4xA, A per tutti – compilation per A/Rivista Anarchica
Marco Pandin ci racconta del rapporto tra anarchia e punx negli anni '80 e della compilation per A/Rivista Anarchica

Dentro ai favolosi anni Ottanta io c’ero, c’ero con tutti i miei vent’anni addosso. Alle ragazze e ai ragazzi dei vari circoli anarchici, associazioni culturali, piccole librerie indipendenti e centri sociali che mi chiamano oggi a raccontare di me e della scena di quegli anni, proprio a loro cui è stato insegnato da sempre che allora tutto era bellissimo e scintillante e plasticoso e frizzante ed eccitante, spiego che non è vero. Non è affatto come dicono alla televisione, come raccontano gli “esperti” e i reduci nei programmi di revival tra un videoclip d’annata e l’altro. Perché la vita, la vita quella vera dico – e ne sono profondamente convinto – non riusciranno mai a sostituirla con le verità artificiali di internet, né con quelle ufficiali che lo stato diffonde nell’etere, e neanche con quelle addomesticate e premasticate che stanno dentro ai libri che ti vendono nei supermercati.
E’ chiaro che il mio racconto ai più giovani sembra una specie di fiaba strana: sono abituati a misurare le distanze a spanne tarandole su YouTube, sugli aneddoti dei genitori e degli zii e sulle barzellette degli amici, all’inizio fanno fatica a credermi e presto gli viene da ridere.
E come dargli torto: in effetti, la prima cosa che ti viene da fare quando si parla di quel periodo storico o ti capita di guardare un film di allora, è mettersi a ridere per come ci si vestiva e ci si agghindava. Quelle forme, quei colori, quei materiali: i vestiti degli anni Ottanta erano così eccentrici e bizzarri, erano tutt’altra cosa dai blue jeans degli anni Sessanta e dalle uniformi grigie e paramilitari che andavano di moda negli anni Settanta. Quelle pettinature esagerate, e il piercing all’orecchio e il trucco in faccia – anche parecchi maschi. Apparire, mostrarsi, differenziarsi, distinguersi erano diventate questioni sociali, quando non addirittura politiche, di una certa importanza e rilevanza, e ci si doveva vestire e acconciare di conseguenza. Eppure ricordo bene, e so di non essere il solo, che tra le nostre preoccupazioni di allora non ci fosse poi così tanto posto per vestiti, accessori e pettinature. Erano argomenti di cui non ci si occupava affatto. Tra noi ragazze e ragazzi a nordest, e dico nordest perchè sono nato e cresciuto là, si discuteva di tutt’altro: delle nostre vite che non prendevano il volo, delle nostre speranze che non riuscivano a sedimentarsi – tanto per fare un paio di esempi. Stavamo passando disperatamente attraverso il 1984 orwelliano e non ce la passavamo affatto bene.
Oh sì, il riflusso. I ripensamenti, il richiudersi in casa davanti a una finestra elettronica che immaginavamo aperta sul mondo, il menefreghismo, le tette e i culi e le battute omofobe razziste e sessiste in prima serata: gli anni Ottanta non sono stati solo questo ma sono stati anche questo. Che poi molti avessero smesso di preoccuparsi e di darsi da fare, è pure vero. Chi si era impegnato e aveva deciso di immaginare e provare a costruire una società nuova e diversa, non necessariamente impugnando una P38, appena qualche tempo prima era finito in galera o era fuggito da qualche parte all’estero per non finirci dentro, o stava in India a salmodiare davanti a un santone, o era semplicemente scomparso oppure era andato a cercare felicità ingrossando le file dei sostenitori entusiasti di un partito politico – uno qualsiasi. Tanti, e secondo me troppi, si erano incuriositi dell’eroina e si ritrovavano a gestirne la dipendenza o non ne sono stati capaci e sono finiti presto sottoterra. Ci si apprestava tutte e tutti a succhiare allegramente i frutti della liberazione sessuale del dopo-Sessantotto quando a inizio decade si è cominciato sottovoce a parlare di AIDS: radio giornali e televisioni continuavano a rassicurarci che era una malattia specifica degli omosessuali, quindi noi eterostupidi eravamo convinti non fosse cosa che ci riguardava. Poi però l’attenzione divina si è spostata anche sui tossicodipendenti, sugli emofiliaci, sui donatori di sangue, sui poveri – e questo aveva cominciato a metterci parecchia paura. A questo disordine, a questa ansia e a tutto questo buio a metà del 1984 si è aggiunta la morte improvvisa di Enrico Berlinguer che ha mandato in frantumi le speranze di milioni di italiane e di italiani.
