indipendente appena nata: Crass Records.
Questo sforzo venne premiato dalla visita premurosa di Scotland Yard alla comune di Epping, allertata da alcune denunce per blasfemia. Al negozietto di Small Wonder si era presentata la mattina precedente una squadra della buoncostume. Il reato prevede sanzioni e carcere. Le denunce per vilipendio alla religione erano un fatto piuttosto inusuale e la cosiddetta “vice squad”, più avvezza ad occuparsi di prostituzione e pubblicistica pornografica, probabilmente non sapeva bene come gestire la faccenda. Il gruppo riuscì ad evitare degli strascichi giudiziari solo perché i vari membri, benché già noti all’autorità, erano ancora incensurati.
I due precedenti processi per il reato di blasfemia erano stati celebrati nel 1843 e nel 1976, quando Denis Lemon, direttore della rivista Gay News, venne trascinato in tribunale e condannato per aver pubblicato la poesia di James Kirkup “L’amore che osa pronunciare il suo nome” – che descrive l’amore del centurione romano posto di guardia al sepolcro per il Cristo morto. Nonostante gli sforzi della censura (ad oggi ne è ancora vietata la diffusione a mezzo stampa in Oltremanica), il testo della poesia venne fatto circolare dalla stampa anarchica inglese e nelle performance del Living Theatre. Ne venne pubblicata in Italia una traduzione dal mensile di controcultura gay Lambda nel primo 1978. Si ha notizia di una lettura pubblica di questo testo avvenuta nel 2002 nel corso di una manifestazione di protesta davanti alla chiesa di St. Martin in the Fields a Londra, fatto che non ha avuto però ripercussioni giudiziarie.
La polizia mise Penny e compagni sull’avviso che così facendo andavano solo in cerca di rogne e gli suggerì di smettere con le provocazioni, ma i Crass decisero di fare di testa loro e di andare avanti comunque: da lì in poi i loro dischi furono sistematicamente oggetto di censura e boicottaggio. I negozi che esponevano i dischi dei Crass in vetrina ricevevano le visite discrete degli agenti di pubblica sicurezza: dapprima invitavano i gestori a toglierli dagli scaffali e a renderli al distributore, poi si passava a perquisizioni, multe e minacce.
Alcuni negozianti ribelli sono stati denunciati, uno a Manchester e uno a Norwich sono stati addirittura processati e condannati per aver venduto “materiale osceno” a minori. Vi lascio immaginare le pressioni dell’MI5 sugli organizzatori di concerti e sui gestori dei locali, e mi limiterò a citare l’accoglienza a base di sprangate a quei pochi concerti che sono riusciti a organizzare da sé – stavano sul cazzo proprio a tutti, destra e sinistra, dal National Front fino a Class War e oltre.
“…La canzone suscitò due tipi di reazioni: alcuni inorridivano… per altri invece segnò un punto di svolta. Molte persone mi dissero che avevo dato voce ai loro pensieri, alle loro sensazioni e altre cose del genere. Esiste una legge non scritta che condanna chi dice queste cose. E noi l’abbiamo sfidata. È inutile stupirsi, la subiamo tutti. Ma nessuno di noi è mai stato accusato. Questo perché ogni volta che tu avanzi, loro fanno un passo indietro. Ogni volta che questo accade viene abbattuto un preconcetto. Mattone dopo mattone, buttiamo giù il muro che ci separa dalla libertà. E alcuni riescono a intravedere la luce, riescono a vedere attraverso quella piccola crepa. Credo che tra tutte le cose che ho fatto con i Crass, questa è quella che mi rende più orgoglioso. Anche se non mi piace questo termine, rende l’idea… Molti giovani erano spaventati e intimiditi dopo aver ascoltato quel pezzo. Segnò una svolta importante e oggi continua a fare rumore…”. (Penny Rimbaud, in “The sound of free speech”)
Una volta interrotta l’attività editoriale di Small Wonder, i Crass ricomprarono i nastri di “Feeding” dagli Stennett e ristamparono nel 1981 l’album nella sua forma originale (quindi con “Asylum” come primo pezzo della prima facciata), per l’etichetta che avevano nel frattempo fondato. Diversa era però la confezione: un’inedita copertina apribile che si poteva usare come poster da una parte, dall’altra un collage di informazioni, testi e scritti vari, formula grafica che caratterizzò grande parte dei titoli da essi prodotti e pubblicati.
I graffiti con il simbolo del gruppo (un misto stilizzato di croce, segno di divieto e serpenti intrecciati disegnato da Dave King, del collettivo Sleeping Dogs) comparvero sui muri della metropolitana londinese assieme all’a cerchiata degli anarchici e al simbolo pacifista del CND… e da lì comincia un’altra storia che vi ho già raccontato qui per buona parte.
I Crass si ritrovarono a dover combattere per riuscire a sopravvivere nell’Inghilterra che, tra la fine gli anni Settanta e la prima metà degli anni Ottanta, venne trasformata a forza dai conservatori capeggiati da Margaret Thatcher. Un cambiamento sociale e culturale radicale: al senso di comunità e solidarietà sociale che aveva tenuto insieme la Gran Bretagna dal secondo dopoguerra venne imposta la logica della competizione e dell’arricchimento a tutti i costi. Fare soldi velocemente divenne l’equivalente del successo nella vita.
Difficile non fare paragoni con la deriva socialista e l’ascesa del berlusconismo nel nostro paese: forse più lento ma altrettanto letale, vista l’aria meravigliosa che respiriamo nell’Italia di oggi, il cambiamento della nostra società si nutrì di terrorismo, mafia, corruzione, deviazioni e informazione manipolata.
Nel documentario sono riportate le testimonianze, tra gli altri, di Steve Ignorant, Gee Vaucher e Penny Rimbaud tutt’e tre ex-membri dei Crass, di Pete Stennett di Small Wonder, del poeta Andy T e di Annie “Anxiety” Bandez che col gruppo condivisero a lungo avventure e disavventure.
Il gruppo si sciolse nel luglio del 1984 dopo un concerto tumultuoso ad Aberdare a sostegno dei minatori gallesi in sciopero.
Nel gennaio 1985, proprio a pochi giorni dalla pubblicazione del loro penultimo disco “Acts of love“, i Crass vennero trascinati in tribunale dove un giudice li considerò “un’associazione che opera ai margini della legalità” e definì i loro dischi “grossolani e volgari, fatti per buona parte di spazzatura ingiuriosa”, nonché “roba che nessuno vorrebbe tenersi in casa”. Il loro terzo album “Penis envy” venne giudicato da quella corte “contrario alla pubblica decenza” per via dei testi e della copertina.
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