In questo quadro così triste e grigioscuro non so trovare una descrizione sufficientemente accurata per me e per i miei compagni di allora, ma so bene cosa non volevo, cosa non eravamo disposti a fare e cosa non volevamo essere. Non potevamo certo permetterci droga armi prostitute o altri passatempi di lusso, e di una vita così neanche ne avevamo voglia: eravamo degli sfigati, non avevamo soldi né fortuna e ne eravamo ben consapevoli. Parecchi dei miei amici, specie quando avevano bevuto troppo e diventavano tristi e malinconici davanti alla bottiglia vuota, chiamavano “felicità” quelle poche briciole sbattute via dalla tovaglia stesa sulla tavola imbandita del padrone – roba passeggera, di poca o nulla utilità. Roba effimera, sintetica ed artificiale come quel mondo che stava dentro a Videomusic e nelle réclame della televisione.
Sì, perché era già da un po’ che le televisioni private allungavano i loro tentacoli pubblicitari dentro ogni casa: là dentro a quelle scatole elettroniche, diventate in fretta così ingombranti nelle nostre stanze e nelle nostre vite, mostravano gente ricca così incredibilmente differente da noi che faceva vite che non riconoscevamo affatto come vite possibili. Nelle réclame ti spingevano a conquistare il tuo posto nella società acquistando automobili materassi elettrodomestici mobili pentole qualsiasi cosa in comode rate a interessi minimi, nei programmi bastava rispondere a qualche cagata e si vincevano pacchi di soldi e gettoni d’oro – un mondo completamente artificiale, con adeguata colonna sonora. Tutto falso e insieme anche vero: c’era sul serio gente che se ne fotteva di tutto e indossava un sorriso a mille denti per dimostare agli altri la stazza del proprio successo. Di lavoro facevano gli spacciatori, i politici, gli imprenditori, i faccendieri, gli intermediari, i confidenti, le spie. Gente che se ne andava a mangiare fuori nei ristoranti e a sniffare cocaina nei privé in discoteca e si comprava macchine nuove e vestiti nuovi e orologi nuovi e scarpe nuove mostrando al resto del mondo il gonfiore del proprio portafoglio e della propria patta. Ma tra il loro mondo e il nostro sembrava ci fossero anni luce di distanza.
Parlare parlare parlare. Forse in casa tanti no, certi avevano dei genitori davvero impossibili e intrattabili, ma tra di noi si poteva parlare, e si parlava eccome. Ogni tanto ci raccoglievamo in gruppetti a raccontare, a osare, a discutere, a scambiarci impressioni, ed era bellissimo. Era come essere là mentre da una scintilla improvvisa si accendono certi fuochi che poi divampano. Ci si ritrovava attorno alle difficoltà quotidiane del lavoro, che non riuscivamo a trovare se non a termine oppure in nero. Ci si confrontava o ci si scazzava su temi come la repressione in casa e per strada e ovunque, gli spazi da reclamare in città e i controlli di polizia fuori dalla scuola e per strada e ovunque. Cazzo, si parlava per ore senza arrivare da nessuna parte. Ma parlare era la nostra valvola di sfogo, la nostra uscita di sicurezza: era la maniera più semplice ed economica di reagire alla rassegnazione. Parlare, parlare sì. Volevano che obbedissimo e restassimo zitti? Col cazzo che restavamo zitti. Col cazzo che si abbassava la testa. Parlare ancora, parlare, e ancora, naso in su a guardare un po’ dell’azzurro del cielo, per dar da bere un po’ d’acqua pulita ai nostri pensieri, per restare a galla, per poter continuare a respirare. Zitti, lo sapevamo tutte e tutti, ci saremmo spenti per sempre.
Non si poteva proprio restare zitti. Magari non la vedevamo proprio nella stessa maniera, tutti a leggere a sentire a immaginarsi cose differenti a farsi viaggi ma chissenefrega. E mica si perdeva tempo per niente a schierarsi chi coi duranduran e chi con gli spandauballé, chi coi Crass e chi con gli Exploited: avevamo già un sacco di rotture di coglioni e a noi non ce ne fregava assolutamente un cazzo di cose così.
Parlare, tirare fuori, sputare fuori, tossire fuori, condividere, sfogarsi. Parlare e fare rumore per dirsi: ci sono, sono qui. Per dire agli altri: ci sono, sono qui. Ecco i nostri discorsi. Erano fatti di rumore, di aspettative, di niente. Eravamo persi, tante volte sì ma altre volte no. Instabilità, preoccupazioni, precarietà e mancanza di riferimenti erano la nostra normalità di tutti i giorni: il “non futuro” punk era un buco nero di disoccupazione e sfruttamento in cui ci si ritrovava incastrati tutte e tutti. Un’oppressione complessiva e schiacciante, sempre meno luce intorno e sempre meno aria e meno spazio a disposizione. Come in quelle giornate corte d’inverno, dove il sole è solo una specie di ricordo.
“Antimilitarismo, ecologia, repressione, esperienze di autogestione, storia dell’anarchismo, carceri, nuovi movimenti, femminismo, cinema, liberazione sessuale, anarcosindacalismo: questi sono alcuni dei temi ricorrenti su A/Rivista Anarchica. Fondata nel 1971 in piena campagna contro la “strage di Stato”, A si presenta come una rivista mensile di riflessione sull’attualità, di analisi delle nuove forme del potere e, per contro, delle tematiche libertarie emergenti. Una voce al di fuori e contro le istituzioni, uno strumento per chi rifiuta la delega e l’autorità e vuole invece riappropriarsi della propria vita…”
Nel 1983 ad Enrico Soresini, un giovane compagno piacentino che frequentava giri punk, venne l’idea di organizzare un’iniziativa musicale a sostegno di A/Rivista Anarchica. Chiese aiuto ad alcuni gruppi attivi all’epoca, e raccolse le adesioni di quattro: Raw Power (da Poviglio, Reggio Emilia), Rivolta dell’Odio (Ancona), Rappresaglia (Milano) e Pedago Party (Piacenza) che contribuirono con uno o due pezzi ciascuno. I gruppi partecipanti misero a punto anche una pagina autogestita dell’allegato stampato al disco, inserendovi testi e grafiche a proprio piacimento. Alla pagina 2 di questo stampato era stata ritagliata e incollata una breve presentazione della A/Rivista di cui ho riportato un estratto poche righe fa.
La scelta dei partecipanti era stata secondo me piuttosto azzeccata: solo quattro nomi ma tutti piuttosto in vista nella scena, un misto di voci di città e di provincia, tre del nord e una del centro Italia. Certo, mancava un contributo dal sud e dalle isole maggiori, ma l’Italia è lunga e larga e non tutto si può e si riesce a fare. Lo stile di ciascun gruppo presente nella raccolta era piuttosto personale: ognuno cercava di distanziarsi dagli stereotipi allora in voga, e anche se i pezzi erano solo un paio offrivano un assaggio caratterizzante e rappresentativo dell’atmosfera pesa e tesa che i gruppi respiravano a casa propria. Una raccolta fatta bene, con dei ragionamenti dietro e sotto e intorno.
Enrico coinvolse nell’impresa anche dei suoi amici bolognesi, in particolare Jumpy, Laura e Carlo dei Raf Punk, e riuscì a far pubblicare la raccolta in forma di un settepollici dall’Attack Punk Records per l’etichetta sorella Totò alle Prese coi Dischi. Il disco venne stampato nel 1984 in un migliaio di copie e messo in vendita nel circuito indipendente e antagonista ad un prezzo massimo imposto di 3,000 lire – quasi la metà del prezzo richiesto abitualmente nei negozi di allora per un prodotto simile.
Le copertine, otto pagine a colori, vennero stampate artigianalmente dai punks bolognesi e fissate alla copertina di carta del disco con un paio di punti metallici. Enrico ed i Raf Punk consegnarono infine alla redazione di A/Rivista Anarchica a Milano un paio di scatoloni di dischi già confezionati, dalla diffusione dei quali la A/Rivista avrebbe potuto trattenere per sé il ricavato.
120 mattonelle sono lo spazio che ci resta
le sconfitte sulle spalle
è difficile alzare la testa
trovate voi il sistema e la giustificazione
chi mi ha condannato con la costituzione
con la bibbia in mano ed il mitra
rafforza le sbarre e la prigione
subite anche voi l’angoscia di non poter urlare
il secondino non gradisce, ti potrebbe picchiare
non ti resta che creare la tua liberazione
ma di speranza si crepa
ci vuole decisione
lo spazio che ci resta
la nostra punizione
preparare insieme
completa evasione
(“Lo spazio che ci resta”, Pedago Party)

Per una parte della redazione l’iniziativa era stata una sorpresa gradita: Paolo Finzi, la sua compagna Aurora ed alcune e alcuni altri del giro della A/Rivista erano sinceramente incuriositi dal fermento punk, ma altrettanto sinceramente buona parte della redazione ne era schifata e non voleva saperne un cazzo. All’inizio anche gli anarchici avevano liquidato il punk come una moda passeggera e dai tratti fascistoidi, ma lentamente in molti s’erano accorti che non tutta la merda era merda e che in mezzo al letame erano nati e stavano crescendo parecchi fiori.
Certo, con certi anarchici c’erano alcuni seri problemi di comunicazione. Per noi più giovani per quanto fastidioso era abbastanza normale che a un concerto ci fosse gente che sputava addosso a chi suonava – ma era una pratica diffusa tra i primi punks, quelli della prima ondata che già in molti dicevano/dicevamo fosse morta, adesso succedeva molto più di rado.
In confronto alla musica suonata negli anni Sessanta e Settanta, saldamente in mano a professionisti virtuosi e resa sempre più complicata e disumana e distante, il punk aveva piazzato al centro dei discorsi la libertà d’espressione al suo livello massimo: da fatto impensabile era divenuta faccenda tranquilla e condivisibile che ci fosse qualcuno che prendesse una chitarra in mano senza saperla suonare e facesse uscire del rumore dagli amplificatori. Gente così mica si faceva problemi a salire sopra a un palco, e questa era una cosa che faceva inorridire i più vecchi, educati a tutt’altro approccio al fatto musicale.
Con certi anarchici più anziani spesso la distanza anagrafica era minima, spesso anche meno di dieci anni, eppure ai nostri occhi e soprattutto alle nostre orecchie sembrava che il Sessantotto che avevano vissuto fosse stata una rivoluzione lontanissima e con una colonna sonora adesso difficilmente comprensibile e del tutto inservibile. Sembrava proprio che nel giro di poche notti il punk fosse riuscito a costruire un muro insormontabile: restava di là la roba improvvisamente diventata vecchia – i cantautori, il blues, il prog, i dinosauri. Noi di qua del muro: soli e spaesati, a cercare di inventarci cose, a cercare soluzioni originali ma accontentandoci molto spesso di pallide imitazioni d’Oltremanica e d’Oltreoceano.
Ecco l’idiota viene
l’oceano alle spalle
la protesi bianca
Il vecchio sorride alla folla che bela
U.S.A.!
U.S.A.!
Pericolo rosso
correte vassalli a costruire castelli nucleari
per difendere le colonie occidentali
ora zio Sam combatti da solo
i tuoi feudi in macerie
stelle e strisce nella nostra vita
yankees sconvolti per la nostra morte.
(“U.S.A.”, Rappresaglia)
Il punk in Italia, specialmente nelle città maggiori come Milano, Torino e Bologna aveva assunto caratteri distintivi molto espliciti. Se all’inizio ci si aggregava per affinità di look e di gusti musicali, si veniva molto presto a scoprire che il punk poteva offrire un’ottima occasione di sfogo creativo, e che la repressione a casa/a scuola/per strada più che un fatto personale spesso era una realtà comune e condivisa. In fondo, nessuno voleva consumare la propria giovinezza avvelenandosi in una fabbrica, né finire con l’ubriacarsi o impasticcarsi tutti i giorni, o passare le serate davanti alla televisione e men che meno ritrovarsi con una siringa piantata nel braccio.
“…Di che tipo è l’interessamento che avete voi di A per i punk oggi? mi chiede [Fabio]. Innanzitutto – gli rispondo (preso un po’ in contropiede) – vorrei che il mio non fosse un interessamento per i punx, ma per delle singole persone. Francamente il primo approccio alla questione è stato di tipo “esterno”: da militante anarchico sono stato colpito, incuriosito ed interessato a questo “fenomeno” di segno libertario. Poiché si tratta però di un fenomeno anche italiano, anche milanese, poiché ci siamo ritrovati insieme in piazza in alcune manifestazioni e iniziative, allora – aldilà della curiosità verso un movimento nuovo, diverso e di esplicito segno libertario – c’è soprattutto la volontà di conoscere degli individui, che vivono in una certa maniera, che fanno più o meno alcune delle cose che faccio io, che vivono con maggiore coerenza alcune cose, con diversa coerenza altre, che non sentono delle cose che sento io (per esempio il discorso della militanza), eccetera. Più che un interesse generico per i punx, c’è la voglia di conoscersi meglio con quelli che hanno la stessa volontà. Per quanto poi riguarda quest’intervista, è naturale che come compagni che da una dozzina d’anni portiamo avanti una delle pubblicazioni anarchiche, ci sia l’interesse (al caso un po’ tardivo) a dare spazio ad un modo di essere, di pensare di segno libertario qual è appunto il punk. Non solo pensando alla fascia per così dire libertaria dei nostri lettori, ma anche per quegli anarchici che dei punx anarchici sanno poco o niente…”.
(Paolo Finzi, dall’intervista ai punx del Virus pubblicata su A/Rivista Anarchica, ottobre 1983)

Un giorno quelli di A/Rivista Anarchica avevano chiesto un incontro agli anarcopunks del Virus. Tra anarchici e punks allora quasi neanche ci si parlava e, peggio, che ci fosse un qualche contatto e che si iniziasse a stabilire un qualche dialogo sembrava non gliene fregasse un cazzo a nessuno – soprattutto ai punks. C’erano da attraversare mari tempestosi di diffidenza a bordo di zattere improvvisate che avevano un carico di ben poca curiosità reciproca. Se avete voglia di leggere e riflettere, fate un salto all’archivio online di A/Rivista Anarchica e puntate il mouse sul numero 113, ottobre 1983: a pagina 8 c’è il resoconto sbobinato di quell’incontro a Milano.
Si capisce molto presto che, nonostante le parole che uscivano a fiotti e spesso si sovrapponevano, nessuno dei punks aveva davvero voglia di raccontarsi, di parlare veramente di sé, di aprirsi. E’ proprio in questo senso che l’iniziativa di Enrico, dei gruppi partecipanti e dei punks bolognesi è stata un gesto atipico: veniva a frantumare la logica della contrapposizione. Era una mano da stringere, un sorriso, un abbraccio fra gente che era differente sì e che lo sapeva bene, ma che comunque si considerava anarchica.
Ricordo le perplessità di Paolo Finzi, che pur felice della temporanea invasione punk della redazione non era abituato a queste pratiche e francamente non se la sentiva di proporre l’ascolto, figuriamoci l’acquisto, di quel disco così distante dal suo mondo sonoro ai vecchi compagni che frequentavano il Ponte della Ghisolfa, il Centro Studi Libertari, la sede della A/Rivista ed altri abituali luoghi d’incontro anarchici allora aperti a Milano. Erano certi vecchi compagni che non andavano più in là di Pietro Gori, dei canti della guerra di Spagna, di Georges Brassens e di Fabrizio de André. Erano certi vecchi compagni che quando ho iniziato a partecipare alle riunioni della redazione alzavano il sopracciglio alla vista delle mie magliette così poco sobrie oppure accorgendosi del mio piercing all’orecchio, allora una cosa davvero inusuale, e si mettevano in allarme al sentirmi citare più spesso i Crass che non Errico Malatesta. Parentesi: negli anni di vecchi compagni così ne ho incontrati a dozzine, e devo dire mi fa un po’ impressione ritrovarmi adesso con quasi settant’anni addosso quando c’è qualcuno nato dopo che chiama “vecchio compagno” me, e succede spesso. Chiusa parentesi.
No all’istituzione
Rifiuta ogni legame
Non è marcia solo la stanza dei bottoni
I maiali sono ovunque
Le mura sono forti e le mangiatoie tante
Ma anche i maiali muoiono
Anche le mura cadono
Vendi cara la tua vita
Rifiuta ogni legame
(“Fuck authority”, Raw Power)

Anch’io come Enrico, come Laura, Jumpy e Carlo dei Raf Punk avevo vent’anni negli anni Settanta/Ottanta del secolo scorso. Ascoltavo anarcopunk, è vero, ma anche molte altre cose: l’aver frequentato una radio libera e degli anarchici sin da quando ero un teenager mi aveva acceso parecchie curiosità in testa e allargato gli orizzonti. In una parola, a me piaceva ascoltare musica – preferibilmente senza etichette appiccicate addosso, meglio ancora se ci trovavo dentro dell’ispirazione e del movimento.
Al ritorno dal mio primo viaggio a Londra avevo coinvolto un bel po’ dei miei amici e compagni nel progetto di una fanzine. I nostri sforzi avevano attirato l’attenzione di Rockerilla, una rivista musicale allora assai influente e diffusa, che aveva proposto a un paio di noi di collaborare.
All’inizio di dicembre 1983 era arrivata a casa mia una lettera di Paolo Finzi: gli erano state segnalate delle cose scritte da me su Rockerilla – con cui la A/Rivista Anarchica al tempo faceva scambi di spazi pubblicitari. Per conto di quel giornale avevo avvicinato e intervistato gruppi anarcopunk inglesi come Omega Tribe e Poison Girls e gli americani Millions of Dead Cops. Quello che scrivevo lo aveva incuriosito: Paolo voleva conoscermi e mi chiedeva di partecipare a una riunione della redazione che si sarebbe tenuta a Milano prima di natale.
Io ero solo un fanzinaro, uno da poco, un emarginato che dalla nascita frequentava periferie e bassifondi: davvero interessavano a un giornale anarchico serio e solido come la A/Rivista le cose che immaginavo e che scrivevo? Ma dai. Non mi sembrava vero: si stava avverando un sogno. Compravo abbastanza regolarmente la A/Rivista già da qualche anno: la vedevo in vetrina quando a Venezia sulla strada da piazzale Roma verso l’università passavo davanti a Utopia2, libreria anarchica per me diventata presto un riparo dal resto del mondo. La A/Rivista era per me una fonte di notizie e informazioni importante, ma i punks e parecchi dei miei compagni invece non la leggevano perché non gliene fregava niente: dai punks più intransigenti era addirittura considerata un “organo di propaganda degli anarchici tradizionalisti”, frase che non sono davvero mai riuscito a tradurre in un qualchecosa a me comprensibile.
La terra su cui stai camminando
La terra su cui stai vivendo
Non potrà ancora per molto sopportare il peso della nostra stupidità
Il peso di animali morti per capriccio
Il peso di centrali imposte per il volere di pochi
Il peso dell’infinito egoismo della superbia umana
L’ultimo sacrificio si sta compiendo sotto i nostri piedi
Davanti ai nostri occhi
Ma sembra che il lamento di morte della terra sia troppo debole
per arrivare a coprire lo sparo di un cacciatore.
(“La danza del sangue”, Rivolta dell’Odio)

Parto da Mestre la mattina molto presto, arrivo in stazione Centrale e prendo la metro. Mi presento in via Rovetta bello nervoso ma deciso, parliamo a lungo con Paolo e gli spiego il mio sogno: avrei voluto non dico scavalcare, non dico buttare giù, ma almeno provare a fare un buco su quel muro che divideva gli anarchici dai punks. Desideravo mettere in una qualche comunicazione chi suona e chi ragiona, accendere una qualche curiosità reciproca, provare a far incontrare e magari cortocircuitare la musica e le idee. In redazione oltre a Paolo c’erano la sua compagna Aurora Failla, Franco Pasello, Luciano Lanza, Fausta Bizzozzero, Maria Teresa Romiti ed altre ed altri di cui onestamente non ricordo il nome e le facce. Compagne e compagni anarchici tutti più vecchi di me che con i miei giri fatti di sbando e chitarre e amplificatori non avevano nulla a che fare, ma che si mostravano curiosi di me, aperti ai miei ragionamenti storti fatti senza avere quel minimo sindacale di infarinatura storica. In poche parole, erano rispettosi del mio modo di leggere le cose e non mi consideravano un caso da studiare. Erano tutti più cauti nei confronti del mondo e con esperienze dirette di repressione ben più consistenti della mia e di quella dei miei amici: noi avevamo una storia breve di concerti, raduni e sassaiole, loro invece un’esperienza pesante di perquisizioni pretestuose basate sul nulla e minacce di questura, quando non fossero accuse infamanti per attentati mai commessi.
Ho imparato molto presto ad amare quelle compagne e quei compagni. Ho collaborato costantemente con la A/Rivista Anarchica da allora fino all’ultima uscita dell’estate 2020 – per 37 anni. Presentarmi presso una libreria o una sede anarchica mostrando una copia della rivista con dentro qualche cosa scritta da me mi ha aperto porte, procurato affetto e sorrisi, aiutato a trovare cibo e riparo, fatto costruire amicizie stabili.
Grazie ad A/Rivista Anarchica ho potuto incontrare tante persone, conoscerle e imparare un sacco di cose. Proprio come Enrico ed i punks bolognesi per sostenere la A/Rivista mi sono improvvisato produttore ed editore discografico, e nei miei deliri ho trascinato amici e compagni, anche gente non anarchica, e con il loro aiuto nel corso degli anni ho rastrellato anche somme consistenti.
C’ero anch’io a Napoli settembre 1991 al concerto di Fabrizio de Andrè a sostegno di A/Rivista Anarchica e Umanità Nova. C’ero anch’io ottobre 1984 al Convegno Internazionale anarchico a Venezia. C’ero anch’io 2015 alle Cucine del Popolo a Massenzatico a festeggiare l’uscita del numero 400. C’ero anch’io, con una copia di A/Rivista in mano, ad ascoltare più volte Paolo Finzi parlare del suo amico Faber assieme a Fernanda Pivano, Andrea Gallo, Mauro Pagani, Piero Milesi, Franco Fabbri, Alessio Lega, Dori Ghezzi e cento altre voci ancora – tutte impegnate a resistere, a opporsi al silenzio, a non dimenticare.
A/Rivista Anarchica mi ha dato l’opportunità di aggiungere a queste la mia voce e il mio rumore. Ho manifestato con l’A cerchiata addosso ogni volta che ho potuto e, senza che nessuno vedesse, mi sono disperato quando non potevo esserci.
Con la morte di Paolo, oltre che perdere un compagno ed un amico carissimo mi sono improvvisamente ritrovato senza la A/Rivista Anarchica. Neanche provo a raccontarvi del mio smarrimento: è stato come perdere un fratello maggiore e, insieme a lui, la strada per ritrovare il mio posto nel mondo. Anche Aurora, gravemente malata, se n’è andata l’anno scorso. Due ferite da cui non sono ancora riuscito, e non so se riuscirò, a guarire. Però, credetemi, è stato bello passarci attraverso. E’ stato bello esserci dentro. Ve lo dico col cuore stretto tra le mani.
Marco Pandin
stella_nera@tin.it


